anonima tifosi part 1

Ero malato, e non potevo andare avanti così, la maledetta serata di Piacenza me l’aveva fatto capire fin troppo chiaramente. Il calcio è una bella cosa, ma essere tifosi deve rappresentare un divertimento, non una raffinata forma di tortura. Non puoi passare un intero anno a distruggerti il fegato ogni settimana perché undici individui che neanche conosci, cui non hai mai rivolto la parola in vita tua, si fanno prendere per il naso da altrettanti loro simili. Un anno, si, perché quando non si gioca per la classifica ci sono le amichevoli, ci sono le voci di mercato, quello che arriva che dovrebbe essere un campione ma ha già trentasette anni e un piede di plastica, quello che ha segnato ottanta gol, l’uomo di punta della squadra, che pare sarà venduto alla Real Pizzighettone Football Club, i debiti societari, il rischio di non essere ammessi al campionato successivo..
C’è sempre un’ottima ragione per soffrire come bestie, e non mi ha mica pagato nessuno, no? Anzi, di solito sono stato io a sborsare un mucchio di quattrini per seguire la squadra in trasferta, aggiudicarmi un biglietto per la gradinata, comprare magliette, preparare bandiere, striscioni di sei metri per due, vettovagliamenti e mezzi di trasporto. E quante volte ero tornato a casa felice? Troppo poche.

Qualunque squadra di calcio ha i suoi alti e bassi, certo, ma il Genoa ha sempre fatto conoscere ai propri tifosi una forma più raffinata di sofferenza, al punto che per non impazzire avevano dovuto sfoggiarla come una medaglia. La chiamavano “appartenenza”, usavano parole come “fede”, “amore”, se ne vantavano; dicevano che tifosi come loro, che possono piangere per quei colori e continuare a seguirli, non ce n’erano da nessuna parte.

Poveri coglioni.. e io ero uno di loro, mi veniva la pelle d’oca a riempirmi la bocca dei cori allo stadio, quando cantavo “Forza Vecchio Grifone” mi si inumidivano gli occhi. Poi, finita la partita, magari piangevo davvero, ma di rabbia.

Quell’anno la squadra si era addirittura superata nel manifestare il proprio sadismo: ci aveva illusi per tutto il girone di andata, la squadra dalla media migliore d’Europa, cinque gol a partita, la testa della classifica con otto punti di distacco dalle altre. Dopo dieci anni di serie B, a lottare per non retrocedere ancora, come facevamo noi poveri ingenui tifosi a non sperare che fosse la volta buona? Timidamente, sottovoce, qualcuno era arrivato a gennaio mormorando “taci che forse stavolta..”. non lo avevano lasciato finire, una foresta di corna si era levata al cielo, altrettante mani erano piombate a stringere sacchettini.
Troppo tardi. La squadra aveva subito un lento ma costante calo di rendimento, e si era arrivati alla penultima giornata di campionato, a Piacenza, a giocarci quel poco di sanità mentale che ancora conservavamo. Se vinceva quella partita la A era garantita, sennò si rischiavano i play off, e tutti sapevamo che i play off quella squadra non li avrebbe passati mai, neanche se gli avversari fossero scesi in campo sulla sedia a rotelle. Avevamo una possibilità sola, ed eravamo calati su Piacenza in quindicimila, ben decisi a non farcela sfuggire.

In realtà l’ultima di campionato era in casa, con l’ultima in classifica già retrocessa, anche meglio di giocare contro avversari in sedia a rotelle, ma credo che qualunque lettore a questo punto si sia fatto un’idea di quale connotazione avesse la nostra malattia. Ci rendeva facili alle iperbole, per mezzo campionato sognavamo lo scudetto, per l’altra metà eravamo terrorizzati dalla retrocessione, ma anche già avvezzi alle assurdità del Genoa Cricket & Football Club, perciò pronti ad aspettarci qualunque scoglio su cui sfasciare la nostra bella barchetta.

I biglietti si erano dissolti come le promesse alla ragazzina con le belle tette dopo che finalmente te l’ha data, un corteo di fortunati possessori dell’agognato tagliando sarebbero partiti nel pomeriggio in una chiassosa carovana. Altri duecento coraggiosi li avevano preceduti alla spicciolata, sperando di poter trovare qualche bagarino economico, un buco nella recinzione dello stadio, un miracolo, qualcosa..
Indovinate io di quale gruppo facevo parte.

Alle sei e mezza, grazie alla mia pazienza, a qualche soffiata dei soliti informati, e a un grosso colpo di culo che mi aveva fatto trovare davanti alla biglietteria al momento della vendita dei tagliandi rimasti, varcavo finalmente i cancelli del Garilli, una piccionaia in cemento e tubi innocenti che farebbe rabbrividire qualunque architetto. Le maglie rosse e blu coprivano la quasi totalità dei posti a sedere, l’unico settore rimasto libero era, paradossalmente, quello dei padroni di casa. Il colpo d’occhio leniva della fatica del viaggio, la speranza di poter celebrare il ritorno in serie A faceva il resto. Attesi l’inizio dell’incontro insieme agli altri quindicimila poveretti, facinorosi tatuati ovunque tranne sotto le unghie, che erano nere ugualmente per la scarsa igiene, famiglie in gita coi bambini e i panini nello zainetto, orgogliosi settantenni tenuti su solo dalla caparbietà di un sogno, che aspettavano solo di vedere il Genoa tornare in massima serie per sedersi lì e andarsene serenamente all’altro mondo.

Ora immaginate quindicimila persone allo stadio, un’infinità di altre incollate ai televisori al bar, in casa, o per le strade con la radiolina all’orecchio, tutti insieme, tutti vicini, pronti a liberare quella bestia con cui convivono da dieci maledetti interminabili anni. Immaginate quel senso di appartenenza di cui parlavo prima, un collante che tiene insieme le persone per i cuori come figli della stessa madre. Immaginate una squadra che si sta giocando la partita della vita e una che non riesce neanche più a racimolare spettatori da riempire una curva. Insomma, immaginate tutti gli ingredienti possibili per dare a questa favola il giusto lieto fine.
Adesso ricordatevi che stiamo parlando del Genoa.

L’illusione della promozione durò cinque minuti, il tempo necessario alla squadra avversaria per riportarsi in pari con una cannonata da quaranta metri, uno di quei tiri irripetibili che finiscono nei film commemorativi della squadra. Era il secondo gol, il primo gliel’aveva regalato un nostro difensore scivolando su una buccia di banana davanti alla propria porta. Poi erano arrivate due perle dei nostri, il sogno era diventato palpabile.
Sono sicuro che il giorno in cui morirò ci sarà un contabile ad aspettarmi di là, un signore anonimo in giacca grigia e occhialini tondi, avrà un registro aperto davanti e mi elencherà tutti i giorni che mi sono stati rubati da episodi del genere, grosse delusioni o spaventi. Mi elencherà quelli sottratti dalla mia squadra del cuore, e scoprirò con rammarico che se non fossi stato un tifoso genoano avrei vissuto una decina di anni in più.

Alla fine dell’incontro dovetti anche assistere all’increscioso episodio di un giocatore genoano che, stanco di farsi prendere a manate in faccia, atterrava l’avversario con un destro al volto, guadagnandosi una giornata di squalifica.
L’aspetto increscioso sta nel fatto che quella cartella avrebbe dovuto mollarla a Stellini, per colpa del quale mi aspettava un’altra settimana di calvario.

(continua?)

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