viva la revoluciòn!

Conobbi il Subcomandante una sera d’inverno, in un locale fumoso frequentato da rivoluzionari, ubriaconi e mentecatti. Nella prima categoria non ero mai riuscito a entrare, ma non mi lamentavo, due su tre è sempre un ottimo risultato.

Ero seduto al banco, a bere la versione mentecatta di un whisky da intenditori, una roba che sapeva di ciupaciupa e pancetta affumicata, prodotta in qualche distilleria clandestina di Orgosolo. Per rientrare anche nella categoria degli ubriaconi me n’ero già scolati due, e fu per questo che non mi meravigliai quando quello strano personaggio si avvicinò e mi disse, con voce sicura: “Tu sei Andrea”.

“Andrea è lui”, dissi indicando il mio compagno di bevute, che non c’era più da almeno un paio d’ore. Si era sentito male ed era stato ricoverato d’urgenza per una lavanda gastrica, ma non me n’ero ancora reso conto, Andrea era sempre stato un tipo molto silenzioso.

“Allora tu sei Pablo”, mi disse il Subcomandante senza battere ciglio. Abituato a frequentare subumani di ogni tipo, non si era scomposto di fronte alla mia obiezione, doveva aver visto ben altro. Seppi più tardi che era ubriaco come un cocomero al rum, e il mio amico Andrea l’aveva visto esattamente dove gliel’avevo indicato.

Interpellato a proposito, anche il mio amico Andrea giurò di essere stato esattamente dove io e il Subcomandante l’avevamo immaginato, cosa che gli procurò larga ammirazione nella compagnia.

“Si, sono Pablo”, ripetei mentre veniva raccontato l’aneddoto qui sopra. “E tu chi sei?”, replicai.

“Sono il Subcomandante Marzia, e questa subdonna qui accanto è la mia amica Patrizia”.

Mi resi conto in quel momento che c’era qualcuno con lui, fino ad allora l’avevo scambiata per uno sgabello. Era una ragazza di corporatura minuta, una subdonna, come l’aveva chiamata il mio nuovo amico, se non altro per la statura.

“Piacere”, le dissi, “Piacere”, mi rispose con una vociona baritonale. “Mi sembra giusto”, pensai, “essendo bassa non può che avere una voce da basso”.

Seppi durante la conversazione con i due strani personaggi che il Subcomandante aveva letto tutti i miei articoli di politica economica, da “La Politica Economica” a “Una Politica Economica”, fino al meno conosciuto “L’Economia, con l’apostrofo”, e che condivideva le mie teorie sulla suddivisione delle ricchezze del Paese fra i meno abbienti a partire da me. Anche lui, mi disse, si batteva per un mondo migliore, in cui tutti possano arrivare a guadagnare abbastanza e non debbano più chiedergli i soldi dell’affitto.

“Sogno un mondo in cui non ci siano più differenze fra le persone, in cui siano tutti uguali, un mondo in cui se ceno al ristorante e il cameriere mi chiede chi pagherà il conto io possa rispondere ‘chiunque!’. Per simboleggiare la mia lotta ho adottato un sistema originale”
“Giri col passamontagna sulla faccia?”, gli chiesi.
“No, con la carta d’identità scaduta. Il passamontagna è per nascondere l’herpes”.

Mi disse che nella sua battaglia c’era bisogno di gente come me, con degli ideali e tanta voglia di lottare. Mi resi conto che stava di nuovo parlando con Andrea.

“Ehi Subcomandante, io sono quell’altro!”
“Ah si, giusto. Ma anche tu puoi unirti, se vuoi. Hai degli ideali?”
“Beh, ho un abbonamento del Genoa”
“Grandioso! Un visionario! Proprio quello che ci serve, gente che crede ancora nell’utopia! Unisciti a noi, non te ne pentirai”

Fu così che mi aggregai alla lotta del Subcomandante ai potenti, ai corrotti, a coloro che tengono il mondo stretto nel loro pugno e lo spremono. Quella sera giurai che finché a pagare per l’avidità di pochi saranno i piccoli, i deboli, gli indifesi, finché ci sarà bisogno di rivoluzionari che si mettano controvento col loro pugno alzato, io lo sosterrò, darò il mio piccolo contributo alla sua causa, mi batterò al suo fianco perché l’ingiustizia venga punita.

Finora il mio impegno si è tradotto in:

Pagare metà dell’affitto, perché al mondo non siamo ancora tutti uguali, e finora il padrone di casa riesce a riconoscerci e a venirci a cercare se tardiamo;

Dare da mangiare al gatto, che non so se sia anche lui sposato alla causa, ma ha l’appetito di un drappello di patrioti dopo una settimana in prima linea, e molla delle sotte che sembrano mine antiuomo;

Lavare i piatti: secondo il Subcomandante i lavori umili rafforzano lo spirito, e lui dice di avere una specie di allergia al detersivo che non so bene;

Fare la spesa, ma non alla Coop, che ultimamente è troppo poco rivoluzionaria, e comunque costa un casino;

Scarrozzarlo in macchina a destra e sinistra, che prendere la patente significherebbe sottostare alle regole imposte da questa società massificatrice.

Non mi lamento, il cuoco del campo è un sudamericano ispirato, prepara piattini deliziosi e mentre spignatta canta le canzoni di Silvio Rodriguez. Però certe volte, quando mi allontano quatto quatto per farmi una partitella alla pleistescio, e il Subcomandante mi agguanta per un orecchio e mi ricorda che devo ancora rimettere a posto la spesa, mi domando se quella sera non mi sarebbe convenuto trovarmi in un’altra bettola di quart’ordine, e incontrare magari il Bianconiglio. Sono sicuro che col Cappellaio Matto ci saremmo passati delle serate straordinarie, e da quel che mi dicono Alice è una gran gnocca.

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