questioni di famiglia

Che uno arriva a casa bello tranquillo, stanco come una colonia di tuareg cui abbiano rubato i cammelli in pieno deserto e costretti a trascinarsi la scorta di sale e datteri per chilometri, perché si sa che i tuareg di datteri ci vanno ghiotti, e il sale se lo mangiano a zollette per farsi venire più sete e godere di più quando trovano un’oasi e possono bere fino a farsi venire le rane nella pancia.
Le rane del deserto fanno gre gre in arabo.
Dicevo, uno torna a casa stanco ma felice, ben deciso a scrivere qualcosa di divertente sul pablog, parlare un po’ di referrers, che questo mese ne ha di pazzeschi, quelli che vengono a visitarlo sono sempre più estrosi, o estronzi, oppure parlare un po’ di Genoa, che vuoi la situazione in classifica, vuoi la tifoseria organizzata che dice sempre più cazzate e allora sarebbe meglio che si organizzasse un po’ meno, vuoi le ultime novità sul fronte giudiziario, ci sarebbe da riempire più di una pagina, o magari parlare un po’ di cinema, che pensavo quasi di aprire una rubrica specializzata, per abbandonarla dopo un po’ come acapistrani, che giuro non l’ho abbandonato, è solo in pausa di riflessione come due che si sono piantati ma lui non glielo vuol dire e le racconta la storia della pausa di riflessione e il giorno dopo lo vedi imboscato con una moretta dai capelli corti e due tette così che le fa come dal macellaio quando gli chiedono della lingua e lui risponde “ho fatto mezzo chilo, lascio?”, e intanto la mano sotto la maglietta le controlla le pulsazioni.
Intanto lei, la messainattesa, si strugge ma non si arrende, e pensa che certamente un periodo di distacco farà bene a entrambi, che da un po’ il loro rapporto si stava trascinando, e invece così lui capirà presto che senza di lei non è vita e tornerà indietro e le chiederà di sposarla e vivranno per tutta la vita felici e contenti in una bella casetta con tanti bambini intorno.
L’ho vista un paio di giorni fa in stazione, seduta su una panchina. Indossava un vestito rosso e parlava da sola.
Ma dicevo delle questioni di famiglia, che il post di oggi si chiama così.
Sono venuto a casa animato dalle migliori intenzioni, ho mangiato giusto un grissino per non farmi distrarre dalle esigenze pressanti dello stomaco, piuttosto viziato se volete il mio parere, ho salutato Emma e mi sono seduto al pici a mettere giù tutte le mie belle idee, che stasera me lo sentivo che era una di quelle serate creative.
E invece è arrivato mio padre.
E aveva una mano fasciata.
E lo sapevo che sarebbe successo, quando mi ha detto che andava nel bosco a tagliare un albero coi suoi amici e aveva intenzione di usare corda e imbragatura, che l’albero non è mica in un punto agevole, essì, a tagliare alberi così son buoni tutti, no macchè, il suo albero è l’unico che cresce orizzontale su una scarpata, ci avrei messo la mano sul fuoco che si faceva male.
Non gli ho detto niente quando mi ha chiesto dov’era la corda, ero certo che si sarebbe fatto male, ma mi sono limitato a “se vai sabato vengo anch’io e ti dò una mano”. Mica perché mi preoccupavo eh? Perché ero invidioso che mio padre si calava giù per una scarpata e tagliava un albero con pennacco e motosega appeso a una corda. Volevo farlo anch’io, a casa mia queste cose pericolose sono molto quotate, una volta imparato ad andare in bici senza rotelle si impara a pedalare alla rovescia, seduti sul manubrio.
Così stasera, quando è arrivato tutto fiero e mi ha mostrato la mano fasciata, ho scosso la testa e gli ho chiesto “quanti punti?”. E lui “un mucchio, ho perso un pezzo di pelle, arteria recisa, il tendine però non l’ho toccato. Il chirurgo mi ha detto che dovrei fare la plastica, mi toglierebbero un pezzetto di pelle dal culo e ce la metterebbero sopra. Gli ho risposto che il mio culo è bellissimo e non si tocca, che non lo voglio rovinare”. non è vero, del culo non gliene frega niente, ci tiene ad avere una bella cicatrice da mostrare agli amici.
“Sbagli a non farti la plastica”, gli ho risposto. “Ormai hai una certa età, chissà quando ti ricapita un’occasione così. Sono esperienze da provare, una volta nella vita”.
Poi mi ha raccontato che non c’è mica andato subito al pronto soccorso, prima ha cercato di medicarsi da solo coi cerotti, ma in casa c’era rimasta solo della cartaforno. Il medico del pronto soccorso gli ha fatto una scenata, e lui era tutto contento, si è fatto male ed è pure passato da incoscente di fronte a un medico, roba che non gli succedeva da quando è caduto da un pino facendo tarzan e si è rotto una scapola. Aveva già una moglie e un figlio di tre anni, che quel giorno ha imparato che per smettere di fare i coglioni c’è sempre tempo.
Se un giorno avrò un figlio gli comprerò una bici col manubrio largo e il sellino scomodissimo.

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