il matrimonio

Qui dovrei raccontare della giornata di domenica, il matrimonio, non accennare alla partita perché mi sono imposto di parlare di Genoa solo in apposita sede.. A proposito, da qualche giorno campeggia nella colonna di sinistra il banner del nuovo multiblog che abbiamo aperto con gli altri cazzari, dedicato alle sfighe della nostra squadra del cuore, l’abbiamo chiamato Nube Che Corre, nome che a più di un tifoso farà rizzare i peli.

Dovrei, dicevo, raccontare di domenica a Moneglia, cittadina che non conoscevo se non per i racconti di uno che ci andava con la sua ragazza che però non stavano insieme e infatti non si vedevano mai però si vedevano sempre, e che alla fine l’ha piantata però continuava a starci insieme. A me Moneglia ha sempre fatto venire in mente persone complicate, sarà per quello che arrivando mi ha preso l’ansia, oppure perché ci si arriva attraverso una serie di tunnel lunghi lunghi e stretti stretti e dietro di me c’era una che ascoltava a tutto volume Filcollins.

Poi non è che ho visto granché di Moneglia neanche dopo, giusto i Bagni Letizia dove ho preso il caffè scecherato prima della cerimonia e la sede della Croce Azzurra dove ho seguito la partita durante. Finite partita e matrimonio ci siamo rimessi in coda per raggiungere il ristorante, e di quello non ho da raccontare niente, quindi farò quel che ho fatto domenica, ascolterò la radio.

Ci sono i Gansenrosis che cantano Doncrai, che mi riporta di botto agli ultimi anni di scuola, è l’unaetrentacinquecirca come in una canzone di Capossela che però allora non ascoltavo, sono fuori dal portone del Firpo in Via San Vincenzo, quello con le palme davanti, a cui manca un pomo, lo so perché me lo sono fregato io il giorno che ho dato l’orale alla maturità. Sto aspettando qualcuno, escono tre ragazze di seconda, ricordo quella di mezzo perché era una delle più carine dell’istituto, e quel giorno cantava a squarciagola Donciucraaaiaaai tunaaaait, che era appena uscito il singolo e in giro non si sentiva altro, magari però cantato meglio, ma va detto che lei l’avrei baciata più volentieri che Acselros.

Nel frattempo siamo arrivati al ristorante a Molinetti, un buffet abbondante e variegato è distribuito per tutta la terrazza, c’è un simpatico cameriere che ti offre “la sua fetta di piadina al formaggio che mi aveva chiesto, signore”, che ti chiedi se abbia bevuto e la accetti per cortesia, ed è rovente e ti ustioni e lui intanto se la ride e ne offre a qualcun altro, e allora non hai bevuto sei un bastardo di cameriere di merda spero che ti venga il cagotto e ci siano tutti i bagni occupati e ti tocchi farla in un cespuglio e senza volere la faccia sul cane di un cliente che si metta a guaire e corra fuori tutto sporco di merda e tutti gli invitati ti scoprano con le braghe calate e ti ridano dietro come hai fatto tu con loro tranne la padrona del cane che da ridere avrà ben poco.

Alcuni bambini si preparano a una gara di tuffi nella vasca dei pesci rossi, i genitori tentano di distoglierli dall’insano proposito, e una tizia mi si avvicina: “Scommetto che non ti ricordi di me”.
“Certo che mi ricordo di te”, rispondo. Anche perché me lo chiede tutte le volte che mi incontra, e ogni volta non riesco a camuffare quell’intonazione particolare nella voce che sta a significare “Francamente speravo di non incontrarti ancora”. Come Highlander la mia mente fa un altro balzo all’indietro..
La compagnia più noiosa del mondo era composta da un paio di truzzi tutti macchina e discoteca, due ragazze iscritte a giurisprudenza che parlavano solo delle proprie scarpe, uno che aveva visto gli ottoottotre a Milano, qualche tinèger del quartiere e due tre più grandi di sesso indubbiamente femminile che rappresentavano la ragione principale per cui bazzicavo il loro bar. L’altra è che il gioco di Babbolbabbol andava con le monete da cinquanta invece che da duecento.
Qualche volta si aggiungeva il compagno di banco di quello bravo a cirulla, e la sua ragazza, che era quella che mi sta davanti. I due componevano una coppia straordinaria, lei era la versione femminile del Gabibbo sia per la forma che per il vocabolario, lui era pallido come un proteo, di cui esprimeva lo stesso sguardo acuto.

Non posso dire che sia stato a causa loro che finii per disertare il bar, ma certo rappresentavano un ottimo assaggio della vitalità che quel luogo trasmetteva: averceli di fronte era come guardare una pianta, nell’arco di un anno avresti potuto notare qualche piccolo cambiamento, ma sulla breve distanza era impossibile vederli muovere.

Torno alla realtà solo perché il ricordo è troppo noioso da sostenere, e trovo la Gabibba che mi sta raccontando proprio del suo ex fidanzato, da cui si è separata un lustro fa, con una rabbia come se fosse stata scaricata ieri. Non credevo che un uomo così scialbo potesse ispirare tanto rancore.
Decido che ne ho abbastanza, glisso e sparisso.

Del resto della serata ho solo vaghi ricordi, io con un negroni in mano che parlo con qualcuno, io con un altro negroni che parlo con qualcun altro, io da solo che parlo col terzo negroni. Dai racconti degli amici ho potuto ricostruire abbastanza da non voler ricordare il resto, e su questo ennesimo aneddoto autocelebrativo chiudo e vado a giocare a Pang.

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