money for nothing (and chicks for free)

Era un periodo in cui mi trovavo in serie difficoltà economiche, ero entrato con la macchina dentro un bar, e avevo dovuto pagare i danni al locale, all’auto e agli avventori che si erano versati il vino sui pantaloni.
Mi serviva del denaro al più presto, nessuno poteva prestarmelo, e la mia inettitudine non mi permetteva di inventarmi una seconda attività.
Ricorrere all’illegalità, anche per un breve periodo, era un’ipotesi allettante, ma fra la versione romantica e avventurosa che ti disegni in testa e la sua versione ben più squallida e difficile c’è un bel salto. Intanto non avevo idea di dove cominciare, le attività illegali non si trovano su Secondamano. E poi una volta trovato chi me ne fornisse una cos’avrei fatto? Sarei diventato un corriere della droga costretto a infilarsi ovetti di plastica nel culo? O avrei fatto il palo in qualche rapina, seduto in macchina a fingere di fumare, tipo Bombolo?
Decisamente il crimine non faceva per me.
Un manifesto affisso ai giardinetti di Busalla mi suggerì una via d’uscita facile, sicura e soprattutto legale.

pocker?Ecco cos’avrei fatto, mi sarei giocato una decina di euri, triplicando in poco tempo il capitale, e in un attimo avrei raggranellato i soldi per pagare ogni debito e tirarmi fuori dai casini.

Mi presentai alla sala appena inaugurata ripetendomi la regola d’oro che Tom Cruise insegnava a suo fratello demente in Rain Man, “Due se va bene, uno se va male”. Come Dustin Hoffman neanch’io riuscivo a tenere a memoria concetti più complicati di quello.

La sala era arredata diversamente da come me l’immaginavo, non ero mai stato al casinò, ma ero certo per averne visti molti al cinema che in nessuno i tavoli fossero coperti con tovaglie a quadri bianchi e rossi. Qualche vaso negli angoli, quadri di paesaggi alle pareti, personale in abito elegante ma non elegantissimo, sembrava una pizzeria che se la tira, più che un casinò di paese. Eppure il manifesto all’ingresso, come quelli esposti per tutta la valle, parlava chiaro, si annunciava l’inaugurazione di una sala da poker sportivo, non di una pizzeria megalomane.

Non avevo mai giocato a carte prima, se non a rubamazzo col mio compagno di banco alle elementari, e quel poco che sapevo del poker mi derivava dai videogiochi. Ignoravo la differenza fra la versione sportiva e quella da casinò, e poco sapevo delle differenze fra il Texas Hold’em e la versione a cinque carte, in genere perdevo a entrambe. Contavo però di impietosire il mio avversario, o il croupier, o entrambi, e farmi mollare una decina di euri sottobanco.

Mi avvicinai a una ragazza elegante che mi osservava da dietro a un tavolo. Era l’ex commessa di un bar sulla via principale dove ogni tanto andavo a prendere il caffè. Davanti a lei un foglio scritto a mano annunciava che lì avrei potuto cambiare il mio denaro con delle fiches. Le lasciai dieci euri veri e ricevetti in cambio delle banconote finte, più piccole, con scritto sopra facsimile, tipo quelle del monopoli. La ragazza elegante mi indicò il tavolo del poker riservato alle puntate più basse, e si rivolse al cliente successivo.

Al tavolo stava un’altra ragazza, la croupier. Questa la conoscevo di vista, sapevo che abitava in zona, ma ignoravo come si guadagnasse da vivere. Le dissi ciao in modo confidenziale, mi rispose con la stessa familiarità.
“Quante carte?”, mi chiese poi.
“Non saprei”, risposi, “che poker si gioca qui?”
“Quello con le carte!”, mi fece lei sorridendo. “Quante ne vuoi?”
“Boh.. cinque?”
“Una due tre quattro cinque”, mi mise giù le carte pescandole una per volta dal mazzo coperto. Non proprio come avevo visto al cinema. “E ora?”
Ero in difficoltà, mi aspettavo una cosa diversa, non certo di dover spiegare alla croupier un gioco che anch’io conoscevo appena.
Sbirciai le mie carte:  avevo una coppia di due. Gliela mostrai titubante, e quella me la strappò di mano. “Hai vinto!”, gridò, e mi mise in mano due riproduzioni di banconote da dieci. Avevo già raddoppiato il mio capitale!
Chiesi di giocare un’altra mano. Stavolta mi capitarono tutte carte diverse. Gliele mostrai deluso, ma la ragazza si mise a strillare ancora: “Hai vinto di nuovo! Incredibile!”.
“Ah, si?”
“Si! Tutte diverse! Quanto vale?”
“Non so.. più della coppia?”
“Eh! Almeno il triplo!”, e mi mise in mano l’equivalente di trenta euri.
Stavo cominciando a gasarmi, in un attimo avevo racimolato un gruzzolo niente male, e senza avere ancora puntato un centesimo. Non capivo cosa stesse succedendo, ma perdio, una volta che la fortuna girava a mio favore ne avrei approfittato a piene mani! Chiesi ancora carte. “Sempre cinque?” “Facciamo sette”. Fantastico, una coppia di quattro, un jack, una donna, e tre carte diverse, ma tutte e tre di fiori.
“Guarda, ho una coppia, una mezza famiglia e un colore incompleto. Credo che faccia un mucchio di soldi”.
“Altroché!”, fece lei, e si mise a pescare dal cassetto delle fiches.
“Facciamo così, siccome non credo che ti bastino, è una vincita altissima, dammi tutto il cassetto, e siamo a posto”.

Aveva già accettato, quando da un altro tavolo si avvicinò in fretta un tizio, il responsabile di sala.
“Cristina! Cosa ci fai qui? Ti ho detto di non stare ai tavoli, che non sei capace e mi fai dei casini! Torna al bar!”, e poi, rivolto a me “La scusi sa, ma non ha idea dei problemi che mi ha creato, ignora le regole e rifiuta di pagare le vincite, i clienti poi vengono a lamentarsi da me! A lei ha fatto qualche scherzo?”
Cosa potevo rispondergli?
“Eh guardi, avevo un colore, ma diceva che non c’erano carte uguali, e non mi voleva pagare..”
“Lo sapevo! Mi scusi, sono mortificato! Quanto ha puntato?”
“Eh, tutto quello che avevo.. Ottantacinque euri”.
“Perbacco! Allora vediamo, le vengono.. dunque.. la sua posta più quella di.. scusi, ma giocava da solo?”
“Eh gli altri sono andati via quando la signorina si è tenuta le vincite, hanno detto che sporgeranno denuncia.”

Il responsabile di sala era atterrito, non sapeva più come fare a metterci una pezza, già si vedeva coi ceppi alle caviglie a spaccare pietre in una qualche cava della Garfagnana.

“Ommioddio! Come farò?”

Era giunto il momento di raccogliere. Gli misi una mano sulla spalla, e con aria conciliante suggerii che mi sarei accontentato solo di una parte della vincita, dato che non sapevo con certezza a quanto ammontasse il piatto potevamo accordarci sul doppio della mia vincita, e in cambio non avrei detto niente a nessuno, si sarebbe risparmiato un sacco di pubblicità negativa.

Il responsabile di sala aveva le lacrime agli occhi, mi si buttò ai piedi, mi abbracciò, non la finiva più di ringraziarmi. Mi restituì 170 euri di fiches e volle aggiungere di persona una consumazione gratis al bar, ma a quel punto non mi interessava bere, volevo tagliare la corda prima che si accorgesse che gli avevo ripulito il banco. Le mie fiches ammontavano a qualcosa intorno ai duecentotrenta euri, non abbastanza per saldare tutti i debiti, ma per un quarto d’ora di cazzeggio erano proprio un mucchio di soldi!
Filai alla cassa e glieli misi tutti sul tavolo.
“Vorrei cambiare questi, per favore”, dissi sorridendo alla cassiera.
“Scusa, ma dev’esserci un equivoco”, mi rispose.
“Come? Che equivoco? Mi vengono almeno 230 euri!”
“No, vedi, questo è poker sportivo, i punti guadagnati non vengono trasformati in denaro, sarebbe gioco d’azzardo, il che è illegale”.
“Come illegale? E allora le macchinette dei bar? E le ucraine troie che ci passano le giornate davanti dilapidandosi la pensione?”
“Non so cosa dirti, io non posso darti soldi”.
“E allora cosa me ne faccio di tutta questa roba? Non mi spetta proprio niente?”
“Puoi convertirli in punti da spenderti al banco della lotteria, qui dietro. Vediamo, 230 euri corrispondono a.. 230 punti!”
“Nientemeno”, risposi senza entusiasmo, “E cosa ci prendo con 230 punti?”.

E’ che lo sapevo come funzionano le lotterie, c’è il banco pieno di roba col numero attaccato, biciclette, forni, telefoni cellulari, frigoriferi, ma alla fine il tuo premio viene sempre tirato fuori da una scatoletta in un angolo, e comprende sempre..

“Un pacchetto di fazzoletti, una confezione di mollette da bucato, degli elastici di varie misure, palloncini, una riproduzione di carretto siciliano in plastica, una bottiglietta di bolle di sapone, a scelta.”

Presi i fazzoletti. Uscito dal locale mi sedetti su una panchina. Era inverno, il freddo della sera mi congelava le mani. Strappai con difficoltà la plastica della confezione e appallottolai il primo fazzoletto. Era fatto di una carta molto morbida, non adatta a farne palline, una volta smesso di comprimerlo tendeva a riacquistare la forma originaria. Avrei dovuto inumidirlo.
Me lo infilai in bocca, schiacciandolo bene in fondo.
Una volta mangiato tutto ripetei l’operazione col successivo, e con quello dopo, e quello dopo ancora. Lentamente.

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7 responses to “money for nothing (and chicks for free)

  • hardla

    perché cazzo la gente spara decine di minchiate in post inutili, di solito scritti da me, e poi non sente la necessità di commentare questo?

    ‘fanculo. bravo.
    ma ora scrivine altri così, eh?

  • mudcrutch

    Io personalmente non l’ho commentato perché non avevo molto da aggiungere, anche se mi ha fatto piacere leggerlo.

    Il tuo blog (hardla) sembra un po’ la piazza del paese, tutti ci vanno per incontrarsi con gli amici e scambiare due chiacchere.
    Da un lato ti invidio perché ci sono davvero tanti amici, dall’altro scrivere post poetici, introspettivi seri, tristi, e poi vederli riempiti di commenti cazzoni che non c’entrano una fava talvolta può essere noioso.

  • FrySimpson

    Che dire…

    …mi piace la foto del poCker! :D

  • spassky

    Hardla: Ne ho scritto almeno un altro così, dove raccontavo di aver vinto il Nobel per la letteratura, e me l’ha commentato solo Fry Simpson:Grazie, per questo e per quello là.
    Crunchcrunch.. no.. Madmarch.. neanche.. vabbè:Grazie anche a te, e bello il post sui MCR. A domani sera, a tutti e tre.

  • mudcrutch

    spassky: grazie per i complimenti
    Il nick ho visto che è l’unica cosa che non è più possibile cambiare, altrimenti avrei messo: mckcjhshgsuwsjhshdx%$£&, perchè effettivamente noto che non tutti ricordano mudcrutch. A proposito devo chiedere a qualcuno cosa significa.

  • FrySimpson

    Mudcrutch:

    “mudcrutch” tutto intero non l’ho trovato

    mud vuo dire fango

    crutch vuol dire gruccia, stampella, appoggio

    boh… non mi pare venga fuori qualcosa di compiuto. O è un nonsense voluto, oppure devo cercare meglio fra le accezioni secondarie dei termini o in qualche dizionario gergale

  • FrySimpson

    Spassky:

    Prego, ma diamo a Secchin quel che è di Secchin: sono andato a riguardare, e quello del nobel te l’aveva commentato lui.

    Però era piaciuto anche a me!
    Ora rimedio ;)

E dimmelo dai, lo so che ci tieni!

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