i consigli di Ernest Hemingway sulla scrittura

Giuro che l’intenzione era di prepararmi una cena sofisticata, qualcosa che facesse dire a Carlo Cracco “Ehi, ma questo è meglio di quelle patatine di merda!”. Mi ero fermato dal besagnino per la verdura fresca, e dal macellaio per quel taglio particolare che richiede la ricetta, e al supermercato per gli ingredienti che l’avrebbero resa così gustosa, e dal ferramenta per.. no, dal ferramenta ci dovevo andare per altre questioni; solo che poi sono tornato a casa e ci ho trovato Ernest Hemingway, seduto in cucina con una bottiglia di vino sul tavolo. Mi ha allungato un bicchiere di rosato e mi ha chiesto “Ti ricordi cosa ho sempre sostenuto riguardo alla scrittura?”.

“Chi ti ha dato le chiavi di casa mia?”, ho risposto.
“Nessuno, sanno tutti dove le nascondi, sono andato lì e le ho prese. Adesso rispondimi: ti ricordi o no cosa ho sempre sostenuto riguardo alla scrittura?”
“Che bisogna usare la matita”
“Cazzate! Tu non scrivi mica a mano, cosa te ne fai di una matita?”
“Veramente scrivo un sacco a mano, solo che poi non ho voglia di copiare gli appunti sul computer. Devo averci un paio di Fratelli Karamazov sparsi per il salotto..”
“Non era quello a cui mi riferivo”
“Allora non lo so, forse hai sempre sostenuto che non bisogna descrivere le emozioni, ma farle accadere?”
“Beh sì, quello l’ho detto, in effetti..”
“Lo sto facendo, sto vivendo invece di scrivere, come dicevi tu”

Mi ha mollato un pattone sull’orecchio. “Coglione! Quello non l’ho detto io, l’ha detto Pirandello!!”
“Ahia! E mi pareva, infatti!”, ho pronunciato, palpandomi il padiglione purpureo.
“Io ho detto di scrivere da ubriaco e correggere da sobrio!”
“Ma non ho scritto niente da mesi, che mi correggo?”

CIAC! Un’altra sleppa sull’orecchio, stavolta quello a sventola, che fa più male perché maggiormente esposto.

“E allora bevi! E poi scrivi! Cristo di un dio, ma chi me l’ha fatto fare di prenderti come allievo? C’era la Tomiolo disponibile, che è pure una bella topa!”
“Frequenta i corsi di scrittura creativa, tu li detesti quelli che fanno i corsi, dici che scrivono tutti le stesse cose”
“Già. Branco di pecore. Ma tu, ragazzo mio, devi venirmi incontro, ti è stato dato il fuoco, accendilo ogni tanto, perdio! Scrivi qualcosa!”
“Ma io scrivo, signore, tutti i giorni!”
“Quel cazzo di diario scrivi! Sai che sforzo di immaginazione! Me li immagino i tuoi lettori, come si divertiranno a sapere che ieri hai trovato un altro pezzo dei REM che più o meno ti riesce di suonare! Uh, ma che bravo!”
“Certe volte ci scrivo anche che ho..”
“Ragazzo, sono stato colpito alle gambe da una mitragliatrice che non avevo ancora compiuto vent’anni. A trenta mi sono ferito durante una battuta di caccia, e pochi mesi dopo ho avuto un incidente in macchina. E non voglio raccontarti quel che mi è successo dopo, ma credimi, le giornate noiose erano quelle in cui avrei potuto scrivere sul mio diario che tutti i miei organi interni erano rimasti al proprio posto. Tu lo hai mai letto il mio diario?”
“No, non ho avuto il piacere..”
“Perché non l’ho scritto, cazzo!! Quando scrivi lo fai per raccontare storie che il lettore possa ricordare, non i progressi a suonare un cazzo di fa diesis! Tutti i giorni dovresti scrivere i tuoi racconti, anche quando non ti sembra che siano granché saranno sempre meglio di una pagina di pippe. Tu non hai idea di quanto mi faccia incazzare leggere le tue righe, vorrei venire lì e pigliarti a sberle!”§
“Lo ha appena fatto”
“E ho fatto poco! Bevi adesso, sangue di Giuda!”

Non avevo voglia di bere, ma se aveste provato le manone di Hemingway sulle orecchie avreste bevuto anche voi, credetemi. Un bicchiere per farlo contento, due per continuare la conversazione, tre perché ci hai preso gusto, il quarto te lo versi da solo e da lì in poi è un attimo a finire la bottiglia, e a quel punto è facile pensare che aveva ragione lui, che la scrittura è qualcosa che ti è stato regalato e non dovresti sprecarla così, e ti viene voglia di prendere tutti i fratelli Karamazov seduti sui loro foglietti in giro per il salotto e trascriverli una volta per tutte, dare loro una forma e vedere che succede, ma c’è una cosa che non gli ho detto a Ernest, che ha un’età e mi spiace contraddirlo, e poi l’ho già detto che le manone sulle orecchie non sono piacevoli: per me scrivere è come suonare la chitarra, lo faccio quando ne ho voglia e se non ho niente di meglio da fare, quando vedo il foglio bianco e provo un impulso fortissimo a sedermici davanti, quando mi è successo qualcosa di così grosso che non ci sta tutto nella testa, e si muove, e devo dargli una forma anche solo per domarlo, quando sono felice, quando sono innamorato, quando vorrei morire e i segni su un foglio sono tutto quello che metto fra me e il paese da cui nessun viaggiatore ritorna. Il resto del tempo non scrivo, non mi serve, non ha senso sforzarmi di mettere giù qualcosa che non mi appartiene, sarebbe come rubare a quell’altro me stesso, quello che delle parole vive e si distrugge per trovarle, e ognuna gli costa un pezzo di anima. E quando mi dicono che butto via il mio talento, che mi siedo e mi lascio vivere, che se fossero al posto mio, vorrei farli sedere e mettere loro in mano la mia testa aperta, e adesso guardate bene cosa c’è dentro, entrateci, venite a vedere com’è da questa parte, vediamo cosa sapete farci voi. Quello che avete fatto della vostra vita mediocre, probabilmente. Un cazzo di niente.

Io lo sapevo che non avrei dovuto dargli retta a Hemingway, adesso sono le otto passate, mi sono rimpinzato di wasa e parmigiano e la mia cena non ha più senso prepararla, e non ho neanche voglia di aspettare che mi passi la ciucca, devo prepararmi per uscire, Fiesta sarà anche un bel libro, ma non fa di te un buon compagno per i venerdì sera, caro Ernest. Te ne sei andato e mi hai lasciato con una bella seccatura fra le mani, io stasera volevo farmi una serata tranquilla, magari vedere gli amici, tornare prima dell’alba e bere poco. E invece adesso sono pieno di sensi di colpa, ho un racconto aperto davanti e non ho idea di quel che rileggerò domani. Grazie tante, poi uno si domanda perché preferisco leggere Saramago.

Almeno quando torno a casa e me lo trovo in cucina mi parla in portoghese, capisco metà delle cose che mi dice e dopo un po’ mi scazzo e lo mando a stendere.

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