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hey Joe

Oggi, nel 2002, moriva Joe Strummer, il cantante dei Clash.

Foto parecchio figa, peraltro

 

Tre anni prima lavoravo in un piccolo bed & breakfast londinese come portiere di notte, occupazione che mi lasciava tutti i pomeriggi liberi e un bel po’ di sterline da scialacquare in cidi. Abitavo in albergo, in una stanza condivisa con un ragazzo francese di nome Arno, pessimo cuoco e tenace suonatore di chitarra. Era anche uno schiavo del pop, ascoltava tutto il tempo una orribile stazione che trasmetteva canzoni punzapunza e negre melodiche scosciatissime, e quando tornavo in camera lo beccavo spesso ad esercitarsi su cantanti del suo paese, ma non quelli fighi tipo Brassens, macché, lui conosceva dei musicisti che oltre a violentare il pentagramma amavano stuprare anche le lingue straniere, e cantavano questi pezzi in anglese, che sarebbe l’inglese pronunciato da un francese, che insomma è una roba che se non l’hai sentita è difficile anche spiegarla, ma fa schifo forte. Tutte le volte che lo sentivo biascicare “lovmì, ai sgiast uontiù intù mai arrmz” mettevo su un cidi di Jimi Hendrix e gli mostravo il dito medio, e alla lunga avevo finito per conquistarlo, tanto che un giorno mi chiese di accompagnarlo in un negozio a comprare quella raccolta, che la voleva anche lui e io di sicuro non gli avrei prestato la mia, che poi me la restituiva tutta sporca di rane.
Il mio negozio preferito si trovava in una traversa di Oxford Street, resa famosa in tutto il pianeta per essere finita sulla copertina di un disco degli Oasis, e si chiamava Reckless Records. Non era l’unico negozio, la parte alta della via è piena di botteghe per le orecchie, mentre quella bassa appaga gli istinti ad altezza mutanda: sexy shop e locali ambigui, per capirci. Cominciammo il giro dall’alto, tenendoci il meglio per ultimo, e nella prima rivendita Arno si presentò alla cassa con un cidi di Ricky Martin. Glielo strappai di mano, nella mia vita avevo sopportato abbastanza a lungo i Gipsy Kings per riuscire a reggere qualunque altro latino che non fosse Ovidio, e gli misi davanti Are You Experienced?, del capellone di cui sopra.

La scena si ripeté in ogni altro negozio che visitammo, lui cercava di comprare i Boyzone, io gli proponevo i Rolling Stones, lui ci provava con Britney Spears e io rilanciavo di Etta James. Sulla porta di Reckless Records trovammo un compromesso per una roba dei Blur che conosceva lui, e ci accingevamo ad entrare, quando venne fuori un tizio in giubbino di pelle e capelli tirati indietro. Sembrava un nostalgico del rock’n’roll, ma quel naso a becco era inconfondibile: dal mio negozio preferito era appena uscito Joe Strummer.

Arno non lo degnò di uno sguardo e fece per entrare, ma lo agguantai per un braccio, e quando fui di nuovo in grado di parlare gli indicai l’uomo che si stava allontanando. “Ma lo sai chi è quello? Joe Strummer!!”

Gli avessi detto Evaristo Bartolazzi sarebbe stato uguale.

“Il cantante dei Clash!”.
Nessuna reazione.
“London Calling! The Guns Of Brixton!”.
Encefalogramma piatto.

Sospirai e gli canticchiai un pezzo di Should I Stay Or Should I Go, e ovviamente Arno strabuzzò gli occhi, da quella puttana da classifica che era, e gridò “Joe Strummer!!”, e gli corse incontro.
Il leader dei Clash si era voltato, sentendosi chiamare, e se ne stava lì a guardarci. Arno lo raggiunse trafelato e gli mostrò la più incredibile delle facce da culo: “Mr. Strummèr! Mr. Strummèr! Vi ar big fansoviù, mai frrend herre ès olloviorrrecòrrz!”

Mi aspettavo già lo sfanculo, e invece il vecchio punk rocker ci salutò e ci chiese da dove venivamo, ci strinse la mano e poi vide il sacchetto di Arno e gli chiese cos’aveva comprato.
Il paraculo tirò fuori il cidi di Hendrix che gli avevo regalato io, “Ze second best arrtist in ze worrld, afterr iù!”
“Good boy”, gli ghignò l’altro di rimando, poi se ne andò con le mani in tasca. “Take care”, ci disse.

Il giorno dopo il mio coinquilino si presenta in camera con una raccolta dei Clash e mi dice che sì, quella canzone è bella, ma le altre sono un po’ una merda, e riattacca coi suoi pipponi in anglese sconosciuto.
Se domani incontro Sgianrenò non ti dico un cazzo, crepa.

 

Aggiornamento rapido:
Combinazione oggi è morto un altro Joe, quello con le orecchie da Cocker e la barba ispida, cui avrei voluto rendere omaggio con un altro post, ma non lo faccio non perché sono uno snob di merda, ma perché lo conoscevo molto meno e l’unica cosa positiva che mi verrebbe da dire di lui è che non è mai stato Zucchero. Finirò la bottiglia di vino in omaggio a entrambi.


centotre-e-tre n.12: il serraglio di San Pietroburgo

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica

Nella puntata precedente di Centotre-e-tre ci siamo dedicati a un personaggio che la musica l’ha solo sfiorata per caso, e difatti la canzone allegata non era la sua, ma di Renato Rascel. Adesso si pone un problema, perché se parlo di Rascel dovrei postare un’altra sua canzone, e la regola numero uno di centotre-e-tre è che non si postano due canzoni dello stesso artista salvo quando me ne frego di seguire le regole. Poi a me di raccontarvi di Rascel frega pochetto, quindi direi che andiamo avanti come se.

La canzone che ho messo l’altra volta, Romantica, mi permette un aggancio interessante: presentata al festival di Sanremo nel 1960, venne accusata di plagio da parte di Nicola Festa, un compositore che ritrovò nella linea melodica del brano una sua opera rimasta inedita, “Angiulella”. Non so chi sia questo Nicola Festa, il nome lo associo a quel genio di Nikola Tesla e immagino un laboratorio pieno di torrette che sparano elettricità, un mucchio di spartiti sul pavimento, un pianoforte ricostruito con pezzi di esperimenti falliti, che non lo sa nessuno ma sarà il primo sintetizzatore della storia, che Tesla è stato un precursore anche lì, e lui in mezzo a tutto quel caos con una penna in mano che scrive delle note, le prova alla tastiera, si gratta il cespuglio di capelli ed esclama Grande Giove!

Pazienza, lasciamo stare il maestro Festa, che non ricomparirà più nella nostra storia, anche perché dopo cinque anni di processi il tribunale assegnò la vittoria a Rascel, che aveva scomodato come perito di parte il personaggio di cui vado a parlare oggi, Igor Stravinskij.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo le composizioni per orchestra furono caratterizzate da un larghissimo utilizzo di strumenti, più ce ne mettevi più avevi successo. In una sua opera, Gustav Mahler impiegò trentadue violini, venticinque flauti e ottantasette fagotti, e la sera della prima metà di essi dovettero andarsene perché non stavano sul palco, da cui deriva la frase “fare fagotto”.

Wes Anderson non si è inventato niente

Stravinskij seguì e ampliò questa tradizione, e per i suoi primi balletti si servì di un numero ancora più vasto di strumentisti, fino a comporre quella che ancora oggi viene considerata la partitura per la più grande orchestra del mondo, la sinistra Numero 47.
Per poterla suonare secondo la volontà dell’autore occorrerebbero novantadue contrabbassi, centotrentacinque clarinetti, solo tre fagotti perché da quella volta là di Mahler il loro numero venne drasticamente ridimensionato, settantun tromboni, sessanta trombe, quindici persone colpite da trombosi, la fanfara dei bersaglieri di Bergamo, seicentododici violini, quattrocentosette viole, centosessanta violoncelli, Viola Valentino o perlomeno una sua parente prossima, millequattrocentotredici contrabbassi (“E voglio vedere se così si sentono, porcoggiuda!”, pare avesse commentato l’autore), e un numero impressionante di percussioni fra cui comparivano suonatori di cucchiai, di bocche, di panze, di scatole di minerva, di bidoni del rudo, schiaffeggiatori di chiappe, schioccatori di dita, battitori di piedi, di piste e di palle da baseball, picchiatori mafiosi, pugili suonati, alzatori di cinque e cacciatori di zanzare. E poi l’organista cieco con la sua scimmia ammaestrata, una mamma col bambino che non si vuole addormentare, una ragazza innamorata sotto la doccia e due muratori sulle impalcature. E Jimi Hendrix.

Chiaro che nessuno riuscì mai a suonarla, una volta si provò a mettere insieme Jimi Hendrix e Viola Valentino, ma lui non riusciva a trovare gli accordi di Comprami, lei non ne voleva sapere di cantare Hey Joe, finì in vacca dopo due ore con ampia diffusione di sfanculi e porchidei.

Dopo quest’esperienza paradossale Stravinskij cambiò atteggiamento e iniziò a comporre musica per orchestre più ridotte, e scoprì il balletto.

Fu la sua grande passione, scrivere per il balletto. Ci perdeva mesi, si chiudeva in camera indossando il suo tutù preferito e componeva motivi e ostinati, variazioni e pastiches, pali e frasche, gaspari e zuzzurri, poi usciva e collezionava successi di pubblico e critica.

Pulcinella, La Carriera Di Un Libertino, La Sagra Della Primavera furono successi senza precedenti e la sua fama si estese in tutta l’Europa. Si assisteva alla nascita di una stella, ma tutto cambiò da un giorno all’altro quando, uscendo per una paseggiata, il compositore decise di andare a farsi un giro sulla Prospettiva Nevskij, dove incontrò l’uomo destinato a cambiare per sempre il suo destino: Franco Battiato.

È lo stesso musicista siciliano a raccontare l’episodio nel suo libro “Ermeneutica e altre parole difficili”:

Mi trovavo a San Pietroburgo da un paio di giorni, in vacanza col mio amico Manlio Sgalambro, e quella mattina passeggiavo per la Prospettiva Nevskij, di ritorno da una ricca colazione presso il Caffè Letterario. Avevo intenzione di visitare la biblioteca nazionale, contiene una meravigliosa copia del Beda Peterburgiensis che anelavo di ammirare, e poi non mi andava di tornare subito in albergo, tanto Sgalambro avrebbe dormito fino a mezzogiorno come minimo. La sera prima avevamo fatto tardi in un palazzo di meretricio che conosceva lui, un posto da bifolchi, niente a che vedere con le sale sofisticate dove l’alta società sovietica è usa pucciare il biscotto, ma a Manlio piace mescolarsi con la realtà di strada, il puzzo di piedi e cipolle, è attratto dal tanfo della vita. Chiaro che poi se ti pigli le malattie non puoi certo lamentarti, e io quel giorno temevo di avere contratto un morbo, perché sentivo un forte pizzicore al cavallo delle brache, ed ero proprio lì che me le strizzavo e sistemavo quando per caso incontrai Igor Stravinskij.

Ci conoscevamo, naturalmente, fra menti eccelse non è raro l’incrocio di destini, e ci fermammo al crocicchio per scambiarci convenevoli. Io gli raccontai della mia serata e del timore di avere un’infiammazione ai genitali, e lui mi redarguì per le mie abitudini così materiali.

Bada Franco”, mi disse, “Tu devi emanciparti dall’incubo delle passioni, che i sentimenti popolari nascono da meccaniche divine, ma portano alla dannazione! Fai come l’eremita e rinuncia a te!”

Ci salutammo e riprendemmo la via, ma quell’incontro restò nella memoria di entrambi, ed entrambi ne traemmo ispirazione: io tornai in albergo e scrissi una delle mie canzoni più fortunate, lui di lì a poco compose L’Uccello Di Fuoco.

separati alla nascita

separati alla nascita

Purtroppo per Stravinskij non fu solo la sua opera più importante l’eredità di quell’incontro. Irretito dalla mente contorta di Battiato abbandonò la composizione classica per buttarsi nella musica dodecafonica. Conobbe Anton Webern, l’allievo di Schoenberg, inventore della dodecafonia, e scrisse delle robe incasinatissime ispirate ora a Dylan Thomas ora al profeta Geremia. Il pubblico lo abbandonò, la sua ultima opera, il Monumentum pro Gesualdo di Venosa ad CD Annum, venne presentato alla Fenice di Venezia nel 1960, e a vederlo c’erano solo lui, Battiato e Philippe Daverio. Tutti gli altri erano partiti per l’Inghilterra , dove erano arrivati i Beatles.


una commedia slapstick in una notte di mezza estate

Quello che segue è un post che ho tenuto in cantina per un anno intero. Avrei voluto farne una puntata di centotre-e-tre, ma lo scrivo talmente di rado che chissà se sarei mai riuscito a collegare Renato Rascel e Laura Nyro, e nel frattempo passa un anno, e di quella bella serata milanese neanche una riga, nonostante ci abbia incontrato una delle persone più belle e preziose che mi sia mai capitato di conoscere. Su quel che è venuto dopo solo un paio di accenni qua e là, perché volevo prima raccontare l’inizio e poi il seguito, solo che il seguito è finito prima di raccontare l’inizio, e allora non aveva più molto senso.

La metto qui, come un saluto da lontano.

Sono a una festa di compleanno in mezzo a persone mai viste prima, e questa sconosciuta mi inciampa addosso, rovesciandomi un cocktail sulle scarpe. Le dico che non fa niente, non mi ha neanche preso, la maggior parte è finita sul tappeto, ma lei si prodiga ancora in scuse, la faccia tutta rossa che s’intona col vestito a fiori, e cercando un tovagliolo per pulire almeno il tavolino, scivola su un cubetto di ghiaccio e finisce in braccio alla festeggiata.

“Guarda, è meglio che ti siedi e ti riprendi”, le suggerisce l’amica e me la deposita accanto.

È molto carina, i suoi occhi chiarissimi mi osservano senza più il minimo imbarazzo:

“Mi chiamo Lisa”, mi dice. E ci stringiamo la mano. Solo che nel porgermi la sua scontra il mio bicchiere e me ne fa cadere mezzo sui pantaloni.

“Oh no!”, esclama, e si butta in avanti per recuperare il tovagliolo di prima, versando il resto del suo cocktail sul divano. Ormai è come stare in piscina, mi sfilo le all star e indosso un paio di comode infradito.

“Forse è meglio se cambiamo posto”, suggerisco.

“Forse è meglio se cambiate bar”, replica il cameriere intervenuto a pulire.

Per rabbonirlo ordiniamo due bibite alla frutta e andiamo a sederci in un posto asciutto, camminando con attenzione e guardando bene dove mettiamo i piedi, soprattutto i suoi.

È piacevole parlare con lei, mi fa sentire subito a mio agio posando il bicchiere lontano dai miei vestiti, e poi mi fa un sacco di domande, e quando rispondo con le mie idiozie non butta neanche occhiate nervose alle amiche sperando che qualcuna venga a salvarla.

Parliamo delle cose che ci piacciono, come fanno di solito le persone che si sono appena incontrate, e mentre si avvolge ciocche di capelli intorno alle dita mi racconta della sua passione per la musica. È preparata, ascolta un mucchio di roba che non conosco, e parte con due gol di vantaggio e l’uomo in più semplicemente dicendo che le piace Tom Waits.

Poi mi racconta di questa cantante, Laura Nyro. Si sente che è la sua cantante preferita, le si sono accesi gli occhi come fari, le dita si sono fatte più veloci, adesso accompagnano le parole volando di qua e di là in gesti ampi, che però vengono frenati dalle ciocche di capelli ancora intrecciate alle dita, e gli strattoni che dà le provocano strilli di dolore.

Riprende il bicchiere con indifferenza, ma si trafigge con lo stecchino. Allora si infila in bocca una fetta d’ananas, che ovviamente le va di traverso, e attacca a tossire. I pezzetti di frutta che espelle dal naso non le tolgono una briciola di fascino, e quando mi rovescia adosso il bicchiere cercando di mettersi una mano davanti alla bocca non cerco neanche più di spostarmi. Mi ha conquistato, lo ammetto. Sarà che da bambino ero innamorato del tenente Crandall, la bella infermiera pasticciona di Operazione Sottoveste, ma non vorrei più alzarmi da quel divano. E neanche credo che potrei, ormai l’alcool e lo zucchero mi hanno avvolto in un bozzolo talmente appiccicoso che per tirarmi via di lì servirà un lanciafiamme.

La serata prosegue senza grossi incidenti, portano la torta che finisce, ovviamente, sul pavimento, il cameriere rimedia un paio di ferite lacero-contuse e per l’abbinamento candeline/vodka sulle pareti manca poco che arrivino i pompieri, ma devo essere onesto, non è stata colpa della mia nuova amica, quando il cameriere ha portato la torta era in bagno.

Per la precisione ne stava uscendo, e come faceva a sapere che dietro la porta c’era un tizio con una torta in mano?

Credo che sia stata una serata piacevole anche per lei, perché quando ci hanno cacciato dal locale ha accettato volentieri di continuare altrove.

Peccato che l’abbia investita un taxi mentre attraversava la strada.

Adesso è in ospedale, non è gravissima, e se la legano bene al letto dovrebbe guarire senza altri incidenti.

Nel frattempo ho cominciato ad ascoltare Laura Nyro, di cui vado a raccontare qualcosa, per chi non ha trascorso la serata con la sua fan numero uno in un locale che ha chiuso per restauri e non riaprirà prima del 2017.

New York negli anni ’60 è un calderone di generi musicali, tutti gli artisti che contano sono lì, Joni Mitchell, Diana Ross, Miles Davis. Se ne vanno in giro alle feste, quando si incontrano suonano insieme, salutano tutti.

Laura Nyro invece sta a casa, chiusa in cameretta a guardare dalla finestra le gang del Bronx che imperversano sul marciapiede. Nessuno la invita alle feste, le ragazze del Bronx hanno la fama di dure, e così lei s’incupisce e scrive canzoni tristissime che si canta da sola con quella voce incredibile da cantante gospel, che non ha mai potuto far sentire in chiesa, perché nel suo quartiere la chiesa l’hanno bruciata quelli della gang di Coney Island, li stanno ancora cercando, mi sa che non ci tornano nel loro quartiere.

Quando Laura canta anche le strade del Bronx si addolciscono, gli spacciatori si trovano un lavoro onesto, i mafiosi si costituiscono, le gang si iscrivono alle scuole serali, e i marciapiedi ripuliti si popolano di coniglietti, uccellini e caprioli.

Poi la magia finisce, perché le canzoni che Laura scrive sono davvero tristissime, e i coniglietti si buttano in massa sotto il tram, i caprioli si tagliano le vene e gli uccellini si annegano nell’Hudson.

Davanti a quella carneficina il padre di Laura, Louis, che suona la tromba nei locali, decide che è ora di dare una direzione a tutto quel talento, prima di beccarsi una denuncia da qualche associazione ambientalista, e la mette in contatto con Artie Mogull e Paul Berry, due produttori che conosce lui.

Grazie a loro Laura Nyro vende una canzone a un trio folk che sta andando molto forte: Peter, Paul & Mary, che noi conosciamo grazie a “Datemi Un Martello”, di Rita Pavone, e vabbè, ognuno ha i folk singers che si merita.

È dello stesso periodo la sua prima esibizione da professionista, in un nightclub di San Francisco, l’Hungry I (angri ai, non angri uno, e non chiedetemi perché), dove ha cominciato la sua carriera, fra gli altri, Woody Allen.

La sua seconda esibizione da professionista non è alla pizzeria Moromare, ma al Monterey Pop Festival. Quel giorno sul palco passa gente del calibro di Otis Redding, i Byrds, Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company, e i Mar-Keys, che tutti vi chiederete chi cacchio sono, sono il gruppo in cui militò Donald “Duck” Dunn, il bassista dei Blues Brothers.

La sua esibizione è un successo, ma Laura si è convinta di avere fatto schifo, ha sentito dei fischi, c’è rimasta malissimo e vuole tornare a chiudersi in cameretta.

Per fortuna l’ha sentita anche David Geffen, uno che sta cominciando a muovere i primi passi di una carriera che lo porterà abbastanza in alto, tipo sulla luna, con un bambino seduto a cavalcioni che pesca in un laghetto: avete presente la Dreamworks, quella che ha prodotto l’ultimo film che avete visto al cinema, e anche quello prima? L’ha fondata quel David Geffen lì.

Fra il ’68 e il ’71 Laura Nyro pubblica i suoi cinque album migliori, poi si sposa e decide che non ha più voglia di fare la cantante di successo, che quella vita lì non le piace mica.

Cinque anni più tardi è il suo matrimonio a finire, e pubblica un disco nuovo. Si vede che non si era spiegata bene.

Da lì in avanti pubblica altri dischi, ha un figlio, una vita piuttosto intensa e non priva di dolori che termina molto presto, quando ha appena 49 anni.

Ma che genere fa Laura Nyro?

La prima cantante a cui mi viene da accostarla è Joni Mitchell, ma senza quella vena folk che attraversa tutta la sua produzione. Qui siamo più dalle parti di Nick Drake, ma anche Jeff Buckley, tutto messo a macerare in un pentolone di rhythm’n’blues. Sono canzoni intense, di quelle che se stai ad ascoltare finisci per sederti e non fare altro, si prendono tutta la tua attenzione, ma sono anche piuttosto malinconiche: il dolore e la solitudine sono temi ricorrenti nei suoi testi, e l’atmosfera notturna che dà il pianoforte fa il resto. Diciamo che se siete appena stati scaricati dalla fidanzata e tornando a casa vi hanno rapinato e nella cassetta della posta c’è quel referto medico che stavate aspettando e che comincia con “prima di andare avanti a leggere forse è meglio che si sieda”, ecco, magari è meglio se mettete su Jovanotti, tipo.


centotre-e-tre n.11: con una mano spacca una montagna, con l’altra mano invade la Germania.

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche

Non ci credevate più nemmeno voi, eh? Vi sembrava l’ennesimo progetto che comincio e mollo a metà come quella volta che sono rimasto incinto e poi dopo un anno e mezzo di gravidanza mi sono scocciato e mi sono tolto il cuscino da sotto la maglietta e tutti a dire che non finisco mai quello che comincio, tipo quell’altra volta che ho cominciato a scrivere un romanzo di fantascienza e l’ho interrotto quando il protagonista che si chiama come me si mette con la donna di cui è perdutamente innamorato, vero? E invece eccola qua, come mi è venuta e chi lo sa, direbbe il cantante che ha un ritratto magico nascosto in solaio che più passa il tempo più quello resta identico però il cantante invecchia malissimo e pure rincoglionisce.

In questo episodio abbandoniamo le atmosfere fumose dei locali jazz di New York e torniamo da dove siamo partiti, in Italia. Così se decidessi di piantare lì posso almeno dire di avere chiuso il giro. E parliamo di Primo Carnera, come vi avevo promesso.

“Ma questa rubrica non dovrebbe trattare di musica? Primo Carnera era un pugile!”

Bravi. Un pugile. Un pugile enorme, due metri e zerocinque, centoventicinque chili, scarpe taglia cinquantadue. Una specie di fenomeno, tanto che la sua carriera cominciò in Francia, proprio come attrazione di un circo, una di quelle figure pubblicizzate come “Venghino signori chi riesce a battere il gigante Mangiabambini si porta via il montepremi”, o qualcosa di analogo. Aveva diciassette anni.

Già una foto così con Eustachio “Scellapezzata” Scapazzoni non l’avresti potuta fare.

Come pugile Carnera non fu mai il grande campione di cui raccontavano i nostri nonni, già dall’esordio europeo buona parte dei suoi incontri risultò truccata, e quando attraversò l’Atlantico finì per battersi in incontri organizzati dalla mafia locale: in meno di un anno, nel 1930, Carnera ottenne ventitré vittorie, ma in alcuni casi la combine era così evidente che ad un certo punto Luciano Moggi si è alzato ed è uscito dal palasport scuotendo la testa, e già alla fine di aprile la National Boxing Association lo aveva squalificato a vita dai propri campionati. A Carnera, non a Moggi. Per fortuna l’autorità della NBA si estendeva a soli tredici stati, e il pugile poté continuare ad esercitare la sua professione praticamente ovunque. Come se il vigile ti sequestra la patente e tu non ce l’hai e allora ti porta via la tessera della Basko.

Ancora adesso la NBA, che nel frattempo ha cambiato nome nel più pomposo World Boxing Association, non è che una delle quattro federazioni che organizzano i campionati di pugilato nel mondo, ma non chiedetemi come funziona nello specifico perché non l’ho capito bene neanch’io.

In pratica diventare il campione del mondo del WBA non ti autorizza a tirartela che sei il pugile più forte del mondo, perché la stessa cosa la sta dicendo contemporaneamente il campione del mondo dell’International Boxing Federation, quello della World Boxing Organization e quello del World Boxing Council.

Sono sicuro che ai vertici di queste quattro federazioni ci siano delle antipatie molto profonde, e non fatico a credere che quando si incontrano i rispettivi campioni ogni tanto si piglino a cazzotti.

Ma torniamo a Carnera, che nel 1933 manda al tappeto Ernie Schaaf, provocandogli un’emorragia cerebrale che lo ucciderà alcuni giorni più tardi.

Un po’ come se io facessi a botte col mio gatto, immagino.

Il pugile italiano cade in depressione, non vuole più picchiare nessuno, fa come Superman quando si ritira e piglia botte anche dal bulletto del bar con la camicia di flanella.
Poi gli amici, la famiglia, e perfino la madre di Schaaf lo convincono a ripensarci. Quest’ultima gli offre perfino un altro figlio da prendere a sberle, dai, non fare complimenti, e così Carnera ci ripensa e si mette ad allenarsi per sfidare Jack Sharkey, il campione mondiale dei pesi massimi.

C’è grande attesa, il Madison Square Garden è già affollato da due mesi, mentre Carnera è sui monti a spaccare legna e dare pugni ai quarti di bue e fare le flessioni su un braccio solo e correre su per le scale del municipio di Philadelphia, e Jack Sharkey si allena in una palestra fichissima supertecnologica piena di ragazze che lo guardano con gli occhi dell’ammore.

Il 29 giugno 1933 i due pugili salgono sul ring, per quello che viene presentato come l’incontro del secolo. Sharkey indossa un accappatoio a stelle e strisce, saltella qua e là, fa il figo, poi se lo toglie e sotto porta dei pantaloncini con scritto sul davanti “peso massimo”; Carnera ha un asciugamano bianco legato in vita, l’ha recuperato nello spogliatoio prima di uscire. Quando se lo toglie il pubblico può vedere un paio di mutandoni del Dottor Gibaud, neanche troppo puliti.

L’arbitro decreta l’inizio del match. Carnera sta lì, fermo, ciondola un po’ quando Sharkey riesce a mandare a segno i suoi colpi, ogni tanto alza un braccio e gli molla una cartella terrificante, tipo gli schiaffoni nelle Sturmtruppen di Bonvi. Al sesto round Sharkey va giù, Carnera è il campione mondiale dei pesi massimi. Posso immaginare come dev’essere stata l’atmosfera in città, nel 1930 vivevano a New York 440.000 italiani, quasi tutti fra Brooklyn e Manhattan. Dev’essere stato un po’ come a Parigi nel 2002, quando il Senegal battè la Francia per 1-0 ai mondiali di Corea: una rivincita dell’immigrato nei confronti del paese che lo sfrutta, gli parla una lingua che non capisce e gli rende la vita impossibile. Non fatico ad immaginare questa fiumana di stereotipi in canotta e baschetto, coi baffi e l’accento siciliano, che sciama per le strade della città e grida e canta tutta la notte, e americani merde e viva l’Italia e Primo Carnera, Maria amiamoci che domani si torna a casa nostra che nostro figlio dovrà nascere italiano.

Per replicare quest’effetto, Peter Jackson fece mettere Gandalf e Frodo a distanze diverse davanti alla telecamera. Non so perché l’ho detto.

La biografia del pugile prosegue, ma non abbiamo tutto il giorno, e poi a noi interessa l’aspetto musicale, che viene qui rappresentato in una tournèe teatrale che il nostro intraprese alla fine della carriera sportiva, insieme a Renato Rascel. Non ce l’ho un brano tratto da quella tournèe, e neanche uno di Carnera che canta le canzoni, perciò vi beccate una canzone di Rascel, che io me lo ricordo quand’ero bambino e c’era questa trasmissione che si chiamava Buonasera Con.., e ogni mese cambiava conduttore, ed erano sempre personaggi che poi dopo qualche anno morivano: Rascel, Macario, Tino Scotti.. Credo di avere assistito a una specie di canto del cigno della televisione che guardavano i miei genitori, oltre a tutta la serie di Goldrake, che poi era la ragione per cui mi ciucciavo quel varietà a tratti divertente, ma spesso meh (avevo sempre fra i cinque e i dieci anni, cosa potevo capire?). I miei ricordi d’infanzia sono pieni di cose discutibili guardate perché facevano ridere, da quell’avanspettacolo estinto di Tino Scotti a Renzo Montagnani e Alida Chelli che portavano in scena degli sketch così brutti che neanche il Drive In di Ricci, allo stesso Drive In con D’Angelo e Beruschi e Greggio, che a riguardarli oggi mi viene la colite. Facevano ridere, si guardavano. Non importa che fosse umorismo fuori portata per un bambino delle elementari, lo guardavo tutto e cercavo di capire quello che riuscivo. È stata una bella palestra, e i risultati li vedo oggi, quando faccio una battuta e dall’altra parte dello schermo mi rispondono col tumbleweed.

Poi ti chiedono come mai non hai la fidanzata.


centotre-e-tre n.10 Non importa se non ha quel swing

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
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Joni Mitchell – Chelsea Morning
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Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval

Ci siamo lasciati la settimana scorsa, o quella prima, non mi ricordo, la mia presenza sul blog è discontinua come quella nel mondo reale, ma ricordo che abbiamo parlato di Celia Cruz in modo piuttosto vago, che avevo da fare, mi si stava bruciando il sugo, e la connessione ballerina, e cazziemazzi.
Avrei voluto ambientare la tappa successiva in Argentina, grazie a una collaborazione fra la cantante e un gruppo che non ho ancora capito se mi piacciono tantissimo o mi tritano le balle, Los Fabulosos Cadillacs. Incapace di risolvere l’enigma ho chiesto a un’amica che li adora di aiutarmi a scrivere il pezzo, ma per il momento è irreperibile, quindi facciamo che dell’Argentina parliamo un’altra volta e torniamo a visitare un paese dove siamo già stati.

È che Celia Cruz ha fatto anche l’attrice, e a guardare le sue foto viene da chiedersi come sia stato possibile, ma d’altra parte anche Vin Diesel c’è gente che paga per vederlo su maxischermo, no?
Il film in questione si intitola I Re Del Mambo, è del 1992, e nella colonna sonora troviamo una carrellata dei più grandi nomi della tradizione sculettara, da Tito Puente ad Arturo Sandoval. Per fortuna ci sono un paio di intromissioni di genere diverso, che ci permetteranno di cambiare completamente registro e parlare di un gigante che mi è particolarmente caro: Duke Ellington.

Duke Ellington, quando voleva ascoltare Dizzy Gillespie, non metteva su un disco, metteva su lui direttamente.

Grazie a quest’uomo incredibile sfondiamo per la prima volta il muro del ventesimo secolo, essendo nato nel 1899 a Washington, quella Washington lì che pensate voi, già.

Già da ragazzino dimostrava qualità da leader, radunava i parenti e i compagni di scuola nel suo giardino e imponeva loro di cantare delle melodie di sua creazione. Non avendo ancora chiaro il ruolo dei singoli elementi di un’orchestra dava a tutti la stessa partitura, molto semplice, che faceva più o meno sciabba dabba sciabba uè. I vicini trovavano molto buffo che nel giardino accanto ci fosse un raduno di tizi che cantavano sciabba dabba sciabba uè, cominciarono a raccontarlo agli amici, questi s’incuriosivano e fu così che il giorno in cui Duke Ellington fu in grado di proporre qualcosa di interessante potè già contare su un discreto pubblico.

A 23 anni si trasferì a New York, dove cominciò a suonare in un’orchestra, e due anni più tardi era il leader di un complesso chiamato Washingtonians. Poi la consacrazione a New York, al Cotton Club, il locale più in voga di Harlem. Qui Ellington suonò ininterrottamente dal 1927 al ’31, in pieno proibizionismo, fornendo la colonna sonora degli spettacoli e mettendo insieme quella che divenne, probabilmente, la più famosa orchestra jazz della storia.

Duke Ellington la dirigeva da dietro un pianoforte, facendo dei gesti ai musicisti e dicendo loro cose tipo “Oh tu, con la tromba! Gridaci dentro! Ehi sassofonista! No tu, quello di fianco, il mingherlino pelato. Adesso devi entrare deciso e sincopare a manetta!”

Negli anni successivi al Cotton Club la sua fama si estese fino a diventare internazionale, e mentre altre orchestre si buttavano sul swing, più ballabile e di facile presa sui regazzini che lo suonaveno nei giubbocs e rimorchiaveno le pischelle, il vecchio Duke manteneva salda la sua nave sulle acque vellutate e cariche di atmosfera del jazz.

Noi a questo punto scendiamo, perché voglio raccontarvi ancora una cosa che riguarda il locale che ha contribuito a lanciarlo, quel Cotton Club di cui sopra, che ha una storia piuttosto interessante.

Il Cotton Club di Harlem, quello che poi ha chiuso ed è andato a Broadway eccetera eccetera.

Siamo a Liverpool, in Inghilterra. È il 1901, e i Beatles sono ancora così lontani che mancano ancora 13 anni alla nascita della mamma di John Lennon.

È presente, invece, la signora Mary Madden, ma non ci sta tanto, prende la via del mare come molti suoi compatrioti e se ne va a stare da sua sorella, che vive a New York. L’anno successivo fa emigrare anche i figli Owney e Martin, e il collegamento coi Beatles finisce ancora prima di cominciare, mi spiace.

Owney è un ragazzino che capisce subito come si vive nel quartiere che lo ha adottato, Hell’s Kitchen, e si unisce alla Gopher Gang, approfittando del fatto che non solo i Beatles devono ancora nascere, ma in giro non c’è nessun supereroe cieco in calzamaglia rossa.

Insomma, diventa un criminale di quelli tosti, finisce anche a Sing Sing per un omicidio che non era neanche il primo, e quando esce ci mette poco a capire cosa vuole la gente, è cominciato il Proibizionismo, gli alcolici sono vietati, una manna per il contrabbando, e il figlio della signora Mary Madden ci si dedica a tempo pieno. Si mette in affari con altri due gangsters, Big Bill Dwyer e Big Frenchy De Mange, e insieme cominciano a fare incetta di night clubs, dove vendere l’alcool che importano di nascosto. Uno dei locali di punta in quel periodo è il Club Deluxe, un night di Harlem, che Madden rinomina Cotton Club. La persona che glielo vende, fra l’altro, non è uno sconosciuto biscazziere qualunque, è Jack Johnson, pugile, il primo afroamericano ad avere vinto il titolo di campione mondiale dei pesi massimi.

Madden gli lascia la gestione, si tiene l’incasso e trasforma il locale in un centro di sviluppo degli stereotipi sui neri americani: l’aspetto della sala ricorda una piantagione del sud, i musicisti e i camerieri sono quasi tutti neri, il pubblico no, lì i neri non sono ammessi, seduti ai tavoli ci sono soltanto i rappresentanti dell’upper class, non scuri, ma sciuri.

Owney Madden, secondo una foto del fichissimo museo dei gangsters americani, raggiungibile cliccando su questa foto.

Quando nel 1935 scoppia una bega ad Harlem per questioni razziali, il locale è costretto a chiudere, e chissà come mai.

Riaprirà qualche anno più tardi a Broadway, ma ormai i bei tempi sono passati, e il Cotton Club non resisterà a lungo.

Nel frattempo il Proibizionismo è finito, e contrabbandare liquori non ha più senso, così Owney Madden si dedica alla boxe, e diventa il manager di diversi pugili di spessore, fra i quali Primo Carnera, di cui vi parlerò nella prossima puntata.

Nel frattempo vi lascio con un pezzo di Duke Ellington, dove potrete gustarvi tutta la ruvidezza della growlin’ trumpet di James “Bubber” Miley, che per ottenere quel suono ruvido era solito cantare nello strumento e pronunciare frasi di sicuro impatto acustico, tipo Il papa pesa e pesta il pepe a Pisa, o Doria merda.


centotre-e-tre n.9 Cuba libre

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning

Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana

La scorsa puntata vi avevo promesso di approfondire la conoscenza con un’altra vincitrice del Grammy Latino, perciò cominciamo senza altri indugi.

Nel 1990 facevo il fotografo per una rivista di non vedenti che si chiamava “Perlomeno il cuore non duole”, e il mio capo mi spedì a Cuba a fotografare Celia Cruz, che tornava in patria dopo trent’anni per un concerto nella base americana di Guantanamo.

“Scusi capo, ma Guantanamo fa cagare, ci sono dei gabbioni e dei tizi in tuta arancione, e i soldati sparano ai cubani per divertimento e poi si fanno coprire da Jack Nicholson che fa il colonnello che poi però in tribunale sbrocca, che foto possono venire fuori?”

“Ma a me che cazzo me ne frega, io li odio i non vedenti, mi toccano tutta la rivista, me la lasciano piena di ditate. Ho provato a spiegarglielo che è carta patinata, ma loro niente, duri proprio.”

Non feci altre domande e partii per assistere a quello che per i cubani era un autentico evento.

Celia Cruz, il cui vero nome era Úrsula Hilaria Celia de la Caridad de la Santísima Trinidad Cruz Alfonso, ma non ci stava sulla carta d’identità, era nata a Cuba nel 1925, e già prima di avere compiuto venticinque anni era una cantante con un discreto successo, aveva inciso delle canzoni e se ne andava in tournèe. Per dire, io a venticinque anni potevo spiegarti grossomodo chi erano i personaggi di un fumetto di Hulk.

A trentacinque lasciò Cuba per una tournèe che toccò Messico e Stati Uniti, e una volta arrivata lì disse Fidel puzzacacca e dichiarò che non sarebbe più tornata, perché Cuba es la alma de mi corazon, ma si sta meglio altrove, e finché ci fosse stato Castro al potere lei gli avrebbe fatto i pernacchi da lontano con due mani. Perché è facile difendere un regime quando non ci stai sotto, il sogno cubano, il comunismo reale, parli con un idealista italiano e Cuba viene fuori come il paradiso terrestre e quelli che scappano sono tutti degli illusi che vogliono la televisione a colori e non hanno capito che fuori si sta peggio che dentro, e sarà anche vero, ma un regime è un regime e un regime non è mai un buon sistema di governo, e allora vaffanculo a Castro, io sto con Celia Cruz. Sono tanti gli esuli dell’isola che aspettano il tiraggio di gambina del lider maximo, ma finora lui li sta seppellendo tutti.

Celia Cruz se n’è andata nel 2003 senza tornare veramente alla sua terra: l’unica rimpatriata fu appunto quella del 1990 alla base americana di Guantanamo, che è un po’ come litigare con tua suocera e passare il pranzo di natale da solo nella trattoria di fronte a casa sua.

Io c’ero quel giorno, e posso raccontare l’emozione della cantante a rivedere la sua terra oltre la recinzione e il filo spinato, e quando raccolse un pugno di terra dicendo che non se ne sarebbe mai più separata, e del tenente che l’accompagnava, che le rispose “Va bene signora, ma allora sarebbe meglio che raccogliesse della terra vera, quello è sterco di asino, vede?”.

“Azùcar!”, esclamò lei, com’era solita fare, sfoggiando il suo sorriso migliore e pulendosi la mano sulla giacca del militare.

Celia Cruz, campione dei pesi massimi categoria drag

Fu un concerto commovente, seppure breve. Celia Cruz indossava un vestito pieno di sbuffi colorati sulle spalle, e i soliti occhialoni che la facevano sembrare un transessuale con dei precedenti nel pugilato semi professionistico. Quando risalì sull’aereo che la portava via per sempre dalla sua terra pianse a lungo, e parecchi la imitarono anche al di qua delle transenne, fra gli uomini in divisa e quelli con la tuta arancione. Non credo che un governo dovrebbe impedire a qualcuno di tornare a casa propria, e voi mi chiederete “e allora i Savoia?” e io vi rispondo che i Savoia sono un discorso un po’ tanto diverso, e comunque in Italia ci sono tornati pure loro e con tanto di inchino, cosa che mi farebbe venir voglia di esiliare anche quelli che si sono prostrati in salamelecchi, ma finirei per contraddire il discorso di cui sopra, e mi pare di avere già scritto una montagna di minchiate, considerato che volevo solo allacciarmi a Celia Cruz per dire che a me il sogno cubano fa cagare il cazzo.

Morì negli Stati Uniti, dove abitava, e la cerimonia funebre venne officiata nella chiesa di San Patrizio, a New York, davanti a una folla oceanica. Per l’occasione il suo amico Victor Manuelle cantò questa canzone qui:


Pensateci quando morirete e al vostro funerale ci saranno solo persone che pregano e piangono.


centotre-e-tre n.8 E voi state ancora a Sanremo

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana

Cari viaggiatori delle musichine, ve la siete fatta passare la ciucca di Sanremo? Lo sapete che sono stato costretto a togliere dalla bacheca di facebook qualcosa come quaranta persone, che non ne potevo veramente più di informazioni in tempo reale sulle vicissitudini del festival, mannaggia a loro? A me non piace il festival, non ho neanche la televisione, l’ho regalata per non sapere niente del festival, non accendo neanche la radio in quei giorni, ma se devo anche chiudere il computer diventa difficilissimo!

Poi lo so che gli estimatori salteranno su a dire ma no, guarda che queste ultime edizioni non sono becere come quelle che ricordi tu, ci sono i cantanti bravi, gli ospitoni, e giù a fare nomi ed esempi, e io a scrollare la testa e dire ragazzi, davvero, non è il caso, e loro niente, che la canzonemononòta, e Gazzè, e quell’altra bravissima, e poi c’è sempre quello che giustifica il suo interesse dicendo che va bene, il festival fa cagare, ma nella categoria merda sul marciapiede è il prodotto migliore che ci sia e quindi va visto.

Sarà, io le merde sul marciapiede cerco di evitarle, per esempio domenica ho incontrato un gruppetto di casapau che volantinava e ho attraversato la strada, perciò chiudiamo lì la parentesi nazionalpopolare e torniamo alla rubrica di musica radical-chic che vi piace tanto da restare ad aspettare per settimane sperando che tornasse, pur sapendo che avrebbe tardato un po’.

Grazie, vi sono riconoscente per la pazienza dimostrata, anche se adesso che vi ho rivelato che non state più sulla mia bacheca di feisbuc magari fate gli offesi e mi snobbate.

Dove eravamo rimasti? L’ultima volta che ho scritto era dicembre, avevamo appena lasciato il Messico illegalmente insieme a El Chapo Guzman e avevamo raggiunto la Colombia sul pulmino dei Tucanes De Tijuana, annusando una strana polverina bianca che ci hanno giurato essere bicarbonato.

Gli effetti bizzarri del bicarbonato centroamericano (che poi la Colombia sarà centro o sud? Vabbè, cosa sto a cercare, tanto qualcuno che me lo dice lo trovo sicuro)

Scesi dal pullman ci siamo sentiti stranamente leggeri, che il bicarbonato di quei posti ti picchia in testa che è una meraviglia, e ci siamo infilati in una bettola di Bogotà, dove il gruppo che ci ha accompagnato doveva tenere un concerto.

La testa ci gira, forse è l’altitudine, forse qualche virus, pigliamo un’altra nasata di bicarbonato, che magari ci schiarisce le idee, ma le cose peggiorano ancora, e ci schiantiamo a un tavolino, dove ordiniamo una bibita.

Nel frattempo il gruppo attacca a suonare uno dei suoi pezzi forti, El Cholo, e dal tavolo accanto si alza uno con una camicia veramente orrenda, e grida una frase in spagnolo che non capite, perché quando c’era da iscriversi a un corso di lingua avete scelto il portoghese perché faceva più fico e poi fra un’insegnante di venticinque anni brasiliana col culo scolpito e una di cinquantacinque manchega coi baffi come Dalì non avete avuto dubbi.

Per fortuna che la voce narrante non ha problemi di traduzione e può venirvi incontro: il tizio con la camicia orrenda ha detto che “l’unico Cholo è El Cholo Valderrama!”.

Adesso vi spiego di chi si tratta.

Uno dei generi tradizionali di questa parte di mondo è il joropo, una specie di valzer suonato con strumenti a corda e, tuttalpiù maracas. Ochei, aspettate a cambiare pagina, vi giuro che è divertente! Pensate che in Colombia si tiene anche un festival, il Torneo Internacional del Joropo, che non potrà essere più brutto di Sanremo, via! Quantomeno sono sicuro che Mengoni non ci si è mai esibito.

Insomma, il leader indiscusso di questo genere si chiama Orlando “Cholo” Valderrama, ed è a lui che si riferisce il nostro amico al bar. È il suo cantante preferito, e una volta in un ristorante gli ha autografato il chicharron.

Senza la divisa di Bartolini ho stentato a riconoscerlo.

Nel 2008 il nostro Cholo si è pure portato a casa il prestigioso Grammy Latino, che è come quello più famoso, solo che i cantanti indossano la toga e il voto viene espresso mostrando il pollice in su o in giù. Chi vince è portato in corteo su una biga e lo sconfitto viene divorato dai leoni al Colosseo.

Tra i più famosi artisti premiati ricordiamo Christina Aguilera, Ricky Martin e la nostra Laura Pausini, premiata solo perché quell’anno erano finiti i leoni.

Faccio notare che spesso ci riferiamo al Centro e Sud America come a paesi sottosviluppati, ma intanto a casa loro Fabio Fazio in televisione non ce lo fanno andare.

E basta, che devo ancora scrivere la roba

Dai, la settimana prossima vi parlo di una vincitrice del Grammy Latino che non è Laura Pausini.

Per ora ascoltatevi un pezzo del Cholo, che non è quello che avevo scelto, perché su youtube non c’è, e neanche so dirvi se sia bello, che mentre scrivo sto ascoltando della musica vera, mica sta merda, figurati, appena partito il video si sente un muggito, ti pare che vado avanti? Sappiatemi dire se merita, ci vediamo la settimana prossima.