il concerto di Renatì

Lo so, non c’è bisogno di commenti sarcastici, ma ho scontato un fioretto: o così o d’ora in poi devo anche stirare, e di fronte a certi ricatti non si può che cedere.
E poi ho pensato che dai, Renato Zero non mi è antipatico, è eccentrico, ma in un modo gradevole. Per dire, anche Mughini si veste come un idiota, ma se mi attraversa a un semaforo scalo una marcia e gli passo sopra.
E poi un paio di canzoni vecchie mi piacciono pure, potrei addirittura divertirmi.
E poi anche i Dire Straits li ho visti a scatola chiusa, e dopo il concerto mi sono fatto registrare tutti i loro dischi, anzi, con tutta la pubblicità che ci faceva mio cugino ero arrivato a detestarli. Eppure..

Così ho accettato di andare a vedere Zero Movimento in mezzo a tutti i suoi sorcini, animato da un amichevole distacco e da una curiosità positiva.
I sorcini, loro mi incuriosivano parecchio. Mi immaginavo una massa di individui venuti fuori da una centrifuga di casalinghe ciccione, omosessuali di entrambi i sessi, sciantose consumate, insomma, personaggi da film di Carlo Verdone, gente de borgata.
Tipo il commissario Giraldi, con la moglie culobasso e il figlio che si chiama Rocky.

Non sono stato deluso, c’erano tutti, compreso un Enzo Paolo Turchi de noatri che limonava a frullino la sua sorciona taglia cinquantaquattro.
Ai concerti dei Cure ho visto personaggi molto più tristi.

Nel parterre di fronte al palco è stato riservato un settore ai disabili, ci passo davanti e scopro che una buona metà dei posti permettono una splendida visione del mixer e del banco delle magliette allestito accanto, ma se speri di vedere anche il concerto ti conviene riacquistare l’uso delle gambe.
Si vede che lì ci fanno sedere i ciechi.

Una voce ci richiama all’ordine. Dice una roba tipo:
“Al fine di preservare l’antico dono della memoria, si prega di non fare uso di flash, telefoni cellulari e apparecchi di registrazione. Il cuore è già abbastanza capiente”.
In un altro concerto sarebbe una voce anonima, a ricordarti in maniera ben più impersonale che è vietato riprodurre il concerto ai sensi della legge barabaus. Qui siamo al trionfo del trash.

E comincia il concerto, il palco riproduce un giradischi gigante, su cui una tizia, con dei capelli che neanche il subcomandante dopo un anno che non va dal parrucchiere, sventola la copertina di un vecchio ellepì di “Renato”. Lei sparisce sul retro, lui appare dalle scalette, il pubblico esplode, io assisto, il subcomandante fa un sorriso felice, io penso che in fondo ne valeva la pena, per vederla sorridere così.

Renatì si produce in tutte le mossette del suo vasto repertorio, e alla terza canzone si alza il sipario sulla band. Ci rimango male, c’è un percussionista che mi fa sperare in qualcosa di acustico, ma il suono della fisarmonica che si sentiva in sottofondo lo fa il tastierista, e ci butta dentro anche degli effetti tipo strada intasata di astronavi diesel con problemi allo scappamento.

Avviene più o meno nel momento in cui passo dall’amichevole distacco alla più tragica macinatura di palle. Ma posso farcela, me lo ripeto, e cerco dentro di me la forza per arrivare alla fine di quella che, canzone dopo canzone, diventa sempre più una prova della volontà.
Perché Renato Zero non conosce compromessi, o lo adori o ti fa cagare, e ieri sera ho scoperto con rammarico che non mi riesce proprio di adorarlo. E avevo anche il cellulare scarico, impossibile mettersi a giocare a tetris!

Fu così che il nostro eroe scese nella Valle Dell’Infinita Pacchianeria, affrontò il Demone Della Noia dalle centomila teste mesciate, sconfisse la Cicciona In Tuta Da Ginnastica Felpata, si purificò alla fonte del Baretto Dietro Il Guardaroba, e ritornò a camminare fra gli uomini, temprato nel corpo e nello spirito, elevato a un superiore grado di conoscenza come un personaggio di Final Fantasy, finalmente in grado di distinguere il bene dal male, e i concerti piacevoli dalle immense rotture di palle.

Adesso devo trovare un concerto da far sorbire al Subcomandante, ma non è facile, le sue orecchie possono assorbire qualunque porcheria e trovarla piacevole. D’altronde, se riesce ad ascoltare me a tempo pieno..

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