faccio l’indiano

La mia insegnante di meditazione si chiama Signorina Jodel, è bionda, giovane, e sotto il camicione scollato con cui fa lezione non ama indossare il reggiseno. Forse è per questo che al suo corso si iscrivono soltanto uomini. Io ho cominciato a frequentarlo per vincere gli stati d’ansia in cui cado da quando mi sono lasciato con la ragazza, ormai sette anni fa. Mi hanno detto che ci vuole del tempo, ma secondo me comincia ad essere troppo.

Ieri sera la signorina Jodel mi ha chiesto di pensare a una foresta. Non ha specificato di che genere, e quella che ho focalizzato non era la stessa che aveva in mente lei: la mia è stata distrutta da un incendio, non c’è neanche un albero; un campo ricoperto di cenere color topo da cui spunta qua e là qualche pezzo di legno annerito. Il cielo è lattiginoso come prima della neve, e quando si alza il vento sposta delle nuvole grigie che poi si depositano un po’ più in là.

Descrivo la mia immagine e la signorina Jodel fa la faccia come quando mangi lo yogurt scaduto. Mi chiede di fare un passo indietro e pensare a qualcosa di più dinamico, qualcosa di vivo.

Le descrivo barre d’acciaio piegate e lamiera tagliata con malagrazia, bordi seghettati e angoli vivi, tutto ammucchiato insieme in un caos scintillante. Lei obbietta che l’acciaio non è vivo, perciò le descrivo un procione, o uno scoiattolo, un piccolo animaletto peloso che vive nei boschi. È incastrato fra i pezzi di metallo e ogni volta che prova a muoversi si taglia. Ha già perso molto sangue, intorno a lui ci sono grosse chiazze scure.

La signorina Jodel mi dice che per risolvere i miei problemi la meditazione non serve, ci vuole uno psicologo. Ha ragione, ma le sedute di quel genere si tengono in orari incompatibili col mio lavoro. Dopo cena, che è l’unico tempo libero che ho, c’era solo meditazione e ceramica.
La signorina Jodel mi decanta le proprietà terapeutiche della manipolazione della creta, e le rispondo che in effetti era stata la mia prima scelta, ma dopo due mesi l’insegnante si è impiccata.

Di diventare un lampadario la signorina Jodel non ne ha voglia, così mi suggerisce di provare coi massaggi: ha frequentato un corso, e sebbene non sia ancora abilitata ritiene che un paio di sedute di prova a casa sua potrebbero sortire qualche effetto positivo.
Il giorno dopo mi presento all’indirizzo che mi ha dato e lei mi accoglie con una maglietta slabbrata e un paio di pantaloncini cortissimi.

Le sue mani sulla schiena hanno un effetto magnifico, sento l’ansia scivolare via come gocce di mercurio, ma poi mi fa girare a pancia in su e scopre che non sono rilassato proprio per niente. La seduta finisce lì, me ne torno a casa.

Nonostante l’imbarazzo la signorina Jodel vuole risolvere il mio problema, si vede che è un periodo difficile e la retta di un allievo non è qualcosa a cui si possa rinunciare così alla leggera, e mi propone la medicina ayurvedica. Dice che in India si curano tutti così.
Ce l’ha un po’ questa fissa dell’India, l’anno scorso è partita per un viaggio in cerca di sé stessa, ma è tornata subito indietro perché si è persa all’aeroporto di Nuova Delhi.
La sua cura si articola in cinque punti, il primo è lo yoga.

Mi alzo la mattina alle sei per praticare mezz’ora di questa disciplina così affascinante, prima di andare a lavorare, e secondo le indicazione della mia insegnante comincio con la posizione del cadavere, o Savasana: ti stendi sul pavimento, metti le braccia lungo i fianchi, chiudi gli occhi e rallenti il respiro.
Alle dieci e mezza mi sono svegliato e ho deciso che lo yoga lo faccio solo nel weekend, sennò mi licenziano.

Il secondo punto sarebbero i massaggi con unguenti profumati, ma abbiamo già visto che non è il caso.

Al terzo posto ci sono dei misteriosi beveroni di cui ho visto la foto su internet: hanno un colore che sembra le strade di Genova durante l’alluvione, comprese le macchine che galleggiano. Di rinunciare al mio succo all’ananas con ghiaccio in favore di una sbobba che neanche Maga Magò non me la sento, perciò passo al punto successivo, che sarebbe “mantenere tutti i giorni piccole abitudini salutari”.

Che vuol dire tutto e niente, diciamocelo. Ma che razza di consiglio sarebbe? E se la mia piccola abitudine salutare fosse stata di telefonare tutti i giorni alla mia ragazza e dirle muccimucci trillitrilli? Niente, lascia perdere anche questo consiglio.

L’ultimo sarebbe quello di seguire un’alimentazione sana, e siccome l’alimentazione sana per un indiano immagino sia la cucina indiana ho invitato la signorina Jodel a cena domani sera, alla Vacca Sacra, un posto molto esclusivo dove dicono si mangi da dio: considerato che in India sono politeisti credo significhi una cena straordinaria. Va detto che questa possibilità di uscire con una bella ragazza non è positiva per i miei stati d’ansia, ma “vi è una sorte unica per tutti: per il giusto e per il malvagio, per il puro e per l’impuro, per chi offre sacrifici e per chi non li offre, per chi è buono e per chi è cattivo, per chi giura e per chi teme di giurare”, perciò ad un certo punto sticazzi.

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3 responses to “faccio l’indiano

E dimmelo dai, lo so che ci tieni!

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