alla maniera di Jacques Brel

Ieri stavo seduto in un teatro caldissimo, saranno stati ottanta gradi, mi sudava la maglietta, e quando me la sono tolta ha continuato a sudare per un’altra ora, ma nel frattempo l’aria condizionata mi ha fatto venire la pleurite. Ho assistito a uno spettacolo in lingua spagnola, e io lo spagnolo non lo capisco, avrebbe potuto essere giapponese per quel che ne so, ma  in sala c’era una ragazza che tutte le volte che la guardo non capisco più neanche l’italiano, non faceva nessuna differenza.

Per sbirciare il suo profilo di nascosto mi sorbirei l’autore più noioso del mondo seduto su un formicaio, ma non è facile, che lei non lo porta molto in giro il suo profilo, sta sempre di tre quarti e se la fisso se ne accorge e mi chiede cosa voglio, e cosa vuoi che ti risponda, voglio poterti fissare in pace senza sentirmi fuori posto, e smettere di fissarti senza dovermi chiedere se ci sarai quando mi volterò di nuovo. Insomma, avevo bisogno di una scusa per vederla, così ho chiesto all’autore più noioso del mondo di sedersi su un formicaio, ma stava preparando Dress Comedy e non aveva tempo da dedicarmi.

E chi ha bisogno di autori noiosi quando si ha un talento come il mio, che una volta sono andato al cinema a vedere un film di Cronenberg e a metà del primo tempo gli attori hanno piantato lì perché gli era venuto sonno a guardarmi? Ho messo su Ne Me Quitte Pas per prendere ispirazione e le ho scritto una lettera che la convincesse a dedicarmi un po’ del suo tempo.

Le ho raccontato che ieri sera, quando il tizio grande e grosso ha attaccato a sbraitare dal palco e lei ha sgranato gli occhi per la sorpresa, io ho messo cinquecentolire nella cassetta delle offerte, perché i suoi occhi spalancati sono come una candela accesa nella penombra dell’altare; e quando la coppia di attori ha attaccato quel lunghissimo dialogo lento e monotono dove si capiva una parola ogni venti ho apprezzato il lento dondolìo del suo capo, che mi ricordava il vecchio bastimento che condusse i miei avi alla loro nuova casa, tanti e tanti anni fa, e ancora risuonano in me le parole che il mio trisavolo pronunciò appena mise il piede su quella terra straniera, che ancora custodisce le sue povere ossa: “Belin ma fino a Ronco in barca? Non ce n’era corriere? Mi è tornato su il polpettone!”.

E quando si è addormentata e la testa è scivolata indietro, la bocca aperta, e ha incominciato a emettere i medesimi suoni gorgoglianti del trattore di mio nonno quando s’ingolfava, e ancora, quando finalmente il motore è partito e il suo rombo possente ha echeggiato in quella piccola sala, e anche gli attori si sono fermati e hanno esclamato “que pasa!”, non ho potuto trattenere un gemito di tenerezza, e avrei voluto sollevarle la testa e guidare il suo sonno verso acque meno turbolente, oppure addormentarmi anch’io accanto a lei, fanculo agli attori incomprensibili.

Ma i gesti di tenerezza non sono ammessi nel nostro rapporto così freddo e cerebrale, e per quanti sforzi faccia non riesco mai a saltare al di là della sua affettuosa amicizia.
Ride quando le dico che mi sto allenando ogni giorno per riuscirci, ride meno quando mi presento in pantaloncini da atletica stile Montréal ’76 e al piccolo trotto le prendo la rincorsa sulle caviglie.

La prima volta che l’ho vista sorridere me lo sono segnato sul calendario alla voce Miracoli, quel giorno ho battezzato il mio cuore Lazzaro, e poi gli ho detto “adesso sono cazzi tuoi”, e così è stato: ho addestrato tirannosauri a battere le mani, e ho attraversato il mare fino a un’isola sconosciuta e l’ho disseminata di bigliettini che componevano una mappa con una X, e sotto la X ho scavato un buco e ci ho nascosto uno scrigno, e dentro lo scrigno ho messo una scatolina che custodiva la cosa più preziosa che avevo, e quando ha raggiunto l’isola e unito i bigliettini e trovato la X e dissepolto lo scrigno e aperta la scatolina ha trovato uno specchio, e credo abbia capito, perché mi ha regalato un altro giorno da segnare sul calendario.

E adesso siamo qui, io e Jacques Brel, a chiederci come fare a convincerla a uscire con me.

“Dai Jacques, scrivile una canzone!”
“Non scrivo più dal 1978”
“Ma che palle voi artisti! Una volta che morite non fate più un cazzo! Almeno suggeriscimi qualcosa da dirle che la convinca!”
“Ma che ne so, parla del suo aspetto! È carina?”
“È bellissima, Jacques.. È la ragione per cui hai scritto La Valse À Mille Temps!”
“Ah si? Dovevo essermelo dimenticato.. Ma dimmi, le hai fatto sentire la canzone?”
“Si, ma non le è piaciuta, dice che preferisce Juliette Greco.”
“Lasciala! Non è la donna per te!”
“Ma come faccio a lasciarla se non stiamo neanche insieme!”
Allora Jacques Brel si è offerto di aiutarmi a conquistarla, così la potrò lasciare.

Per prima cosa ingaggerò un quartetto mariachi che le canti una serenata caciarona sotto la finestra. I messicani col sombrero sono perfetti per convogliare le lamentele dei vicini verso la tizia sudamericana che sta al quinto piano: nel frattempo la mia amata potrà godersi la dedica e uscire la mattina senza morire di vergogna.

Corromperò il fattorino cinese che le porta la cena, affinché mi permetta di sostituire tutti i bigliettini dei biscotti della felicità con altri che dicano “L’uomo della tua vita ha gli occhiali e la barba e sta a Ronco” e “La felicità te la potrà dare solo uno che si chiama come un presidente del consiglio”.

Le dipingerò il ritratto più brutto del mondo e me lo appenderò davanti al letto, così prima di spegnere la luce potrò guardarlo e farmi due risate per quanto è venuto male, e sarà un po’ come quando ridiamo insieme di una cretinata, e mi addormenterò un po’ più felice.

Vincerò la sua ritrosia e mi scoprirò ogni giorno più vicino, e quando finalmente saremo felici insieme la lascerò, così Jacques Brel sarà contento, e poi rifarò tutto da capo, che innamorarmi di lei è stato così bello che farlo una volta sola sarebbe un peccato.

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probably the worst novelist in the world, supposing Federico Moccia was an alien. Vedi tutti gli articoli di grugef

9 responses to “alla maniera di Jacques Brel

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