ordinati pensieri associativi

Se non avessi sbagliato pagina non mi sarei mai accorto dell’esistenza di certe voci che meritano più di un ascolto, visi che ridono incorniciati di nero, vecchi amici sorpresi a casa loro a commentare il nanocheride, tre parole incolonnate con cura. Abbastanza per aggiornare l’elenco dei contatti e sentirmi un pochino più importante.

Bene, che i colpi di spazzola all’ego son più gratificanti di quelli prima di andare a dormire, ma lo dico sulla fiducia, che io quei libri li evito, preferisco buttarmi sui miei preferiti, Hornby, Sepulveda, Pennac, Nori, su quelli che una volta sono stati preferiti e adesso non riesco più a leggere, De Carlo, Culicchia, Benni sebbene Saltatempo non sia entrato prepotentemente nella mia classifica dei cinque libri della vita solo perché non ce l’ho una classifica dei cinque libri della vita.
E non mi ricordo più quali sono i libri che amo, che hanno rappresentato qualcosa nella mia vita, che hanno segnato il mio cammino, che mi hanno fatto crescere commuovere guardarmi intorno ammazzarmidisbadigli fermarmi lì e non respirare neanche per non uscire più da quella sfera di irrealtà in cui sono stato trascinato.

È pazzesco come la memoria di un trentenne rincoglionito sia simile a quella di un ottantenne rincoglionito, sarà il rincoglionimento il vero collante generazionale?
È che non avendo spazio in casa mi tocca vivere separato dai miei libri, e finisco per ricordarmi solo di quelli che ho sul comodino, che se sono ancora lì è perché non li ho ancora finiti, e se non li ho ancora finiti è perché son belli pesanti o noiosi o brutti o lunghissimi o comunque non mi hanno catturato come speravo.

Cervantes mi stufa, devo leggerlo poco per volta, legatemi al palo e sputatemi addosso, quel libro di economia che mi ha regalato Fra è fermo a metà, mi ha sorpreso un colpo di sonno intorno a pagina centosettanta e non mi sono ancora risvegliato, il Cinquecentodelitti di cui mi hanno parlato scibèn continuo a conoscerlo come il Settedelitti, gli altri quattrocentonovantatre non sono ancora stati commessi, i due romanzi di Anselm il Formichiere sono passati direttamente dal negozio al mio scaffale alla scatola, sono bastati due capitoli.
Tutto questo per fare un aggancio con quella specie di catena che non mi è arrivata, se mi fosse arrivata l’avrei ignorata come faccio con le altre.

I miei lettori aumentano, alcuni sono vecchie conoscenze di liberodiscrivere convertiti alla bloggheria, passano di qua, lasciano un saluto e riprendono a dipanare il gomitolo di parole che tengono in tasca. Poi ci sono gli amici, gli amici degli amici, i passanti che si sono fermati e non se ne vanno più, quelli che mi mettono fra i contatti e non ho idea di chi siano, quelli che anche se non ci siamo mai visti ho capito come sono dietro gli occhi e mi piace così. Ma i lettori peggiori sono le ragazze permalose, quelle che leggono, si convincono di essere le protagoniste di questo o quell’altro discorso e mi scrivono incazzate, mi telefonano incazzate, mi incontrano per strada e tirano diritto sorridenti ma che dentro sai che sono incazzate. Questo naturalmente non l’ho scritto per tirare una frecciata a una delle mie lettrici, anche se lei si sarà già irritata. E se non l’ha fatto lei l’avrà fatto certamente lei. O lei, chissà, certe volte passa di qui anche lei. L’ho scritto perché nella mia infinita pazienza ho dato l’indirizzo del pablog a una collega veramente permalosa, da poco collegata alla madre di tutte le reti.
Ci sarà da ridere nei prossimi giorni.
Chi se ne frega, tanto il lavoro fa cagare sia che vado d’accordo con tutti sia che parlo da solo come il matto di Principe.
Fino a lunedì posso dimenticare chi sono loro e chi sono io quando sto con loro, i miei ricordi si basano su ciò che ho fatto da lunedì a venerdì dalle cinque in poi, e su quelli sintonizzo il mio umore.
Ecco, oggi è alto l’umore, dopo il concerto di cui ho scritto un paio di giorni fa ho potuto sfondarmi ancora un po’ le orecchie con della sana musica molto elettronica. Ochei, sarà un gruppo che piace ai ragazzini, e un paio di volte mi sono sentito come Gargamella in mezzo ai Puffi, però la maglietta dei Subsonica l’ho comprata lo stesso, e i pezzi che hanno fatto me li sono cantati tutti, certe volte caricandoli con una punta di sentimento sbagliato.

Se non fosse che è ora di cena andrei avanti per ore, ci sono un sacco di cose che non hanno ancora trovato una forma, ma forse è meglio interrompere, ho imparato bene che le parole senza filtro fanno più male delle sigarette.
E a certe cose non so ancora dare un nome.

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