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le pablog au cinéma: Macbeth

Questa cosa delle barbe me la dovete spiegare.

Perché fino a ieri un uomo con la barba lunga era considerato alla stregua di un mugik afgano o, al limite, di un pastore amish, insomma, due categorie non propriamente appetibili per l’immaginario femminile, e all’improvviso lo stesso individuo vi scatena un arrunchio da groupies?

Perché proprio adesso che mi sono comprato i pantaloni da punk rocker e il mio sex appeal è passato da zero a centotrenta voi avete deciso che va di moda l’eremita squilibrato innamorato della propria pecora, annullando le mie possibilità di rimorchio?

Mi sono posto queste domande alla fine di Macbeth, quando si sono accese le luci in sala e tutte le donne presenti stavano sbavando con gli occhi a girandola.

forse dovrei andare in giro anch’io con le righe in faccia

Cioè, io e Muffin avevamo lo stesso sguardo, ma per ragioni diverse dall’ormone, nonostante la presenza di Marion Cotillard facesse supporre il contrario: intanto la presenza di Magneto sullo schermo, che non può lasciare indifferenti gli appassionati del cattivone col pitale in testa. È curioso il legame fra il thane di Glamis e i mutanti: Fassbender è il quarto attore ad aver interpretato sia Macbeth che un personaggio della saga degli X Men, dopo i due Professori X e l’altro Magneto.

Al di là del protagonista, Macbeth è un filmone, ha una regia impeccabile e il direttore della fotografia è quel signore che ci ha regalato True Detective, non so se avete presente, sarebbe quella serie tv dove il protagonista senza barba faceva muggire le donne che stavano con voi sul divano. No, mi spiace, non era il vostro deodorante.

Ma perché le bambine che compaiono dal nulla nella nebbia insieme a tre streghe devono risultare sempre così inquietanti, mannaggia a loro?

La colonna sonora rientra nella categoria “colonne sonore di film successivi a Inception”, ci sono diverse variazioni, ma il tema principale è quasi sempre POOOOOHHHH. Qui lo fanno dei violini, ma l’idea è quella, e comunque funziona. O forse è la gratitudine di non avere utilizzato delle maledette cornamuse, benché la storia sia ambientata in Scozia.

La storia è ambientata in Scozia, ed è quella raccontata nella tragedia di Shakespeare, con le tre streghe che predicono il futuro al
nobile Macbeth e lui il destino se lo crea da solo come pare che alla fine facciamo tutti, alla faccia di Rob Brezny.

Anche i dialoghi sono gli stessi della tragedia, quindi se vi piacciono i film con le frasi a effetto tipo “Nessuno mette Baby in un angolo” forse dovreste vedere qualcos’altro.

Visivamente il film deve molto a certe pellicole giapponesi, prima di tutto Kurosawa. Questa parte l’ho letta, io di Kurosawa ho visto solo un film con Richard Gere tanti anni fa al cinema di Ronco, e per una svista le bobine erano state proiettate invertite. Non so se vedere prima il secondo tempo del primo sia stata la causa della mia avversione verso questo regista, ma da allora mi sono tenuto distante dalle produzioni giapponesi, per sicurezza. Giusto una volta ho provato a forzare il blocco leggendo Kitchen, di Banana Yoshimoto, ma l’edizione di cui entrai in possesso era stata impaginata a rovescio e non ci capii nulla.

È per quello che quando mi proponete un film di Miyazaki vi rispondo che devo andare a trovare mia nonna, anche se è morta dieci anni fa.

Insomma, Macbeth miglior film del 2016, seguito da A Perfect Day. Ma adesso escono i pezzi grossi, la situazione potrebbe cambiare.


le pablog au cinéma: Francofonia

A parte che ogni volta devo cercare come va l’accento su cinéma, scrivere la recensione di un film come Francofonia non è facile per uno la cui comprensione dell’arte si ferma a questa è una statua e quello è un quadro. Fosse l’ultimo Guerre Stellari mi sentirei di esprimere un giudizio più approfondito, direi che JJ Abrams ha girato un film magnifico che ci restituisce l’epica della trilogia originale, ma resta un omino patetico.

Come patetico? Come sarebbe a dire?”
Avevi un fracco di soldi, un universo intero da cui prendere spunto e perfino gli stessi attori, potevi fare un capolavoro e ti sei limitato a riproporci le stesse situazioni. Non è un film, è un tributo.”
Oh, ho fatto un film magnifico che restituisce l’epica della trilogia originale, non è che posso pure inventarmi una storia!”
Se George Martin avesse pubblicato un romanzo in cui i personaggi rifanno le stesse cose del primo volume lo avremmo crocifisso. Ne ha pubblicati due dove fondamentalmente non succede un cazzo, ma almeno è stato onesto. Tu no, hai cambiato due facce, due sfondi, e ci hai riproposto lo stesso film. Sei un cialtrone.”

Vabbè, non è che la trilogia originale fosse così originale, eh?”

Prendere delle idee altrui e adattarle al proprio lavoro è legittimo, è da quando dipingiamo bisonti nelle grotte che lo facciamo. Ma se prendi il tema del tuo compagno di banco e ci metti la tua firma sotto non si chiama più ispirazione, è plagio.”

Ecco, se avessi dovuto scrivere la recensione del Risveglio Della Forza sarebbe stato facile, avrei potuto riempire pagine solo insultando Abrams, ma qui stiamo parlando di un prodotto complesso, che viaggia tutto sul filo dell’interpretazione: cosa vuol dirci il regista quando ci mostra la nave nella tempesta e Napoleone che cazzeggia per il Louvre? Perché la critica considera più riuscito il suo film precedente, Arca Russa, che a me ha fatto venire voglia di arruolarmi nell’Isis solo per avere una cintura esplosiva?

Forse non dovrei accostarmi a queste forme di arte, ci sono un sacco di Topolini che aspettano di essere raccontati, ma quando sono uscito dal cinema avevo gli occhi pieni di quadri, tessuti e tetti di Parigi, e se non mi mettevo a scrivere queste righe correvo il rischio di mangiare crème brulèe fino alla fine dell’anno, e io non la so fare la crème brulée, ci vuole il lanciafiamme per formare la crosta di zucchero e non trovo nessuno che me lo venda di contrabbando. Mi sono messo con una fumatrice per poterle rubare gli accendini mentre dorme, ma non è la stessa cosa, se lo tieni verso il basso la fiamma lambisce lo zucchero ma ti brucia le dita, e se rovesci la tazza spargi tutta la crema sul tavolo e l’accendino si spegne.

a me comunque piace di più la locandina coi due protagonisti di spalle

francofònia o francofonìa?

Francofonia ci racconta del sodalizio di due uomini molto diversi, il responsabile di tutta la cultura francese durante il dominio nazista, il direttore del Louvre Jacques Jaujard, e il responsabile di tutta la cultura nazista durante l’occupazione francese, il conte Franz Wolff-Metternich. Entrambi vogliono salvare il museo e le sue opere, ma è il nazista che rischia di più: i gerarchi del partito vorrebbero mettersi in casa la Gioconda, e gli ordinano di requisirla, e lui che capisce l’inestimabile valore delle opere e la fine che andrebbero a fare, si inventa la scusa di non sapere il tedesco. Goebbels gli dice portami un quadro di Gericault che ci rifodero i quaderni di mia figlia e lui Uot? Himmler gli dice portami due mummie che le nascondo nel letto a Göring vedrai le risate e lui sge parl pà lallemòn. Alla fine Hitler in persona vuole visitare il Louvre, e Metternich glielo impedisce sfruttando il doppio piano narrativo del film: quando il cancelliere arriva all’ingresso sposta tutta l’azione al presente e ci mostra uno che comunica via skype con una nave portacontainer; nel successivo cambio scena la bigliettaia francese è stata sostituita con quella che sta alla cassa agli scavi di Pompei, che si mette subito in pausa pranzo. Tempo che torna e il film è finito, il Louvre è salvo!

lei sarà pure Marianne, ma l'avrei presa a testate

saranno bizzarri, ma almeno non fanno la bocca a culo di cane davanti ai quadri

I primissimi piani ti fanno notare delle opere che quando ci sei stato tu hai snobbato allegramente: “ah, questa statua ha novemila anni? Questo mi fa ricordare che ho ancora un branzino in congelatore”. L’inquadratura in notturna, lenta, della tomba di Philippe Pot mette i brividi, con quelle figure incappucciate che adesso si girano e ti dicono che sarai il prossimo. La Nike di Samotracia non indossa le scarpe omonime, lo capisci benissimo quando la inquadrano sotto la tunica.

Insomma, per me Francofonia è un grosso sì, l’Episodio VII un grosso vabbè e Macbeth una grossa erezione, e non solo per la presenza sullo schermo di Marion Cotillard, ma di questo parlerò la prossima volta.


due film buttati là

Due anni fa scrivevo quelli per il Quattordici appena incominciato, delle cose che mi riproponevo di fare non ne ho realizzata neanche una per sbaglio, e sono sicuro che quest’anno sarà lo stesso, perciò questo diventa un mero esercizio stilistico per farmi perdonare il post buttato là che lo precede. Che poi farmi perdonare da chi, questo blog lo leggono solo i miei quattro amici e quello che cerca foto delle gemelle Kessler nude, che continua a cercarle qui per una sua perversione francamente incomprensibile. Che poi questo verrà fuori buttato là tanto quanto, e non è che tutti i giorni posso scrivere un post di merda per farmi perdonare quello di merda scritto il giorno prima, devo anche vivere e fare cose di cui parlerò nei post di merda che seguiranno.

Due sere fa ho visto A Perfect Day, un film con Benicio Del Toro e Tim Robbins che fanno i volontari umanitari in Bosnia alla fine della guerra. Il regista è quello de I Lunedì Al Sole, che era una pellicola splendida, se riuscivi a non suicidarti appena uscito dalla sala, ma qui l’atmosfera è un po’ più allegra, soprattutto grazie a Tim Robbins che fa lo splendido con le vacche morte. I titoli di testa ti catturano e ti fanno dire sì a voce alta, e per il resto della pellicola non fai che ripetere che sì, questo film è senza dubbio il migliore che ho visto quest’anno, ha una colonna sonora punk rock e mi ha fatto tornare la voglia di balcanizzarmi al più presto.
Ecco, non fatelo. Io sono stato rimbrottato dalla signora seduta dietro, che già è entrata in ritardo per colpa del cassiere in acido vatti a drogare a casa tua che non riusciva a stamparle il biglietto, ci manco solo io che commento a voce alta, e oltretutto il film è stato girato tutto in Spagna, che Balcani?
Io però voglio balcanizzarmi lo stesso, quindi il mio primo buonoproposito per il il 2016 sarà partire per i Balcani. Al limite anche con la signora seduta dietro, però la sua parte se la paga lei.

io comunque tengo per l’interprete

Mi è andata bene che il film di Woody Allen l’ho visto alla fine dell’anno scorso, perché avrei dovuto inserire fra i buoni propositi quello di uccidere Emma Stone, diventare un nichilista con la panza e trombarmi una milfona in cerca di sè stessa.
Poi il film non mi è neanche piaciuto, gli attori che parlano come nelle istruzioni per pulire il filtro della lavatrice mi hanno impedito di immedesimarmi nella storia, e i doppiatori di merda hanno fatto il resto.
Da un punto di vista cinematografico il 2015 non mi ha dato granché, spero che il prossimo sia migliore, e il secondo buonoproposito sarà andare più spesso al cinema, che i film ben fatti ci sono, sono io che poi vado a vedere Spectre.

una locandina sprecata, e sì che ci avevo creduto tantissimo

Ecco, di Spectre mi sento di parlare male, anche se l’inizio è spettacolare e ti fa dire dei grossi sì e anche battere i pugni sul bracciolo, almeno finché la signora seduta dietro non ti chiede di smetterla.
Capiamoci, i film di James Bond seguono delle regole molto precise che funzionano solo per loro, non sono “d’azione”, o “di spionaggio”, se dovessimo inserirli in una categoria specifica sarebbe “film di James Bond”, perciò quando vai a vederne uno sai già praticamente tutta la storia: c’è lui impegnato in una missione breve e spettacolare che porta a termine con successo e trova un aggancio per quella che sarà la trama principale; poi parte la sigla, un pezzo lento con arrangiamenti orchestrali su silhouettes di donne nude e proiettili che vanno a frantumare cose; durante il film Bond guiderà macchine di lusso, si farà donne bellissime, visiterà luoghi esotici e prometterà a Q di trattare bene i suoi costosi giocattoli ultrasofisticati. Il cattivo è sempre uno psicopatico che vuole conquistare il mondo, ostenta una sicurezza di sé che lo porta a cincischiare per ore invece di darci una botta e terminare con successo il proprio piano diabolico, e parla-sempre-lentamente. E sorride un casino. Io non ho mai visto un cattivo di Bond incazzato col mondo, che voglia distruggere tutto solo perché lo hanno licenziato e ha litigato con la moglie. Non ricordo di avere mai visto un cattivo donna, ma probabilmente c’è stato.
Il cattivo di James Bond vive in una base segreta, spesso subacquea, dove l’agente arriva quasi sempre prigioniero o invitato direttamente. Ogni tanto ci si infiltra, ma in realtà lo aspettavano e lo beccano in due minuti. Poi lui si libera grazie a qualcosa che è sempre nascosto nell’orologio, ma levaglielo, no?? Non l’avete ancora capito? Macché, gli prendono la pistola e gli lasciano l’orologio. Ma tanto se lo vuoi ammazzare a che gli serve sapere che ore sono?
Poi Bond scappa con la figa e fa saltare tutto per aria, battuta spiritosa e sguardo charmante, titoli di coda.

Anche questo segue la medesima trafila, solo che è una merda. Perché gli ultimi Bond ci stavano abituando a un rinnovamento della serie, era tutto più moderno, al passo coi tempi. Niente più donnine sceme che appaiono cinque minuti e solo per togliersi i vestiti, comprimari più interessanti, una trama più solida, Daniel Craig che fa traballare la mia eterosessualità. Qui no, si torna a Roger Moore che fa le facce ammiccanti, si fa la Bellucci-santodiorinchiudetelanonfatelarecitaremaipiù, cazzeggia col cattivo più inutile dai tempi di 007 contro l’allevatore di pulci, ad un certo punto sbadiglia pure lui.

Proseguendo sulla scia dei film che sembravano interessanti e si sono rivelati peggio di Cristina D’Avena ieri sera in piazza Matteotti coi tuoi amici nerd vestiti da puffo e hai finito le benzo vorrei segnalare Dio Esiste E Vive A Bruxelles, ennesimo prodotto del genere “Ho studiato il cinema di Tarantino e mi imbottisco di videoclip, ma non chiedetemi di scrivere una storia originale perché alle lezioni di sceneggiatura avevo la varicella”. Sinceramente, la gag di quello che prova a camminare sull’acqua? Nel 2015? E il pubblico in sala rideva. Roba che ti fa rivalutare Checco Zalone.

E fu così che, partendo da un post sui buoni propositi per l’anno a venire, quella vecchia volpe di Pablo si mise in pari con le recensioni non richieste, tirò via un po’ di polvere dal blog e preparò il terreno per le nuove incredibili avventure di cui avrebbe parlato in seguito, tipo quella volta in cui si addormentò durante la proiezione di Francofonia, quell’altra in cui si addormentò a teatro davanti a Paravidino e quella pazzesca in cui si addormentò in piedi a Torino alla mostra di Monet.

Restate nei paraggi, si prospetta un 2016 sensazionale!


le pablog au cinèma: Mission Impossible – Rogue Nation

Image for Le pablog au cinèma: The Book Of Eli hits The RoadÈ sabato mattina, sei lì a menarti l’ukulele davanti al computer, e finisci sulla pagina di Kekkoz che recensisce l’ultimo Mission Impossible, e all’improvviso ti aumenta la salivazione: è uscito?? Ma no, dai, sarà una vaccata. Per esempio a lui è piaciuto il quarto e pure del terzo non dice orrori, e io ogni volta che penso a quei due capitoli della serie mi si forma nel cervello l’immagine della scimmia che suona il tamburo, non so neanche più di cosa parlano, ricordo giusto una scena con Tom Cruise che blocca una strada in centro a Roma e gli automobilisti in coda che lo trattano con cortesia: Mission non saprei, ma Impossible di sicuro.

Vabbè, io la scena di lui appeso all’aereo me la voglio vedere, che se c’è una cosa che mi piace di questo attore basso e dalla morale discutibile è che non usa le controfigure: nel secondo capitolo ha mandato nel panico John Woo perché in una scena di lotta c’era il serio pericolo che si conficcasse un pugnale nell’occhio, cadesse da un burrone, facesse recitare suo cugino. Qui si appende al portellone di un airbus a 1.500 metri da terra, superando anche la sua scalata al Burj Khalifa del film precedente, e difatti tutta la campagna promozionale è stata incentrata su quei 90 secondi di film.

Ecco, il giorno dopo posso dire che pure le restanti due ore e passa reggono bene, Rogue Nation è un film divertente e vale il prezzo del biglietto.

Poi oh, la storia è un’accozzaglia di fuffa e situazioni che ti giri verso i tuoi amici e tutti insieme vi chiedete ma perché, ma è girata molto bene, le sequenze d’azione sono fighe, gli inseguimenti rendono l’idea della velocità, le battute simpa che ultimamente in questi film spopolano qui sono contenute, nonostante Simon Pegg, oppure i doppiatori ci hanno risparmiato l’agonia di vedere ovunque quei cazzo di Minions. Jeremy Renner sembra il figlio ciccione dell’Alec Baldwin ciccione, Rebecca Ferguson è una bella donna elegante, il capo del servizio segreto britannico sembra il mio ex insegnante di teatro, Tom Cruise è un vecchio, e mi viene da chiedermi come sia possibile che dopo aver salvato il mondo per quattro volte di fila non sia mai riuscito a fare carriera, è sempre un agente sul campo e per di più è sempre inseguito dai suoi colleghi che lo pigliano per il cattivo. O loro sono veramente di legno e non si fidano proprio di nessuno ma nessuno, o lui è ancora più stronzo di quello che sembra nella realtà.

I ruoli dei personaggi secondari non mi sono chiari, c’è quello nero col cappello buffo che dovrebbe essere l’hacker della squadra, ma allora Simon Pegg che fa, l’hacker scemo? Jeremy Renner è il capo, ma non tanto capo quanto Anthony Hopkins, infatti accompagna gli agenti sul campo e protesta che questo non si può fare e quello neanche. Ma allora stai a casa, no? Poi ci sono i doppiogiochisti, triplogiochisti, gente che cambia partito tante volte da confondere perfino i più scafati politici nostrani, e i cattivi col piano diabbolico che sanno prevedere ogni mossa dell’avversario e poi si fanno pigliare come fidanzati di Teresa. Questo in particolare è cattivissimo, ma la cosa peggiore è che non gli hanno fatto il mento. Non ce l’ha, ha un affarino appiccicato lì davanti che non capisci come fa ad appoggiarsi la mano quando deve ordire i suoi piani diabbolici, gli scivola via e sbatte sul tavolo, forse è per questo che è diventato così cattivo.

Comunque la recensione migliore resta quella di Honest Trailers.


le pablog au cinèma: Avengers 2

Image for Le pablog au cinèma: The Book Of Eli hits The Road

Ieri sera le pablog è andato au cinèma a vedere gli Avengers, che quand’era giovane lui si chiamavano  Vendicatori e si univano, ma poi è arrivata questa moda dei nomi originali e adesso si chiamano Avengers, e  immagino che si assemblino, come una cucina ikea, e infatti c’è un fermo immagine di Capitan Abbiamo-Una-Visione-Quantomeno-Limitata-Del-Continente-Americano che pronuncia la A di assemble, invece della U di uniti, e ringraziamo che il film sia stato girato in inglese, perché un tizio grosso come una cassapanca che fa la boccuccia a culo di cane è un brutto vedere.

L’aspettativa è alta, il primo mi era piaciuto un gran bel po’, e quella specie di interludio fra i due che è il secondo Capitan Vabbè-Ma-Allora-Devi-Intervenire-Pure-In-Uruguay si lasciava guardare, a parte certe cadute di trama che però se vai a vedere un film di tizi in pigiamone che si ceffonano non è che ti puoi lamentare, e così ci troviamo in sala 6, fila G, io, Teresa e l’Ittita, così vicini allo schermo che quando Thor fa roteare il martellone che sembra proprio di plastica a Teresa si scompiglia il ciuffo. Anche quando si toglie la maglietta e mostra più carne lui del banco del macellaio a Teresa si scompiglia il ciuffo, ma in un posto che lo può notare solo la sua estetista.

Un paio di trailer molto muscolosi e l’ennesimo clone di Narnia più tardi e parte il suono di pagine sfogliate che contraddistingue il film della Marvel. La salivazione mi aumenta. Cominciamo.

pupazzoni uniti!!

Una fortezza in mezzo alla neve, soldati incazzosi sparano, arrivano i supertizi e gli menano forte, con effetti speciali da videogioco di dieci anni fa, movimenti fluidi come mia nonna quando doveva alzarsi dalla sedia e una fusione fra realtà e computer grafica a livello “pennarellone su una foto”; tutta l’aspettativa si trasforma di colpo in un grosso maccheccazzo, e ti saluto sospensione di incredulità, i fortissimi eroicissimi Vendicatori mi diventano un catalogo di mascelle volitive e pose plastiche, e le battute che rappresentavano il punto di forza del film precedente mi fanno ridere come se gliele avesse scritte lo sceneggiatore di Camera Cafè.

Qualche minuto di marasma e pezzi di roba che volano e Tonno Smargiasso riesce a penetrare nel laboratorio del cattivone, il barone Von Strucker, che qui si chiama semplicemente Strucker, come dire le commedie di Eduardo Filippo o la contessa Serbelloni Mare. È costui il terribile capo dell’Hydra, l’organizzazione criminale specializzata in atti contro l’umanità che è entrata in possesso dello scettro di Loki durante uno dei film precedenti, dopo che tutti gli spettatori erano usciti dalla sala e anche le cassiere se n’erano andate a casa.

In questo castello, celato fra i monti di un paese dell’Europa Orientale conosciuto come Valle D’Aosta, la terribile organizzazione sta creando dei superumani di cui servirsi per i propri scopi terribili, e ne ha già fatti un paio, lo Sciattone Più Veloce Del Mondo e sua sorella, la classica ragazzina disadattata senza amici che ascolta i Cure, il cui potere è fare le scorregge rosse e le corna con le mani.

L’intervento dei supereroi più amati dal cinema manda tutto a carte quarantotto e si può tornare a casa e far cominciare il film vero, e sarebbe ora, che quest’inizio mi ha già fatto crescere il muschio sotto le balle.

C’è Tonno Smargiasso, il miliardario in scatoletta, che sfrutta la tecnologia trovata nel castello per costruire un’intelligenza artificiale più potente di Windows 8, e si fa dare una mano dall’altro scienziato, Mincazzo Gonfio, il bambolotto che se lo maltratti cresce e diventa verde esattamente come il mio fegato. Poi non funziona, grosse delusioni, beviamoci sopra, e vanno tutti a fare festona, che uno si aspetta chissà cosa e invece sono tutti sul divano a fare gli spiritosi col martellone di Thor, che sembra un po’ la trama di un porno, ma Scarlett Johansson non ne vuole sapere di spogliarsi, si limita a fare la gattamorta con Mincazzo Gonfio che però non coglie i segnali, le similitudini con me aumentano, mi sento a disagio.

Arriviamo alla classica scena che perfino in Frankenstein Junior: nel laboratorio le cose vanno avanti da sole, l’intelligenza artificiale si sveglia e mostra cattive intenzioni, e ad un certo punto la festa viene interrotta da un Ciao scassato di nome Ultron, il cattivo di questa storia. È un robottone coi muscoli di metallo che si sposta su internet e comanda tutte le cose elettroniche tranne quelle che farebbero finire subito la storia, tipo l’aereo degli Avengers o la tuta di Tonno Smargiasso. E non si capisce che cazzo vuole: distruggere il mondo? Creare un’intelligenza superiore? Eliminare i suoi avversari? Cosa? Deciditi cristo!

il Bimby spaziale sminuzza impasta trita spreme frulla taglia affetta le tue balle

Succedono un mucchio di cose discutibili, personaggi vengono buttati in mezzo senza ragione, la squadra va a fare agriturismo, il piano di Ultron lo capisce solo lui, sembra una delle mie lezioni di improvvisazione teatrale; fra un vuoto narrativo riempito a cazzotti e qualche Fiat Panda distrutta (giuro, ho visto anche una vecchia Lancia Y) arriviamo all’epilogo senza sapere cosa sia veramente successo né perché. Teresa si lamenta che la storia è inverosimile perché nella fattoria vive una che gira per casa truccata e coi tacchi, l’Ittita è la prima volta che vede un film d’azione e fissa lo schermo senza parlare, io sono sprofondato nella poltrona e ho indossato il pigiama, per portarmi avanti col lavoro che farò appena tornato a casa.

Poi non è tutto da buttare, qua e là mi sono divertito, certe scene sono fatte bene e arrivi a dimenticare che c’è più trama in un racconto di Topolino che in queste due ore e passa di film. Ma sono momenti, e durano solo fino all’ennesima battuta scontata dell’uomo che deve far ridere per contratto e nel suo massimo momento di preoccupazione ha il tono di quello che vabbè, mica è roba mia, hoho. Ochei, s’è capito chi sei e cosa ci fai lì, adesso vogliamo provare ad essere un personaggio credibile e non una sagoma di cartone?

Boh, forse mi sarò abituato a roba di qualità, o sarà che il primo film ci aveva già mostrato tutto il repertorio e qui non c’è proprio niente di nuovo, sarà che la categoria dei robottoni cattivi è talmente affollata di personaggi interessanti che prima di Ultron ci sono Terminator, i Cylon, i Borg, i Dalek e la piastra per capelli della Termozeta.

Insomma, no. E le prossime uscite che andranno a toccare le saghe spaziali, Thanos, le Gemme dell’Infinito, quegli scassacazzi dei Fantastici Quattro, sono tutta roba che mi faceva venire l’orchite anche sulle edizioni della corno, nei lontanissimi anni ’70, quando i miei genitori mi compravano un Uomo Ragno ogni tanto e non avevo idea di cosa ci avrei trovato dentro, che la composizione dell’albo era sempre lasciata alla fantasia della redazione; uccidetemi pure, ma per me riconoscere al volo lo stile di Jack Kirby, signore incontrastato della matita e della china, era un dramma, significava diverse pagine di personaggi che non conoscevo, dalle facce tutte uguali, in ambienti pieni di tubi, a fare cose che non capivo, e la reazione era sempre “Nuuoooooooohhhh!!! Cheppalleeeeeeee!!!!!”. Chissà quando avrei rimesso le mani su un altro albo, non avrei mai saputo come sarebbe andato a finire lo scontro fra Devil e Stilt Man, maledetti faccioni spaziali!

Hai poco da ridere, sai

 

Quell’idiosincrasia mi è rimasta, non ricordo una storia che sia una di Silver Surfer, non mi frega di Thanos, di Galactus e dei tizi che vengono dalla Luna, come si chiamano, boh.

E adesso scusate, ma ho da vedere ancora sei episodi di Daredevil, che è la serie più bella che si possa immaginare per chi ama i fumetti e una delle migliori dieci anche per chi i fumetti non li conosce, e se non lo state guardando fate male, la vita è breve e non ha senso sprecarla guardando robaccia.


le pablog au cinéma: Birdman

Ehi ma tu sei Pablo, quello che scrive sul Pablog! Eh. Perché cosa puoi dire a una che ti ferma per strada e ti dice qualcosa che sai già, se non eh. Leggo sempre la tua rubrica di cinema, mi piace tantissimo! Allora leggi molto poco, perché non scrivo di cinema da anni, ormai. Infatti, e mi chiedevo come mai. Forse non vai più al cinema? Ho letto che ti sei dato al teatro. Mi sono dato a un sacco di cose: alla psicoterapia, alle droghe, ai libri in formato elettronico e al sesso occasionale con sconosciute che mi fermano per strada per chiedermi del mio blog. T‘è andata male, io volevo solo sapere quando scriverai un’altra recensione di cinema. Che due palle, ma sempre così? Guarda, sto giusto andando a vedere Birdman. Magari poi scrivo due righe, se mi lasci il tuo numero di telefono te lo faccio leggere in anteprima. Grazie, ma aspetto di leggerlo sul blog. Ciao. 

Niente, è chiaro che provarci con tutte quelle che respirano non fa per me, forse dovrei cambiare strategia e spacciarmi per un orsacchiotto tenerone. Oppure scrivere le mie robe senza preoccuparmi di cosa succederà domani, tanto domani arriva comunque.

La preoccupazione di vedersi il tempo scivolare via e non riuscire a tenerlo è uno degli ingredienti del film di ieri sera, dove Batman non sa farsi una ragione di essere invecchiato e che il suo posto sia stato preso da Christian Bale, e si rode tanto da cercare sé stesso in un ambito diverso: il teatro.

Bisogna capirlo, quando hanno fatto indossare la cappa nera a Val Kilmer e a George Clooney sono sicuro che Keaton ha strabuzzato gli occhi e si è chiesto come cazzo è possibile che al pubblico possano piacere due panettoni come quelli, dico, a dirigere me c’era Tim Burton, lì c’è uno che fino a ieri faceva videoclip, è chiaramente un prodotto per accontentare il pubblico, ma sotto non c’è contenuto, non c’è storia, non c’è un cazzo di niente. E gli è andata bene, perché il pubblico si è mostrato intelligente e maturo, e li ha snobbati. Poi è arrivato Christopher Nolan a mostrarci cosa sia davvero un film cupo su Batman, e lì Michael Keaton è andato in crisi, perché si è sentito superato da qualcuno che giocava con le sue stesse armi, e giocava meglio di lui.

in quest’immagine c’è tutto il film, che vi piaccia o no.

Allora si è reinventato, basta supereroi, io sono un uomo di cultura, io non ho bisogno di mezzucci per dimostrare il mio valore, io sono un attore vero e faccio teatro. Poteva andare peggio, poteva condurre un talk show.

Si mette in gioco completamente, come chi percepisce che quella sarà la sua ultima possibilità, ci crede fortissimo, ipoteca la casa di sua figlia, si distrugge il fegato e l’equilibrio, e si presenta a noi alcuni giorni prima del debutto, mentre è impegnato con le anteprime.
Non è facile, ci sono attori che non tengono la parte, altri che la tengono troppo, c’è sua figlia che dopo Spiderman 2 si è data alla droga ed è sempre lì in bilico fra la voglia di buttarsi di sotto e quella di scoparsi il primo che le dà un minimo di considerazione, c’è la sua ex moglie, la sua forse amante, la critica, i fantasmi del passato, l’insicurezza, il maledetto tempo che quando ti togli la maschera lo vedi lì nello specchio che ti fa il pendolo col dito e ride e dice tic toc tic toc, e questo tizio che suona la batteria in giro per il teatro, lo senti continuamente, ma chi cazzo è.

Non c’è un attimo di pausa, nessuno stacco, è un unico, (ochei ritoccato ma) bellissimo piano sequenza, c’è una fotografia meravigliosa, c’è Michael Keaton bravissimo e Edward Norton gigione, che va bene bravone, ma fare il personaggio sopra le righe è facile, e comunque quando c’è lui non vedi altro perciò il cappello me lo levo eccome, Naomi Watts è bella di quella bellezza che la guardi e ti senti come se gli occhi si fossero seduti sul divano dopo una giornata in giro in un paio di scarpe strette, Emma Stone è la rana dalla bocca larga. I dialoghi serrati si alternano a monologhi intensi, c’è Carver, no, dico, Carver, c’è New York, il teatro, le considerazioni sul teatro e sulla vita e gli scazzi fra gli attori e i dubbi esistenziali e sono lì che mi frego le mani e penso che sia il film più bello dell’anno quando ad un tratto succede quello che nessuno si aspettava: il film diventa prevedibile.
C’è un punto, non dico quale per non rovinare la visione a chi ancora non, in cui pensi che non succederà mica quella cosa che ti stanno telefonando da venti minuti, dai, non ti cadrà mica nella banalità. E invece telolì, e da quel punto il film perde la quasi magia gionni e diventa un polpettone hollywoodiano di taggiovolutobbenattè, e non succede più niente, e anche il finale che puoi fargli dire un po’ quel che vuoi è una roba da regista impegnato e all’avanguardia che ti fa gomitino e ti suggerisce che se l’hai capito sei figo come lui, e quando si sono accese le luci sono uscito dal cinema un po’ deluso, e insomma, io il dvd di Birdman alla fine non me lo compro.


interstellar overdrive

Capita prima o poi di trovarsi seduti su una panchina, al buio, di guardare per aria e chiedersi il significato di tutto quanto, la vita, l’universo, la panchina, e quarantadue non è detto che basti come risposta. Ci si interroga sugli elaborati meccanismi che regolano la nostra esistenza su questa sfera malfatta, ci si chiude in casa finché non si è trovata una soluzione ai grandi misteri, e ci si fa il sangue nero perché quella soluzione non la troviamo, e intanto stiamo anche smettendo di vivere. La rinuncia non è mai la soluzione, rimuovere le cose le rende solo più forti, tranne quando sono i vigili che ti rimuovono la macchina, non rende più forte te o la tua macchina, ti fa spendere un sacco di quattrini e basta, perciò alla fine rende più forti i vigili, ma questo è un altro discorso. Può capitare, se siamo parecchio fortunati, di imbatterci in qualcosa di inaspettato: mentre siamo lì a chiederci se non sarebbe meglio cambiare strategia e metterci a guardare il dito che indica il cielo, potrebbe capitarci di notare qualcosa di nuovo, come l’apparizione di una stella.

Osservare la nascita di un fenomeno celeste è una gran botta di fortuna, ti permette di esaminare con lucidità tutti i passaggi che hanno portato Christopher Nolan a girare Interstellar, e magari a non cadere nei suoi stessi errori, o a farne di nuovi, tipo spendere altri sette euri e cinquanta per un film che ne valeva tre, giusto per la compagnia; capire come funziona l’universo, chi sei tu che lo abiti e dove devi metterti per non farti colpire dalle comete sono risposte che arrivano dopo, ma partono comunque da lì, dal film di Christopher Nolan che però Inception era più bello.
“Something about the universe and how it’s all connected”, diceva coso, e non c’è da meravigliarsi, siamo fatti dei medesimi atomi che compongono una stella, ed è per questo che il processo che ci porta a guardare al di fuori di noi è sempre lo stesso, che si tratti di visitare un corpo celeste o uno terrestre.

Per primo c’è l’avvistamento:
Stai guardando il cielo e pensi ai fatti tuoi, e noti una luce: è apparsa ora, o magari c’è sempre stata, ma eri tu a non avere gli occhi giusti per vederla. Pensi che potrebbe essere la scoperta del secolo e già stai cercando il numero di telefono della Esimia Società Di Astronomia, ma ti fermi, che già in passato li hai contattati per chiedere che ti dedicassero una sala dell’istituto, e poi era solo una ditata sul cannocchiale. Riprendi l’osservazione col cuore in affanno, è difficile stare tranquilli e far finta di niente quando si ha una natura inquieta e fallace, e poi non è neanche il momento giusto, hanno appena ripromosso Plutone al grado di pianeta, se arrivi tu con la tua nuova stella è facile che neanche ti prestino attenzione. Il tuo lato razionale stabilisce le regole a cui dovrai sottostare di lì in avanti, che l’astronomia è una scienza esatta e l’improvvisazione fa ridere, ma non ti porta da nessuna parte. L’istinto, dall’altra parte, risponde che certo, le regole, e promette che domani inizierà a seguirle tutte, adesso però mollami. È come se dentro di te ci fosse la NASA che pianifica al millesimo una missione spaziale e poi mette al comando un astronauta ubriaco.

La seconda fase è l’avvicinamento:
Va bene, è un nuovo corpo celeste, ma che ci fai? Interstellar è una macinatura di balle, ma ci ha insegnato che per tirare su una missione spaziale e spedire un gruppo di astronauti dall’altra parte dell’universo basta un quarto d’ora di pellicola, perciò ci sta che in due righe ti sia già organizzato un’impresa che a confronto la Luna è stata scendere un attimo dal tabacchino sotto casa. Impari a guidare un’astronave in un solo stacco di scena, ti prepari al viaggio più impegnativo della tua vita in tre battute tre, e potresti già essere in viaggio , però uno non parte così come niente e va ad esplorare una stella, sono corpi astrali con un campo gravitazionale fortissimo, se non prendi le dovute precauzioni ti riducono a pulviscolo cosmico prima che tu possa dire tesseratto.
Prima di tutto si inviano segnali radio per capire se è abitata, poi delle sonde ti diranno di più sulla gravità in superficie; la gravità è importante, a volte capita di atterrare su un pianeta e trovarci una gravità diversa dalla tua, fai una battuta innocente e quelli ti guardano come se gli avessi ammazzato la famiglia con un trapano. Bisogna capirla la gravità, quando ogni cosa cade dall’alto con tonfi incredibili è meglio non avventurarsi.
Tutte queste congetture vanno fatte in un tempo breve, che un’altra cosa imparata dal film di Nolan è che se ti distrai un momento sono passati ventitré anni e devi ricalcolare tutto dal principio, che una stella non è che sta lì ad aspettare te.

Accertate le condizioni favorevoli dell’astro rimane la parte più emozionante, il contatto:
Sbarchi sul nuovo mondo con tutto il tuo bagaglio di speranze da confermare e doni per gli autoctoni. Esperienza e perline, e chiedi in cambio pressappoco lo stesso, che per intraprendere vantaggiosi scambi commerciali c’è sempre tempo, e neanche sai se ne vale la pena, metti che incontri delle creature che mangiano le banane con la buccia perché non le sanno aprire. L’importante è metterci il giusto impegno, sennò tanto vale che te ne stai a casa tua.

È uno sbattimento notevole e spesso neanche ne vale la pena, ma allora perché dedicarcisi? Cos’è che ci spinge a conoscere, a superare noi stessi e non accontentarci dell’involucro che ci siamo costruiti? Aspiriamo ad essere più di quanto la natura ci ha concesso, ma da dove arriva quest’inquietudine, e come si può controllarla, ed è giusto farlo?
I saggi e gli incoscienti sanno che la risposta è sempre sticazzi, “la serenità si misura in sticazzi per unità di tempo” (cit.), ma Torquato Tasso diceva già nel ‘500 che “Perduto è tutto il tempo che in viaggi spaziali non si spende”, e non possono avere ragione entrambi. E poi ci siamo noi, da qualche parte nel mezzo fra i due, ad arrabattarci e cercare risposte che non ci sono, col sospetto crescente che non ci sia in tutto l’universo un pianeta adatto, se neanche su quello dove siamo nati riusciamo a sentirci completi, e che il nostro guardare il cielo nasconda molto peggio di un’indole romantica.

“Beati loro che si accontentano di ciò che hanno”, diciamo, “ignari del dubbio che possa esistere di meglio, e che forse ciò che hanno non era quello che volevano davvero”. Alla fine loro restituiscono una vita in positivo, ed è solo quello che conta, sennò non vivi, sopravvivi.

Già, beati loro.. Ma vorresti tu vivere così? Se potessi staccare la corrente che dà luce a quell’impianto complicato che hai nel cuore, lo faresti? Di lasciare al buio il quartiere in cui vivi, che la creatività è figlia dell’inquietudine, ormai lo sanno anche le pietre che dalle pietre non nasce niente, rinunciare al calore che ti brucia ma ti tiene in vita, lo faresti davvero?
Passi la vita a progettare astronavi, ma alla fine non ti importa mica se il pianeta che hai scoperto lo raggiungerai o no, mentre sei lì col naso per aria a guardare le stelle cominci a pensare che lo scopo non sia la destinazione, ma il viaggio.

Comincio a credere che non sia una cosa bella.