le pablog au cinèma: Avengers 2

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Ieri sera le pablog è andato au cinèma a vedere gli Avengers, che quand’era giovane lui si chiamavano  Vendicatori e si univano, ma poi è arrivata questa moda dei nomi originali e adesso si chiamano Avengers, e  immagino che si assemblino, come una cucina ikea, e infatti c’è un fermo immagine di Capitan Abbiamo-Una-Visione-Quantomeno-Limitata-Del-Continente-Americano che pronuncia la A di assemble, invece della U di uniti, e ringraziamo che il film sia stato girato in inglese, perché un tizio grosso come una cassapanca che fa la boccuccia a culo di cane è un brutto vedere.

L’aspettativa è alta, il primo mi era piaciuto un gran bel po’, e quella specie di interludio fra i due che è il secondo Capitan Vabbè-Ma-Allora-Devi-Intervenire-Pure-In-Uruguay si lasciava guardare, a parte certe cadute di trama che però se vai a vedere un film di tizi in pigiamone che si ceffonano non è che ti puoi lamentare, e così ci troviamo in sala 6, fila G, io, Teresa e l’Ittita, così vicini allo schermo che quando Thor fa roteare il martellone che sembra proprio di plastica a Teresa si scompiglia il ciuffo. Anche quando si toglie la maglietta e mostra più carne lui del banco del macellaio a Teresa si scompiglia il ciuffo, ma in un posto che lo può notare solo la sua estetista.

Un paio di trailer molto muscolosi e l’ennesimo clone di Narnia più tardi e parte il suono di pagine sfogliate che contraddistingue il film della Marvel. La salivazione mi aumenta. Cominciamo.

pupazzoni uniti!!

Una fortezza in mezzo alla neve, soldati incazzosi sparano, arrivano i supertizi e gli menano forte, con effetti speciali da videogioco di dieci anni fa, movimenti fluidi come mia nonna quando doveva alzarsi dalla sedia e una fusione fra realtà e computer grafica a livello “pennarellone su una foto”; tutta l’aspettativa si trasforma di colpo in un grosso maccheccazzo, e ti saluto sospensione di incredulità, i fortissimi eroicissimi Vendicatori mi diventano un catalogo di mascelle volitive e pose plastiche, e le battute che rappresentavano il punto di forza del film precedente mi fanno ridere come se gliele avesse scritte lo sceneggiatore di Camera Cafè.

Qualche minuto di marasma e pezzi di roba che volano e Tonno Smargiasso riesce a penetrare nel laboratorio del cattivone, il barone Von Strucker, che qui si chiama semplicemente Strucker, come dire le commedie di Eduardo Filippo o la contessa Serbelloni Mare. È costui il terribile capo dell’Hydra, l’organizzazione criminale specializzata in atti contro l’umanità che è entrata in possesso dello scettro di Loki durante uno dei film precedenti, dopo che tutti gli spettatori erano usciti dalla sala e anche le cassiere se n’erano andate a casa.

In questo castello, celato fra i monti di un paese dell’Europa Orientale conosciuto come Valle D’Aosta, la terribile organizzazione sta creando dei superumani di cui servirsi per i propri scopi terribili, e ne ha già fatti un paio, lo Sciattone Più Veloce Del Mondo e sua sorella, la classica ragazzina disadattata senza amici che ascolta i Cure, il cui potere è fare le scorregge rosse e le corna con le mani.

L’intervento dei supereroi più amati dal cinema manda tutto a carte quarantotto e si può tornare a casa e far cominciare il film vero, e sarebbe ora, che quest’inizio mi ha già fatto crescere il muschio sotto le balle.

C’è Tonno Smargiasso, il miliardario in scatoletta, che sfrutta la tecnologia trovata nel castello per costruire un’intelligenza artificiale più potente di Windows 8, e si fa dare una mano dall’altro scienziato, Mincazzo Gonfio, il bambolotto che se lo maltratti cresce e diventa verde esattamente come il mio fegato. Poi non funziona, grosse delusioni, beviamoci sopra, e vanno tutti a fare festona, che uno si aspetta chissà cosa e invece sono tutti sul divano a fare gli spiritosi col martellone di Thor, che sembra un po’ la trama di un porno, ma Scarlett Johansson non ne vuole sapere di spogliarsi, si limita a fare la gattamorta con Mincazzo Gonfio che però non coglie i segnali, le similitudini con me aumentano, mi sento a disagio.

Arriviamo alla classica scena che perfino in Frankenstein Junior: nel laboratorio le cose vanno avanti da sole, l’intelligenza artificiale si sveglia e mostra cattive intenzioni, e ad un certo punto la festa viene interrotta da un Ciao scassato di nome Ultron, il cattivo di questa storia. È un robottone coi muscoli di metallo che si sposta su internet e comanda tutte le cose elettroniche tranne quelle che farebbero finire subito la storia, tipo l’aereo degli Avengers o la tuta di Tonno Smargiasso. E non si capisce che cazzo vuole: distruggere il mondo? Creare un’intelligenza superiore? Eliminare i suoi avversari? Cosa? Deciditi cristo!

il Bimby spaziale sminuzza impasta trita spreme frulla taglia affetta le tue balle

Succedono un mucchio di cose discutibili, personaggi vengono buttati in mezzo senza ragione, la squadra va a fare agriturismo, il piano di Ultron lo capisce solo lui, sembra una delle mie lezioni di improvvisazione teatrale; fra un vuoto narrativo riempito a cazzotti e qualche Fiat Panda distrutta (giuro, ho visto anche una vecchia Lancia Y) arriviamo all’epilogo senza sapere cosa sia veramente successo né perché. Teresa si lamenta che la storia è inverosimile perché nella fattoria vive una che gira per casa truccata e coi tacchi, l’Ittita è la prima volta che vede un film d’azione e fissa lo schermo senza parlare, io sono sprofondato nella poltrona e ho indossato il pigiama, per portarmi avanti col lavoro che farò appena tornato a casa.

Poi non è tutto da buttare, qua e là mi sono divertito, certe scene sono fatte bene e arrivi a dimenticare che c’è più trama in un racconto di Topolino che in queste due ore e passa di film. Ma sono momenti, e durano solo fino all’ennesima battuta scontata dell’uomo che deve far ridere per contratto e nel suo massimo momento di preoccupazione ha il tono di quello che vabbè, mica è roba mia, hoho. Ochei, s’è capito chi sei e cosa ci fai lì, adesso vogliamo provare ad essere un personaggio credibile e non una sagoma di cartone?

Boh, forse mi sarò abituato a roba di qualità, o sarà che il primo film ci aveva già mostrato tutto il repertorio e qui non c’è proprio niente di nuovo, sarà che la categoria dei robottoni cattivi è talmente affollata di personaggi interessanti che prima di Ultron ci sono Terminator, i Cylon, i Borg, i Dalek e la piastra per capelli della Termozeta.

Insomma, no. E le prossime uscite che andranno a toccare le saghe spaziali, Thanos, le Gemme dell’Infinito, quegli scassacazzi dei Fantastici Quattro, sono tutta roba che mi faceva venire l’orchite anche sulle edizioni della corno, nei lontanissimi anni ’70, quando i miei genitori mi compravano un Uomo Ragno ogni tanto e non avevo idea di cosa ci avrei trovato dentro, che la composizione dell’albo era sempre lasciata alla fantasia della redazione; uccidetemi pure, ma per me riconoscere al volo lo stile di Jack Kirby, signore incontrastato della matita e della china, era un dramma, significava diverse pagine di personaggi che non conoscevo, dalle facce tutte uguali, in ambienti pieni di tubi, a fare cose che non capivo, e la reazione era sempre “Nuuoooooooohhhh!!! Cheppalleeeeeeee!!!!!”. Chissà quando avrei rimesso le mani su un altro albo, non avrei mai saputo come sarebbe andato a finire lo scontro fra Devil e Stilt Man, maledetti faccioni spaziali!

Hai poco da ridere, sai

 

Quell’idiosincrasia mi è rimasta, non ricordo una storia che sia una di Silver Surfer, non mi frega di Thanos, di Galactus e dei tizi che vengono dalla Luna, come si chiamano, boh.

E adesso scusate, ma ho da vedere ancora sei episodi di Daredevil, che è la serie più bella che si possa immaginare per chi ama i fumetti e una delle migliori dieci anche per chi i fumetti non li conosce, e se non lo state guardando fate male, la vita è breve e non ha senso sprecarla guardando robaccia.

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