guglielma macachi

Com’è che quando mi organizzo per vedere una ragazza va sempre a finire tutto così? Dovevamo andare al cinema, poi l’avrei riaccompagnata a casa, come al solito, con la sola differenza che la casa sarebbe stata la mia. Avevo organizzato tutto nei minimi particolari, lavato la macchina, comprato un enorme mazzo di rose, ripulito tutto l’appartamento, sotterrato i calzini. Avevo preparato anche per l’indomani mattina, avrei telefonato al lavoro per dire che stavo male e saremmo rimasti a letto fino a tardi, poi avrei preparato il pranzo, avevo già tutto il menù compreso il vino, vino buono, mica il cancarone da supermercato. Nel pomeriggio avremmo guardato un film accoccolati sul divano, e la sera cena fuori e magari un salto in quel locale che ci piace tanto. Era perfetto, me lo pregustavo già, e invece..

“Domani sera non posso, devo vedere Guglielma Macachi”.
“No, ma io intendo che a casa mia ci vieni dopo il film, non prima”
“Ma io Guglielma Macachi devo vederla domani sera, non ci vengo al cinema!”

Allora avevo proprio capito giusto..
Mi si sbriciolano tutti i progetti, le rose appassiscono di colpo nel vaso, il vino diventa aceto e tutta la roba nel frigo scade. La casa di produzione del film fallisce, il regista muore, il locale che ci piace tanto va in fiamme, e dalle ceneri emerge, solida e tetra come una sfinge con la faccia di Zio Fester, la figura di Guglielma Macachi.

Non era la prima volta che sentivo questo nome, me la nominava spesso, “questo film me l’ha consigliato Guglielma Macachi”, oppure “vado a giocare a tennis con Guglielma Macachi”. La prima volta credevo che mi pigliasse per il culo, come può esistere una con un nome così? Le avevo risposto “si, e io mi vedo con Greipèip”. Naturalmente avevo dovuto spiegargliela, pur avendo la stessa età eravamo stati tirati su in ambienti diversi, quando io guardavo i cartoni del Gorilla Lilla lei si beveva i cicchetti insieme alla nonna, e adesso il risultato era che io scrivevo racconti cretini e sognavo di conquistarla con modi gentili, lei mi portava a bere aperitivi e si sfondava di negroni.

Era stato durante uno di quei consessi alcolici che era saltata fuori Guglielma Macachi, una donna bassa e larga con grosse lenti scure e folta peluria sul mento, nonché la presidentessa del Club Amici Del Libro, un’associazione che sbandierava il nobile intento di “promuovere la cultura disimpegnata e il dolce profumo della carta stampata”. In realtà sugli scaffali del club era più facile trovare delle bottiglie di gin che Oliver Twist, la divulgazione di opere letterarie era solo un paravento per delle riunioni di beoni, che a confronto i raduni degli alpini sono assemblee di salutisti. Per mantenere quel minimo di decoro che le permettesse di continuare le proprie libagioni la Guglielma si dava da fare ad organizzare incontri con scrittori, reading poetici, e ogni settimana proponeva un’uscita a teatro dove regolarmente saltava fuori un biglietto omaggio per la mia ragazza. Non due, che magari avrei potuto anche partecipare, no, figuriamoci! Così, ciclicamente come quel periodo in cui ci si vede e si sta bene insieme ma non si può andare oltre, il fantasma della donna dal nome scimmiesco e dalle fattezze sfattezze aleggiava sul nostro rapporto.

“Senti, non è che per una volta potresti dire alla tua amica Guglielma che non puoi? Avrete tutta la prossima settimana per farvi venire la cirrosi, proprio stasera?”
“Dobbiamo preparare il regolamento del club, è una cosa importante”

Cercai di immaginare di quali regole potesse avere bisogno un’associazione dedita all’alcool come quella, ma non andai oltre le tre o quattro fondamentali:

Non vomitare sui divani
Conservare i vuoti da restituire all’esercente
Servirsi del bagno per le necessarie funzioni corporali
Non abbandonarsi ad atteggiamenti indecorosi

L’ultima in realtà potevo anche toglierla, faceva ridere solo a pensarla, e infatti Claudia, la mia ragazza, mi squadrò con diffidenza.

“Ma sei in aria? Che ti ridi!”
“Niente, pensavo ad una cosa.. Insomma, tu stasera hai da fare e non puoi proprio rimandare. Io avevo organizzato una cena, ho anche spedito il mio compagno di stanza a dormire fuori.. potevi almeno dirmelo prima!”
“Hai ragione, scusa, ma è capitato all’ultimo momento, dobbiamo prepararlo assolutamente entro domani, così poi lo mandiamo in stampa.”

Sapevo che era tutta una scusa, Claudia non riusciva stare troppo a lungo senza bere, e Guglielma Macachi rappresentava la soluzione ideale per riempirsi come un’anatra e mantenere una certa dignità.
Mi rassegnai a guardarmi il film da solo, steso sul divano abbracciato ad un cuscino, popcorn e cocacola invece del filetto, un rancore che mi spingeva a prendere il telefono e coprire di insulti Claudia e Guglielma. Non sarebbe servito, a quell’ora dovevano già essere sotto il tavolo, se l’avessi chiamata dubitavo che mi avrebbe riconosciuto. L’ultima volta che ci avevo provato mi aveva risposto “Ciao amore! Che sorpresa!” e solo dopo un paio di minuti aveva capito chi ero e smesso di chiedermi quando sarei tornato da Saint Tropez.
Pensavo alla faccia del mio compagno di stanza Matteo, l’indomani, quando gli avrei raccontato della mia straordinaria serata.

“Fidanzarsi è sbagliato, smetti di ragionare come una persona normale”, mi ripeteva ogni volta che litigavo con Claudia, sempre in concomitanza con le sue serate culturali.
“I fidanzati seguono dei processi mentali tutti loro, solo i magistrati ragionano alla stessa maniera. Ricorda, Cogito Ergo Singulus Sum! E poi sai come la penso, voi due non state bene insieme.”
“Si, ma cosa dovrei fare? Io ci sto bene con lei.”
“Ci sono soltanto due modi per avere un buon rapporto stabile con lei, o la lasci e non vi vedete più o cominci a bere come un cammello e vi incontrate solo quando siete tutti e due ribaltati. Quella è una squilibrata, dai! Ci stai bene insieme solo perché hai paura della solitudine, e lei con te fa lo stesso.”
“Se ti sentisse dire una cosa del genere ti metterebbe sotto con la macchina!”
“Per quello basterebbe attraversarle davanti quando torna dal circolo. Dai, seriamente, credi che sia innamorata di te? Si vede subito quando due persone stanno bene insieme, e qui è evidente che vi state trascinando. Tu dietro a lei, lei sui gomiti.”
“Stai esagerando, la dipingi come un’ottenebrata insensibile, ma non è così. Abbiamo avuto anche dei momenti felici insieme.”
“Si, quando era talmente ubriaca che ti scambiava per un altro. Vuoi una prova? Dille che vuoi stare un po’ da solo, non cercarla per un po’, e vedi come reagisce.”

Macché, Matteo non capiva, Claudia mi amava davvero, l’unico ostacolo fra noi era quella stronza di Guglielma Macachi. Era lei che proiettava un’influenza negativa sulla mia ragazza, enfatizzava quella naturale predisposizione all’autolesionismo che è insita in ognuno di noi. Come si dice, “quella ragazza lì la stavano rovinando le cattive compagnie”. Se le avessi tolto di mezzo Guglielma Macachi e il suo Club Amici Del Libro i miei problemi sarebbero svaniti, il fegato di Claudia si sarebbe rigenerato, il nostro futuro sarebbe tornato radioso.

Fu nei giorni successivi che il mio disegno criminale prese forma. Pensando alle implicazioni morali non sentivo alcuna remora, uccidere una vecchia bruttona come Guglielma Macachi non mi sembrava contrario ad alcuna morale, mi avrebbe consentito di salvare la vita di una ragazza giovane e bella. Dal mio punto di vista non era omicidio, era ottimizzazione delle risorse umane.
L’idea me l’aveva data un farmaco, la Prototeina. Era un semplice antibiotico contro l’influenza, ma sul foglietto all’interno della confezione portava scritto a lettere cubitali: “ATTENZIONE!! Non somministrare a persone con problemi di alcolismo, può provocare morte fra atroci dolori e spasmi e perdita di sangue a fiotti dal naso e dalle orecchie, oppure un leggero calo del timbro vocale”.
Il piano mi si era scritto da solo, presi un paio di giorni di mutua per influenza mi sarei procurato quantità industriali di Prototeina, e una volta introdottomi in casa della mia vittima l’avrei disciolta nella sua scorta di alcolici.
Oltretutto, in caso di autopsia, nessuno avrebbe pensato a un omicidio, ero in una botte di ferro.

Il mattino seguente mi procurai in fretta la cartolina della mutua e il medicinale, e alle nove meno dieci mi appostai sotto casa di Guglielma Macachi, pronto ad agire.
Dopo un’ora non era cambiato niente, la mia vittima era ancora in casa. Ma non ce l’aveva un lavoro, la spesa da comprare, qualche commissione che la tenesse impegnata mezz’ora fuori di casa?

Mi telefonò Claudia, aveva saputo che non ero andato a lavorare e voleva vedermi.

“Scusa tesoro, ma sono impegnato, voglio approfittare di questi due giorni per rimettermi a scrivere il mio romanzo giallo. Ci sentiamo dopodomani”.

Altro che dopodomani, se quella lì non si decideva a uscire rischiavo di dover restare lì sotto tutta la settimana. Oltretutto si approssimava la brutta stagione, se mi fossi preso un’influenza che scusa avrei potuto trovare per non andare a lavorare? Che dovevo ammazzare qualcuno?

Claudia mi transitò davanti con una bottiglia di gin in mano, diretta verso il campanello di Guglielma Macachi. Doveva essere già ubriaca, perché non mi vide, nonostante fossi a meno di due metri da lei.
“Guglielma, sono Claudia!”, la sentii biascicare nel citofono.
“Mi spiace, ha sbagliato campanello”, rispose qualcuno. “La signora Macachi ha quello di sinistra”.
“Guglielma, sono Claudia!”, ripeté.
“Chiccazzo è Claudia?”. Questa volta era proprio Guglielma, già piena come il tacchino a Natale. “Non ne ho idea”, rispose Claudia, “Io mi chiamo Francesca”.
Una volta chiarite le rispettive identità la padrona di casa uscì e si allontanarono insieme, ciondolando vistosamente.

La mia abilità di scassinatore era leggendaria, al baretto mi chiamavano il Lupin del distributore automatico. Avevo un trucco per rubare le lattine senza pagarle, inclinavo il distributore e lo scrollavo, facendone uscire cinque o sei.
Si, ma come avrei potuto applicarlo a un palazzo di cinque piani?
Per fortuna mi chiamavano anche il Dillinger dei distributori di ciupaciupa, per la mia abilità a forzare le serrature con una forcina, e fu grazie a questa mia dote che cinque minuti più tardi mi trovai nell’appartamento della donna, a travasare antibiotico nella sua scorta di whisky invecchiato.

Si era fatto buio quando tornai al mio appartamento. Matteo non c’era, ma qualcuno aveva lasciato un biglietto sulla porta.
Era di Claudia, diceva solo: “Ho conosciuto un altro, ti lascio, ciao”.

Ma come? Ma chi? Come sarebbe ho conosciuto un altro, solo perché ti ho detto che non ci sono per due giorni?? Non avevo tempo per soffermarmi a pensare su quanto Matteo si fosse rivelato profetico, dovevo trovarla, parlarle! Non poteva lasciarmi proprio adesso che le cose fra noi stavano per cambiare in meglio!
Corsi a casa sua..

“Stai facendo un errore! Capisco che la tragica scomparsa della tua amica ti abbia sconvolta, e il timore di incorrere nello stesso infausto destino ti abbia gettato fra le braccia di uno sconosciuto, male interpretando i tuoi reali sentimenti, ma ti prego di non prendere decisioni affrettate, tu sei ancora innamorata di me, non di questo tizio sbucato da chissà dove!”
“Non so di cosa stai parlando, Guglielma è viva, mi ha telefonato poco fa. E io non sono più innamorata di te, ora vivo per Marco, o Mirco, non mi ricordo.”

Mi girava la testa, tutti i miei sforzi inutili, Claudia mi aveva abbandonato lo stesso, e come ulteriore beffa Guglielma Macachi non era neanche morta. Ma com’era possibile?
Andai al Club Amici Del Libro, e mi aprì la porta la donna che avevo cercato di intossicare. Stava benissimo.. oddio, per quanto potesse stare benissimo una beona come lei..

Mi sedetti al banco con la testa fra le mani. “Ho avuto una giornata pesante”, le dissi. “Non è che avrebbe qualche buon autore da consigliarmi, per tirarmi su?”.
La donna mi strizzò l’occhio, e tirando fuori da sotto il banco una bottiglia di vodka, rispose: “In casi come questi non c’è niente di meglio di qualche pagina di Dostojevskij”.
Strabuzzai gli occhi, ma non per la bottiglia, le si era abbassata la voce, sembrava che la stesse doppiando Giancarlo Giannini.

Trangugiando d’un fiato il bicchierino di liquore mi tornarono in mente ancora le parole del mio coinquilino, “o la lasci o diventi come lei”. Avevo saputo fare di meglio, avevo realizzato entrambe le possibilità in una botta sola.
Mi attaccai alla bottiglia come se fosse stato un capezzolo di Scarlett Johansson, e mandai al mio fegato un silenzioso bacio d’addio.

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