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la mia vita da elfo oscuro – Hic sunt leones

2.

“Coosaa?”, mi strilla il gioielliere tutto agitato. “E io dovrei acquistare il Sacro Amuleto Di Re Uriel Septim?”

Lo dice tutto maiuscolo, perché evidentemente è un monile molto prezioso. Comunque si, secondo me dovrebbe accettarlo, che per portarlo fuori dalle fogne ho dovuto pestare ratti grossi come facoceri e goblin con un alito che il facocero gli doveva essere marcito fra i denti, perciò secondo me una birra me la meriterei anche dopo tutto questo sbattone, e visto che la cosa più preziosa che ho è l’amuleto credo che si, dovresti proprio acquistarlo. Anche perché di regalartelo non ci penso neanche per sbaglio.
Glielo dico, ma non serve, anzi, minaccia addirittura di chiamare le guardie.
Le ho già incontrate quelle, all’inizio della mia avventura: sono grosse e incazzose, e anche se non somiglio più a un pancabbestia non esiterebbero a farmi il contropelo a scudisciate.
Mi viene voglia di infilargli la mia bella spada luccicante su per il culo a questo rabbino, ma poi dovrei vedermela coi fascisti di prima, meglio lasciar perdere.

Certo però che quando ho scelto di essere un elfo oscuro non sono stato per niente furbo. Dico, potevo essere un orco? Sono sicuro che a un orco non glieli rifiutava i soldi per la birra, col grugno che si ritrova nessuno ha il coraggio di dirgli di no a un orco. Un elfo oscuro invece è magrolino, di questo colore blu puffo, non bastano gli occhi di bragia per intimorire il prossimo, e così finisco sempre per pigliarlo nel ciarlibraun. Nato sotto il segno del Guerriero, mi dicevano. Appartieni alla classe degli Spaccaculi, mi decantavano. Avrei dovuto essere un forte guerriero, uno scaltro manipolatore, un abile affabulatore e un buon mago. Finora non me n’è andata bene una, magari mi metto in strada e provo a tirar fuori conigli dalla tuba.

È che non ho neanche la tuba, e l’unico che può procurarmi del denaro per acquistarne una, a questo punto, è proprio il priore di Weynor, il legittimo proprietario del gioiello che tengo in tasca.

Non mi resta che andare da lui. Fermo una guardia incazzosa e chiedo da che parte si va per il priorato.

“Di là”, mi indica, e non sto a spiegarvi da che parte sia, perché tanto quando vi ho detto a destra o a sinistra non vi cambia niente. Mi incammino in quella direzione e dopo pochi minuti oltrepasso la porta della città.

Fuori non ci sono i leoni, come recita l’antico detto, ma campi, e quando sei per campi scopri che fra l’erba, qua e là, cresce spontanea qualche erba che puoi raccogliere, o dei funghi. Non è roba da mangiare, però, bisogna combinarli insieme in un mortaio per creare pozioni magiche. Per esempio, se metto insieme la foglia di lallorollo e il corno tritato di scheletro adultero ottengo una pozione contro la caduta dei capelli, ma se ci aggiungo tre gusci di noce selvatica della Selva di Gorgoroth mi vien fuori un balsamo miracoloso contro gli incantesimi dei goblin. Faccio subito qualche esperimento, ma non ricavo granché di utile, perlomeno in un mondo assurdo come questo, che sono certo nel mondo reale ci diventerei ricco con queste pastigliette blu che stimolano l’apparato riproduttivo. E non ci vuole neanche molto a prepararle, bastano dei fiori di giglio di montagna appena sbocciati e un mucchio di merda di cavallo.

Sperimentando qua e là (che col mortaio da viaggio di cui sono dotato posso farlo anche mentre cammino), non mi avvedo della strada percorsa e mi ritrovo in mezzo alle rovine di un castello.
Non so come si chiami, la Lonely Planet non ha mai pubblicato guide di questi posti oscuri, e non c’è nessuno a cui chiedere. Però c’è una porta, che apro subito, curioso come sono.

Dietro la porta delle scale conducono in giù, verso l’oscurità, e io che sono un elfo oscuro non posso che sentirmi a casa, così le faccio tre alla volta, ma senza poi sedermi sul divano, anche perché sotto non ci sono divani, c’è uno scheletro armato di ascia che mi attacca.

Impreco verso i discendenti di Ray Harryhausen, cui mi riprometto di fare causa una volta uscito da questa situazione, e sollevo lo scudo per parare i suoi fendenti: sarà magrolino, ma picchia dei colpi della madonna! Io non sono certo da meno, quando la mia spada lo colpisce si sente un rumore di ossa fracassate, ma non cede il bastardo, ritorna a farsi sotto, e io di nuovo a menare sciabolate, e ancora quel rumore come quando il dentista gli scappa il trapano e ti perfora la mandibola, lo so che è un’immagine terribile, ma conosco un omone a cui è successo, e lui si è alzato di scatto dal lettino e ha preso il vassoio metallico con gli attrezzi e l’ha picchiato in faccia al medico così forte da sbriciolargli le ossa, e il rumore che ha prodotto è appunto quello che emette la mia spada sul mio avversario.

Finalmente va giù, decomponendosi in una nuvola di polvere. Esaminando i suoi resti mi procuro della farina d’ossa, molto utile per guarire il mal di gola, aumentare il fascino sulle Arboriane e condire la pasta alla puttanesca.

Proseguo, recupero delle monete da un baule aperto, spreco una decina di chiavistelli cercando di forzarne un altro chiuso, incontro un paio di quei ratti giganti e un goblin, ma non c’è altro di utile lì sotto, così ripercorro la strada al contrario e torno fuori. Nel frattempo si è fatto buio, e io sono senza rifugio. Non sembra che il mio me stesso di questo luogo patisca la stanchezza, ma l’avventura nel sottosuolo mi ha debilitato, e credo che dormendo qualche ora potrei recuperare l’energia. Si, ma dove vado a dormire, che qui oltre a sassi e fiori di cipollazza buoni contro la scrofola non c’è altro?
E allora andiamo avanti, la cartina di cui sono dotato mi indica un qualche insediamento verso est, non troppo distante da dove mi trovo, magari ci trovo un letto.
Il posto si chiama Aci Trezza, sono quattro baracche chiuse a chiave con degli animali che pascolano nei pressi. Non sembra esserci nessuno, così provo a forzare una serratura.

“Ehi!”, fa una voce alle mie spalle.

Sguaino la spada e cerco il proprietario dell’esclamazione, ma non vedo anima viva, e neanche morta, visto che ogni tanto si incontrano anche quelle. Mi sarò sbagliato, penso, e rimetto a posto l’arma, ma non faccio in tempo a rimettermi al lavoro sulla porta che di nuovo la voce mi fa “Ehi tu!”. Stavolta mi sento anche toccare una spalla, ma quando scarto di lato e metto mano alla mia arma non ho nessuno intorno su cui avventarmi. Che razza di diavoleria è questa?

“Non ti spaventare!”, sento dire, “Sono qui davanti a te, ma non puoi vedermi!”

Ah, perfetto, prima lo scheletro, adesso l’uomo invisibile! Chi devo aspettarmi dopo, Frankenstein o la mummia?

“Tutto il villaggio è stato reso invisibile da un mago che vive nelle rovine del castello! Ti prego, aiutaci!”

“Cosa dovrei fare, la Hammer Film ha chiuso da anni, non credo che troverete altri produttori disposti a fare un film su di voi!”

“No, basta che tu vada alle rovine a convincere il mago a riportarci tutti alla normalità!”

“E se non vuole? Oltretutto in quelle rovine lì ci vivono degli scheletri incazzosi, chi me lo fa fare di tornarci?”

“Vedrai, ti darà ascolto, è sempre gentile con gli stranieri! E se riuscirai a farci tornare visibili avrai in premio un mucchio di denaro, e il privilegio di passare una notte di sesso con Miss Aci Trezza, la più bella del villaggio!”

Non è per la lussuria che torno alle rovine, sia chiaro, e neanche per i soldi, è che ho paura di avere perso la carta d’identità durante lo scontro con Mister Magrissimo, prima, e non so come potrei fare a ottenerne una nuova, in città non ho visto neanche un tabacchino che vendesse marche da bollo.

(continua..)


Pablog, l'elfo oscuro

La mia vita nei panni di un elfo oscuro comincia male, in una cella da qualche parte sotto la città imperiale. Non sono incatenato, ma i vantaggi terminano lì, non ho altro con me che i vestiti che indosso, e anche questi non sono mica firmati, si riducono a una camicia di cotone lisa, un paio di braghe scucite e delle scarpe senza suola che mi possono proteggere giusto dalla ghiaia.

Le sbarre sembrano solide, e non vedo altre uscite, non c’è neanche una finestra, un pagliericcio, che diamine, non c’è neanche un cesso! Spero vivamente che gli elfi oscuri non caghino troppo.

Nella cella ci sono solo io, ma posso sentire chiaramente lì vicino la voce di un altro prigioniero, che mi prende per il culo, dice che mi sono fatto prendere come un pollo, che non ho futuro, cose così. Un pessimo inizio direi, oltretutto non so perché ci sono finito e quando. Non ho alcuna memoria di me al di fuori di questo momento.

Perlomeno so chi sono, mi chiamo Pablog, sono un elfo blu con la barba e le treccine.

“Non esistono elfi con la barba e le treccine!”, mi rimprovera il mio vicino, “E se sei blu devi essere sicuramente un puffo! Glielo dico a Gargamella!”


E’ davvero fastidioso questo individuo, se riesco a uscire da questa cella la prima cosa che faccio sarà andare di là e menarlo. Si, ma come ci esco di qui?


All’improvviso un rumore di passi, alla porta della mia cella si presentano delle guardie e il re in persona, Uriel Septim! Cos’ho fatto non lo so, ma dev’essere stato grave per aver scomodato un personaggio così importante.

Le guardie mi dicono di allontanarmi dal cancello, si lamentano che non avrei dovuto essere rinchiuso lì, poi entrano insieme al sovrano e aprono un passaggio segreto sul muro, a mezzo metro da me. Come? C’era un passaggio segreto? E io non lo sapevo?


“Ehi! Un momento! Cosa sta succedendo?”, chiedo.

Il re Uriel Septim mi guarda e sbianca: “Io ti ho sognato! Allora il tempo è infine giunto!”

“Ma cosa stai dicendo?”, gli chiedo, già stufo di misteri, che se volevo essere tenuto sulle spine così a lungo continuavo a guardare Lost.


“C’è una guerra in corso, i miei figli sono morti, io sono inseguito dai malvagi agli ordini di Mehrunes Dagon, e stanotte ti ho sognato!”

“Eravamo nudi e ti prendevo da dietro?”, gli chiedo, che a me queste trame fantasy dopo poco lo smenazzano.

“No, tu eri il prescelto e riportavi la pace nel mio regno!”

“Meno male, il solo immaginarti nudo mi faceva venir voglia di farmi giustiziare.”


Comunque il re e le guardie spariscono nel tunnel, e io mi accodo, che il cancello della prigione è sbarrato, e di star lì ad aspettare i cattivi misteriosi non ne ho mica voglia. E con cosa potrei difendermi se decidessero di attaccarmi? Faccio una pernacchia al prigioniero della cella accanto e mi infilo nel cunicolo.


È illuminato abbastanza da permettermi di vedere dove vado senza inciampare, ma non sembra un posto troppo frequentato. Davanti a me sento le voci delle guardie, le seguo per non perdermi, ma trovo buffo evadere e dover pure inseguire i miei carcerieri. Ci sono oggetti per terra, ossa, ciotole, delle armi arrugginite. Prendo su tutto, che non si sa mai, anche le ossa potrebbero servire, magari mi impratichisco con la magia e le uso per farmi una pozione contro qualche malefizio. Alla peggio ci posso insaporire un brodino..

Il cunicolo sbuca in una stanza, ci sono le guardie del re che stanno combattendo contro dei nemici misteriosi! Bella idea quella del passaggio segreto, devo ricordarmi di non seguire mai i loro consigli.

Le guardie del re riescono a sgominare i cattivi, ma sul terreno resta una di loro, la più valorosa. Non chiedetemi come si chiama, ma i suoi compagni sono tutti tristi, lo piangono a lungo.. Poi prendono e se ne vanno, mollandolo lì senza neanche seppellirlo, alla mercé degli scarafaggi.

Che spreconi, non gli levano neanche le armi! Ovviamente io non mi lascio sfuggire un’occasione così ghiotta, ed entro in possesso di un’armatura completa e di una bella spada scintillante. Ora il primo malintenzionato che mi si parerà davanti dovrà fare i conti col mio acciaio!

Tutt’a un tratto mi si para davanti il più classico abitante delle fogne cittadine, uno schifoso ratto. Questo però ha le dimensioni di un vitello, se mi morde hai voglia di leptospirosi, minimo mi stacca un braccio!

Rivedo subito i miei intenti bellicosi di prima e cerco di scappare alla svelta, ma quella specie di cinghiale si è messo proprio davanti alla porta, devo abbatterlo se voglio proseguire.

Il ratto gigante mi carica, io mi riparo con lo scudo, ma accuso lo stesso il colpo. Appena si ritrae gli vibro un poderoso fendente, ma non basta. Mi attacca di nuovo, e di nuovo mi toglie energia, e di nuovo io lo colpisco, e stavolta cade esanime.

Frugando nei suoi resti ottengo della carne di ratto, che con le ossa di prima mi assicura una cena mica da ridere, poi mi rimetto in cammino.

Il sotterraneo passa attraverso una caverna, che scopro essere abitata da goblin. Ma che cazzo di uscita di sicurezza hanno scelto quelli davanti? Se avessero attraversato le linee del nemico avrebbero avuto da combattere molto meno!

I due piccoli sorci verdi armati di pugnale e mazzaferro mi attaccano strillando, ma ormai mi sono impratichito, so maneggiare la mia arma, e me li lascio alle spalle in quattro e quattr’otto. Frugo anche lo scrigno che abbellisce il loro rifugio, e mi arricchisco di un po’ d’oro e di qualche grimaldello.


Nella grotta successiva mi imbatto in uno sciamano goblin, nientemeno! Questo mi spara addosso delle palle infuocate, ma le mie dopo questo tutorial sono molto più grosse e fiammeggianti, e lo incenerisco prima che possa dire “skreeekkk!”. Gli frego anche il bastone, metti che incontro qualche appassionato di armi strambe.


Arrivo alla fine del tunnel, e ritrovo il re e i suoi gorilla. Uriel Septim mi dice di raggiungere il Priorato di Weynor e di consegnare un prezioso amuleto nelle mani del sacerdote capo. Lui saprà spiegarmi il perché. Poi mi mette in mano un rubino che peserà sei chili e se ne va ad affrontare il suo destino. Anche le sue guardie sono incredule, ma assecondano il suo volere e mi lasciano andare.

Esco alla luce del sole in mezzo a un campo, alle mie spalle le mura della città, in tasca una pietra che mi renderebbe l’elfo più ricco di tutta Cyrodil, e la spada di un cavaliere per completare una missione d’onore.

Per prima cosa vado a cercare un gioielliere, che le locande non accettano pietre preziose e io ho proprio bisogno di una bella ciucca.


(continua..)


musica

Ero partito per scrivere un pezzo su lastfm, ma la televisione mi ha riversato addosso Cristiano De Andrè che canta A çimma e all’improvviso parlare dei miei problemi coi social networks è diventato secondario, che a me un milanese che canta in genovese fa sempre senso, anche se il milanese in questione è il figlio di colui che la canzone l’ha scritta; e poi c’è una vena di tristezza nel vedere un musicista dover parlare sempre e solo di suo padre e mai del proprio lavoro.

E ora, finalmente, posso dedicarmi a quello che mi premeva, che poi non è molto.

http://www.lastfm.it/user/grugef

Non sono più su facciaabuchi, non ho voglia di tornarci, ma ogni tanto mi fa piacere bazzicare qui sopra, e qualche volta scriverci pure. Di musica, naturalmente, che qui sopra non si diventa fan della cacca, ma di artisti, e si ascolta pure della roba.

Poi vi dirò anche cosa succede a mostrazzi, ma con calma, che tanto vedo che vi siete allineati tutti al ritmo blando con cui scrivo, e se va bene a voi figuriamoci a me.


Mostrazzi. La tirata di fiato

Riassunto delle puntate precedenti:
Un gruppo di bloggers incoscienti accetta di giocare a Mostrazzi, e subito si ritrova chiuso in una cella in compagnia di un orco, che fa scempio di una donna e poi si mette a leggere l’Ulisse di Joyce intanto che gli altri scappano per la porta.

Oltre la porta si arrampicava, insidiosa e fredda, una scala ripida. Il gruppetto vi si gettò a capofitto, con la paura a spingere i culi, ad infilarsi fra le gambe e a farle inciampare.
Salirono e salirono, e poi salirono ancora, su, su, sempre più su; oltrepassarono senza notarla una piccola porticina, probabilmente quella che conduceva alla stanza da cui era apparso loro l’Avvocato Kobayashi.
In cima a quella salita interminabile, un buon tre quattro metri più in alto, si trovarono la strada chiusa da un altro portone. Il gruppo si arrestò di colpo, gli uni franando addosso agli altri in un lamento soffocato.
Il portone non era chiuso, si poteva vedere una lama di luce scivolare dalla fessura, ma era troppo sottile perché qualcuno potesse sbirciare dentro.

“E ora che facciamo?”, vocionò una donna.
“Shhh!!”, la rimproverò l’uomo segaligno, “potrebbe esserci qualcuno qui dietro!”

Lo spilungone suggerì di spingere la porta ancora un po’ e infilare la testa dentro, ma non incontrò il favore dei compagni: la paura che ci fosse un altro mostrazzo in agguato era troppa per rischiare.

“E allora cosa facciamo?”

Qualcuno suggerì di tornare indietro, gli sembrava di avere oltrepassato una porta, salendo, ma indietro significava avvicinarsi di nuovo all’orco e al suo orrendo banchetto.
Per quanto studiassero, altre soluzioni non ce n’erano, l’unica via d’uscita era attraverso quella porta.

“E se votassimo per chi deve mettere fuori la testa?”, suggerì una donna.
“Scherzi?”, fece l’omone, “Hai visto quanto ci mette il master a scrivere un nuovo paragrafo? Se ci fermiamo ora rischiamo di non riprendere più fino a primavera! Apriamo di colpo e ci scaraventiamo fuori tutti insieme, al mio tre! UNO! DUE! TRE!!”

La porta si spalancò di botto, e l’omone irruppe urlando in una stanza illuminata da una torcia.
Si guardò intorno, ma non c’era nessuno, nè orchi nè tantomeno i suoi compagni.

“Brutti vigliacchi”, mugugnò.
“Venite fuori! Non c’è nessuno!”

Una alla volta tutte le facce riemersero dall’oscurità, borbottando imbarazzo.

Quella stanza doveva essere un’armeria, c’erano rastrelliere piene di spade addossate alle pareti, alcune lance, uno scudo, una mazza ferrata, un paio di elmi, archi, frecce, pugnli, una mostruosa ascia bipenne e una buccia di banana.
Accanto alla porta da cui erano usciti era appoggiato un grosso palo, probabilmente quello con cui veniva sbarrato l’accesso alla cella. Doveva averla aperta l’orco quand’era sceso, oppure l’Avvocato Kobayashi.
Un po’ più in là la scala riprendeva a salire, seguendo la curvatura dell’edificio.

Un’altra porta, opposta alla prima, si aprì all’improvviso.
Che stupidi, erano in un’armeria e si stavano facendo cogliere a mani nude!
Ognuno si gettò su qualcosa, chi sulla spada, chi sull’arco, ma appena riconobbero la persona che era appena entrata si fermarono, e pronunciarono delle vocali:

“Oooo!”, “Aaaaa!”, “Uuuuu!”, “Ipsilon!”

Era la donna piccoletta di prima, quella che tutti avevano lasciato a pezzi nella cella sottostante. Ma com’era possibile? Tutti le si fecero intorno per toccarla, accertarsi che non avesse punti di sutura o macchie di mercurocromo, che fosse proprio lei e non la sua gemella cattiva, ma non c’era niente che non andasse in lei. Un grosso porro sul naso, ma quello ce l’aveva anche prima.

La donna spiegò loro che dopo essere stata colpita si era ritrovata fuori, al buio, e aveva sentito la voce dell’Avvocato Kobayashi accanto a lei. Le aveva detto che il suo padrone aveva voluto resuscitarla, per dimostrare quanto grande fosse il potere di cui disponeva.

“E non bastava tirare fuori un coniglio da un cilindro?”, chiese lo spilungone.

Poi la voce si era zittita, e lei si era guardata intorno.
Disse che si trovavano all’interno della torre di guardia di un piccolo fortino. Fuori aveva visto un edificio, le mura coi camminamenti e il portone di accesso, non lontano da lì. E molti orchi di guardia. Era stata la loro vista che l’aveva spinta a rifugiarsi all’interno della torre.

“A proposito, io mi chiamo Marchesa Desade”

Normalmente, se uno si presentasse con un nome del genere la risposta sarebbe “Eccheccazzo di nome è?”, ma loro erano bloggers, non ragionavano in modo normale, e dissero in coro “Non è possibile!”

“No!”, disse uno, “Io la conosco la Marchesa, non ha quell’enorme porro sul naso! E neanche quelle gambette corte! Nè quel culone!”
“E soprattutto”, fece un’altra, “non è bionda!”
“Ma chi siete voi, come fate a conoscermi?”, domandò la Marchesa.
“Io sono il Subcomandante Marzia”, rispose la donna.
“Cooosaa?”, fecero tutti.
“Ma noi la conosciamo Il Subcomandante Marzia, non ha quelle enormi orecchie a sventola, nè quella gobba vistosa!”
“E tu chi sei?”
“Io sono il Dottor Hardla!”
“Coosaa??”, rifecero tutti.
“Ma il Dottor Hardla non ha quella pancetta antiestetica! Nè quei capelli stopposi, e neanche quella faccia da scemo!”
“Veramente la pancetta ce l’ha”, commentò il Subcomandante.
“E anche i capelli stopposi”, aggiunse Panchin.
“E se devo dirla tutta..”, stava aggiungendo Fry Simpson, ma il Dottor Hardla lo bloccò:
“Insomma basta! E’ evidente che su Mostrazzi il nostro aspetto non corrisponde a quello reale!”
“Almeno per la maggior parte di noi”, ghignò Fry.

Il gruppo si voltò verso gli ultimi rimasti in disparte.

“E tu chi sei?”, chiesero all’uomo.
“Io sono Unpino, Pino per gli amici”.
“Uhmmm..”, fecero Lara, Hardla e il Subcomandante, all’unisono.
“Questo qui non ce la sta contando giusta”, aggiunsero.
“E tu invece?”, chiese Fry Simpson alla donna.
“Io sono V. Non mi conoscete perché non ho un blog come voi”
“E per cosa starebbe la Vu?”, la incalzò l’uomo, sollevando un sopracciglio.
“Per.. Valentina. No! Nono! Per Veronica!”
“UHMMMMM!!!”, fecero tutti.

E adesso cosa fate?


Mostrazzi, fuga dalla cella.

L’orco irruppe nella stanza mulinando la sua ascia, e tutti i presenti fecero un balzo indietro, ululando di terrore. L’unica che rimase al suo posto fu la donna piccoletta, che lo guardò perplessa, chiedendosi “E ora che faccio?”.

L’ascia si abbattè su di lei con uno schianto, aprendola in due dalla spalla al bacino.

“Aaahh!! Aaaahh!!”, fecero i sopravvissuti, poi ognuno cercò di salvarsi come poteva:
Uno strisciò lungo la parete cercando di aggirare il mostro, e una donna lo seguì da vicino, pure troppo da vicino, gli inciampò nei piedi ed entrambi cascarono a terra, a un palmo dalla zampa fetente della creatura.
L’orco tentò di liberare l’arma dal corpo della sua vittima, ma doveva essersi incastrata in un osso, e non c’era più verso di tirarla via. “Grrr!!”, faceva lui, osservando le sue prede rialzarsi e infilare la porta.
Un’altra donna si avvicinò all’orco, con l’intenzione di stordirlo con l’odore di pipa che emanavano i suoi abiti, ma l’unica cosa che ottenne fu di farlo ancora più incazzare: mollò l’ascia e afferrò la meschina per un braccio, emettendo un grugnito di soddisfazione.

Fu in quell’istante che l’uomo biondo tentò di trasformarsi in Hulk mordendosi un labbro, ma gli diventò viola solo quello, i suoi pantaloni restarono azzurrini, e soprattutto il suo fisico mantenne l’aspetto rosa e gracilino tipico della mezza sega che era.

Gli altri personaggi nella stanza si gettarono verso l’uscita correndo intorno all’orco, uno inciampò nel corpo della vittima e gli cadde fra le gambe. L’orco lasciò andare la donna che puzzava di pipa, ma prima che potesse staccare il collo al nuovo arrivato venne distratto dal tizio spilungone, che gli stava puntando un dito contro e faceva “Pum! Pum!” con la bocca.

A quel punto anche il biondo dal labbro gonfio si era reso conto che la via di fuga era un’altra, e corse fuori, attirando l’attenzione dell’orco, e permettendo così ai prigionieri rimasti di scivolargli alle spalle.

Povero orco, quel viavai di carne fresca che gli correva intorno lo obbligava a voltare la testa di qua e di là, e alla fine si trovò da solo, chiuso in una cella umida e con un gran torcicollo.
“Chessadafà peccampà!”, borbottò, e sedendosi sul pavimento strappò via un braccio a quel che rimaneva della sua vittima, poi tirò fuori da una tasca l’Ulisse di Joyce, e fra un morso e l’altro si immerse nella lettura.

Ochei, la prima prova è passata, non senza conseguenze. Ve l’avevo detto che con Mostrazzi non si scherza!
Per ora tirate il fiato, ma non troppo, che altri Mostrazzi sono dietro l’angolo..


il tremendo inizio di Mostrazzi!!

bannerLa prima cosa che notarono, appena riaprirono gli occhi, fu che non si trovavano più nella loro stanza confortevole, davanti al computer, ma in una cella rotonda, buia e umida, dal soffitto molto alto.

Una porta dall’aspetto solido chiudeva l’unica via d’uscita, e di fronte ad essa , ad alcuni metri da terra, una piccola finestra dominava la stanza.

Solo in seguito si accorsero della presenza di persone insieme a loro. Si guardarono e si contarono, confusi.

“Dove siamo?”, chiedeva uno. “Ma che posto è questo?”, “Come siamo finiti qui?”

In una situazione normale si sarebbero forse presentati, ma quella non era affatto una situazione normale, occorreva uscire prima di tutto da quella prigione. Una delle donne del gruppo, quella che odorava di tabacco da pipa, si avvicinò alla porta, la spinse, e sentenziò:

“Di qui non si esce, è chiusa”.

Lo spilungone replicò con tono saccente:

“Perché non provi a tirarla?”.
“Forse perché non c’è la maniglia, genio!”, gli rispose in malo modo quella.

Neanche due minuti che si trovavano lì e già il loro rapporto andava incrinandosi. Forse non sarebbero sopravvissuti a Mostrazzi..

Una voce dall’alto li distolse dai loro pensieri.Kobayashi

“Benvenuti a Mostrazzi!

Un uomo li stava osservando dalla finestra. Indossava una giacca elegante, e il suo viso dai lineamenti vagamente orientali non lasciava trapelare alcuna emozione.

“Sono l’avvocato Kobayashi, sono stato incaricato di illustrarvi alcuni aspetti del gioco, per permettervi di muovere i primi passi.”
“L’Avvocato Kobayashi!”, disse il tizio biondo, “lavora per Keiser Soze!”
“Non più”, rispose l’avvocato, “alla lunga mi sono reso conto che non era abbastanza cattivo per i miei gusti, e sono passato alle dipendenze di un vero farabutto.”

La vociona di una donna interruppe quell’amena conversazione:

“Dicci chi sei e perché ci hai portato qui!”

“Chi sono ve l’ho già detto, sono l’Avvocato Kobayashi, e non sono stato io a portarvi qui, ma il mio padrone, quando avete accettato di giocare a Mostrazzi.”
“E’ un gioco questo?”, chiese un’altra donna piccoletta, “E dov’è il tabellone? E i dadi? E le casette?

“Ho detto un gioco, ma non Monopoli”, rispose l’avvocato scrutandola severo, “In questo gioco non ci sono fiaschi, né candele o paperelle. Le pedine sarete voi, e il mondo di Mostrazzi il vostro tabellone. Dovrete muovervi attraverso di esso, affrontando i mille pericoli che incontrerete, e potrete contare solamente su voi stessi. Di tanto in tanto vi verranno proposte delle situazioni, e voi dovrete decidere cosa fare. Ma dovrete scegliere bene, perché il vostro comportamento potrebbe fare la differenza fra la vita e la morte.

“Non ho capito”, disse l’altra donna, quella che era rimasta in un angolo senza parlare.

“Te lo spiego subito”, rispose l’avvocato, e con un gesto indicò la porta, che si spalancò di botto.

orcazzo!L’intero vano dell’uscita era ostruito da un orco gigantesco, dalla pelle verde, con due mani enormi che brandivano un’ascia. Entrò nella stanza urlando, e si mise a mulinare l’arma, chiaramente intenzionato a macellare qualcuno.

“Orca loca!”

Puttanazz..
“Aaahh!!!!”
“Minchia!
“Ma non potevi startene zitta, mannagg..”

 

Dalla sua finestra, l’avvocato Kobayashi lanciò un’ultima occhiata ai poveretti nella cella, e prima di scomparire nell’oscurità disse loro: “Decidete, se volete vivere”..


Mostrazzi

La prima cosa che perdi quando ti cancelli da facciabuco sono i giochi. Diciamocelo, da quel punto di vista il social network è imbattibile, ti fornisce una quantità di perditempo anche superiore a quelli che la tua attenzione potrebbe sostenere, anche se fossi un impiegato comunale non ce la faresti mai a star dietro a tutti. Poi c’è la possibilità di sfidare i tuoi amici, entrare in competizione e, quando annoveri fra i tuoi contatti gente come Dedee, Lara o Cinelli, perdere vergognosamente.
Si, quando cominci una partita ai giochi di facciabuco devi rassegnarti a non potere mai essere primo, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te, o con più tempo da perdere, o più frustrazioni da sfogare in giochini merdosi che alimentano la loro illusione di grandezza facendo dimenticare per un po’ di essere dei vermi senza una propria esistenza, dei reietti della società, degli scarti di persone con rapporti umani più solidi e una vita fuori delle mura di casa mille volte più appagante!

Personalmente non ci ho mai dato troppo peso a questa faccenda del non riuscire mai a prevalere, ma c’è gente che ne fa una malattia..

E’ per queste persone, ma anche per i campioni spocchiosi di cui sopra, che ho inventato un gioco che non si trova su facciabuco.

mostrazziSi chiama Mostrazzi e per giocarci non occorre perderci delle giornate sopra, perfezionando la mobilità del proprio dito indice e spremendosi fino all’ultimo neurone per ricordare la capitale di un misterioso stato asiatico, è sufficiente possedere un forte istinto di sopravvivenza.

Si, perché a Mostrazzi si rischia la pelle. Sul serio!

Mostrazzi è un mondo dominato da un malvagio signore che ha il potere di vita e di morte su tutte le creature che vi risiedono. Il suo nome ispira terrore, la sua ferocia è inarrestabile, le storie delle sue malefatte hanno oltrepassato i confini del tempo e dello spazio, e vengono raccontate ai bambini per farli stare buoni. E’ un sadico senza scrupoli che uccide per divertimento, non ha morale, non ha rimorsi, la sua sete di potere è illimitata, il suo odio inarrestabile.

Per divertirsi una sera che non c’era niente per televisione Egli ha rapito alcuni bloggers e li ha portati nel suo mondo, sottoponendoli a prove sempre più difficili e pericolose. L’unico modo che i malcapitati hanno per salvarsi è quello di affidarsi al proprio istinto di sopravvivenza e decidere come venir fuori dalla situazione in cui il Malvagio li getterà.
Ma attenzione!!! Ogni decisione che prenderanno influenzerà la partita, perciò potrebbe capitare che uno dice una cosa in un commento, tipo “ma che gioco di merda” e in un attimo entra un orco con un’ascia così grossa e gli fa la faccia tipo la Ventura ma senza silicone, quindi attenti a ciò che dite, poveri malcapitati, badate a ponderare bene le vostre scelte, o rischiate che la vostra avventura su Mostrazzi sia più breve della conversazione fra Hulk e Borghezio:

“Mgrrr!”
“Teròne!”
SMASH!

Tutto ciò che dovete fare è dare la vostra adesione nei commenti, il resto lo apprenderete strada facendo.

Allora? Siete pronti ad affrontare Mostrazzi??