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and the winner is..

Cosa c’è di più bello, la domenica mattina, che dormire fino alle dieci? Mentre nella via piano piano la gente comincia a uscire, si incontra e si racconta, tu sei raggomitolato al caldo, sprofondato nel cuscino, e quel chiacchiericcio distante ti solletica le orecchie, rendendoti l’ozio ancora più piacevole.
Anche a me piacerebbe passare una domenica così, ma mi è impossibile. Appena riprendo coscienza, che siano le due o le undici, sono costretto ad alzarmi dal mio naso, che cambiando il ritmo del respiro si riempie di liquidi che premono verso l’uscita, e restare orizzontale mi diventa impossibile.
Per non privare del piacere della domenica anche chi mi dorme accanto sono obbligato ad alzarmi.
Stamattina per esempio erano le sei e mezza. E cosa fai a quell’ora? One Eyed Jack ha un’ottima idea, a suo dire, e me la spiega scodinzolando davanti alla porta. Vabbè, ma è sempre la stessa idea che ti viene ogni mattina appena mi alzo!
Però non mi dispiace uscire a fare due passi, finché la via è deserta. Il vialetto sotto la ferrovia ha assunto i colori dell’autunno, e a quest’ora, immerso nella nebbiolina che sale dal torrente, sembra di camminare in una fotografia.
Anche El Bastardo partecipa alla gita, ce lo vediamo arrivare fra le gambe come una palla pelosa e quasi sobbalziamo; sono sicuro che l’ha fatto apposta, lui adora queste entrate ad effetto. Con un balzo va a sistemarsi su un paletto appoggiato alla ringhiera, e comincia a farsi le unghie, soddisfatto.
Una volta rientrati a casa e consumata una piccola colazione l’orologio rivela che sono appena le sette e un quarto. Fino alle undici non ho nessun impegno, che faccio?
Per esempio potrei raccontarvi..

di quella volta che ho vinto il Nobel per la Letteratura

1.
La sera del 13 aprile 2006, sulla strada che da Dresden porta al piccolo paese di Flugendorf, l’auto del professore di lettere antiche Hans Delbruck uscì di strada, forse a causa di una distrazione del conducente, e andò a schiantarsi contro un pulmino Volkswagen parcheggiato in una piazzola.
I due giovani a bordo del mezzo, una coppia di studenti, ne ricavarono ferite lievi, più che altro un grosso spavento e la delusione di un amplesso interrotto proprio sul più bello.
Molto peggio andò al professor Delbruck, che morì sul colpo.
La stampa non diede alcun peso all’accaduto, giusto un trafiletto sul quotidiano locale, ma in un ufficio di Stoccolma il telefono della signorina Ulla Lagerlöf diventò incandescente: la sua principale, Selma Engdahl, segretaria permanente dell’Accademia Svedese, era infuriata, e quando ciò accadeva Ulla era la prima persona a farne le spese.
“Il professor Delbruck faceva parte della giuria che deve assegnare il Nobel per la letteratura! Come facciamo adesso?”
Ulla ascoltava in silenzio, non si azzardava a interrompere la sua principale quando era di quell’umore, sapeva benissimo che avrebbe scatenato la sua ira incontrollata. Ne aveva già fatto le spese una volta, e da allora non si era mai più permessa di aprire bocca, neanche quando sembrava che la domanda prevedesse una risposta da parte sua, come ora. Non c’era mai una risposta, la signorina Selma Engdahl era convinta che nessuno meglio di lei sapesse come far funzionare quell’ufficio, e i suoi subordinati erano solo strumenti, alla stregua di macchine da scrivere, buoni esclusivamente per alleggerirle il lavoro. Si è mai vista una macchina da scrivere che risponde alle tue domande? Che si rende utile? Che pensa? Ulla era pagata per lavorare, non per pensare, e anche se questa continua vessazione la umiliava peggio che se fosse stata picchiata, accettava in silenzio, pensando che prima o poi avrebbe trovato la forza di andarsene di lì. Oppure sarebbe impazzita.
“E adesso sono solo tre i giurati ancora disponibili!”
Per forza, pensò Ulla, se componi una giuria di soli ultraottantenni non ti devi stupire se nell’arco di qualche mese dieci su quattordici ci lasciano le piume. La sua opinione era che la signora Engdahl non avesse la minima idea di come funzionava l’organizzazione del Premio Nobel. Suo padre si, era stato un ottimo datore di lavoro, arguto, intelligente, aperto ai consigli, ma da quando era morto, lasciando tutto nelle mani della sua figlia più grande, la situazione era precipitata. Questa cretina che aveva accumulato tutta la propria esperienza lavorativa dietro la cassa di un supermercato non aveva la minima idea di come si gestisse un evento di quella portata.
“Dobbiamo reagire!”
Ulla avrebbe reagito volentieri, se lo sognava la notte di reagire, sfondare a calci la porta dell’ufficio della sua principale, ribaltare la scrivania davanti ai suoi occhi spalancati e piantarle un tagliacarte nella gola, ma non prima di averle rivelato cosa pensava di lei, del nomignolo che le aveva coniato durante quegli anni, e che sussurrava ogni volta che riappendeva il telefono: Scorreggia di Renna.
“C’era quel sito che ci fa da sponsor, quello di appassionati di letteratura, prendi dei nominativi da lì, quest’anno nominiamo una giuria popolare!”
“Quanti ne devo prendere?”, chiese timidamente Ulla.
Scorreggia di Renna non aspettava altro per potersi sfogare.
“Macheccazzo ne devo sapere? Sono una segretaria io? Eh? Razza di deficiente! Prendi quelli che servono e lasciami in pace, che ho cose importanti da fare, io! Sono la responsabile del Premio Nobel, io!”.
Non c’era una vera ragione per cui Ulla decise di averne abbastanza, non dipese dal tono, o dalle parole che le vennero riversate addosso. Erano lo stesso tono e le stesse parole che si era sentita ripetere per dieci anni, solo che fino a cinque minuti prima era stata capace di sopportarle, ora improvvisamente non ci riusciva più.
La reazione più comune sarebbe stata quella di andarsene, mollare il lavoro e non tornare neanche a prendersi lo stipendio, ma Ulla voleva terminare quell’ultima incombenza, era una donna disciplinata, e proprio non ci riusciva a piantare un lavoro a metà. Restò seduta ancora un po’ a pensare, poi scrisse un paio di lettere, che avrebbe spedito una volta uscita da quella porta per l’ultima volta:
una era la convocazione a partecipare a una giuria popolare, l’altra la sua lettera di dimissioni.

2.
“Guarda un po’, ti è arrivata una lettera dalla Svezia”, mi disse Marzia un sabato mattina.
“Sarà una pubblicità dell’Ikea”, risposi, continuando a trafficare sulla tastiera del pici.
“Sulla busta c’è scritto Svenska Akademien, mi sa di no. Dev’essere pubblicità di qualcos’altro”.
La lettera all’interno diceva più o meno che ero stato scelto per far parte di una giuria popolare che avrebbe dovuto assegnare nientemeno che il Premio Nobel per la Letteratura.
“E lo mandano proprio a te?”, mi chiese Marzia sbalordita. “Cosa ne sai tu di come si assegna un nobel?”
“Credo sia perché mi sono iscritto a quel sito di letteratura, è uno sponsor della cerimonia.”
“Quello che pubblica le sceneggiature dei suoi iscritti?”
“Tales From The Script, si, ma le mie non le hanno mai pubblicate, quegli stronzi!”
“Grazie, gli hai mandato le Nuove Avventure di Godzilla, ci voleva un bel coraggio!”
“E perché? Erano storie di un personaggio leggendario ambientate in una realtà più attuale!”
“Dì piuttosto che erano espedienti per far morire tutte quelle persone che ti stanno sulle balle! Come si chiamava la prima avventura? Godzilla Sull’Isola Dei Famosi?”
“No, quella era la seconda. La prima si chiamava Godzilla Contro I Pokemon”
“Hai dato addosso a chiunque, i cabarettisti che non fanno ridere, i pubblicitari che inventano spot cretini, i sampdoriani..”
“Erano storie che rispecchiavano i malesseri comuni dell’uomo moderno! Andavano lette in una chiave più critica! Soppesate!”
“Ma come fai a soppesare Godzilla Contro Il Partito Democratico! È ridicolo! Voglio proprio vederti a giudicare delle opere serie.”
“E cosa ci vuole? Basta votare come ha fatto quello prima di me, la frase da tenere a mente è ‘Io la penso uguale a lui!’”
Marzia mi vide sobbalzare:
“Che succede? Ci chiedono dei soldi?”
“Ci invitano a Stoccolma! Viaggio e soggiorno gratis per una settimana!”
Stavo parlando da solo, Marzia era già di sopra a fare le valigie.

3.

La signora Selma Engdahl non parlava una parola di italiano, palazzo accademiama tutto il suo imbarazzo mi venne trasmesso dall’interprete, che cercava di spiegarmi che c’era stato uno spiacevole disguido, una cosa mai accaduta prima di allora, e che erano tutti terribilmente mortificati.
“Che succede? Ci chiedono dei soldi?”, mi domanda Marzia da dietro. Ultimamente abbiamo avuto delle spese, e siamo diventati molto sensibili sulle questioni di denaro.
“No, dicono che c’è stato un casino, la loro segretaria ha combinato qualcosa, e insomma che io sono l’unico giurato”.
“Tu? E adesso? Come fai a giudicare obiettivamente dei libri che non hai neanche letto?”
“E’ quello che mi hanno chiesto anche loro, si sono raccomandati caldamente di essere onesto e obiettivo, di ricordarmi che sono responsabile dell’assegnazione del premio più importante del mondo, di valutare con attenzione tenendo sempre bene in mente che l’opinione pubblica di tutto il pianeta mi sta osservando, che da me dipende il destino di autori vessati dal proprio governo, le idee delle generazioni future, la linea commerciale di migliaia di case editrici, la scaletta di milioni di trasmissioni televisive..”
“Insomma, ti ha detto di non fare cazzate.”
“Non preoccuparti, ho già una mezza idea”

4.
Quando mia mamma accese la televisione e vide la mia faccia sullo schermo ebbe un mezzo accidente, poi si rese conto che quello non era un servizio di cronaca nera, ma di cultura, e allora si riprese, ma solo finché la conduttrice non lesse la notizia, a quel punto svenne.
Al mio rientro in Italia erano tutti ad aspettarmi all’aeroporto, amici, parenti e giornalisti, tutti a tempestarmi di domande, come mi sento, cosa farò ora, a chi dedico il premio, se mi sembra etico assegnare un premio così importante a sé stessi.
A quest’ultima domanda mi arrestai e tornai indietro fino a raggiungere il giornalista. Era un inviato del Tg4.

“Tu non ti devi permettere”, gli gridai contro puntandogli addosso il dito, “Perché io sono una persona per bene, e tu sei solo un coglione!”
“Non hai capito la domanda”, fece lui tranquillo, “Ti ho chiesto se ti sembra etico assegnare a sé stessi un premio così importante”
“Ah, scusa, avevo capito Viva Vittorio Mangano.. Ecco, il fatto che la giuria fosse composta esclusivamente da me.. posso immaginare che abbia scatenato delle polemiche.. e ci mancherebbe.. anch’io al vostro posto avrei pensato male.. ma voglio rassicurarvi, il premio al mio libro Acapistrani è stato assegnato in piena obiettività, senza pensare minimamente ai vantaggi che mi avrebbe portato”
io, emma e il nobelIl giornalista parve rassicurato, e mi lasciò andare.
Davanti alla porta di casa stava il mio editore, indossava un mantello di ermellino e una corona tempestata di rubini. Lo scettro l’aveva lasciato sul cocchio, posteggiato lì accanto.
L’aveva presa bene..
“Ti ho preparato una serie di serate nei salotti migliori, e anche una collana editoriale dal titolo ‘Scelti dal nobel’, e ti sto facendo costruire un ufficio in un’ala del castello dove trasferirò la casa editrice, ci ho messo anche l’idromassaggio..”
In casa trovai un paio di centraliniste a rispondere al telefono, mi mostrarono la lista delle chiamate ricevute fino ad allora, era lunga tre quaderni. Sfogliandola trovai nomi illustri, Dario Fo e Harold Pinter volevano complimentarsi, Saramago mi dava del pagliaccio. Poi c’erano i luminari italiani, Bevilacqua stava raccogliendo firme per farmi ritirare il premio ed espellermi dal Paese, Maggiani, Ferrero e la Maraini mi denunciavano per danni all’immagine della letteratura italiana che essi rappresentavano. Moccia mi chiedeva una copia autografata del mio libro, Pontiggia si era suicidato e mi chiamava per dirmelo.
Nei giorni seguenti il mio libro balzò ai primi posti delle classifiche, come previsto, io partecipai a ogni genere di trasmissione culturale, compreso Portaaporta, Marzia venne invitata in quelle più mondane, nelle vesti di Compagna del Nobel. Dopo le prime intemperanze nei confronti di multinazionali illegali, governi bastardi e sfruttatori, e presidenti di lega mafiosi, cominciò a venire invitata in quanto Compagna e basta, e ben presto si ritagliò un suo spazio in un ambito più politico, cominciò a raccogliere sostenitori e si buttò in politica con lo slogan “Salviamo gli italiani da sé stessi”.
La popolarità toccò anche Morelia Toñita De La Selva De Lacandona, che si affrettò a dare alle stampe il libro-scandalo “El Bastardo, la mia vita accanto a un despota”, al quale fece immediato seguito il diario verità dell’accusato “Il croccantino logora chi non ce l’ha”, quindi entrambi si rivolsero a Fabrizio Corona per essere presi sotto contratto.

L’unico che non cercò di approfittare della situazione fu One Eyed Jack, che se ne stava tranquillo nella sua brandina a dormire.

5.
Ma si sa, la notorietà di un Premio Nobel dura poco, non può competere con i pesi massimi che arrivano dalla televisione. Appena si concluse l’ennesima edizione del Grande Fratello i miei spazi sui media subirono un calo vertiginoso, l’inizio del campionato di calcio mi diede il colpo di grazia. Tentai di riciclarmi come opinionista in una trasmissione sportiva, ma venne fuori che non parteggiavo per una squadra da alta classifica, e mi sostituirono con la mascotte del Milan, un pupazzone a forma di diavoletto che raccontava barzellette spinte e faceva le corna alla telecamera.

Ai miei compagni non andò meglio, Marzia non superò lo sbarramento per presentarsi alle politiche, e già in seno al suo partito stavano nascendo movimenti scissionisti, ebbe il buonsenso di farsi da parte prima che la situazione precipitasse e qualcuno invitasse Mastella a entrare nello schieramento; El Bastardo e Morelia Toñita scoprirono che il cerone che ti spalmano per apparire in televisione impiastrava loro il muso, rendendoli dei mascheroni bruttissimi, e questo non li aiutava a diventare più simpatici, tanto che non li presero nemmeno a Zelig.

Fu a quel punto che scoprimmo che One Eyed Jack aveva firmato un contratto miliardario con la Luxottica per farle da testimonial. Mentre noi ci sbattevamo per ottenere il successo lui lo aveva aspettato in panciolle, e adesso ci guardava attraverso il suo monocolo da sole firmato Ferrè.

Ci lasciò una mattina, saltando sulla sua Harley e sparendo insieme a una levriera, verso una nuova vita.

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stasera cena fuori!

Crisi in cucina, quando la ricetta per un piatto semplice semplice da far trovare pronto al capo al suo rientro si rivela una trappola mortale. Avrei dovuto immaginare che il libro “In cucina con Mr.Bean” non è indicato per un consulto credibile.
Quando me ne sono reso conto il danno era fatto, mezzo frigo era già assemblato in un tegame dall’aspetto orrendo, e privo di sapore, roba che neanche One Eyed Jack, sebbene abituato a saltare pasto per giorni, e quindi disposto per fame a mangiare qualunque porcheria, si è azzardato ad assaggiare. Me l’ha liquidato con uno sguardo che riassumeva il concetto di “Piuttosto mi mangio una zampa”.
Ochei, rifacciamo, butta via tutto e nascondi le tracce prima del ritorno a casa del Subcomandante. Se c’è una cosa che la fa imbestialire è che qualcuno le faccia casino in cucina. Intruglio nella spazzatura, spazzatura nel bidone dei rifiuti umidi in fondo alla strada, bidone dei rifiuti umidi giù nel fiume, che non si sa mai. Poi la cucina, che sembra l’inizio di Lost. Qui c’è poco da fare, un’impresa di pulizia a pieno regime non la riporterebbe agli antichi splendori in meno di mezza giornata, e io ho solo un’ora scarsa.
Che fare? L’unico modo perché non si noti il disordine della cucina è coprirlo col disordine del resto della casa. Per ottenere questo un’ora è più che sufficiente!
Venti minuti più tardi la casa è in condizioni inimmaginabili, letto disfatto, vetri sporchi e roba fuori dai cassetti, il gabinetto tappato e puzzolente, gli specchi pieni di ditate, tutti i cuscini del divano in terra, e sporcizia e polvere e ragnatele ovunque posi lo sguardo. Non per vantarmi, ma ho un certo talento per queste cose.
E adesso preparare di nuovo la cena, via!
Con quel poco che ho salvato della dispensa, vale a dire delle castagne mezze secche, la buccia di una patata e un pezzo di salsiccia ancora congelato, non ci si può realizzare un piatto da gourmet, ma una volta a militare il cuoco della caserma mi rivelò che il segreto per mascherare la scarsità di ingredienti è coprire tutto con un sapore forte, perciò caccio tutto in una pentola e ci vuoto dentro un barattolo intero di cannella, uno di curry e delle noci moscate. Pepe non ce ne metto, che dicono faccia male al cuore.
Viene su un odore che impregna le pareti e ti si avvinghia alla gola, striscia lungo il soffitto e si spinge ad annidarsi su tende e poltrone. Dopo questa ricetta la casa sarà ridotta alla pari di un tugurio di Calcutta, devo impedirlo! Spalanco le finestre e lo faccio uscire, ma la vicina si affaccia a chiedermi se per caso non stiamo ospitando un santone.
“No, signora, sto cucinando”, le rispondo.
“E checcazzo stai bollendo, Sandokan?”
Quando ritengo che il mio intruglio sia diventato commestibile spengo la fiamma e avvicino le narici prudentemente.
La zaffata mi stordisce per alcuni secondi, nei quali immagino di essere l’addetto alla pulizia del recinto degli elefanti al circo.
Troppo speziato, meglio diluirlo con qualcosa. Il tempo stringe, e sottomano ho solamente dell’olio e una bottiglia di birra. L’alcool è meglio tenermelo per dopo, quando dovrò doparmi per sostenere l’estenuante predica della mia fidanzata. Vada per l’olio allora, mezza bottiglia dovrebbe bastare, una bella mescolata e via, servire caldo.

Marzia arriva un quarto d’ora più tardi, gli occhi le lacrimano per l’odore acre che permea le stanze, ma è talmente intenso da rincoglionirla quel che basta perché non noti il caos. Mi saluta con l’espressione della ciucca migliore, poi crolla sulla sedia. Ochei, o la va o la spacca, e non dico in senso figurativo.
Con un cucchiaio di legno servo la “pietanza”, che scivola nel piatto come un cobra di bitume rimasto coinvolto nel crollo di un negozio di spezie.
Marzia guarda prima il piatto, poi me. Io guardo lei, poi il piatto, poi di nuovo lei. La mia coscienza è divisa in due, una parte di me vorrebbe evitarle di avvelenarsi, in fondo è la persona con cui voglio trascorrere il resto della mia vita, ma nello stesso tempo il mio orgoglio di cuoco esige soddisfazione.
I sentimenti riguardanti il mio stomaco invece sono chiari, e ruotano intorno all’istinto di conservazione: stasera salto pasto.

In uno stato mentale decente non ci sarebbero dubbi, Marzia salterebbe in piedi e caccerebbe prima un urlo, poi la cena nel cesso, poi me di casa, ma coi sensi ottenebrati dalle spezie resta pacifica, e diligentemente prende il cucchiaio e lo infila nel blob che ha davanti.
E’ troppo unto perché si riesca a tirare su, ci riprova una, due, tre volte, poi l’aria pesante e carica di sostanze ha la meglio, e si accascia priva di sensi sul tavolo.

E’ andata, la lascio priva di sensi in cucina, con le finestre spalancate, e me ne vado a dormire: voglio dimenticare quest’incidente quanto prima.
Ahimè, non ho considerato che le spezie indiane possiedono un’altra caratteristica, oltre a quella di coprire i sapori. Me ne accorgo a luce spenta, quando una sagoma scura si avvicina al letto mimando una danza erotica, e mi sussurra con voce suadente di prepararmi alla venuta di Kalì.
Non ricordo chi sia questa Kalì, ma immagino la protagonista di qualche pornazzo indiano.
Questa serata la ricorderò a lungo, penso, già soddisfatto dell’inaspettata svolta che ha preso, ma quando la mia fidanzata entra nel cerchio di luce proiettato dalla finestra le vedo gli occhi iniettati di sangue, e soprattutto il pugnale che tiene in mano, e ricordo tutti insieme i romanzi di Salgari, e il culto della dea, e mi sa che il ricordo della serata sarà brevissimo.


ziggy played guitar..

Se nei ranghi dell’Ejercito Cadigattista si è sviluppata una pericolosa agitazione la colpa è solo di Panchin, perché se si fosse ricordato di prestarmi Guitar Hero per playstation tutto questo non sarebbe successo.
Avrei messo alla prova le mie doti di ludochitarrista, mi sarei stancato dopo due tre pezzi, avrei restituito il gioco con qualche frustrazione in più e tutti avremmo ripreso la nostra esistenza senza incidenti.

Invece Panchin il gioco non me l’ha più prestato, e ho dovuto arrangiarmi da solo.
Mi sono chiesto “Chissà se esiste un gioco analogo per pici? Ochei, non avrò il joypad a forma di chitarra, ma chi se ne frega, sarà solo un po’ meno divertente..”
E ho trovato Frets On Fire, un programmino gratuito molto diffuso in rete, benché io non ne sapessi niente, che ti permette di scaricarti le canzoni e suonarci sopra esattamente come fai con Guitar Hero quando Panchin si ricorda di portartelo.

E la quiete alla sede dell’ECLN è finita.

Appena il Subcomandante ha provato l’ebbrezza della chitarra elettrica si è sentita invadere dalla febbre del rocchenròl, e non si è più staccata dal monitor.
Inutile dire che il resto della truppa le è andato dietro, e da lì a fondare un gruppo musicale digitale è stato un attimo.

Adesso quando entro in casa sembra il backstage del festival di Woodstock, tutti hanno uno strumento in mano o stanno in coda per accaparrarselo, canticchiandosi nel frattempo una melodia possibilmente anni 60, meglio se rivoluzionaria.

posterIl Subcomandante, che muove meglio degli altri le dita, si è impallata con Jimi Hendrix, e ieri l’ho beccata a cercare di dar fuoco alla tastiera, dopo un’ispiratissima versione di Purple Haze.
El Bastardo e Morelia Toñita De La Selva De Lacandona hanno messo su un complessino e suonano pezzi degli Animals. All’inizio ne faceva parte anche il nuovo arrivato, One Eyed Jack, un gringo convertito alla causa, ma per quanto adattatosi alla vita di trincea, pur sempre un gringo, con gusti musicali da gringo. E’ stato spedito quando ha cercato di far suonare ai compagni un pezzo west coast.
Ora se ne sta tutto solo in giardino suonando brani da Pet Sounds, dei Beach Boys.

“E’ solo una moda, passerà”, mi sono detto, e ho assistito passivamente a questo sfogo collettivo, ma col tempo la situazione è andata peggiorando. Anche l’aspetto di casa si è allineato seppur lentamente a quest’atmosfera da festival estivo, sono comparsi pantaloni a zampa buttati sulle spalliere delle sedie, e un portacenere finora intonso ha presentato inequivocabili tracce di spinello. Impossibile risalire al colpevole osservandone l’apertura delle pupille, da quando è scoppiata la beat revolution tutti i membri dell’ECLN girano con occhiali da sole, tranne One Eyed Jack che porta il monocolo.
vintage
E poi tende colorate a fiorelloni, incenso acceso ovunque, e un misterioso pulmino Volkswagen rosa giallo e verde posteggiato in strada, carico di fricchettoni sbucati da chissà dove.
Per forza, mi hanno riferito degli amici che in stazione sono esposti manifesti vintage che parlano di una tre giorni di pace e amore e musica nel nostro giardino, e la cosa ha attratto appassionati da tutta europa.

Non so se sono ancora in tempo per rimediare e riportare la truppa sulla via della ragione, e anzi, temo che le cose finiranno per peggiorare ulteriormente. Ho scoperto infatti, scorrendo le canzoni del gioco, che oltre alla parte beat ne esiste una ben più nutrita sezione heavy metal.
Mi aspetto da un momento all’altro di vedere il furgoncino tedesco sostituito da una squadra di Harley Davidson, e i manifesti in stazione celebrare un imminente Monsters Of Ronk!


rimedi contro la caduta dei capelli

Succede che un bel giorno, finita la partita in televisione, state tornando a casa tenendovi per mano come sempre, sorridete, che la vostra squadra ha vinto, c’è un bel sole caldo nonostante l’approssimarsi dell’autunno, e lei ti dice “Domani vado in Africa”.
“Non sarebbe più consono Lourdes?”, le rispondi ancora seguendo col pensiero la vittoria all’ultimo minuto.
“No, davvero, voglio vedere il deserto”.
“E c’è bisogno di andare fino in Africa? Non ti basta riaprire le Cappe?”

Non aggiunge altro, e tu non torni sull’argomento, non ci pensi più e una volta a casa accendi la tele per ascoltare il commento dell’allenatore su quella vittoria pazzesca.
Lei se ne va di sopra e la senti armeggiare, ma sono quei rumori di sottofondo che hai imparato a ignorare, come quando ti rimprovera per qualcosa che hai combinato mentre non c’era.

E’ quando torna giù con la valigia in mano che capisci che non stava scherzando.

“Ma dove vai con quella valigia?”
“In Africa”
“Ma sei fuori? Perché?”
“Ho bisogno di stare un po’ sola a riflettere su noi due”
“EH?”
“Voglio andare a insegnare cos’è la libertà a quei popoli ridotti in schiavitù”
“I beduini del deserto?”
“I camerieri del villaggio vacanze. E gli animatori. Lo sai quanto guadagna al mese un animatore di villaggio? Una miseria!”

Si mette a raccontarmi di dipendenti ridotti alla fame, obbligati a lavorare fino a quindici ore al giorno senza ferie nè riposi, e la prima frase che ha detto viene coperta da orari di treni, programmi di conferenze, liste del bagaglio. Potrebbe sparire sotto tutte quelle parole, ma la sento sempre riaffiorare, gliela posso leggere sulle labbra, anche se non la ripete più ce l’ha ancora in bocca, la fa girare fra i denti per assaporarne il sale.

“Ma parti ora?”, mi resta da chiederle. Non sono mai stato capace a reagire prontamente a una frase che non mi aspettavo, le mie discussioni si concludono ogni volta accettando le ragioni del mio interlocutore. Ho bisogno di rimuginare da solo su quel che ci siamo detti, per afferrarne il senso e trovare la risposta. Sono uno scacchista del dibattito, il meglio lo dò nelle liti per posta.
Marzia non ha alcuna intenzione di scrivermi per farmi capire che va via, il suo treno parte fra un’ora.

“Vabbè, ma aspetta, scusa.. Te ne vai così.. Posso almeno accompagnarti?”

E’ la porta di casa a sbattermi in faccia la risposta, chiudendosi fra me e la mia fidanzata. Quando la riapro e corro fuori non c’è più nessuno in giardino, nè in strada. Oltre non vado, sono in ciabatte, metti che qualcuno mi veda rincorrere la fidanzata in ciabatte giù per la strada e acchiapparla per la valigia e implorarla di tornare a casa con me. Che quadro potrebbe farsi della nostra situazione?
Quello giusto probabilmente, sono solo io che non riesco a capire e resto lì a borbottare frasi senza senso.
Se almeno mi spedisse un’email spiegandomi.. Ma non credo che la riceverò prima di qualche giorno, torno a casa e mi metto pazientemente in attesa davanti al pici.

Questo domenica. Ieri, martedì, il programma di posta elettronica mi mostra un messaggio col suo nome sopra. Lo apro di corsa, è lei, mi scrive che è arrivata la sera precedente, stanca morta, e solo quella mattina ha cominciato a girare per il villaggio, per prendere contatto coi dipendenti e farsi raccontare delle loro frustrazioni professionali. “E delle mie frustrazioni sentimentali non ti frega?”, le chiedo a voce lamentosa. Ovviamente non mi sente, continuo a leggere.
Scrive che il posto è carino, gli animatori sono dei rompicoglioni che continuano a invitarla a giocare a pallone, e sta quasi pensando di escluderli dal suo programma di liberazione operaia.
“Vadano a farsi fottere”, mi scrive.
E poi mi saluta.
E basta.
Non dice se le manco, se mi ha pensato, se ha intenzione di farlo nei prossimi giorni, se tornerà più innamorata, se tornerà.

E’ vero, per chi parte la distanza è diversa da chi resta. Il primo la vive nei ritagli di tempo, per il secondo è un lavoro a tempo pieno. Guardare una relazione attraverso la cartina geografica ti permette di coglierne la struttura, le fondamenta su cui si regge il castello di carte che è una coppia. La lontananza si porta via tutti gli orpelli che ci siamo appesi intorno a riempire il silenzio della quotidianità, e riporta a galla l’essenziale. E’ una prova pericolosa, rischi di scoprire che sotto i riti di ogni giorno non esiste più alcuna base, e il castello in un attimo viene giù.

Penso che glielo scriverò, in risposta alla sua email. Lo leggerà domani e si farà un bell’esame di coscienza, e ci penserà se alla fine conto davvero qualcosa o ci stiamo solamente raccontando di stare insieme.
Riordino le idee, pigio il tasto Rispondi, e comincio.

“Qui tutto bene”, la prendo larga. “Il maledetto cane miope mi è corso contro come un siluro e si è scordato di evitarmi, sbattendomi su una gamba e buttandomi dritto in terra”, la prendo molto larga.
“Quella stronza della gatta si è leccata l’uovo sbattuto che avevo condito col pepe per farmi la carbonara, spero che le bruci il culo tutta la notte, e il suo degno compare dorme tutto il giorno sul letto e mi riempie di peli il cuscino”.

E sorrido. Perché non c’è davvero bisogno di aggiungere altro, la distanza che c’è oggi fra noi mi ha mostrato chiaramente su cosa stiamo appoggiati, è qualcosa che spogliato del superfluo basta a reggere la casa in cui abitiamo, è una prova pericolosa, ma la superiamo tutti i giorni.
E’ bello vivere con lei, ed è bello stare ad aspettare sapendo che aspettiamo insieme.
Anche se lei nel frattempo si diverte molto di più.


ci salverà Veltroni?

L’altra sera il Subcomandante è arrivata a casa e si è precipitata davanti al pici a trafficare. Si trattava dell’ennesimo proclama, così ho sbirciato da dietro la sua spalla.
Stavolta ce l’aveva coi produttori del videogioco Prince Of Persia. Essendo la Persia l’antico Iran, gli invasori che devi eliminare sono per forza iracheni. Il fatto di averli resi così sanguinari e difficili da uccidere non può che essere un messaggio propagandistico a favore della campagna militare americana in quel paese: del tipo “vedete che gli iracheni sono bastardi? Bisogna ucciderli tutti!”.

Mi sa che in quelle saponette nuove che sta usando ci sono delle sostanze che picchiano in testa, ho provato a spiegarle che la Ubisoft, casa di produzione del gioco, non è americana, ma francese, ma secondo lei ciò avvalora maggiormente la sua teoria, è in atto un piano di destabilizzazione oscuro e tentacolare, che si estende in ogni parte del mondo.

Alla fine del proclama vedo che firma E.C.R.N, e le faccio notare l’errore ortografico.

“No, è giusto, Ejercito Cadigattista di Revoluciòn Nacionàl!”
“Guarda che è Liberaciòn Nacionàl”, insisto.
“Ma a me piace di più Revoluciòn.”
“La revoluciòn è finalizzata alla liberaciòn!”, le faccio.
“La liberaciòn comincia con una revoluciòn!”, obietta.
“C’è un tempo per combattere e uno per ragionare!”
“Siete solo dei parolai!”
“La sinistra radicale deve adeguarsi alla linea politica della coalizione!”

Insomma che siamo a un passo dalla crisi politica. Per evitare una scissione decidiamo di metterla ai voti, chi otterrà la maggioranza deciderà il nome del movimento.
Un’ora più tardi la casa è tappezzata di manifesti.

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La sede dell’Ejercito Cadigattista di Qualcosasarà Nacionàl è abitata da cinque elementi: El Bastardo vota subito come lo consiglia il proprio ruolo di fedele luogotentente, mentre Jack viene convinto ad appoggiare la mia causa sotto la minaccia di non portarlo più a passeggio. A questo punto l’ago della bilancia diventano gli indecisi, composti esclusivamente da Morelia Toñita De La Selva De Lacandona.

Il Subcomandante Marzia la rimpinza di croccantini, io le faccio leccare i coperchi dei barattoli di yogurt, ma nessuno sembra avere la meglio sull’altro. L’unica a godere dello scontro è la stessa Morelia, che in un paio di giorni ha già messo su una pancia tonda come una cornamusa.

cameraNel frattempo in casa non si riesce più a vivere, ci sono manifesti anche in bagno, e ogni volta che apri un cassetto saltano fuori volantini elettorali.

Io e il Subcomandante non ci parliamo più, comunichiamo solo attraverso la lavagna, lo facciamo il meno possibile e solo per necessità di sopravvivenza, ma anche così non riusciamo a non litigare:

“Compra l’olio che è finito”
“L’avevo comprato IERI, l’hai usato tutto per fare le PATATINE FRITTE?”
“No, semmai sei TU che ti ci sei condito L’INSALATA!”
“Le patatine fritte sono da FESTA DELL’UNITA’!”
“L’insalata è SCIAPA come le vostre PROMESSE rinsecchite!”
“Voltagabbana!”
“Parolaio!”

salottoE tutto questo casino non sembra essere destinato a risolversi finché quella bagascia di Morelia Toñita non prenderà una decisione. Ieri sera è venuta a dormire con me sul divano (e si perché di dormire insieme al Subcomandante non se ne parla), ma stamattina a colazione era lì che faceva le fusa al nemico. sospetto fortemente che faccia il doppio gioco per interessi personali.
Di questo passo non si sa dove andremo a finire,
siamo al punto che sia io che il Subcomandante abbiamo pensato di accogliere in casa un altro animale per accaparrarci la maggioranza. Lei ha progettato di accogliere un altro gatto, dove sa di avere un vantaggio, io sto cercando di convincere Ugo e Gina a venire a vivere in casa con noi.

ugogina

Ugo

Gina


nelle belle giornate si riesce a vedere la Corsica

Giornata di duro lavoro alla sede dell’Ejercito Cadigattista di Liberaciòn Nacionàl, mentre il Subcomandante tinteggia i bagni, e l’artificiere naturalizzato gringo Jack Ojo Tuerto si dedica come di consueto a sminare il giardino, il sottoscritto sottoposto si dedica allo stressante lavoro di segreteria, riportando le ultime dichiarazioni del suo generale comandante a beneficio dei posteri:

“Sei sempre davanti al computer! Mi vuoi dare una mano si o no??” (Domanda peraltro inutile, essendo la risposta enunciata con la prima frase);

“Guarda che brucia il sugo! Aggiungi l’acqua!”;

“Jack! Piantala di scavare buche in giardino!”.

Non che mi lamenti, il precedente incarico era peggio ancora, stirare le divise della truppa. Per fortuna gli scarsi risultati ottenuti, e le ulteriori critiche mosse da Frysimpson, hanno convinto il Satrapo a indirizzarmi verso faccende meno impegnative. Uno dei compiti più gravosi è riuscire a superare il quadro dei centauri al nuovo Tomb Raider, così da permettere al voivoda di fare bella figura col suo superiore. Così, mentre il tiranno se ne sta di là a spennellare di giallo uovo le pareti del bagno io devo rovinarmi le diottrie su un gioco nevrastenico al quale non giocherei mai di mia iniziativa.

Meno male che la porta è chiusa e la musica alta, così posso fingere di giocare, mettere in pausa e dedicarmi non visto a lavare i pavimenti e passare la cera, però questa clandestinità mi ammazza.


coming soon

direttivo eclnDoveva essere un giorno di festa per El Bastardo e la sua compagnaMorelia Toñita De La Selva De Lacandona. Una gita al prato dietro la sede dell’Ejercito Cadigattista di Liberaciòn Nacionàl era quel che ci voleva per rilassarsi un po’, dopo tanti giorni di barricate.
Loro due soli, un ambiente sereno, bucolico, chissà che la bella Morelia non decidesse di concesersi finalmente e si lasciasse portare dietro qualche fratta..

 

 

 

 

 


Ma il pericolo era dietro l’angolo, sotto le spoglie del terribile Gattogrì, capo delle squadracce reazionarie al soldo del regime.
Per difendere la bella Morelia Toñita El Bastardo non esitò ad affrontare quella belva sanguinaria, un tempo suo carissimo amico, prima che la revoluciòn li portasse sui fronti opposti della barricata.
Morelia Toñita, dal canto suo, non vedeva l’ora di svicolare, a casa qualcuno aveva riempito la ciotola di croccantini, e se si sbrigava poteva mangiare i suoi e quelli del compagno.

 

 

 

 

 

El Bastardo affrontò Gattogrì in uno scontro all’ultimo sangue, ma ebbe la peggio. Venne lasciato in mezzo al campo come morto, in una pozza di sangue, con le mosche che gli giravano intorno e gli avvoltoi che planavano in cielo pronti a ghermirne i poveri resti, su cui già aleggiava l’odore acre della putrefazione.

 

 

 

 

Ma non era morto, la puzza era quella che aveva sempre avuto. Venne soccorso dal Subcomandante Marzia e medicato, quando la sua vita era appesa a un filo sottile come quello che si usa per attaccare i bottoni e che te li lascia sempre un po’ ciondoloni, che lo sai che appena ti pieghi li perderai di nuovo, e ci stai attento a chiuderli, ma tanto è inutile.

 

 

 

 

 

 

El Bastardo trascorse un lungo periodo di degenza sulla sedia della cucina, allietato dalla compagnia di Morelia Toñita, che con la pancia piena era più disposta a sopportarne la puzza, e nel suo cuore covava desideri di vendetta. El Bastardo, non Morelia Toñita, lei nel cuore covava solo il desiderio di mangiare ancora, mangiare sempre, mangiare mangiare mangiare mangiare..

 

 

 

 

 

 

La ECLN Peliculas presenta una storia di unghiate e di pelo, di vendetta e di croccantini..

La storia di un guerriero che torna dalla tomba per vendicarsi di colui che gli ha portato via quanto aveva di più caro.

Il 28 gennaio 2007 El Bastardo ucciderà Gattogrì.

kill gattogri