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la scomparsa di Majorana

Il suo nome non era Ettore Majorana, ma lo diventò quando scomparve.
Oddio, scomparve. Non è che si smaterializzò in un fascio di luce extraterrestre, immagino che abbia continuato a guardarsi nello specchio del bagno come faceva prima; la sparizione è un concetto transitivo che colpisce tutte le persone tranne quella che ne è vittima.

Per me la scomparsa di Majorana avvenne il 2 febbraio, martedì grasso.

Volevamo andare a un ballo mascherato, ma non eravamo riusciti a metterci d’accordo sull’abito, io volevo vestirmi da tassista romano che porta la sua cliente all’ospedale, lei da Napoleone a cavallo che valica il San Bernardo, e pretendeva che io andassi in giro con una fiaschetta di liquore appesa al collo e lei arrampicata addosso. Non ci sarebbe stato niente di male, l’idea di averla appiccicata alla schiena mi faceva sorridere in quel modo scemo che tutti vorremmo durasse per sempre, ma secondo te vado in giro con una fiaschetta piena di alcool e non me la ingoio intera? Era irrealizzabile.

L’unica festa dove potevi entrare senza costume era quella dell’Opus Dei, dove l’unica regola era non divertirsi troppo, se ti beccano sono trenta padrenostri e passare il resto della serata con un limone in bocca.

“Mi faranno entrare vestita così?”

Indossava un maglioncino a collo alto, una gonna che non arrivava al ginocchio e un paio di stivaletti che si fermavano parecchio più in basso. Le sue gambe invitavano al peccato.

“No, ma mi darà un’ottima scusa per trascinarti a casa e far piangere Gesù”

Il suo hmm malizioso mi fiorì la testa di immagini che sono sicuro che ci siamo capiti.

Poi eravamo dentro. La fila per il bagno si incrociava con quella del bar, ma riuscivano a separarsi prima di rovinare la brocca della sangria. I tavolini erano coperti da pizzi a forma di croce, su ognuno era posata una copia del Vangelo e un bel rametto di gigli.

Sul palco in fondo alla sala quattro suore svisavano di brutto le hit di Fra Cionfoli, e proprio non riuscivi a stare seduto: la pista era piena di coppie che si stringevano voluttuosamente la mano, l’aria vibrava di elettricità e voglia di lasciarsi andare, sentivi che sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa.

Dopo due ore non era successo niente. Le hit di Fra Cionfoli avevano lasciato il posto alle consuete nenie, e per sfuggire all’ennesima riproposta di Camminerò mi trascinai al bar a prendere due succhi di frutta, che della sangria continuavo a non fidarmi, e tanto era analcolica pure lei. Nel mio bicchiere feci mettere del ghiaccio per sentirmi trasgressivo.

Quando tornai al tavolo Majorana non c’era più, era sparita la sua giacca e la sua borsetta. Non era sulla pista, non era nel bagno degli uomini. In quello delle donne non mi lasciarono entrare, ma non vedevo ragioni per cui avrebbe dovuto trovarsi lì: le donne e gli alpinisti fanno la pipì in cordata, e lei era entrata alla festa senza accompagnatrici, non raggiungeva il quorum.

Per rendere più enfatico il mio dolore per la scomparsa di Majorana racconterò al rallentatore la scena che seguì.

Salita leeenta di mani che arpionano una faccia.
Bocca che si apre sulla lettera o.
Cielo che si tinge di onde gialle e rosse.
Lettera di diffida dall’avvocato della famiglia Munch.
Messaggi di stima dalla curva della Roma.
“Nnnuoooooohh! Mmuaaaaaiuooooruaaaaaanaaaaaaa!”

Più tardi, a casa, Gesù lo feci piangere da solo.

Nei giorni che seguirono la chiamai al cellulare, le scrissi lettere, spedii messi a cavallo fino al suo villaggio ai confini dell’impero, poi bruciai le sue lettere per inviarle segnali di fumo, pugnalai le sue foto perché dalle ferite che avrebbero dovuto aprirsi sul suo petto potesse ricavare una specie di codice morse, banchettai coi suoi capelli che ancora trovavo sul cuscino, ma quello perché il raffreddore mi costringeva a dormire con la bocca spalancata.
Poi smisi di cercarla.

Ripensavo ai momenti trascorsi insieme e a quelli che li avevano preceduti, quando eravamo solo due che si divertivano a raccontarsi idiozie, e pensai che in fondo saremmo potuti tornare a quell’amicizia disinteressata, non è che due perché finiscono a letto non si devono parlare più. Solo che lei si disinteressava alla mia amicizia disinteressata: si recava a Napoli, saliva su traghetti alla volta di Palermo e scompariva. Chi dice di averla vista in Argentina cavalcare nella pampa, chi ha sentito il suo canto salire dal fondo del Tirreno ma non capiva che canzone fosse neanche usando Shazam, chi la vede tutti i giorni e la sa felice. Ogni tanto vedo la sua faccia spuntare nella rete, mi verrebbe da dire ciao come va, ma so la distanza dalle relazioni finite, va innaffiata tutti i giorni sennò appassisce ed è un attimo ritrovarsele davanti al portone con la mano tesa a chiederti indietro un libro o un po’ di sesso, e hai un bel dire che non sei così e vorresti solo. Cosa? Vorresti solo salutare, sapere come sta, cosa fa. Certo. Solo che volere solo è già volere, Io Voglio. Da una parte ci sei tu che vuoi e dall’altra qualcuno che ha deciso di non vederti più, cui non interessa neanche sapere come stai.

Lasciamo perdere, le cose prive di equilibrio sono destinate a cadere per terra. E poi non è un caso che Ettore Majorana abbia collaborato con Werner Heisenberg, il cui principio di indeterminazione ci ricorda grossomodo che, quando due grandezze fisiche non possono essere misurate entrambe nello stesso momento, sono dette incompatibili.
Resta una manciata di ricordi e una tendenza al magone, più per la freddezza del dopo che per la fine del durante. Restano delle perplessità che sono come tarli annidati nelle vecchie fotografie.

Non resta altro.

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una commedia slapstick in una notte di mezza estate

Quello che segue è un post che ho tenuto in cantina per un anno intero. Avrei voluto farne una puntata di centotre-e-tre, ma lo scrivo talmente di rado che chissà se sarei mai riuscito a collegare Renato Rascel e Laura Nyro, e nel frattempo passa un anno, e di quella bella serata milanese neanche una riga, nonostante ci abbia incontrato una delle persone più belle e preziose che mi sia mai capitato di conoscere. Su quel che è venuto dopo solo un paio di accenni qua e là, perché volevo prima raccontare l’inizio e poi il seguito, solo che il seguito è finito prima di raccontare l’inizio, e allora non aveva più molto senso.

La metto qui, come un saluto da lontano.

Sono a una festa di compleanno in mezzo a persone mai viste prima, e questa sconosciuta mi inciampa addosso, rovesciandomi un cocktail sulle scarpe. Le dico che non fa niente, non mi ha neanche preso, la maggior parte è finita sul tappeto, ma lei si prodiga ancora in scuse, la faccia tutta rossa che s’intona col vestito a fiori, e cercando un tovagliolo per pulire almeno il tavolino, scivola su un cubetto di ghiaccio e finisce in braccio alla festeggiata.

“Guarda, è meglio che ti siedi e ti riprendi”, le suggerisce l’amica e me la deposita accanto.

È molto carina, i suoi occhi chiarissimi mi osservano senza più il minimo imbarazzo:

“Mi chiamo Lisa”, mi dice. E ci stringiamo la mano. Solo che nel porgermi la sua scontra il mio bicchiere e me ne fa cadere mezzo sui pantaloni.

“Oh no!”, esclama, e si butta in avanti per recuperare il tovagliolo di prima, versando il resto del suo cocktail sul divano. Ormai è come stare in piscina, mi sfilo le all star e indosso un paio di comode infradito.

“Forse è meglio se cambiamo posto”, suggerisco.

“Forse è meglio se cambiate bar”, replica il cameriere intervenuto a pulire.

Per rabbonirlo ordiniamo due bibite alla frutta e andiamo a sederci in un posto asciutto, camminando con attenzione e guardando bene dove mettiamo i piedi, soprattutto i suoi.

È piacevole parlare con lei, mi fa sentire subito a mio agio posando il bicchiere lontano dai miei vestiti, e poi mi fa un sacco di domande, e quando rispondo con le mie idiozie non butta neanche occhiate nervose alle amiche sperando che qualcuna venga a salvarla.

Parliamo delle cose che ci piacciono, come fanno di solito le persone che si sono appena incontrate, e mentre si avvolge ciocche di capelli intorno alle dita mi racconta della sua passione per la musica. È preparata, ascolta un mucchio di roba che non conosco, e parte con due gol di vantaggio e l’uomo in più semplicemente dicendo che le piace Tom Waits.

Poi mi racconta di questa cantante, Laura Nyro. Si sente che è la sua cantante preferita, le si sono accesi gli occhi come fari, le dita si sono fatte più veloci, adesso accompagnano le parole volando di qua e di là in gesti ampi, che però vengono frenati dalle ciocche di capelli ancora intrecciate alle dita, e gli strattoni che dà le provocano strilli di dolore.

Riprende il bicchiere con indifferenza, ma si trafigge con lo stecchino. Allora si infila in bocca una fetta d’ananas, che ovviamente le va di traverso, e attacca a tossire. I pezzetti di frutta che espelle dal naso non le tolgono una briciola di fascino, e quando mi rovescia adosso il bicchiere cercando di mettersi una mano davanti alla bocca non cerco neanche più di spostarmi. Mi ha conquistato, lo ammetto. Sarà che da bambino ero innamorato del tenente Crandall, la bella infermiera pasticciona di Operazione Sottoveste, ma non vorrei più alzarmi da quel divano. E neanche credo che potrei, ormai l’alcool e lo zucchero mi hanno avvolto in un bozzolo talmente appiccicoso che per tirarmi via di lì servirà un lanciafiamme.

La serata prosegue senza grossi incidenti, portano la torta che finisce, ovviamente, sul pavimento, il cameriere rimedia un paio di ferite lacero-contuse e per l’abbinamento candeline/vodka sulle pareti manca poco che arrivino i pompieri, ma devo essere onesto, non è stata colpa della mia nuova amica, quando il cameriere ha portato la torta era in bagno.

Per la precisione ne stava uscendo, e come faceva a sapere che dietro la porta c’era un tizio con una torta in mano?

Credo che sia stata una serata piacevole anche per lei, perché quando ci hanno cacciato dal locale ha accettato volentieri di continuare altrove.

Peccato che l’abbia investita un taxi mentre attraversava la strada.

Adesso è in ospedale, non è gravissima, e se la legano bene al letto dovrebbe guarire senza altri incidenti.

Nel frattempo ho cominciato ad ascoltare Laura Nyro, di cui vado a raccontare qualcosa, per chi non ha trascorso la serata con la sua fan numero uno in un locale che ha chiuso per restauri e non riaprirà prima del 2017.

New York negli anni ’60 è un calderone di generi musicali, tutti gli artisti che contano sono lì, Joni Mitchell, Diana Ross, Miles Davis. Se ne vanno in giro alle feste, quando si incontrano suonano insieme, salutano tutti.

Laura Nyro invece sta a casa, chiusa in cameretta a guardare dalla finestra le gang del Bronx che imperversano sul marciapiede. Nessuno la invita alle feste, le ragazze del Bronx hanno la fama di dure, e così lei s’incupisce e scrive canzoni tristissime che si canta da sola con quella voce incredibile da cantante gospel, che non ha mai potuto far sentire in chiesa, perché nel suo quartiere la chiesa l’hanno bruciata quelli della gang di Coney Island, li stanno ancora cercando, mi sa che non ci tornano nel loro quartiere.

Quando Laura canta anche le strade del Bronx si addolciscono, gli spacciatori si trovano un lavoro onesto, i mafiosi si costituiscono, le gang si iscrivono alle scuole serali, e i marciapiedi ripuliti si popolano di coniglietti, uccellini e caprioli.

Poi la magia finisce, perché le canzoni che Laura scrive sono davvero tristissime, e i coniglietti si buttano in massa sotto il tram, i caprioli si tagliano le vene e gli uccellini si annegano nell’Hudson.

Davanti a quella carneficina il padre di Laura, Louis, che suona la tromba nei locali, decide che è ora di dare una direzione a tutto quel talento, prima di beccarsi una denuncia da qualche associazione ambientalista, e la mette in contatto con Artie Mogull e Paul Berry, due produttori che conosce lui.

Grazie a loro Laura Nyro vende una canzone a un trio folk che sta andando molto forte: Peter, Paul & Mary, che noi conosciamo grazie a “Datemi Un Martello”, di Rita Pavone, e vabbè, ognuno ha i folk singers che si merita.

È dello stesso periodo la sua prima esibizione da professionista, in un nightclub di San Francisco, l’Hungry I (angri ai, non angri uno, e non chiedetemi perché), dove ha cominciato la sua carriera, fra gli altri, Woody Allen.

La sua seconda esibizione da professionista non è alla pizzeria Moromare, ma al Monterey Pop Festival. Quel giorno sul palco passa gente del calibro di Otis Redding, i Byrds, Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company, e i Mar-Keys, che tutti vi chiederete chi cacchio sono, sono il gruppo in cui militò Donald “Duck” Dunn, il bassista dei Blues Brothers.

La sua esibizione è un successo, ma Laura si è convinta di avere fatto schifo, ha sentito dei fischi, c’è rimasta malissimo e vuole tornare a chiudersi in cameretta.

Per fortuna l’ha sentita anche David Geffen, uno che sta cominciando a muovere i primi passi di una carriera che lo porterà abbastanza in alto, tipo sulla luna, con un bambino seduto a cavalcioni che pesca in un laghetto: avete presente la Dreamworks, quella che ha prodotto l’ultimo film che avete visto al cinema, e anche quello prima? L’ha fondata quel David Geffen lì.

Fra il ’68 e il ’71 Laura Nyro pubblica i suoi cinque album migliori, poi si sposa e decide che non ha più voglia di fare la cantante di successo, che quella vita lì non le piace mica.

Cinque anni più tardi è il suo matrimonio a finire, e pubblica un disco nuovo. Si vede che non si era spiegata bene.

Da lì in avanti pubblica altri dischi, ha un figlio, una vita piuttosto intensa e non priva di dolori che termina molto presto, quando ha appena 49 anni.

Ma che genere fa Laura Nyro?

La prima cantante a cui mi viene da accostarla è Joni Mitchell, ma senza quella vena folk che attraversa tutta la sua produzione. Qui siamo più dalle parti di Nick Drake, ma anche Jeff Buckley, tutto messo a macerare in un pentolone di rhythm’n’blues. Sono canzoni intense, di quelle che se stai ad ascoltare finisci per sederti e non fare altro, si prendono tutta la tua attenzione, ma sono anche piuttosto malinconiche: il dolore e la solitudine sono temi ricorrenti nei suoi testi, e l’atmosfera notturna che dà il pianoforte fa il resto. Diciamo che se siete appena stati scaricati dalla fidanzata e tornando a casa vi hanno rapinato e nella cassetta della posta c’è quel referto medico che stavate aspettando e che comincia con “prima di andare avanti a leggere forse è meglio che si sieda”, ecco, magari è meglio se mettete su Jovanotti, tipo.


venticinque

È l’una e mezza e dovrei andare a dormire, ma ci tenevo a scrivere questa cosa oggi, anche se oggi è già domani e quindi tecnicamente sono già fuori tempo, ma per me domani comincia fra pochissime ore quando suonerà la sveglia, quindi oggi è ancora il 15 luglio 2014, venticinque anni dopo la sera del concerto a Venezia dei Pink Floyd. E mi dirai, stai sveglio per scrivere ‘sta cazzata? Chi se ne frega dei Pink Floyd, g’han lassà un degheio de scoasse e l’unica cosa buona che ne è venuta fuori è stata la canzone dei Pitura Freska, vai a dormire che domani hai pure lezione.

Solo che no, quella sera lì è anche successa una delle cose della vita che quando ti trovi a mettere un sassolino in fila per ogni episodio importante a quella riservi sempre un sassolino molto più grande degli altri, e il fatto che me la ricordi solo perché mi è stata suggerita da una persona che se la ricorda solo perché c’era il concerto di mezzo non ne riduce l’importanza.

Oggi sono venticinque anni che io e Francesco siamo amici, mi piacerebbe raccontare cosa ha significato per me avere vicino una persona così speciale, cosa abbiamo condiviso e quanto mi senta fortunato a sapere che non siamo mai più distanti di una telefonata, ma non mi va, e non so neanche se ne sarei capace, che le parole arrivano solo fino ad un certo punto. E poi tanto lui lo sa, e va bene così.

Ti voglio bene.


è il primo maggio e io il primo maggio mi rompo il cazzo

È il primo maggio e io il primo maggio mi rompo il cazzo. Ma sempre, anche quand’ero bambino ed era giorno di festa da scuola e potevo uscire con gli amici. Io non mi diverto mai il primo maggio, neanche quand’ero ragazzino e c’era il concertone del primo maggio e piazza San Giovanni brulicava di artisti che mi piacevano. Prima che li sostituissero con le mummie, voglio dire. Niente neanche allora, se c’era il gruppo che avrei venduto mia mamma per vederlo cantare succedeva che un membro del gruppo veniva trovato morto in piscina e un altro si sparava in faccia col fucile e il cantante veniva sostituito all’ultimo momento con Mario Tessuto, oppure c’erano tutti e si esibivano, ma non potevo vederli lo stesso perché il tizio che si era comprato mia mamma ci aveva trovato un difetto e mi aveva chiesto di incontrarlo proprio a quell’ora per restituirgli i soldi.

Un anno mi ricordo che ero a casa della mia ragazza e avevamo deciso di guardare non so più quale artista che ci piaceva tantissimo a tutti e due, ma sua mamma si era spiaggiata davanti alla tele per guardarsi la replica di Colombo. Neanche un episodio nuovo trasmesso in quel momento, no, la replica. Come a dire che il destino prima ti si mette di traverso e poi pernacchia.

Ma non è che prima dei concertoni, o dopo quando gli artisti che mi piacevano hanno smesso di andarci e San Giovanni si è riempita di nomi che se entro in un locale e c’è la loro canzone esco di corsa e vado a cercare una tanica di benzina e poi torno con un accendino, non è che il mio primomaggio è ridotto a grossi eventi che qualcuno si ostina a definire musicali, no, non è quello. Il mio primo maggio fa cagare anche se vado sui prati, perché se vado sui prati piove. E se non piove mi ritrovo seduto su un plaid ad ascoltare la depressona della compagnia che ha scelto proprio quel giorno e quel plaid per raccontarmi dei suoi problemi col marito/fidanzato/amante/trombamico/tuttiequattroinsieme che non la capisce e non gliene vuole più dare e lei non si dà pace se almeno capisse perché. E io non è che posso dirle amica mia guardati, somigli alla controfigura di Jabba, e anche cercare di infilarti nelle mutande qualunque belino nel raggio di trenta chilometri non agevola i tuoi rapporti familiari, e per favore smettila di leccarmi il collo.

Quest’anno ho deciso di giocare d’anticipo, non avendo fidanzate con cui abbruttirmi davanti alla tele, e non avendo neanche una tele: mi sono messo su l’ultimo di Fish così anche in fatto di ciccioni insoddisfatti sono a posto, mi sono scaricato un vagone di fumetti da leggere e se mi gira recensire con vertiginose metafore tipo “bello di brutto” o “fa cagare la minchia”, mi sono scaricato un paio di videogiochi da installare far partire vedere piantarsi in tredueuno bestemmiare le scarse capacità del mio pici andare a vedere quanto costa un pici nuovo più potente deprimermi e andare a dormire.

Dopo pochissimo mi sono reso conto che il mio primomaggio non sarebbe stato appagante neanche così, e mi sono chiesto perché, e facendomi domande dirette e rispondendo con parole oneste sono arrivato al nocciolo del problema: è colpa di Umberto Tozzi.

Quando ha detto primo maggio su coraggio ha risvegliato la mia coscienza, mi ha fatto capire una qualche verità che si annidava dentro di me come un gemello fagocitato nell’utero, che io nell’utero avevo già fame, e da allora la festa dei lavoratori è un giorno difficile per me.
Primo maggio su coraggio, ma che rima è? Perché non hai detto primo maggio c’è il formaggio, o primo maggio vado a Reggio? Te lo dico io perché, perché conoscevi il terribile segreto che non fa divertire i primimaggi, e volevi lanciare un messaggio nell’etere prima che gli uomini in nero che da sempre custodiscono gli orribili segreti dell’umanità ti costringessero al silenzio.

Ma io ti ho capito, Umberto Tozzi. Ho messo insieme i pezzi di questo puzzle e adesso so la verità, e la divulgherò all’umanità intera, così la Confraternita dei Malvagi Reazionari che cerca di mantenere lo status quo per tenerci buoni e avvelenarci con le scie chimiche sarà finalmente sconfitta e potremo camminare liberi e felici tenendoci per mano verso un futuro di libertà.

Aspetta un attimo, mi suona il telefono.
Sono gli uomini in nero.
Dicono che se non divulgo il segreto del primomaggio mi regalano un pici nuovo.
E c’è una che mi vuole conoscere che ha letto il mio blog e le piace tanto come scrivo e ama i gatti rossi e loro fra i segreti che custodiscono c’è anche il suo numero di telefono e ci possiamo mettere d’accordo.
E poi quale confratermita malvagia, loro sono solo i gioviali innocui membri di una banda di quartiere che va a suonare le marcette alla festa del patrono e poi tutti all’osteria e il vestito nero è solo la divisa di ordinanza come dimostrato dalla cravatta arancione che sdrammatizza.
Per esempio in quell’astuccio per violino c’è un violino, mica un mitra.
E in quello per contrabbasso non c’è nessun bazooka.
E in quello per pulmini di orchestra non ci hanno nascosto un carroarmato.
Ho colto la sottile allusione.
Tanto io Umberto Tozzi per mano non ce lo volevo tenere, ecco.

Niente, vado a fare la lavatrice.


42

Qualche giorno fa ho compiuto gli anni. Mi succede tutti gli anni e dicono che sia una tradizione da mantenere più che si può, perciò cerco di rispettarla anche se a vederli crescere senza rallentare mai un po’ mi girano le balle, lo ammetto. È colpa di quella brutta abitudine che abbiamo di guardarci sempre indietro a vedere dov’eravamo e cosa abbiamo perso per strada, e ripetere con gli occhi bassi che non ci porteremo più la girella a scuola, non vivremo più l’emozione del primo bacio o della prima volta che sullo schermo è apparso il capoccione nero di Darth Fener (si, lo so, Vader, ma sticazzi, ho 42 anni e Fener me lo sono guadagnato. Fener! Fener!). E non che a guardare avanti le cose migliorino, c’è tutto un futuro in sottrazione ed esami della prostata a separarci da quel punto nero laggiù in fondo, che è solo un punto e speriamo che lo rimanga ancora per un bel po’, che quando ti avvicini abbastanza da capire cosa tiene in mano non dormi più.

I miei compleanni, da quando sono entrato negli -anta, hanno sempre fatto cagare. Il primo, quello importante, lo trascorsi a casa di una coppia di amici che si era scoppiata da poco, c’era un clima così triste che se fosse morto il gatto lo avrebbe migliorato. Il tavolo era pieno di patatine della lidl e bottiglie di spuma, mi sentivo alla festa delle medie quando me ne stavo in un angolo a guardare la bambina che mi piaceva circondata dalle sue amichette, e capivo che stava parlando di quanto era bello Sansonedicognome, che aveva gli occhi verdi e giocava da dio a pallone. Ad un certo punto mi sentii troppo al centro dell’attenzione, così mi alzai e spinsi la sedia contro la parete in fondo. La mia fidanzata mi guardò interrogativa per un momento, poi tornò a sfogliare il catalogo ikea, coadiuvata dalla sua amica.
Giurai a me stesso che non avrei permesso a nessuno mai più di rovinarmi un compleanno, piuttosto non lo avrei festeggiato, come d’altronde ho sempre fatto, ma l’anno successivo ci ricascai.

Come un domino, la stessa febbre che aveva scassato la coppia dei nostri amici contagiò noi, poi un’altra coppia, poi un’altra, e insomma che nel gennaio 2013 mi sono trovato a grattarmi la testa e osservare quell’ammasso di lamiera piegata che fino a cinque minuti prima era stato la mia relazione. Facile immaginare che l’umore non fosse proprio quello adatto ai festeggiamenti. Credo di avere passato il mio quarantunesimo compleanno in casa, seduto sul pavimento a piangermi in mano, in pigiama e con la barba di un mese, il sonno arretrato di quindici giorni e almeno un paio di chili sotto il mio peso forma. Non ricordo i dettagli né ci penso volentieri, ma credo che le mie prospettive per il futuro abbiano previsto, ad un certo punto, anche un episodio di Art Attack con Giovanni Mucciaccia che ci insegna a fare un nodo scorsoio alla corda e ad appenderla a un grosso ramo nel bosco.

Un netto miglioramento rispetto al compleanno precedente, comunque.

Adesso sono tornato a percorrere i binari placidi della mia vita di prima, senza grossi scossoni emotivi, faccio le cose che mi piacciono quando ne ho voglia, mi conto i capelli bianchi e li porto con un certo orgoglio, che almeno io i capelli ce li ho.

Qualche sera fa ero a una degustazione di scotch con un vecchio amico, gli raccontavo che il mio quarantaduesimo è stato particolarmente figo, un po’ perché 42 è la risposta alla domanda fondamentale e mica cazzi, è un’età che quelli come me si fanno tatuare su un braccio con una balena e un vaso di fiori accanto, un po’ perché cadeva di martedì, e io il martedì faccio le robe con Rubik Teatro, e la scorsa lezione ho portato il vino e la focaccia, Brodino ha portato la birra e i bicchieri e alle tre e mezza di mattina eravamo ancora tutti lì a raccontarcela.

“Io credo che quando puoi stare in un locale a bere un whisky più vecchio dei tuoi amici dovresti fermarti un momento a riflettere su quanto sei fortunato”, gli ho detto. “Perché trovarsi a proprio agio con persone tanto più giovani di te significa che o tu sei un coglione immaturo o loro sono delle persone molto intelligenti, e credo che nel mio caso la verità stia nel mezzo, che è comunque tanta roba. E inoltre significa che stai bevendo un distillato di qualità, e non la pisciazza che ti danno in certi locali.”

E insomma, ieri sera i miei amici del primo anno al corso di improvvisazione teatrale mi hanno organizzato una festa, coi regali e la pizzeria e il locale dove alla fine ti cacciano, proprio come quando andavo a scuola, ma senza quello stronzo di Sansonedicognome, e stavolta sono stato seduto in mezzo e ci sono stato bene, perché queste persone nuove che frequento sono davvero splendide e mi fanno sentire a casa, e vorrei mettermi lì e raccontare di tutti i momenti in cui da fuori non si capiva, ma dentro c’era Iggy Pop che si dimenava con indosso solo un paio di pantaloni neri, e non lo faccio solo perché sono troppi e poi preferisco tenermeli per me.
Dico solo che grazie, di nuovo, come tutte le settimane, ma un po’ di più, perché ogni volta mi sento sempre di più fra i miei simili.


breve omaggio a Lou Reed nel giorno della sua scomparsa

Io questa cosa che è morto Lou Reed proprio non me l’aspettavo, ci sono rimasto di merda. Continuo a ripetermi che no, dai, non scherziamo, e vado a cercare la notizia su un altro sito, e anche lì dice che niente, è morto, bon.
Perché da uno così non ti aspetti che muoia e basta, lascia stare il grande musicista e i Velvet Underground, non è quello, cioè, è anche quello, ma non solo. Oltretutto a me neanche piacevano granché i Velvet Underground, l’album della banana ce l’ho, l’avrò ascoltato quattro volte, e quando volevo sentire Lou Reed mettevo su What’s Good, che è divertente e mi piace il testo, e appartiene a quel particolare periodo della mia vita che ricordo con nostalgia, ma non è il suo spessore musicale a farmi sentire come di fronte a una tremenda ingiustizia, è proprio la sua immagine e quello che la sua immagine rappresentava per me: un reduce di un tempo che non c’è più, una specie di vecchio capo indiano che invece di chiudersi nella riserva se n’è andato in cima alla collina e si è seduto controvento e ha tirato fuori la chitarra (suonava la chitarra Lou Reed? Nella mia fantasia si) e ha attaccato i suoi pezzi più difficili, quelli che piacevano a lui e basta, e se il resto del mondo si fosse dimenticato di lui a lui andava bene lo stesso, suca.

Ecco, nella mia testa Lou Reed era questo, e non ce lo vedo a morire così, come una persona normale. Secondo me Lou Reed doveva morire compiendo un’ultima grande impresa, buttarsi da uno shuttle o anche solo ammazzare Giovanardi regalandogli la sua autobiografia, andarsene col botto, come si addice a un personaggio del suo calibro.

Una volta l’ho visto, a Genova, era venuto per il festival della poesia a recitare delle sue composizioni ispirate agli scritti di Edgar Allan Poe; eravamo io e Andrea, ci siamo seduti in piccionaia in un teatro pieno e caldissimo, e lassù in cima mancava l’aria, e c’era Lou Reed che recitava le sue cose con un tono monocorde che ti saresti buttato di sotto per la disperazione, e ad un certo punto non ce l’abbiamo più fatta e siamo usciti, scusa Lou, ci hai frantumato i coglioni. Mi sono divertito di più quando sono stato a bere allo stesso tavolo di Lawrence Ferlinghetti.

Però Ferlinghetti quand’è morto non ci sono rimasto male come stasera, che se n’è andato uno dei grandi vecchi del mio immaginario di rockstarz che salvano il mondo.

Io ve lo dico, se e quando se ne andrà Mick Jagger sarà una cazzo di tragedia.


comunicazione di servizio

Alcuni lettori del pablog mi hanno fatto notare che sto facendo delle robe che non si capisce, pubblico articoli vecchi di millenni e loro si convincono che siamo di nuovo nel 2006 e si comportano di conseguenza, e allora chi si separa dalla moglie e torna con l’ex fidanzata, chi abbandona anche la prole perché a quei tempi non aveva eredi tranne il gatto, chi va a disseppellire il gatto perché nel frattempo è morto. Una mia amica si è licenziata da un lavoro strapagato per tornare a fare la precaria a seicento euri al mese, e poi mi ha scritto lamentandosi della sua pessima situazione lavorativa. Un’altra che da anni non dava sue notizie mi ha telefonato per chiedermi se ci vediamo domani sera.

Il fatto è che in un periodo imprecisato fra ottobre e dicembre del 2006 avevo deciso di cancellare il vecchio blog, svuotarlo dei contenuti e ripartire da capo, assecondando la tendenza di quel periodo della mia vita, in cui mi pareva di avere intrapreso un percorso importante e definitivo. Quello che l’aveva preceduto erano discorsi vuoti, tristezze e perdite di tempo che non meritavano di essere ricordate, pensavo allora, e così un bel giorno via tutto, ricominciamo da capo.

Oggi sono un po’ meno drastico e più disposto al dialogo, o almeno mi illudo di esserlo, e certi errori penso che siano comunque necessari, e in ogni caso è meglio superarli che sotterrarli, e allora mi è venuta voglia di riprendere in mano le vecchie cose e ripostarle un po’ alla volta, partendo dall’ultima prima della rasa e risalendo fino all’apertura del pablog.

Non so se alla fine pubblicherò tutto tutto, certe cose sarebbe stato meglio tenerle per me già allora, e nel frattempo sono diventato un minimo più discreto sulle questioni personali. Giusto un minimo, certo, i contenuti di inizio anno sono lì a dimostrare che certe lezioni sono ancora lontano dall’impararle, ma diciamo che sto per la strada.

Per questo, cari lettori che mi leggete sui feed, non allarmatevi, non vi si è rotto l’internet e non sto facendo casino.

A presto,

P.