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probably the worst novelist in the world, supposing Federico Moccia was an alien.

a caval donato

Cose che i tuoi familiari insistono nel regalarti perché ne avrai sicuramente bisogno nella casa nuova anche se continui a dire di no e passi pure per ingrato:

  • il servizio di tazzine da caffè coi fiorellini che era della nonna che l’aveva comprato al supermercato, ma era della nonna epperciò ha un valore sentimentale inestimabile e me ne privo solo perché sei il mio primogenito e stai per compiere un passo importante nella tua formazione e sarebbe anche ora, che hai quarantun’anni, e non dire che non te ne fai niente, lo so che sono gialle e sbeccate e fanno orrore, ma sono della nonna e hanno un valore eccetera eccetera;
  • il servizio di piatti dell’ikea da tipo quarantasette persone però piccolissime, che io un piatto piano che riesco a prendere comodamente nel palmo aperto non l’avevo mai trovato. Il palmo della mia mano destra, da pollice a mignolo, misura 23 cm. Il piatto piano del servizio dell’ikea che ho in casa ne misura meno. Il piatto fondo è più piccolo, ovvio, e una porzione di spaghetti da dieta etiope scappa tutta dai lati;
  • la caffettiera da tre, anche se abito da solo. Oltretutto stava nella credenza da millenni, e quando l’ho aperta per metterci l’acqua ne è uscita una roba marrone e densa che appena ha toccato il pavimento è corsa a nascondersi sotto la cucina. Non credo sia pericolosa, ma nel dubbio stanotte mi chiudo in camera;
  • tovaglie, tovaglioli, asciugamani di tutte le misure, strofinacci e panni per togliere la polvere. Tutti accomunati dal bordo sfilacciato e da misteriose macchie scure qua e là, che anni di detersivi non sono riusciti a tirare via. Promemoria: meglio nasconderli quando inviterò il mio amico della scientifica a mostrarmi come funziona il luminol;
  • monumentale pentola per la pasta, così grande che a casa di tua madre stava in un armadio apposito, in cantina. Adesso sta in un armadio apposito in cucina, ci ha guadagnato, ma adesso io devo comprarmi un altro mobile, e non so dove metterlo, e temo che mi toccherà buttare giù una parete;
  • tagliere in plastica “per tagliare il salame!”. “Ma ne ho già uno! E me ne hai anche regalato uno di legno insieme al set di coltelli che non mi servivano ma che hai voluto sbolognarmi a tutti i costi!”. “Si, ma quello puoi usarlo per i formaggi, questo invece ci tagli il salame, che è più pratico!”. “Ma è orrendo!”. “Sei pieno di balle, prendilo che poi ti troverai ad averne bisogno!”;
  • tazzona in plastica verde “per la colazione”. Che ne ho già una di ceramica da anni, me la sono portata via durante il trasloco, la faccio lì la colazione, no? No. Ci vuole. E vabbè, Jack ha bisogno di una ciotola per l’acqua;
  • mug viola con le casette disegnate. Lo ripeto: mug viola con le casette disegnate, cazzo. Ma mi hai già dato la tazzona di plastica verde, e non faccio colazione neanche in quella, cosa me ne faccio di una tazza più piccola e talmente infantile che mio nipote di cinque anni la butterebbe per terra per la vergogna? Sto per farlo io al suo posto, poi mi viene in mente che ho un bagno col pavimento verde pistacchio e le pareti a fiori gialli, e non ho ancora recuperato il bicchiere per lo spazzolino. Che figata, ci sta da dio!

 


Un passo per volta

Andare a vivere da solo non è una cosa facile di suo, quando la casa in cui ti trasferisci non ha niente ogni piccolo passo diventa una sfida. Quando dico niente significa proprio quello, niente: la porta d’ingresso, le finestre, il bagno, il lavandino in cucina. E la muffa. Tanta, tantissima, io non ho mai visto una quantità simile di muffa neanche nel laboratorio di un micologo.

Per non parlare dell’impianto elettrico, risalente a quando Galvani ci faceva muovere le zampette delle rane morte, e piuttosto inadeguato per gli elettrodomestici odierni.

Comunque niente che un po’ di lavori di muratura.. ochei, tanti lavori di muratura.. e qualche filo più spesso non possano risolvere, e finalmente ti trovi una sera che hai spostato in solaio tutto quello che apparteneva alla tua vecchia vita, e ti trovi a preparare il lettino in una stanza piena di scarpe e fogli sul pavimento e borse e un armadio nuovo già pieno e in disordine dopo neanche mezz’ora che hai cominciato a riempirlo. Chissà se il Guinness dei primati registra il record di messa in disordine di un guardaroba.

Insomma che vado a dormire nel vecchio letto nella casa nuova, e la prima prova è spiegare a Jack che la nuova collocazione del letto non ha un lato appoggiato al muro, perciò se si butta da un lato come è abituato a fare si ritrova sul pavimento.

Lo capisce da solo quasi immediatamente, migliorando di parecchio la mia postura orizzontale.

Ci si dorme bene nella casa nuova, i vicini è come se non ci fossero, e in effetti non ci sono proprio, sono l’unico inquilino dell’edificio, e gli appartamenti adiacenti sono occupati rispettivamente da una coppia di mummie e da un ingegnere informatico, categorie silenziose da sempre.

La mattina prendo il pentolino nuovo e mi scaldo la colazione, intanto vado a lavarmi in bagno, dove scopro di avere commesso il primo errore: non ho portato gli asciugamani. Neanche uno.

Vabbè, una volta conoscevo una ragazza che diceva di non asciugarsi mai la faccia, mi risulta essere ancora viva, correrò il rischio.

Il secondo errore lo scopro dopo aver tirato la catena e aver notato come l’acqua da sola non riesca a liberare del tutto l’area di lavoro. Occacchio. E adesso?

Sono piccole cose alle quali ti abitui a non pensare, voglio dire, quando mai ci è capitato di non trovare lo scopino del gabinetto accanto alla tazza? Quando avremmo dovuto ricordarcene noi, per esempio.

Passo la mattina a comprare le cose di prima necessità, tipo lo scopino, e di seconda necessità, tipo il sale e la frutta. Attrezzarmi a vivere per conto mio mi ha abituato a certi accostamenti bizzarri negli acquisti: due spine e una bottiglia d’olio, una sedia un ferro da stiro e un pacco di biscotti, tre metri di prolunga e un fon, che il ferramenta mi ha chiesto se avevo intenzione di asciugarmi i capelli in strada.

La connessione internet è arrivata stasera, cosa che mi ha spinto ad accantonare i progetti di pulizia in favore di uno sfrenato e salutare cazzeggio.

Dalla sua sedia, la chitarra mi osserva tristemente (ho solo due sedie, la mia e quella della chitarra), ha capito che i giorni di studio subiranno un drastico ridimensionamento.

Ma no, le dico, è solo stasera che ho la botta di recuperare tutto quello che ho lasciato indietro, fumetti, telefilm, musica e cazzate, e poi ho da promuovere il nuovo libro.

Perché magari c’è ancora qualcuno fra i lettori del pablog che non lo sa, ma il 2 maggio esce il libro di ARTErnativa, e per l’occasione abbiamo pure aperto un bel sito, e una bella pagina facebook, e un tumblr, e un account twitter, e pure hahaha, una pagina su huhuhu, mi vien da ridere, google+.

Il libro di ARTErnativa, siore e siori

Il libro di ARTErnativa, siore e siori

Saremo simpatici? E quando dico saremo intendo ovviamente noi staff di ARTErnativa, cioè Alberto Ghè, Andrea Lombardo e io. Scrivo i nomi così se ci cercate su guggo succede delle cose che non ho capito perché quando me le spiegavano giocavo con lo smarfo.

E poi? Che altro è successo in questi mesi in cui sono scomparso dalla rete? Boh, un sacco di cose, certe interessanti, altre curiose, certe pazzesche, altre tristi e certe incomprensibili. E ci sono stati dei momenti che sono arrivate tutte insieme e ho dovuto sedermi un attimo, che a una folla di emozioni così non sono più abituato. E poi ci sono stati altri momenti in cui il silenzio mi è pesato, e allora ho acceso la radio e mi sono messo ad ascoltare e trasmettevano un’opera di Verdi, e mi sono immaginato queste persone ben vestite, su un palco, a cantare cose di cui nessuno capisce mai il testo, come in una lingua perduta, e ho pensato che in fondo io sono uguale, mi esprimo in un linguaggio che capisco soltanto io, e da sotto il palco la gente applaude, ma alla fine esce e si chiede “ma che cazzo ha detto?”, e io sto lì sul palco e cerco una sedia, e mi siedo accanto al clown triste, che tutti i clowns sono tristi, col loro cerone in faccia e il sorriso sformato che li rende ancora più tristi, e gli dico “Ma senti un po’, clown triste, ma chi ce lo fa fare di venire fin quassù a cantare canzoni che non capisce nessuno? Non potremmo arrenderci e fargli un pezzo di Celentano, tipo?”, e lui mi risponde che no, il tuo linguaggio è quello che sei, e quello che sei non si regala, e se non ti capiscono sono problemi loro, mica tuoi. Poi però scoppia a piangere e mi appoggia la testa sulla spalla, e allora io mi alzo di scatto e gli urlo “E no, cazzo! La camicia nuova!” che il cerone non viene più via, e vorrei stare ancora un po’ lì a commiserarmi, ma ormai mi sono alzato, tanto vale che faccia qualcosa di utile, così mi metto a far da mangiare, e pulisco casa, e piano piano la tristezza se ne va, e alla fine era solo un po’ di niente che si era depositato nello stomaco, basta riempirlo e se ne va da solo.


Our house in the middle of our street

Allora, credo di dover raccontare qualcosa dei miei progressi con la nuova vita da single, ve l’avevo promesso, so che ci tenete. Ogni tanto mi scrive qualcuno che vuol sapere a che punto sono, se ho firmato il contratto, se ho cominciato il trasloco, e io mi sento anche lusingato, che è bello avere dei fans così premurosi. Poi ho scoperto che è mio padre dalla Thailandia, fra una settimana torna e non vuole ritrovarmi ancora in casa sua.

Comunque la novità grossa è che ieri ho finalmente ricevuto il mio mazzo di chiavi e ho potuto prendere le misure dell’appartamento.

Ma facciamo un passo indietro.

Ho trovato questo trilocale più bagno al secondo piano di una palazzina di due piani nel quartiere dove sono cresciuto, sopra di me il solaio, sotto una signora che credo sia morta l’anno scorso e nessuno si è ancora preso la briga di andarla a scrostare dal pavimento, affitto basso e stanze ampie. Niente spese di amministrazione. Il padrone di casa mi conosce e non vuole neanche la caparra.

Bene! Direte voi. E anch’io ho detto così quando l’ho saputo, pensando ingenuamente che avrei potuto traslocarci dentro in un paio di settimane al massimo, sfruttando nel frattempo la casa di mio padre che tanto è in ferie fino a fine febbraio.

Ferie Fino Fine Febbraio Fa Fico.

Non è andata proprio così, dopo un mese e passa dovevo ancora firmare il contratto, e il padrone di casa se ne stava placido al bar sotto casa a leggere la Gazzetta Dello Sport, strabattendosene altamente di me, del contratto, delle chiavi di casa e dei lavori da fare in bagno, che pare sia tipo esplosa la fogna o non so bene, e bisognerebbe chiamare un idraulico prima che subentri il nuovo inquilino, che sarei per l’appunto io.

È l’inconveniente di avere a che fare con un padrone di casa vecchissimo e ricchissimo e pigrissimo, un incrocio fra Zio Paperone e Cicciodinonnapapera, che preferisce pagare le tasse su una casa vuota che attraversare la strada per andare dal commercialista a fargli preparare il contratto di affitto. Aggiungete poi che la firma sul foglio deve mettercela lui, ma anche un paio di suoi consanguinei altrettanto maturi e scattanti, dislocati lungo la Riviera Ligure, e capite bene perché le chiavi dell’appartamento le ho ottenute un mese e passa dopo la conferma.

Adesso però ce l’ho, e ieri sera sono entrato con piglio bellicoso e un metro in mano per stimare le dimensioni dei vani e non presentarmi fra qualche giorno con un armadio che è bello, ma per farcelo stare devi tenerlo inclinato.

L’odore di fogna permeava l’appartamento, segno che l’idraulico aveva fatto il proprio dovere, e le pareti erano nere di muffa, segno che prima dell’idraulico nessuno ha calpestato quei pavimenti per un anno e mezzo, e le finestre non si aprono da sole tranne in Paranormal Activity, credo, mi sembra strano che il fantasma si accanisca solo sulla porta della camera da letto. Nel caso sarebbe facile, vai a dormire in salotto e ciao.

Nel mio caso il salotto non c’è, e neanche la camera da letto. Ci sono due stanze, una più larga dell’altra, con porta e finestra sul lato corto, cosa che mi obbligherà a sbattermi per trovare una sistemazione consona all’armadio, che non ho ancora, ma facciamo finta che.

Non è una brutta notizia, ci sono delle camere a ponte con letto e armadio dallo stesso lato, che dovrebbero risolvere il problema, oppure potrei farmi una camera da letto molto larga e un salotto piccolino, ma credo che a parte le spiegazioni psicanalitiche servirebbe a poco.

Poi ci sono le notizie fighe:

il solaio è già attrezzato per metterci una camera degli ospiti, manca giusto di decidere come scaldarla, ma c’è anche una canna fumaria, al limite si mette una stufetta a legna;

la cantina è dotata di scaffalature per bottiglie di vino e attrezzatura da imbottigliamento. È un segno divino: lì deve sorgere una tavernetta;

stamattina mi hanno attaccato la luce e in una decina di giorni mi metteranno pure la linea telefonica, perciò mi vedo già seduto per terra al freddo a scaricare illegalmente ogni genere di vaccata, proprio come ai vecchi tempi.

Restano da postare le foto che ho scattato stasera col telefono, che sono solo quattro e riguardano tre stanze, che la quarta non ha la lampadina e col telefono non si capiva se stavo fotografando una stanza vuota o l’interno della mia testa.

Prossimamente aggiungerò altre foto per documentare l’andamento dei lavori e le stanze ancora assenti, per il momento sentitevi liberi di suggerire colori e soluzioni, il cantiere è aperto!

 

our house in the middle of our street

 


centotre-e-tre n.8 E voi state ancora a Sanremo

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana

Cari viaggiatori delle musichine, ve la siete fatta passare la ciucca di Sanremo? Lo sapete che sono stato costretto a togliere dalla bacheca di facebook qualcosa come quaranta persone, che non ne potevo veramente più di informazioni in tempo reale sulle vicissitudini del festival, mannaggia a loro? A me non piace il festival, non ho neanche la televisione, l’ho regalata per non sapere niente del festival, non accendo neanche la radio in quei giorni, ma se devo anche chiudere il computer diventa difficilissimo!

Poi lo so che gli estimatori salteranno su a dire ma no, guarda che queste ultime edizioni non sono becere come quelle che ricordi tu, ci sono i cantanti bravi, gli ospitoni, e giù a fare nomi ed esempi, e io a scrollare la testa e dire ragazzi, davvero, non è il caso, e loro niente, che la canzonemononòta, e Gazzè, e quell’altra bravissima, e poi c’è sempre quello che giustifica il suo interesse dicendo che va bene, il festival fa cagare, ma nella categoria merda sul marciapiede è il prodotto migliore che ci sia e quindi va visto.

Sarà, io le merde sul marciapiede cerco di evitarle, per esempio domenica ho incontrato un gruppetto di casapau che volantinava e ho attraversato la strada, perciò chiudiamo lì la parentesi nazionalpopolare e torniamo alla rubrica di musica radical-chic che vi piace tanto da restare ad aspettare per settimane sperando che tornasse, pur sapendo che avrebbe tardato un po’.

Grazie, vi sono riconoscente per la pazienza dimostrata, anche se adesso che vi ho rivelato che non state più sulla mia bacheca di feisbuc magari fate gli offesi e mi snobbate.

Dove eravamo rimasti? L’ultima volta che ho scritto era dicembre, avevamo appena lasciato il Messico illegalmente insieme a El Chapo Guzman e avevamo raggiunto la Colombia sul pulmino dei Tucanes De Tijuana, annusando una strana polverina bianca che ci hanno giurato essere bicarbonato.

Gli effetti bizzarri del bicarbonato centroamericano (che poi la Colombia sarà centro o sud? Vabbè, cosa sto a cercare, tanto qualcuno che me lo dice lo trovo sicuro)

Scesi dal pullman ci siamo sentiti stranamente leggeri, che il bicarbonato di quei posti ti picchia in testa che è una meraviglia, e ci siamo infilati in una bettola di Bogotà, dove il gruppo che ci ha accompagnato doveva tenere un concerto.

La testa ci gira, forse è l’altitudine, forse qualche virus, pigliamo un’altra nasata di bicarbonato, che magari ci schiarisce le idee, ma le cose peggiorano ancora, e ci schiantiamo a un tavolino, dove ordiniamo una bibita.

Nel frattempo il gruppo attacca a suonare uno dei suoi pezzi forti, El Cholo, e dal tavolo accanto si alza uno con una camicia veramente orrenda, e grida una frase in spagnolo che non capite, perché quando c’era da iscriversi a un corso di lingua avete scelto il portoghese perché faceva più fico e poi fra un’insegnante di venticinque anni brasiliana col culo scolpito e una di cinquantacinque manchega coi baffi come Dalì non avete avuto dubbi.

Per fortuna che la voce narrante non ha problemi di traduzione e può venirvi incontro: il tizio con la camicia orrenda ha detto che “l’unico Cholo è El Cholo Valderrama!”.

Adesso vi spiego di chi si tratta.

Uno dei generi tradizionali di questa parte di mondo è il joropo, una specie di valzer suonato con strumenti a corda e, tuttalpiù maracas. Ochei, aspettate a cambiare pagina, vi giuro che è divertente! Pensate che in Colombia si tiene anche un festival, il Torneo Internacional del Joropo, che non potrà essere più brutto di Sanremo, via! Quantomeno sono sicuro che Mengoni non ci si è mai esibito.

Insomma, il leader indiscusso di questo genere si chiama Orlando “Cholo” Valderrama, ed è a lui che si riferisce il nostro amico al bar. È il suo cantante preferito, e una volta in un ristorante gli ha autografato il chicharron.

Senza la divisa di Bartolini ho stentato a riconoscerlo.

Nel 2008 il nostro Cholo si è pure portato a casa il prestigioso Grammy Latino, che è come quello più famoso, solo che i cantanti indossano la toga e il voto viene espresso mostrando il pollice in su o in giù. Chi vince è portato in corteo su una biga e lo sconfitto viene divorato dai leoni al Colosseo.

Tra i più famosi artisti premiati ricordiamo Christina Aguilera, Ricky Martin e la nostra Laura Pausini, premiata solo perché quell’anno erano finiti i leoni.

Faccio notare che spesso ci riferiamo al Centro e Sud America come a paesi sottosviluppati, ma intanto a casa loro Fabio Fazio in televisione non ce lo fanno andare.

E basta, che devo ancora scrivere la roba

Dai, la settimana prossima vi parlo di una vincitrice del Grammy Latino che non è Laura Pausini.

Per ora ascoltatevi un pezzo del Cholo, che non è quello che avevo scelto, perché su youtube non c’è, e neanche so dirvi se sia bello, che mentre scrivo sto ascoltando della musica vera, mica sta merda, figurati, appena partito il video si sente un muggito, ti pare che vado avanti? Sappiatemi dire se merita, ci vediamo la settimana prossima.


Quello che Punxsutawney Phil non riesce a vedere

Punxsutawney Phil può dire quello che gli pare, un inverno così mite non lo vivevo da anni. Sarà il discorso dei tedeschi che arrivano da Düsseldorf e vanno al mare a gennaio, ma oggi non l’ho seguita la diretta dalla città della marmotta (scusate la rima, non sono diventato improvvisamente un poeta, nei loro confronti mantengo la linea delle Storie di Ieri), l’unica storia interessante sul tizio che cerca la propria ombra l’ha scritta James Matthew Barrie un secolo fa.

Mi sono preparato un bel pranzo, invece, con primo e secondo e un bicchiere di bianco che tenevo in frigo, e ho ascoltato l’ultimo disco di Jamiroquai.

Perché ad un certo punto il freddo è solo freddo, ti metti un maglione più pesante e aspetti che passi. Credo sia quello il punto, aspettare che passi.

Il film della marmotta ci gioca con questo concetto, ti mostra un uomo cristallizzato in una realtà che non riesce ad accettare, ma dalla quale non riesce a tirarsi fuori in nessun modo. Per un po’ cerca di sfruttare la cosa a suo vantaggio, ma sono piaceri effimeri che non gli lasciano niente, per quante banche rapini e donne conquisti si ritrova sempre allo stesso punto la mattina dopo, da solo nel letto della sua camera d’albergo.

Quando non riesce più a sopportare la situazione prova ad uccidersi, ma la fuga non è mai la soluzione, i problemi bisogna affrontarli se si vuole ottenere qualcosa, così si lascia andare, investe su sé stesso: impara a scolpire il ghiaccio, a capire gli altri, a suonare il pianoforte. Diventa un uomo migliore, e alla fine la metamorfosi lo libera dalla gabbia in cui era finito e gli apre le porte al mondo. È una bella metafora del potere del tempo, della forza del cambiamento, e anche di certe situazioni che sto vivendo adesso, sospese come il paracadutista al primo salto, fra la voglia di buttarsi e la paura del vuoto.

Ho realizzato che il rancore non serve a niente, non fa che passare una mano di pittura verde acido su tutto quello che sta sotto, pensieri cattivi e bei ricordi, e li copre. Ma appena abbassi la guardia e smetti di masticarti la bile il dolore torna ad aggredirti e ti fa a pezzi, perché è sempre lì, come nuovo, ha ancora il cellophane.

Allora è meglio abbandonarsi e rassegnarsi al cambiamento, stare male quanto occorre, scoppiare a piangere mentre lavi i piatti, scendere fino in fondo, e quando lo raggiungi raccogliere un sasso, e conservarlo come portafortuna nella lenta risalita.

Ci vorrà del tempo, mi sveglierò mille volte con Sonny & Cher che cantano I got you babe, finirò coi piedi a mollo nella pozzanghera e dovrò sopportare le risate del venditore di assicurazioni, ma fa parte della sceneggiatura, gli ostacoli sono quelli che rendono il finale più gradevole.

Alla fine, nonostante tutto, avrò una casa mia, con una mensola in salotto, e un sasso su quella mensola, da prendere ogni tanto in mano e sorridere di tutto questo.

Buona festa della marmotta, Pablo.


Primo tentativo di aggiornare il blog senza apparire polemico e rancoroso

Ragazzi, io ci sto provando ad aggiornare il blog, davvero, ma ultimamente le cose che mi escono quando mi siedo davanti alla tastiera somigliano all’ultimo Die Hard, un casino di botti per coprire la tristezza che trapela dalle schioppettate, e non so voi a leggerlo, ma a me scrivere così fa cagare, e allora preferisco non scrivere proprio.

Fra l’altro avrei anche un lavoro da preparare per un amico, una specie di racconto corale in cui mi sono scelto il personaggio e mi sono fatto una mezza idea di dove andare a parare, poi ho iniziato a scrivere e la pagina bianca ha avuto la meglio.

L’avete mai notato il fascino che ha una pagina immacolata? Non importa se di carta o di pixel, quella superficie intatta come il campo da calcio dopo la neve ti mette soggezione se non sei abbastanza veloce e abbastanza sicuro di te da lasciarci subito una pedata e spezzare l’incantesimo.

Il campo da calcio secondo me ti frega anche senza la neve, quel verde che ferisce gli occhi è in grado di ipnotizzare le menti deboli, piglia questi poveretti e li annichilisce, fa dimenticare loro dove si trovano e cosa devono farci lì, e dev’essere così per forza, sennò non mi spiego metà della formazione del Genoa.

Comunque sono qui, tiro giù due righe per farvi sapere come va, e anche per togliere dalla vista quello sfogo polemico di prima, che poi arriva uno che gl’interessa sapere cosa scrivo, che ha letto il mio nome su internet (il mio nome gira un casino su internet, ce la battiamo io e un pittore argentino), capita qui e mi prende per un rancoroso mugugnone.

Cioè, lo sono davvero, soprattutto rancoroso, ho dei tempi biblici per superare certe cose, otto anni sono solo il tempo necessario a metabolizzare l’accaduto, poi devi farne passare altri nove minimo, e alla fine fai prima a metterci una pietra sopra, che se aspetti che mi passi finisce che la pietra vengono a metterla sopra a te. Di quelle con la data e la foto ovale, non so se hai presente.

Però insomma, son cose mie, non voglio tediarvi, e non riguardano neanche il tizio che arriva qui interessato da quel che ha letto di me nei fascicoli della questura, soprattutto nei suoi confronti ci tengo a fare bella figura, metti che poi passa il mio profilo alla troupe del tigicinque e quelli mi dipingono come un malato di mente e pure violento.

Questo ci tengo a precisarlo, non sono violento. Cioè, quasi mai. Prima della volta per cui la troupe del tigicinque verrà a cercarmi (e che riguarderà, voglio sperare, una banca, una macchina sportiva e un largo uso di armi automatiche) non ho mai picchiato nessuno, a parte un tizio che però finora non l’ho ancora picchiato, quindi neanche conta.

Capito, quindi, signor interessato a quel che scrivo? Né violento né rancoroso, non si faccia fregare da quel post qui sotto, redatto in un momento di grossa crisi per fortuna passata, che ce li abbiamo tutti i momenti così, non mi dica che a lei non è mai capitato di aprire la porta di casa una sera e trovarsi a guardare dentro una pupilla gigantesca, mentre una voce fuori campo ti introduce al nuovo episodio spiegandoti che esiste una particolare zona che.

Chiarito questo punto che mi premeva chiarire possiamo andare avanti tirando giù una specie di prossimamente su questi schermi, un piano d’azione che ovviamente non rispetterò.

Intanto vorrei riprendere centotre-e-tre, che mi sono arenato in Colombia, o in Messico, uno di quei posti che improvvisamente mi è passata la voglia di bazzicare, sarà che a me non mi ci hanno mai invitato in quei posti lì, e ci sono rimasto male. No, è che avevo pianificato tutto abbastanza bene, luoghi, nomi, agganci, poi ho fatto una deviazione che mi sembrava potesse starci e mi sono impantanato come al solito, e mi dispiace, perché in cantiere c’è la vecchia Europa, dove ho fretta di tornare per raccontare delle cose che mi piacciono di più, i locali in cui sono cresciuto, la fila ai cancelli del palasport, gli articoli di giornale del giorno dopo, il ritorno a piedi in stazione.

Io l’America Latina, in fondo, non la conosco proprio per niente.

E poi ci sarebbe una puntata redatta insieme a Zuccannella, che rappresenta il mio primo esperimento riuscito di scrittura collettiva. Dovrebbero uscirne altre due puntate, ma quella là si è messa a leggere i romanzi porni e non mi scrive più.

Sempre sulla questione scrittura c’è il grosso progettone segreto al quale però non riesco più a collaborare come vorrei perché ho una connessione internet.. posso dirlo? Del cazzo.

Sto usando una chiavetta di mio padre che ogni tanto funziona e ogni tanto no, che ha un credito potenzialmente illimitato, visto che posso caricarla quando mi pare, ma che mi concede solo alcune ore di navigazione alla settimana e poi, invece di pescare dal credito residuo, mi estrae un rene.

E questo mi porta all’altro aspetto complicato della mia vita, la casa.

Non credo occorra spiegarvi che non abito più dove stavo prima, quella vita è finita il giorno in cui mi sono svegliato e c’erano un sacco di tizi con la faccia piena di cerone e i vestiti colorati che mi saltavano intorno tirandosi torte in faccia e facendo smorfie.

Ho fatto su i miei stracci e mi sono trasferito, non senza mugugnare e rancorare, che ve l’ho detto come sono fatto, ma non ce l’ho ancora una casa tutta mia.

Fino al 24 febbraio sarò ospite da mio padre, tanto lui è a fare la bella vita in Asia. Mio padre è un agente segreto che indaga su casi pericolosissimi che potrebbero destabilizzare l’ordine mondiale, tipo le scie chimiche e le brocche di plastica col filtro. Generalmente sventa ogni caso spinoso in un paio di giorni, perché è proprio bravo, ma si fa pagare la trasferta per tutto il mese e passa il resto del tempo in spiaggia.

In teoria dovrei stare cercando una casa in affitto, in pratica l’ho già trovata, ma la ricerca della casa e le tappe che mi condurranno ad andarci a vivere dentro, e l’arredo, e le pulizie, e tutti i passi verso il luogo prediletto da Carite vorrei raccontarli in una rubrica nuova e pronta ad essere trascurata tanto quanto le vecchie, rubrica che per il momento non ha ancora un nome.

Mi piaceva Rinascita, come la più bella storia mai scritta di Daredevil, ma rischiava di sembrare polemico, e l’ho scartato, che io non sono polemico, sono rancoroso.

L’ho scartato a malincuore, perché sono innamorato di quel ciclo di storie e tutti dovrebbero leggerlo, anche Bagonghi.

Un altro nome affascinante è Argo Vaffanculo, che rappresenta lo sforzo per costruire una cosa destinata al fallimento, ma necessaria al conseguimento di un obiettivo più grande. Se avete visto il film sapete già di cosa parlo, se non l’avete visto vedetelo, se pensate che Ben Affleck sia un coglione siete ancora fermi al film su Daredevil (mioddìo) e dovreste guardarvi le produzioni successive (e poi strapparvi gli occhi e dimenticare di avere visto una simile porcata e poi andarvi a leggere Rinascita, che dovrebbero leggerlo tutti, anche Bozo). E comunque il coglione sono io, Quel Coglione Di Pablo è il mio nome d’arte sulle chat di facebook, dovevo sceglierne uno che restasse in testa e facesse simpatia, e Pol Pot era già preso.

Insomma, non lo so ancora come si chiamerà, né quando mi metterò a scrivere seriamente, già buttare giù questi pensieri sparsi mi è costato una certa, e il risultato è ancora quello che “magari questa non la pubblichiamo, eh?”, però poi mi sono detto che io adesso scrivo cose così oppure non scrivo niente, e se il blog è mio è anche giusto che ne parli, di come sono io, e per il momento sono così, stattene. Magari domani cambia, magari no e scrivere cose incazzate è il mio modus operandi, solo che io non userei mai termini orrendi come modus operandi, ma chi cazzo è che dice modus operandi, un detective della Sûreté ? Chi?

E poi ci sono già passato una volta attraverso questo ciclo di post incazzati e sottotitolati, e ne sono uscito, e ne sono uscito alla grande, e allora chissà che non debba passare proprio da qui la strada per uscirne di nuovo. Inoltre confidarsi con degli estranei dicono che funzioni, ci sarà pure qualcuno che mi legge che non conosco, a parte i miei soliti quattro amici, no?

E perlomeno io sono sincero.

 

- Senta, Renzi. Quella faccenda di scrivere senza apparire polemico e rancoroso, se la ricorda?
Si, certo. Ne abbiamo parlato ancora ieri. Mi ha detto che mi devo impegnare e l’ho fatto, no?
- Ecco, la prossima volta, magari, invece di impegnarsi si guardi un bel film.


Sporcarsi le mani

In questo limbo fuori dalla realtà in cui mi sono venuto ad esiliare, negli ultimi giorni di questo 2012 terremotato, ho avuto modo di riflettere sulla natura delle persone in un modo non sempre neutrale, e su come questa possa evolvere, o involvere, a seconda del lato in cui la si guarda.
Fuori dai miei denti digrignati la città si preparava a chiudere i conti con l’anno vecchio in maniera poco più sfarzosa, giusto qualche luce e un paio di buoni sentimenti in più. Si vede che sotto sotto anche lei nutriva la sua dose di rancore.
Non dobbiamo denigrarlo, il rancore. È dove raccogliamo le forze per sganciarci da quel passato che ci tiene la testa sott’acqua. Ci sono persone che non sanno cosa sia, e per darsi la spinta verso l’alto sono costrette ad appoggiarsi a chi trovano intorno, ma qualunque bagnino potrebbe dirti che è un comportamento pericoloso, per sé e per gli altri.
Il rancoroso no, va avanti abbattendo muri per non girarci intorno, rifiuta di ragionare, ma alla fine paga di persona, si salva o annega da solo.
La mia resa dei conti col 2012 si tiene in un piccolo appartamento molto affollato, dalle parti della Columbia University. Ci sono belgi, olandesi, francesi, un cinese senza mento e il sosia di George Lucas, che prova a raccontarmi della gioia di aspettare un figlio, e l’unica cosa che vorrei chiedergli è “ma che bisogno c’era di una seconda trilogia?”.
A mezzanotte saliamo sul tetto a brindare. C’è una luce che potrebbe essere pomeriggio, è straniante.
Mi domando dove sarò fra una settimana, un mese, il prossimo capodanno. La vita come la conoscevo è cambiata, non so ancora se in meglio o in peggio, ma per me il detto “anno nuovo vita nuova” è parecchio vero.
È curioso, ci sono persone che non amano i cambiamenti e ad un certo punto cambiano tutto, la casa, il modo di vivere, gli amici; poi ci sono altri che fanno del cambiamento la propria regola di vita, sono sempre a spostare cose, ma poi non cambiano mai davvero niente, e anche quando decidono di rivoltare il proprio mondo, ricominciare da capo, un’altra esistenza, stavolta davvero, tutto quello che fanno è mettere il proprio passato in un sacco e lasciarlo fuori dalla porta, aprire le finestre e continuare a vivere la vita di prima, uguale precisa.
È un po’ come pensare di cambiare il mondo mettendo un fiocco al proprio profilo facebook, quei piccoli gesti che ti fanno sentire a posto con la coscienza.
Ecco il mio consiglio del 2013 per voi, rivoluzionari da divano:
Il mondo se ne fa un cazzo di voi, se volete cambiare davvero le cose alzate il culo e datevi da fare. Ma sul serio. Cambiate casa, città, lavoro, mettetevi in discussione, ripartite da zero dove zero significa proprio non tenere niente. Nessuna soluzione di comodo, quando si va alla rivoluzione bisogna sporcarsi le mani, non si può pretendere che siano gli altri a farlo per noi.
In pratica il mio consiglio per questo 2013 è di cambiare vita, ma non quella di chi vi sta intorno, la vostra.


Pablo Renzi was here

L’ultimo giorno in casa arriva senza che te ne rendi conto. Un momento prima stai organizzando la partenza per le ferie, quello dopo ti rendi conto che non hai più nessun bisogno di tornare in quelle stanze, potrai venire a prendere le tue cose quando ti serviranno.

I gesti consueti si vestono di malinconia, anche quelli più odiosi, e l’ultima volta che pulisci la stufa è come un’unzione.

C’è ancora tempo per ritrovare l’abbraccio del tuo letto, ed è strano sentirti al sicuro in quel nido che ti conosce così bene, perché quando ti rialzerai un’ora più tardi, per sbrigare le ultime faccende, sarai tu lo sconosciuto ospite. Ti scappa un sospiro, le emozioni di cui sono intrise quelle lenzuola sono forse il ricordo più difficile da mettere via.

Scrolli le spalle e te ne vai senza voltarti, raccogli la valigia e te ne vai per la tua strada:
una volta che ti sei preso l’anima delle cose che hanno rappresentato la tua vita, ciò che ti lasci dietro è un cumulo di sabbia e oggetti senza alcun valore.

So cos’ha rappresentato per me ogni centimetro di quella casa, ogni pagina di ogni libro, ogni granello di polvere sul pavimento. Quelli non me li porterà via nessuno, mai più.


sbaracca

Peccato che non mi chiami Francesco, perché Francesco sbaracca sarebbe stato un titolo un casino evocativo, e almeno avrei avuto qualcosa da salvare, visto che il contenuto non sarà granché.

È che stavo qui a far venire l’ora di andare quando sento bussare alla porta e mi trovo davanti Mohamed col suo solito carico di borse e viaggi e confusione. Mi ha fatto piacere, era un anno che non lo vedevo e pensavo che non passasse più da queste parti. E invece eccotelo, si siede, spilucca un po’ d’uva, ma non ha voglia di discorsi, con me ne fa pochi, si vede che è più amico di Marzia che mio. Dopo due frasi di circostanza mi dice che non ha i soldi per l’affitto e che per favore di aiutarlo e comprargli qualcosa. Io vorrei anche dirgli che lo aiuto volentieri, ma che di comprargli roba ne ho per le balle, che ho pure un trasloco nell’immediato futuro, meno roba ho da buttare negli scatoloni meglio è, ma è una comunicazione a senso unico, le mie parole non riescono neanche ad avvicinarsi alle sue orecchie.

Non riuscendo a spiegargli che non c’è bisogno che tiri fuori niente da quei cazzo di borsoni mi rassegno a prendermi delle calze in lana di vetro, un paio di guanti così sintetici che sfrigolano anche senza toccarli e uno di quei berretti boomerang che appena li infili tornano indietro.
Quanto vuoi? Dammi cento euro. Ma te sei fuori! L’affitto! Te ne do cinquanta perché è un anno che non ti vedo e probabilmente non ti vedrò più. Ah no? Andate via? Solo io. Come? E moglia? Moglia resta qui, vado via solo io.

Lentamente il messaggio si fa strada nella sua mente nomade, e la sua espressione si fa più drammatica:
Vete litigatu? Nate più dacòr? No, non abbiamo litigato, si, andiamo d’accordo, ma me ne vado lo stesso.

Non mi ci vedo a spiegargli una situazione troppo complessa per quei quattro vocaboli che riusciamo a scambiarci, nè lui è il tipo da giri di parole, a quanto pare, perché si piglia su i soldi e se ne va senza tanti complimenti.

Ci rimango anche un po’ male e mi pento immediatamente di avergli lasciato un obolo così sostanzioso, ma è un attimo, mi fa piacere poter dare una mano a chi ne ha bisogno, e poi sono sicuro che non ci vedremo più.

A rifletterci sono tante le cose che immagino non farò più, perché legate a questa casa o alla persona che ci abita dentro. Un trasloco come quello che mi aspetta non sarà fatto solo di oggetti che cambiano di posto, ma di abitudini che si perdono per strada: uscirò di qui con un casino di roba, ma quella che entrerà nella casa nuova sarà pochissima.

È eccitante, a modo suo.


pipponi

La santa protettrice dei pipponi, ma non di quelli di cui parlo qui.

Lo so che dovrei mettermi a scrivere un altro episodio di centotre-e-tre ambientato in Colombia dove il protagonista si imbatte in una pattuglia di uomini armati in mezzo alla giungla e viene portato in catene e pieno di lividi presso una piantagione accanto a un aeroporto clandestino al cospetto di un boss della droga che gli chiede cosa ci faccia lì, e lui risponde cosa vuoi che risponda, che sta scrivendo una rubrica sulla musica e che questa settimana deve parlare di un cantante colombiano? Ovvio che non gli crederebbe nessuno, così si inventa una storia ispirata a un thriller che ha letto tanti anni fa e che chissà perché gli è appena tornato in mente, e gli dice di essere un agente speciale americano incaricato di stroncare il traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti, e ride convinto di aver detto chissà che genialata divertente, e adesso vedrai le risate che ci facciamo tutti insieme, e invece quelli gli puntano un tubo gelido nella nuca che dalle dimensioni potrebbe benissimo contenere dei proiettili, e lui pensa ma guarda te che permalosi, ed è l’ultimo pensiero che riesce a formulare all’interno della propria testa, che tutti i successivi li dovrà elaborare dal pavimento, dove è appena andato a sfrittellarsi il suo cervello.

Il santo protettore dei pipponi, ma non intendo neanche questi.

Purtroppo mi è successa una cosa che mi ha fatto passare per un po’ la voglia di scrivere di musica. Di scrivere in generale no, che da qualche giorno sono in sovrapproduzione, ma realizzo pipponi interessanti solo per il foglio di word, che anch’io quando li rileggo mi metto a sbadigliare, e non mi pare il caso di propinarli a chicchessia.

E allora perché li scrivi, si chiederà qualcuno. E già che parliamo di pipponi, perché ce la meni tutte le settimane con la rubrica di musica, che una volta è interessante, ma poi basta?

Perché, credetemi, e qui dovete immaginarmi con un cappello a punta e una lunga barba bianca, in piedi accanto a un caminetto, un anello in mano e la voce più grave che sappiate affibbiarmi, non vi piacerebbe leggere quello che la mia mente ha partorito fino a ieri. C’è violenza, fobie, ragni grossi così, e su tutto aleggia lo spirito di uno stregone maya che non fa che ripetere con voce chioccia “te l’avevo detto che anno bisesto..”.

Così adesso i grossi misteri che mi circondano sono diventati due, la novitona che vedrete che ridere e la tragedia apriamoci-le-vene-come-paginoni-centrali-di-riviste-per-soli-uomini, una suspan.. saspen.. suspen.. oh io non lo so scrivere e basta! Una roba che Damon Lindelof a confronto scrive delle sceneggiature di merda.

Vabbè, era per avvisarvi di non aspettarmi alzati, che probabilmente tarderò.


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