Diario portoghese 6 – Panorama atlantico

C’è questa passeggiata sul lungofiume che parte dal porto e arriva a quella spiaggia di cui sopra, è una bella strada larga, pianeggiante, con un sacco di panchine, scommetto che a percorrerla in primavera è anche piacevole. Sotto il sole d’agosto è una tortura, non c’è neanche un albero a farti ombra, arriviamo a metà che sudiamo come gli ultimi classificati alla maratona di New York, quelli che neanche la gioia di essere arrivati in fondo, quelli che puzzano e basta.

E la fame aumenta, così torniamo indietro e ci infiliamo in quella trattoria che abbiamo visto in mezzo al paese, quella che non sembra un posto da turisti, la Taberna do São Pedro.
In effetti turisti non ce n’è, ma il locale è pieno. Buon segno.

Ci sediamo in un angolo e la cameriera ci porta subito una bella insalata. Alle nostre spalle, fuori dal locale, due uomini si danno da fare intorno a un grosso barbecue su cui buttano a cuocere il pesce. È una cosa che noti in paese, tutti hanno un piccolo braciere fuori dalla porta dove mettono a cucinare le sarde, qui la pesca dà veramente da vivere a tutti.

Rispettiamo la tradizione locale e ordiniamo pescato alla griglia (anche perché non c’è altro): sardinhas per Marzia e calamari per me. Ed è l’epifania. Un pesce così buono non l’abbiamo mai mangiato, soprattutto mai a questo prezzo, tre euri e mezzo. Va bene, non è eviscerato, ma in Portogallo il pesce si serve così dappertutto, e ha un sapore di mare che ci fa pulire i piatti in un secondo e poi cercare la cameriera per il bis. Pigliamo anche un’orata in due, e il prezzo non cambia, alla fine di tre piatti di pesce, un antipasto, un’acqua e una bottiglia di vino spendiamo 24 euri, ed è il pranzo migliore della vacanza.

A questo punto non resta che andare a vedere quest’oceano di cui tutti parlano, no?

Dalla parte della passeggiata abbiamo già visto che è lunga e noiosa, la faremo nei prossimi giorni, quando avremo una macchina. Per il momento si può tornare al traghetto e proseguire nella direzione iniziale fino alla foce del Douro, saranno cinque minuti di autobus.

Il traghetto non c’è ancora, ma non siamo soli ad aspettarlo, c’è un tizio dall’aria alcolica con un grosso sacchetto pieno di sarde che ciondola nei paraggi. È sulla sessantina, la panza e il parlare trascinato raccontano molto su come ami spendere i suoi pomeriggi. Mi si avvicina e mi domanda un euro per attraversare il fiume, poi cerca di ricambiare donandomi il suo sacchetto pieno di pesce fresco. E cosa me ne faccio di due chili di sarde? Per un attimo sono tentato di accettare, poi alla fine no grazie, che non ho neanche un frigo dove metterle. Se ne va sbuffando verso il primo bar, e di lui non so altro.

Una volta sbarcati sulla riva opposta prendiamo un autobus fino alla spiaggia all’estuario del fiume.

Eccolo lì”, dico a Marzia, “L’oceano.”
E lei subito: “Il Pacifico è più bello!”
E allora vattene sul Pacifico!”
Non posso, non ho la patente e a quest’ora non ci sono treni!”

Le chiedo se vuole scendere a bagnarsi i piedi, ma dice che no, preferisce camminare sul molo e guardare i pescatori che sfidano le onde per procurarsi il cibo in una lotta impari contro la natura selvaggia.
Il primo che incontriamo ha piantato la canna nel muro e se ne sta allungato a prendere il sole.

Tira vento sul molo, tiene lontano il caldo opprimente dei pomeriggi portoghesi, che con tutte le piastrelle che stanno intorno a riflettere i raggi solari pare certe volte di stare in un microonde. Sarebbe da passarci il pomeriggio qui a guardare l’orizzonte, immaginando di veder spuntare qualcosa da quella distesa d’acqua. La Corsica, magari.

Retrocediamo lentamente verso la spiaggia, superando un capannello di uomini intenti ad osservare la sfida dell’anno fra Gei Ar col cappello di paglia e un anonimo portoghese, a briscola.

Superiamo il Jardim do Passeio Alegre, un parco in stile liberty dove fotografo l’orinatoio più bello che abbia mai visto (e ci si può immaginare la scena di un tizio con una macchina fotografica appostato all’uscita dei bagni pubblici), superiamo un sacco di barche con e senza pescatori al seguito, superiamo la zona vivace della passeggiata e finiamo in quella desolata e caldissima, niente più da fotografare, ci accasciamo sul marciapiede e aspettiamo o eletrico che ci porti indietro.

Sul Muro dos Bacalhoeiros, ai margini della Ribeira, ci concediamo una sosta presso un circolo di velisti o pescatori o giocatori di freccette, sinceramente non ricordo. Quello che ricordo bene invece è il cameriere, che mi ha fatto assaporare per la prima volta dal mio arrivo in terra lusitana il sapore acido dell’incomunicabilità.

IO – Cosa vuoi bere?
MARZIA – Qualcosa di analcolico, una bibita gassata magari.
IO – Uma cerveja e.. algo.. con gas?
CAMERIERE – Mgrrr?
MARZIA – Quella roba rossa che ho bevuto ieri al bar!
IO – Come si chiamava?
CAMERIERE – Mgrrr?? Raurr!
MARZIA – Non mi ricordo! Va bene anche un tè!
IO – Un tè!
CAMERIERE – Raurr! Groarr aruarr! Mrrr!
IO – Tè! Tea! Ice tea!
CAMERIERE – Raurgh!! Graaah!! Mgrraaa!! Roooaarrrr!!
IO – D
uas cervejas! Duas! Duas! Mamma mia!

Eppure da bambino immaginavo il mio incontro con un personaggio di Guerre Stellari come un momento di gioia! Ma forse non era Chewbacca pelato, doveva essere qualche comparsa della nuova trilogia.

Guida all’acquisto intelligente

Allora, cosa ci resta da vedere?”
Ci sarebbe..”
Cosa?”
Beh..”
Beh?”
Ecco..”
Un’altra chiesa? Ma tu sei malato!”
Ma è quella barocca! A te il barocco piace! Ti ricordi a Palermo?”
Come minimo ci sarà da pagare.”
E poi in questa dice Alessandro che ci sono i diorami sanguinolenti e le statue dell’orrore!”
Uff. Vabbè.”

Sette euri. No, dico. Che Marzia il diorama sanguinolento me lo voleva fare in faccia. Poi non è neanche il prezzo, fossero stati due era uguale, ti girano le balle pagare per entrare in chiesa, anche se hanno un bel dirti che ci restaurano, che ci mantengono, l’istituto cattolico ha delle entrate che manco la british petroleum, e inquina parecchio di più, e a me dargli dei soldi non mi va bene. E poi non sono due euri, sono sette, e con sette euri alla Taberna do São Pedro ci mangi un’orata e un piatto di calamari che sembra li abbiano tirati su dal mare direttamente sulla piastra, e ti danno pure tante patate bollite da farti venire la pellagra.
Comunque entriamo, che i soldi per l’arte son sempre ben spesi.

Ben spesi una bella merda!”, ribadisce ancora una volta la vocina della mia coscienza.

Ben spesi, poi, effettivamente una bella merda, che dentro a parte il diorama coi mori che fanno a fette quattro cinque martiri cristiani e un altro tizio con un albero che gli esce dalla pancia non è che ci sia ‘sta gran baroccheria da vedere, sebbene la guida ne parli come di un capolavoro di qui e di là, ma abbiamo già visto che la Santa non è da prendere proprio sempre alla lettera.

Con l’ultima chiesa dichiariamo terminata la visita della città. Lo sappiamo che ci sono ancora un mucchio di cose, musei, altre chiese, tutta la parte moderna, parchi, o Estádio do Dragão, che da quando ho scoperto che la squadra di calcio cittadina è stata fondata nel 1893 ne sono subito diventato tifoso, ma ce li terremo per la prossima visita, che tanto a Porto ci torniamo secco.

Andiamo invece a comprare il porto, che domani si va via col treno e si torna tardi, e dopodomani si va via con la macchina e si torna più, perciò o si piglia adesso o ce lo si piglia dove non si dice.
Torna giù alla Ribeira, arifai il ponte, percorri di nuovo il lungofiume di Gaia fin da Ramos Pinto. E trovalo chiuso. Nooo! Il dramma! E ora?

Marzia suggerisce di andare da Càlem, che è sempre indipendente e continua a darle quest’idea di giovane cantina rivoluzionaria che si ribella alle potenti multinazionali e perciò da sostenere, solo che lì c’è da fare la gita alle cantine e sembra obbligatoria, e non ne abbiamo per le balle. E poi ci devono essere i nostri amici in giro per bevute a scrocco, e lo sappiamo come va a finire, che ci incontriamo davanti a una distesa di bicchieri e bevi questo e assaggia quello e tu l’hai provato quest’altro e alla fine ci distruggiamo come e più che se fossimo andati da soli. No no, lascia perdere, chiediamo se si può comprare senza fare tutto il giro e stiamocene.

Da Càlem funziona così: appena entri ti implotonano in base al paese d’origine e ti fanno fare il giro dello stabilimento con una guida molto preparata. Prima ti fanno camminare per ore attraverso tunnel bui e umidi e pieni di pipistrelli, dicendoti che l’odore di muffa che senti sono le botti più antiche, quelle dove si conserva il vino più pregiato, e tu fai aaa e vorresti scattare una foto ricordo a quell’oscurità puzzolente, ma non te lo lasciano fare, che si rovina la stagionatura, ti dicono; in realtà stai camminando per una fogna dismessa sotto il Douro e l’odore che senti sono infiltrazioni vecchie di secoli e qualche topo morto da quarant’anni; una volta tornato alla luce ti portano in una stanza con un ritratto gigante di Nonno Càlem, il fondatore della cantina, un tizio coi baffoni e il cappello da contadino fotografato in piedi nella sua vigna mentre tiene in mano un rastrello. Nessuno ha mai usato rastrelli in una vigna, che se c’è uno strumento inutile in una vigna è un rastrello, ma la foto l’hanno scattata l’anno scorso e hanno pensato che faceva agricolo. Ti portano al cospetto di Nonno Càlem, dicevo, e c’è una che ti tiene fermo in piedi per un’ora e venticinque a raccontarti la storia della cantina, dal fondatore in avanti, in spagnolo. O in portoghese, se capisci lo spagnolo. O in olandese, se parli entrambe le lingue e mastichi anche un po’ di inglese. Pare che a una comitiva di giapponesi poliglotti, ferratissimi in tutte le lingue europee, abbiano propinato una spiegazione in un raro dialetto delle steppe caucasiche infilandoci in mezzo delle parole inventate sul momento.

Alla prova finale ci arrivano in pochi, in genere uno su sette otto: ti portano al negozio e finalmente ti fanno assaggiare il vino. Tutto. Ci sono ventiquattro qualità diverse di porto, più i vini da tavola per un totale approssimativo di novanta etichette, e te le fanno assaggiare tutte, una dopo l’altra, senza darti il tempo di respirare, ti strappano via il vuoto dalle mani e te ne danno uno pieno, e stanno lì e ti guardano severi finché non lo hai trangugiato, e fanno anche taptaptap col piede per metterti più a disagio. È la politica della cantina per evitare che il culto del vino venga rovinato dalle masse di turisti. Perché lo sanno che la maggior parte dei visitatori vuole solo bere del porto a scrocco e della visita alle botti e della fase di produzione non gliene frega niente, così loro estremizzano tutto, trasformano un’innocua gita scolastica in un percorso iniziatico per veri appassionati. Solo ai più degni sarà permesso di accedere al Sancta Sanctorum e accostare le labbra al Graal.
E a quelli che vogliono comprarsi una bottiglia, ovviamente, difatti a noi ci fanno passare dalla porta sul retro e in un attimo ci troviamo davanti alle casse, con un impiegato gentile che ci domanda cosa ci interessa.

L’idea sarebbe di prendere quel dieci anni che abbiamo assaggiato da Ramos Pinto, ma a scatola chiusa non si prende niente, che già ci hanno infinocchiato quelli dell’ostello di Lisbona che ci hanno fatto pagare in anticipo tutte le notti a venire, stavolta chiediamo di assaggiarlo.
Ci portano al bar e una signorina che ha già versato tanto vino da farsi venire il gomito del tennista beone ci porge due calici di Càlem dieci anni.

Secondo te com’è?”
Secondo te?”
L’ho chiesto prima io.”
Te lo devo proprio dire?”
Dai.”
E’ una merda.”
Già.”
E adesso come facciamo? Non possiamo uscire senza comprare niente, e se ci obbligano a fare il giro punitivo che dura il doppio di quello normale e comprende anche l’interrogazione alla fine?”
Prendiamone una bottiglia piccola, alla fine la sbolognamo a qualcuno.”
Ochei dai. Poverini però.”
Chi, Càlem?”
No, quelli che gli regaliamo la bottiglia.”

Ce la caviamo con un’elegante confezione mignon che la imbelinerei nel fiume appena usciti, a pensare che quello di Ramos Pinto è ormai inarrivabile, chiuso dietro una solida cancellata.
Però la città è piena di bottiglierie! Potremmo comprarcelo in un negozio!
Marzia applaude alla mia idea, e animati da nuovo spirito ci arrampichiamo per l’ennesima volta su per la salita verso la stazione di São Bento, che c’è da vedere un po’ a che ora partire domani.

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