eskimo

Amici. Cinque lettere che raccolgono una letteratura infinita, fatta di emozioni impossibili da raccogliere. Una parola breve, spesso sopravvalutata, che il giorno in cui ti siedi lì, davanti alla stufa, una sera di gennaio, stasera o fra vent’anni, e scorri all’indietro i fotogrammi della tua vita, ha un peso. Più di quell’altra parola di cinque lettere, su cui sono sorti movimenti poetici, e hanno cessato di muoversi poeti, quell’amore tante volte idealizzato che ha rovinato l’esistenza di un sacco di persone intelligenti.

E non parliamo di quell’altra parola, che lettere ne ha solo quattro, che da sola smuove eserciti e carri di buoi..

(Stasera splinder mi manda a capo con una riga intera di stacco, non so quanto riuscirò a sottostare ai capricci di un server tirannico senza decidere di fanculizzarlo ed emigrare altrove)

Restiamo sulla parola di cui sopra, che tenere i pensieri legati è già difficile di suo, senza bisogno che me li dirotti da solo. Dicevo che gli amici te li fai, li perdi, li ritrovi e li sostituisci un po’ come fai coi vestiti. Ma come quella vecchia maglietta che comprasti al concerto quindici anni fa, ce ne sono alcuni che indossi di rado, per non rovinarli, perché sono preziosi.

Ho la fortuna di poter chiamare amici molte persone, incontrate nel corso degli anni, una volta in cui si è creato quel legame particolare, scattato su un film che amavamo entrambi, o sull’essere stati investiti dallo stesso modello di camion quella sera là, quando tirava un vento che portava via le madonne e lei ci aveva detto che non era più il caso. Si è creata subito quell’aria viziata del salotto con le poltrone un po’ sfondate sotto il culo e la puzza di fumo, quando i discorsi vengono via facili che sembrano già scritti e l’orologio gira che non te ne accorgi, e siamo entrati a far parte dello stesso circolo, in cui abbiamo continuato a ritrovarci, a scoprire il gusto di cambiare argomento e continuare a trovarci d’accordo, fino a calzarci a vicenda come un paio di scarpe comode.

Però ci sono certi, che non te lo ricordi neanche più quando vi siete conosciuti, magari era un giorno dopo la scuola, che tua mamma e sua mamma si sono fermate per strada a parlare di chissà quali cazzi, e voi due, alti come i loro ginocchi, vi scrutavate torvi da dietro le gonne, o abitavate sulla stessa strada e uscivate a giocare, e l’altezza era sempre la stessa, sotto la cintura; ci sono certi che te lo ricordi la prima volta che vi siete conosciuti, eravate un po’ più alti, ma alla fine non è importante quando, ma quanto, quanto avete condiviso negli anni che separano il te stesso adulto e diciamo responsabile da quell’altro te che si innamorava della villeggiante con le lentiggini e andava a piangere sulla spalla dell’amico.

Ci sono amici e amici, pochi cazzi. Ci sono amici che vanno bene per una birra, ci sono amici che conosci tardi e ti porterai fino alla tomba, ce ne sono altri che perdi per strada che non hai neanche trent’anni, ma ci sono quei due, tre, che incrociano la tua vita nel momento in cui un amico in più fa la differenza, e non ti mollano mai. Puoi incontrarli una volta all’anno, possono abitare dall’altra parte del mondo, ma quando te li ritrovi seduti accanto il tempo si cancella, e la conversazione riprende esattamente da dove l’avevate lasciata, meraviglioso decoupage mnemonico, e siete gli stessi di sempre, e lo sarete sempre.

Ho la fortuna di avere molti amici, di poter tirare su il telefono e organizzare una serata splendida, di poter passare un mucchio di tempo a dire cazzate, fare progetti, condividere sensazioni, mi basta un telefono e un giorno che metta d’accordo tutti. E’ una consapevolezza che tante volte uno non ci pensa, ma non è mica da poco.

Stasera però mi mancano i miei amici, quegli amici là. Quelli che uscivamo tutte le sere e magari ci annoiavamo a girare da un pub all’altro senza trovare il posto che davvero ci appartenesse, e alla fine ci trovavamo alle due a casa mia a farci gli spaghetti e a vuotare una bottiglia di mio padre. Quelli che suonava il telefono e dall’altra parte c’era la crisi nera, e si prendeva e si andava e si passava la giornata a fare avanti e indietro per il paese, che magari pioveva pure, e ci si dicevano sempre le stesse cose, che solo con gli anni impari che l’unica risposta possibile è “Trovatene una furba” e tanto alcool. Quelli che non c’è locale che regga il confronto con la panchina del campetto. Quelli che stasera avrei voluto che non finisse mai, anche se lo so che il valore di un momento così sta proprio nella sua rarità.

A presto...ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta..

Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità…

Perchè a vent’ anni è tutto ancora intero, perchè a vent’ anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’ età,
oppure allora si era solo noi non c’ entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…

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probably the worst novelist in the world, supposing Federico Moccia was an alien. Vedi tutti gli articoli di grugef

9 responses to “eskimo

E dimmelo dai, lo so che ci tieni!

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