la settimana enigmistica: cambio di oggetto.

Funziona così: si prende una scena di un film e si sostituisce un elemento importante della storia con un altro, cambiando completamente il contesto, ma cercando di matenere la struttura il più possibile fedele all’originale.

Per esempio, ecco una scena che conosciamo tutti:

Ora, che succederebbe se invece del bicchiere volasse una teiera, come è stato suggerito nei commenti di un gruppo che ho iniziato a frequentare e che poi magari vi racconto?

La teiera

Il carrello avanzava piano sulle piastrelle che odoravano di lisoform, seguito da una manciata di occhi attenti. Nella grande sala non si udiva alcun rumore, tranne il respiro affannoso di qualche ospite più malandato degli altri, o lo scricchiolio di una sedia: alle cinque tutto si fermava, i giocatori di carte riponevano il mazzo, la televisione veniva spenta, l’uomo al tavolino riponeva le parole crociate, e tutti si mettevano a fissare la porta a molla che conduceva alla cucina, in attesa dell’infermiera.
Era l’ora del tè, un rito celebrato con la solennità di una messa per gli ospiti della casa di riposo Villa Ebe; forse perché oramai, persi i parenti e gli amici, non avevano più nient’altro da aspettare che quello, nell’amara quotidianità in cui si era trasformata la loro esistenza, il tè delle cinque era l’ultima parentesi di dolcezza. Fosse stato anche saccarosio.

La giovane in divisa avanzava con la schiena rigida, intimorita dagli sguardi che sentiva addosso. Era stata assunta da poco, non aveva ancora acquisito la disinvoltura delle sue colleghe, e spingeva il portavivande con piccoli movimenti nervosi, facendo tintinnare il servizio in porcellana ikea.
Si fermava accanto ai tavoli, versava il tè e deponeva la tazzina sul tavolo di formica con movimenti rapidi. Qualcuno chiedeva un velo di latte, qualche goccia di limone, e l’infermiera cercava di accontentarli mantenendosi a distanza, come per timore che la persona che le sedeva davanti potesse infettarla con la sua vecchiaia.
Quando giunse al tavolo della signora McMurphy, una donnina magra e tremante a causa di una lunga malattia, i suoi gesti si fecero ancora più goffi nel tentativo di accelerare quella pratica penosa, e forse fu quello a causare l’incidente.
La signora McMurphy allungò il braccio in avanti, schiaffeggiò la teiera che la ragazza teneva in mano e la mandò a frantumarsi sul pavimento.
AAAAAH!!! Fecero tutti gli ospiti in coro, soprattutto quelli che ancora aspettavano di essere serviti.
AAAAAH!!! Fece l’infermiera, scioccata.
AAAAAH!!! AAAAAAH!!! Fece la signora McMurphy che si era trovata improvvisamente inondata di acqua bollente.

La porta della cucina si aprì di scatto e fece il suo ingresso la capo infermiera, signorina Ratched, una corpulenta bionda sui sessanta/ottanta, dove solo i primi sono da considerarsi anni.
Dotata di una forza micidiale e metodi brutali, acquisiti in una lunga corvèe presso la base militare di Daychopan, fra le impervie rocce afghane, la capo-infermiera era il terrore dell’istituto.
Qualcuno dei più longevi ricordava ancora di un episodio finito in tragedia, diversi anni prima: un ospite dei più difficili, un mezzo indiano sordomuto, aveva subìto un brutto trattamento per essersi rifiutato di terminare il riso bollito. Umiliato e desideroso di vendetta l’aveva seguita in bagno, dove aveva tentato di strangolarla; la donna era riuscita a liberarsi dalla sua presa, poi aveva scardinato un lavandino usando solo le mani e gliel’aveva tirato addosso, uccidendolo sul colpo. Non c’erano state conseguenze legali, la vittima non aveva parenti e la direzione era riuscita a far passare l’accaduto come un incidente, ma da allora nessuno osava neanche fiatare quando lei era nei paraggi.

“Che sta succedendo?”, echeggiò nella sala, di colpo muta come un relitto sulla spiaggia.
Le bastò un’occhiata per capire tutta la storia, ma le giornate a Villa Ebe erano talmente noiose che non le sembrava vero di potersi divertire un po’.
“Nessuno esce di qui finché non scopriamo chi è stato!”

L’infermiera giovane era ai suoi primi giorni di lavoro, e la sua superiore non l’aveva incontrata che al colloquio di assunzion;, ignorava le storie su di lei ed era convinta di dover rispondere soltanto alla direttrice, per questo la sua risposta fu più sgarbata di quanto la signorina Ratched fosse disposta a tollerare.

“Chi cazzo sei tu?”
“Siii!!”, esclamò il donnone, e mollò una testata in faccia alla collega, poi un calcio alla signora McMurphy, che oltre ad essere stata inondata di acqua bollente si trovò stesa sul pavimento con una costola incrinata, e pensò che ne aveva avuto abbastanza di quella vita di merda, e spirò. Gli altri vecchietti si alzarono tutti in piedi in un’imitazione piuttosto fedele degli ominidi davanti al monolito nero di un vecchio film di fantascienza, e cominciarono a protestare che non se ne poteva più di quei modi brutali, e che a loro il tè non era ancora stato servito e la signora McMurphy ne aveva ricevuto più di tutti gli altri, e si strinsero in cerchio intorno alla capo-infermiera, che non godeva più tanto, a vedersi circondata da quell’orda di vivi morenti, e cominciava a chiedersi come tirarsene fuori. Quando il primo piattino la colpì alla tempia con una forza che non si sarebbe aspettata da quei corpi decrepiti smise anche di sorridere.

Il bouquet

“Guardala! Pare ‘na zoccola!”
“Magda!”
“Che? E guardala! Che è, un vestito quello? Tutto trasparente! E la gonna? Che, non aveva i soldi per comprarla?”
“Abbassa la voce, sei in chiesa!”
“Eh! Proprio! In chiesa! E che si va vestiti così in chiesa? Con tutte le tette di fuori? Scommetto che al prete gli è venuto duro!”
“Magda!”
“Che? Ai preti non gli viene?”
“Piantala con ‘sti discorsi! Stai parlando di tua nuora, insomma!”
“Ah che allegria, proprio!”
“Sst! Stanno dicendo quella cosa del giuramento!”
“Ma la senti? Con questo anello ti spuoso! Ti spuoso, dice! Vent’anni che sta in Italia e manco a parlare ha imparato!”
“Oh, ebbasta! È a tuo figlio che deve piacere, mica a te! E se non sa parlare si vede che è brava in altre cose.”
“E lo so io in cosa è brava, quella!”
“E la finisci! Ti ha pure sentito la madre della sposa, ma che figura!”
“Be? E che si guardi! Se guardava di più quella zoccola che c’ha per figlia adesso non eravamo qui a fare ‘sto teatro!”
“Appunto, un teatro stai facendo! Statti zitta, che tira il bouquet!”
“Ah!”
“Occazzo! Ti ha fatto male?”
“…”
“Magda?”
“..va bene. Va bene! Mi sono presa dei fiori in faccia, va bene! Adesso non se ne va nessuno finché non viene fuori chi è stato a presentare a mio figlio ‘sta zoccola, va bene?”
“ты ранен?”
“Sii!”

“Passiamo alle notizie di cronaca. Un matrimonio è terminato in rissa, ieri, presso la chiesa di Nostra Signora Delle Anime Addolorate Crocifisse, quando la madre dello sposo ha ricevuto in faccia il bouquet lanciato dalla nuora. A farne le spese è stato il padre di lei, avvicinatosi per prestarle soccorso, e rimediando invece un calcio ai genitali.
Non parlo la loro lingua, credevo mi stesse insultando. – si è giustificata in seguito la donna.
Il gesto violento ha scatenato la reazione dei parenti, e in breve si è accesa una rissa che ha coinvolto tutti i presenti all’interno dell’edificio, compreso il parroco, due suore e tutti i chierichetti.
Solo l’intervento delle forze dell’ordine ha potuto riportare la calma, lasciando sul terreno diversi contusi che hanno dovuto essere medicati al pronto soccorso, e naturalmente il matrimonio appena nato, la cui rottura sembra irrimediabile.”

Niente

Due eserciti schierati si studiano in silenzio. Da una parte ci sono soldati con elmi e armature, stemmi che campeggiano sugli scudi lucidi; dall’altra i ranghi sono meno serrati, spuntano pietre e pezzi di legno, le bandiere sono brandelli di stoffa, ma nessuno prova vergogna a farle sventolare sopra la testa. Disciplina e rabbia si confrontano, separati solo da pochi centimetri di asfalto, se qualcuno allungasse una mano potrebbe appoggiarla sulla spalla dell’avversario, ma nessuno lo fa. Ci sono state scaramucce fino a ieri, ma stamattina nessuno si muove. Hanno gridato, impartito ordini, cadenzato canti di guerra, ma adesso nessuno fiata. Stanno aspettando, sanno che se ci sarà battaglia sarà l’ultima. È finito il tempo delle minacce e delle provocazioni, questo è il giorno in cui si decide il destino degli uomini su quel terreno, e alla fine della giornata qualcuno dovrà andarsene con le buone o pagarne le conseguenze.
L’estate picchia sulle teste dei soldati, quelli che indossano un elmetto si sentono come dentro una stufa, e magari è questo che scalda i pensieri di qualcuno, l’idea che in una bella giornata così non bisognerebbe combattere, che non esiste nessuna ragione sufficiente a farti stare fermo in mezzo a una strada intabarrato in una divisa antisommossa perché qualche figlio di nessuno si è messo in testa di giocare all’idealista. Idealista di cosa, se poi sei il primo a sfruttare gli altri perché non hai voglia di cercarti un lavoro, e domani tornerai sul marciapiede a chiedere l’elemosina per te e per il tuo cazzo di cane.
Sul fronte opposto la pelle resa scura dal sole è lucida di sudore, e l’aria sopra quell’esercito senza armi odora di cipolla e di resina, e si, anche di ideali, che si schiantano contro gli scudi trasparenti di questi servi del potere. Ma non oggi, oggi vinceremo noi poveri, noi onesti, noi il popolo libero degli edifici occupati. Spaccheremo quelle teste dentro i caschi, gli faremo ingoiare tutte le minacce e le cariche ingiustificate e i morti ammazzati da nessuno.

Un grido esplode fra le prime linee, una divisa si affloscia. Il rumore che si propaga in cerchi sempre più ampi è il suono che fa l’odio, e si allarga e cresce in grida che diventano gesti che diventano mani che sollevano armi..

“Va bene! Si è preso una sassata! Adesso di qui non se ne va nessuno finché non viene fuori chi è stato!”
“Ma che cazzo dici! Non si è preso proprio un cazzo di niente, fa solo finta!”
“ssii”

..che si abbattono.

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