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robe che ho visto di recente

Sta diventando un po’ una rubrica fissa, tipo centotre-e-tre, perciò questa sarà probabilmente l’ultima volta che la scrivo. Finché non succede vi racconto quello che ho visto dall’ultima volta in cui vi ho aggiornato (erano i tempi di Gravity, se non sbaglio).

Parto da oggi, che sono andato a vedere Molière In Bicicletta, che in francese si chiama Alceste In Bicicletta, ma i nostri distributori si sono detti che da noi un film francese lo vanno a vedere in sei, se parla di teatro due si danno malati, e se ha un nome che ricorda l’incesto un altro si fa venire i pregiudizi. Aggiungi che dei tre rimasti un paio non hanno voglia di cercare su google chi sia Alceste e capisci perché ad un certo punto il distributore, che è un distributore indipendente, qualunque cosa significhi, ha preferito chiamarlo Molière e tanti saluti.

Credo che camera mia starebbe bene di quel colore.

Non mi è piaciuto. La storia fa un sacco di giri, ma si riassume tutta negli ultimi tre minuti e prima c’è tanta fuffa, compresa Maya Sansa, che fa l’italiana odiosa e ci riesce benissimo, colpa anche di un doppiaggio che se al suo posto ci avessero messo un disco dei Platters era uguale.
Ha dei bei colori, toh, e i protagonisti sono bravi. Più Fabrice Luchini che l’altro, comunque. Maya Sansa è inutile come i calzini per le sedie.

L’ultimo dell’anno invece ho visto La Mafia Uccide Solo d’Estate, ma come, l’ultimo dell’anno al cinema? Eh.
Quello mi è piaciuto molto, è una carrellata di stragi mafiose a Palermo virata in chiave ironica, che non vuol dire Boldi e De Sica che fanno le scurregge ed esplode la bomba di Capaci, significa una narrazione intelligente e un cinema fresco e una storia che quando esci sei contento e incazzato insieme, e pazienza se alla fine l’espediente è sempre quello del ragazzino sfigato innamorato della compagna di scuola che ti mostra vent’anni di storia italiana attraverso le sue disavventure sentimentali, pare che in Italia o facciamo film sulle famiglie con un sacco di figli quello bravo quello cattivo quello che muore o li facciamo su ragazzini che poi crescono, si vede che i cambiamenti del Paese li riconosciamo solo attraverso queste uniche due chiavi di lettura.

Pif è anche l’attore protagonista, anche se si chiama come un’onomatopea. E in questa foto c’è il mercato di Ballarò e una bellissima attrice italiana di cui non faccio il nome.

Comunque Cristiana Capotondi è bellissima. Brava meno, ma bellissima. Tipo una che mi piaceva quand’ero regazzino ma senza le lentiggini. Lei, non io. Anni di mangiare il maxibon perché ci faceva la pubblicità lei. Cristiana Capotondi, non quella che mi piaceva quand’ero insomma ci siamo capiti.

Poco fa invece ho visto Jack Reacher, con Tom Cruise che fa l’investigatore che a lui non lo frega nessuno e picchia tutti ed è troppo un figo e fa qualche bella battuta, e comunque se vuoi passarti la serata è un film discreto, dai. Peccato solo che non c’è Cristiana Capotondi, nè la ragazzina che vabbè la smetto.

Invece, parlando d’altro, anche perché non mi ricordo più che altri film ho visto di recente, l’ultimo dell’anno ho visto anche Giuliano Palma col suo nuovo gruppo che non sono i Blue Beaters, ma un’orchestra, o almeno così diceva il sito dove ho letto che suonava, ma che non vi linko perché l’ho perso. Diceva che Giuliano Palma avrebbe suonato in piazza a Torino con la sua nuova orchestra, proponendo un repertorio che eccetera eccetera, io ho sentito sempre le stesse cose che faceva coi Blue Beaters e mi sono divertito un sacco.

E su queste note liete vi saluto e vado a leggermi due fumetti nuovi, così avrò altre cose da scrivere quando ne avrò un po’ più voglia di stasera, che si vede che non ne avevo granché per il. Statevi accuorti.


cose che ho visto di recente

Tante, e neanche me le ricordo tutte, e neanche so se era poi questo di cui volevo parlare, perché stasera che ho cenato presto e non ho più niente da guardare con l’ansia di chi è stato lasciato a metà di una sparatoria, ho più che altro voglia di sentire i tastini quadrati fare quel rumore clik clik clik che non è già più il suono pulito tk tk tk che facevano appena comprato il portatile, e forse sarebbe ora di cambiarlo, ma coi miei problemi economici vi annoierò un’altra volta, stasera facciamo che vi racconto di qualche cosa che ho visto negli ultimi tempi, e se mi viene in mente altro pianto lì e cambio discorso.

L’altra sera ho visto Dredd. Che sarebbe quel film che se lo racconti a un amico va pressappoco così:

– Ieri sera ho visto un film di fantascienza su un poliziotto violento in una megalopoli del futuro.
– Ah, Robocop!
– No, in questo combatte contro le gang ferocissime.
– Eh, è Robocop.
– No, questo ha un elmetto che gli copre mezza faccia.
– Robocop.
– No, questo ha una pistolona che spara qualunque cosa ed è violentissimo.
– Anche Robocop.
– No, questo dice tre parole in tutto il film e ha la collega bionda.
– Guarda che mi stai descrivendo Robocop. È ambientato a Detroit?
– No.
– Aah! Ma allora è Dredd!

Mi sono divertito, e per tutto il film ho pensato che Stallone in fondo fa la sua figura, e che mostra anche un bel po’ di umiltà a non mostrare la faccia per tutto il film. Poi nei titoli di coda c’è scritto che sotto l’elmetto di Dredd c’è Karl Urban, che ho già sentito nominare solo perché ne ha parlato Ortolani in una sua rubrica di cinema riguardo a non so più che film. Stamattina ne ho parlato col mio collega che vive in un mondo parallelo, ve ne ho già parlato:

Il terzo personaggio ha la mia età e si chiama Atarumoroboshi. È un pazzo con due soli hobby, l’aeromodellismo e i cartoni animati porno giapponesi. Di entrambi conosce tutto, ma solo i secondi, quando te ne parla, gli fanno tremare la voce e muovere le mani come pinzette. Neanche lui, come Muttley, ha mai avuto una fidanzata, e questo lo ha portato a idealizzare la sua donna ideale in una ragazza vestita da scolaretta, con due tette come pentole a pressione Ariston formato ospedale da campo, gli occhi da manga e la possibilità di pilotarla tramite telecomando entro un raggio di due chilometri.

Gli racconto del film, della faccenda di Stallone, di questo attore che invece era uno che non conosco, e mi viene in mente Ortolani, ma non glielo dico. Lui mi risponde che sto facendo casino, il film con Stallone è un altro, questo è il remake. Stasera vado a vedere il blog di Ortolani dove parla di Karl Urban e scopro che anche lui ne parlava a proposito di questo film, e la sua recensione è anche più bella della mia.

Ormai in una locandina di film d’azione te lo scordi il cielo sereno. Sarà l’inquinamento.

Allora niente, siccome di Dredd ne ha già parlato lui provo ad accendere la stufa a pellet, non perché abbia particolarmente freddo, ma perché voglio vedere se mi fa di nuovo lo scherzo dell’Esorcista. Ah ma voi non sapete dello scherzo dell’Esorcista, devo fare un passo indietro.

Lo scherzo dell’Esorcista

Venerdì sera sono andato al cinema a Ronco, che inauguravano il proiettore nuovo. Funziona così nei piccoli paesi dell’entroterra, non avendo discoteche o teatri che iniziano la stagione non possiamo invitare una nota soubrette o un personaggio politico. A Milano per esempio sono fortunatissimi perché in entrambi i casi chiamano la Minetti a ballare sul cubo, ma noi dobbiamo arrangiarci invitando quello che c’è. È comunque andata bene, il proiettore è una roba che quello del multisala più grosso di Genova si è rotto per la vergogna, alla fine c’era anche Burlando che ha detto che doveva essere altrove, ma ha saputo che da noi nascono un sacco di funghi, e i miei amici cinematografi hanno infilato nei trailerz della prossima stagione anche il loro corto che fa il verso ad Apocalypse Now, ma in versione valligiana.

Tornando a casa, sotto una leggera pioggerella, mi godo la solitudine del paese, non c’è proprio nessuno, non passano neanche le macchine. Ad un certo punto, quasi sotto casa mia, sbuca uno con una camicia bianca parecchio estiva, le mani in tasca, e mi fa:

“Ciao, scusa, hai la macchina? Me lo dai un passaggio fino a Isola? Non ci sono più treni.”

Isola sarebbe Isola Del Cantone, il comune che confina col mio. Sono meno di dieci minuti in macchina e io non ho niente da fare, ma sticazzi, neanche provi ad introdurre il discorso, mi chiedi un passaggio come se fossi lì apposta a scarrozzare sconosciuti avanti e indietro per la valle.

“No, non ce l’ho la macchina.”
“È che piove.”
“Eh già. Per fortuna che io abito proprio qui. Ciao eh.”

Appena entro in casa c’è un caldo africano, perché nel pomeriggio ho montato il tubo insieme a un amico che fa queste cose di mestiere, oltre a vendere ferramenta che però quando gliele chiedi gli arrivano giovedì; prima di uscire per andare al cinema ho acceso la stufa per vedere se il tubo perdeva fumo, e l’ho lasciata accesa.

Niente fumo, il lavoro è stato fatto bene, che soddisf.. un momento.. che roba è quella??

Dietro alla stufa, sul pavimento, una grossa macchia rossa, un lago di sangue che cola dal tubo e si infila sotto la lavatrice. La prima cosa che penso, ovviamente, non è “si è rotta la stufa”, ma “poltergeist!”. Per essere proprio sicuro che non si tratti di un guasto vado ad affacciarmi alla finestra, certo di ritrovare il mio amico scroccone in mezzo alla strada a fissarmi negli occhi, con una strana espressione in volto.

Non c’è nessuno, la strada è sempre deserta. Allora dev’essere un guasto.

Poi niente, ho scoperto che era semplice acqua e il colore rosso era dovuto alla cenere del pellet, ma da dove sia uscita non l’ho mica capito.

Fine dello scherzo dell’Esorcista

E quindi niente, stasera provo a riaccendere la stufa e mi si riempie la cucina di fumo. Eccheccazzo, penso, e torno ad affacciarmi alla finestra.
Nessuno, come al solito, allora estraggo il tubo con la mia proverbiale cautela e ci guardo dentro.

Oh, mi ero scordato di tirare via la carta che ci abbiamo infilato durante il trasloco! A questo punto il mistero è come abbia fatto a funzionare la prima volta!

Vabbè, la prossima volta vi racconto che è finito Breaking Bad e sono tristissimo, ma non ve ne posso parlare perché sennò vi rivelo delle robe e voi che lo state guardando in italiano su AXN (esiste un canale che si chiama così? Boh?) poi mi odiate perché vi rovino la sorpresa.

Comunque Luke era suo figlio.


le letture del.. boh, mese? anno?

Dice “È un po’ che non aggiorni il blog, che stai facendo? Scrivi un altro libro?”

Dire che sono stato risucchiato dal vortice di Tumblr e in pratica passo ogni minuto libero ad aggiornare la dashboard fa brutto, così ho deciso di raccontare alcune delle cose che ho visto, letto o fatto nell’ultimo decennio, fingendo di avere impegnato gli ultimi mesi in qualcosa che se non è produttivo sia almeno socialmente accettabile.

Allora, innanzitutto ho cominciato a pedinare una ragazzina di sedici anni dall’uscita di scuola a casa sua, ma pedinare non è il termine giusto, la tallonavo proprio, le stavo a un metro e le mormoravo parole oscene tipo icsfactor, libridimoccia e rapperitalianotrasgressivodistocazzo, e ogni volta che si voltava a rimproverarmi mi accarezzavo il pacco con lascivia [la-scì-via, se hai letto la-sci-vìa sei una brutta persona]. Poi mi è scaduto l’interinale alle poste e a consegnare la corrispondenza ci hanno messo un altro.

(questa cosa della ragazzina starebbe a sottintendere come la frequentazione di tumblr sia più immorale e deplorevole di un atteggiamento che puzza di pedofilia. Non ha molto senso spiegarlo, mi rendo conto, ma ultimamente su tumblr mi leggono i Bimbiminkia col senso dell’umorismo di un anello di totano, ma manco di quelli fritti, crudo, e allora rischio che la battuta non venga colta. Scusate.)

Pazienza, molto più tempo libero da investire in attività più socialmente accettabili della dashboard di tumblr, (vedi? devo sottolineare come alle elementari) che se non l’avete mai vista lasciate perdere, tutta quella pornografia mescolata a immagini di gattini potrebbe far perdere il senno a chiunque, io stesso oramai mi eccito ogni volta che sento miagolare.

Però non starò qui a raccontarvi delle mie fantasie erotiche, anche perché non tutte vi riguardano, ho scritto questo post per raccontarvi di quello che ho letto e visto, e tanto vi devo.

Quello che ho letto e visto

Comincio dal fondo, da quello che sto ancora leggendo perché è come quando ti invita a cena una che non sa cucinare e ci metti tre ore a finire il secondo perché se lo lasci magari si offende e poi va a finire che ti tocca passare la serata a guardare Men vs Food, che non so cosa sia, ma un amico me l’ha appena citato su facebook, e lui è uno che guarda delle vere porcherie.

Roba che se ad un certo punto compariva Ok Quack il romanzo poteva proseguire a Paperopoli e nessuno ci avrebbe trovato niente di strano.

 Si, ce l’ho con te, Stephen King, che prima mi illudi con tre capitoli piacevoli, poi mi esalti con un quarto che è un capolavoro, e poi mi presenti il conto con un quinto volume, I Lupi Del Calla,  piuttosto calante, un sesto, La Canzone Di Susannah, che bisognerebbe tirartelo dietro, e l’ultimo, La Torre Nera, che se non avevi più voglia di scriverlo bastava dirlo, l’avremmo capito. Guarda, ci parlavo io col tuo editore, una soluzione si trovava, ma metterti a discutere col lettore, diventare tu stesso un personaggio della storia, dai, è veramente la soluzione di chi non ha più niente da dire! Non sei d’accordo con me, lettore di questo blog?

Adesso ho questo romanzo a un quarto scarso, ne leggo due pagine la sera per vedere se migliora, salto le righe, mi dispero perché è di un noioso che non ci si crede, da un momento all’altro potrebbe raccontarmi del benzinaio preferito dai taheen e di quella volta che si è messo a regalare i punti carburante perché aveva avuto una crisi mistica e gli era apparsa Santa Teresa, che però lui non essendo pratico di cristianesimo aveva scambiato per San Pietro (oppure a causa dei baffi, che le Scritture non ne parlano perché non è bello che si sappia, ma Santa Teresa da ragazza la chiamavano Gino Cervi), e gli aveva confidato che il mondo stava per finire e che Marchionne avrebbe trasferito gli stabilimenti in Pakistan, perciò suo nipote avrebbe perso lavoro e sarebbe tornato a drogarsi. Siccome il nipote è quello del benzinaio e non quello di Marchionne capirete anche voi che al nostro amico quel giorno gli giravano le balle, e vi sarete fatti un’idea, cari lettori grandi e piccini, di com’è stato scritto l’ultimo volume di questa saga fantasy postatomica.

Roba che il tuo scrittore preferito dei tuoi anni di ragazzetto protonerd potrebbe perdere anche quel rispetto che gli devi ancora per le forti emozioni che ti ha fatto provare descrivendo un momento di petting fra il protagonista e la sua ragazza cheperòpoimuore ne Le Notti Di Salem, che tu una roba così spinta come lui che “fece scivolare una mano sul suo seno e lei si inarcò per offrirglielo pienamente, soffice e sodo com’era” non l’avevi mai letta e quella sera sei andato a dormire sconvolto.

Sai cosa, amico Stephen King? O mi tiri fuori un altro 22/11/63 o mi leggo tutta la bibliografia di Valerio Massimo Manfredi. NON STO SCHERZANDO!!

Il titolo è fuorviante, in realtà è un libro di ricette per cucinare le melanzane.

Per evitare di morire di noia mi sono procurato una lista di romanzi sui viaggi nel tempo, e poi, grazie al mio amicone Senko che un giorno mi ha detto “ti faccio una cassetta”, che negli anni ’80 indicava una compilation TDK da 90 minuti piena di musichine e adesso invece rappresenta una chiavetta usb da 16 giga piena di qualunque cosa, in questo caso libri, ho spulciato in un archivio grande più o meno come la provincia di Cuneo alla ricerca dei tiroli che mi interessavano.

Al momento sto leggendo Al Di Là Del Tempo di Connie Willis, che non è un romanzo ma un’antologia di racconti, e di viaggi nel tempo ne parla più o meno come ne sto parlando io qui, però finora si lascia leggere, e il primo racconto mi ha preso molto più di quanto mi aspettassi dal genere, che è una roba tipo ricordi di scuola e primi amori, che detta così mi fa un casino casalinga frustrata, ma in realtà è scritto bene davvero. Vedremo gli altri.

Lo so, non sto leggendo molto, direte voi amici colti, che divorate i libri come io divoro i pomodorini dell’orto, a cinque per volta e senza lavarli, che però per i libri è meglio fare così, che sennò poi si sgualciscono le pagine, per non parlare di chi legge col kindle, lascia perdere.

In realtà sto occupando il tempo che voi dedicate ai vostri romanzi preferiti per leggere una quantità disumana di fumetti, tipo tre o quattro, che però escono tutti i mesi!! È come se vi metteste a leggere.. dei fumetti, tipo.. che però escono.. tutti i mesi!! Non so se è chiaro il paragone.

Un momento tipico nella vita di una famiglia, e se a voi non è mai capitato vi compatisco assai.

Una delle serie che ho cominciato dal numero uno e sto portando avanti con soddisfazione è Saga, di Brian K. Vaughan e Fiona Staples, un racconto fantasy (daje) ambientato nello spazio, quindi di fantascienza, si però più fantasy. Adulto nei dialoghi e nelle situazioni (Parlano anche di sesso! Nei fumetti! Tutti i mesi!!), molto ironico, sempre lì che adesso succede qualcosa, ma senza l’ansia di ommioddio un mese senza sapere come va a finireh! L’ha consigliato anche Buoni Presagi, che poi sembra che leggo i fumetti che consiglia lui e non lo cito. In realtà l’avevo già lì da leggere da anni e anni e aspettavo di trovare la voglia, non è che ho cominciato perché me l’ha detto lui, e comunque io ne ho già letto tredici numeri e lui invece è fermo al terzo, gnegnegne.

Allora ci vediamo questa sera? Una serata fra amici, una chitarra e un omicidio.

Garth Ennis lo leggo per principio, mi piace, a volte si ripete un po’, a volte non ne ho voglia e lo pianto lì, a volte vorrei telefonargli a casa e tirarlo giù dal letto e dirgli “Oh Garth! Questa si che è una storia coi coglioni! Ma non i coglioni tipo i protagonisti della Torre Nera!”.
Red Team è appena cominciato, giusto quattro numeri, e sta scorrendo bene, una trama solida, dei protagonisti credibili che non fanno i pazzeschi come Barracuda, che è simpatico, ma tutti così no eh. È la storia di un gruppo di agenti che dopo aver visto com’è andata a finire con Berlusconi, che tre gradi di giudizio ed è ancora lì a rompere i coglioni, decidono di dare una mano alla giustizia e invece di arrestare i criminali li fanno fuori con azioni da commando.
Strega commando colori.
Non c’entra, ma mi faceva ridere.

L’amore. Quello con la a minuscola, ma col tizio che tira le frecce e fa il coglione per Brooklyn.

Mi sono tenuto per ultima la serie che mi ha fatto innamorare, Hawkeye, di Matt Fraction e David Aja, roba che non credevo che una serie regolare Marvel fosse ancora capace di. È il supereroe che abbiamo visto negli Avengers, sai quel film di supereroi fatto bene che ti ha fatto dimenticare le porcherie tirate fuori con Hulk, Spiderman e, lo so che non sarete d’accordo ma mi ha fatto cagare, Iron Man? Quello interpretato da quello che sembra sempre si sia appena svegliato, che ha fatto quel film che ammazzava una bella saga come quella di Bourne.
Insomma, niente a che vedere, queste sono le avventure di Occhio Di Falco (che non è stato tradotto e continua a chiamarsi Hawkeye anche in italiano) quando non indossa il costume pacchianissimo che lo fa somigliare a una versione campy della (orrenda) Catwoman di Halle Berry. Vive in un condominio di Brooklyn, piglia botte da buffi mafiosi russi che vanno in giro con la tuta dell’adidas e dicono Bro, salva un cane, cazzeggia coi condomini e finisce nei casini per delle donne. Adorabile, cialtrone, lontanissimo dallo stereotipo del supereroe, sia dell’antieroe indisciplinato tipo Wolverine che della macchietta fastidiosa che in questo momento non ricordo neanche come si chiama ma avete capito, è tutto rosso, ha due pistole ed è una specie di zombi ninja. Inoltre David Aja ha fatto un lavoro splendido nella costruzione della pagina, e alterna vignette che sembrano scarabocchiate, con pochissimi dettagli, ad altre molto complete. Insomma, si è capito che mi piace, cos’altro devo fare, comprarvelo e portarvelo a casa?

Ci sono altre cose di cui dovrei parlare, alcune bellissime altre meno, prima di affrontare il discorso cinema, ma qui finisce che arriva l’alba e sono ancora alzato, e poi voi non mi leggete perché ho scritto troppo e ormai siete abituati ai microperiodi di facebook, e se uno scrive più di 160 caratteri senza faccine diventa prolisso.

Io poi prolisso lo sono già, ti lascio immaginare che succede. Facciamo che proseguo un’altra volta, eh?

 

Deadpool! Ecco come si chiama! Simpatico cinque minuti, poi torno a leggermi La Torre Nera.

Aggiornamento dell’ultimo minuto:
All’idea di dovermi sorbire altre pagine della Torre Nera sono andato su wikipedia e mi sono letto la trama. Non ve la racconto per evitarvi spoilers, ma sappiate che dopo aver scoperto cosa succede nelle pagine che mi mancano ho cancellato il file dal telefono, poi dal computer, poi ho buttato via la chiavetta usb di Senko, poi ho strappato il cavo del telefono e me lo sono mangiato.


le pablog au cinèma: Elysium

Image for Direttamente da Cannes Elysium, lo dice il titolo, ci racconta un episodio nella vita della cantante Elisa, qui interpretata da Matt Damon. Dopo avere sconfitto l’idra di Lerna e  ammazzato un tirannosauro nei precedenti episodi di questa saga senza respiro, Elisa viene convinta da un agente senza scrupoli a tenere un  concerto sulla Stazione Spaziale Orbitante, perché l’astronauta Luca Parmitano, da quando ha rischiato di morire per un contrattempo spaziale, è caduto in depressione e la sera non vuole più uscire con gli amici neanche per andare a farsi una birretta al bar giù in piazza.

Secondo la locandina c’è anche Jodie Foster, ma quando l’ho visto io era andata un momento in bagno, perciò non so che parte faccia.

Elisa prova ad obiettare che la stazione spaziale è piccolissima, non c’è posto per un concerto, ha visto il video del colonnello Magruderz che canta Space Oddity e la chitarra ci vuol tutta che stia nel corridoio senza sbattere contro le pareti, e come si fa? Lei vuole un palco vero, non ci suona nel budello, manco in quello di su mà.

L’agente, che è un vero subdolo, la convince dicendole che non è vero, quella che si vede nel video non è la vera stazione spaziale, è stata fatta col photoshop!

Dice proprio “col” photoshop, perché è subdolo e legge le notizie sul sito di Repubblica.

Poi le mostra una foto del colonnello Magruszerz senza i baffi, e le dice “visto?” ed Elisa, che è brava ma un po’ ingenua, abbocca.

Quando arriva alla base di lancio scopre che il viaggio fino alla stazione orbitante non è compreso nel contratto, se lo deve pagare lei, e il razzo costa uno sfacelo di ghinee, più di quanto guadagnerebbe dalla serata, inoltre non le è permesso rifiutare, perché ci sono delle penali che ammontano a due sfaceli di ghinee. Che fare?

Per sua fortuna il magazziniere della base, un vecchietto uguale a quelli che stanno fuori dai saloon nei film western, è un suo fan, e le costruisce una specie di esoscheletro ricavato da pezzi di aspirapolvere, col quale la cantante riesce a raggiungere la base spaziale.

Ochei, questo non è il colonnello Magruzze, è William Shatner, ma ha un’espressione talmente vi-prego-fatemi-lavorà che non ho saputo resistere. Il colonnello comunque è quello piccolo, ma temo ci sia lo zampino di quei diavoli di Repubblica.

Non vi rivelo altro, ma le sorprese non finiscono qui, il secondo tempo ci offre una miriade di colpi di scena, fra cui voglio ricordare:

– l’astronauta Luca Parmitano che viene mangiato da un alieno;
– un cameo di Giusy Ferreri nella parte del pianeta Mercurio;
– la SIAE che cerca di invadere la Terra per  impedire ai malvagi hackers del photoshop di scaricarsi il film illegalmente;
– una rivolta contro l’oppressore extraterrestre capitanata dai baffi del colonnello Magrudrers.


le pablog au cinéma: Shame

Image for Le pablog au cinèma: The Book Of Eli hits The Road

Una volta ho visto un film di cui avevo letto una bella recensione e sono andato a cercarlo dal mio spacciatore di film di fiducia, che è uno che siede sulla riva del torrente e aspetta che passi il cadavere del cagacazzi che scaricare i film è reato e se il mercato dell’home video è in crisi è colpa tua.

Era una specie di distopia con Keira Knightley, che è quella tizia finita nello schiacciatore di rifiuti della Morte Nera ma senza un comlink, dove ci sono questi ragazzi che vengono tenuti in un collegio e si capisce subito che c’è qualcosa che non va. La protagonista era una ragazza bionda, capelli lunghi, piuttosto carina, molto semplice, il tipo che potresti incontrare sull’autobus e farci due chiacchiere e poi tre figli.

un film veramente inglese con persone vestite veramente inglese

Qualche tempo dopo ho visto un altro film, leeeentoo, su uno che guida la macchina e bazzica la malavita e ad un certo punto si mette a frequentare la vicina di casa, che è la stessa attrice di prima, la bionda carina, ma non l’ho riconosciuta, si è tagliata i capelli, mi sono limitato a pensare accidenti che carina questa ragazza.

Poi forse non li ha neanche davvero tagliati, li ha infilati nella cofana.

Così sono andato a vedere che altri film aveva fatto, e ho scoperto di averla già vista in altre due pellicole, e di non averla mai riconosciuta, e mi sono recato di nuovo dal mio spacciatore di fiducia per procurarmi un altro suo film, e oggi l’ho visto.

Lei è Carey Mulligan, il film è Shame, adesso ve ne parlo.

C’è questo tizio glaciale, e difatti poi si scopre che era l’androide di Prometheus, che non sta bene, ha un problema, forse dovuto a un’infanzia difficile, forse ha perso i suoi genitori in un campo di concentramento nazista e gli sono usciti i superpoteri magnetici, non si sa, non lo spiega mai, fa solo vedere che ha un problema, e in seguito a quel problema rimorchia donne di continuo e se le tromba. E voi mi direte minchia, vorrei averlo io il suo problema, ma non è così facile, perché quando non rimorchia si arrangia per conto suo, ha la casa piena di riviste porno, il computer di casa e quello del lavoro traboccano di sesso, insomma, esattamente come voi e me, ma con una maggiore facilità nell’abbordaggio.

Un giorno torna a casa e trova Carey Mulligan sotto la doccia. Fine.

– Come fine? Finisce lì?
– No, non finisce lì, ma se tornassi a casa e trovassi la mia attrice preferita tutta nuda sotto la doccia non vorrei sapere come va a finire, chiamerei al lavoro e mi licenzierei e mi farei mantenere tutta la vita da un’attrice famosa che mi piace pure tanto e dedicherei il resto della mia esistenza a farle dimenticare il cantante dei Mumfordenson che oltretutto fanno pure cagare.
– Ma noi vogliamo sapere cosa succede dopo!

Va  bene, allora succede che lei è sua sorella, una di quelle che si cercano, che non hanno una casa, che vivono un po’ come capita, insomma, avete capito a chi mi riferisco, e gli chiede ospitalità, e a lui questa cosa dà fastidio, che di solito quando torna dal lavoro si mette comodo davanti al computer e si tira una raspetta, come fai se c’è tua sorella in casa? E difatti ad un certo punto lei lo becca in bagno. Aggiungi che la sera prima si è portata a letto il capo di lui, un personaggio che ci prova anche coi paracarri e va in bianco nove volte su dieci (ehi ma questo film parla proprio di noi!), non è proprio la famiglia Ingalls.

Siigh

Poi succedono altre cose, nello specifico nessuna troppo importante, ma che danno il tono a tutto il film e se fossi un critico parlerei di spirale di morbosità e malattia e dolore e vabbè, non sono un critico, la faccio breve, tanto volevo solo parlare di Carey Mulligan: il film mi è piaciuto, scorre bene, ha un bel ritmo, nonostante la trama non proprio vivace, e lei mi è piaciuta di più altrove, ma siccome ormai ho deciso di sposarla pianto lì di scrivere e vado a Venezia, che ieri c’era, magari deve ancora ripartire, le faccio sentire una cassetta maxell c90 di Salviamo il Salvabile, che è la trasmissione che conducevo con altri due eroi ai tempi delle radio libere, e quando parte la canzone di Rockie Robbins le infilo la lingua in gola.

Statemi bene.


The Cure @ Heineken Jammin’ Festival – 07/07/2012

I biglietti
Vent’anni fa, più o meno, stavo a Milano al Forum di Assago, che adesso si chiama Qualcosaforum, a seconda di chi paga lo sponsor: è stato Filaforum, Datchforum, Mediolanumforum e Tuamadreforum, quando si era messa a praticare il treperdue sulla tangenziale lì di fronte.

Era l’ultima sera di ottobre (how appropriate!), e su un palco che ricordava un tempio greco c’erano i Cure che portavano in giro il loro ultimo album. Li avevo appena scoperti grazie alle cassette del mio amico Darkillo, e avevamo comprato secchi il biglietto. Il 1992 è stato un anno pazzesco per la mia formazione live, in pochi mesi mi ero già sparato gli U2, i Dire Straits e Gianni Drudi, e la paghetta che mi passavano i genitori era pure bassa! Altri prezzi, signora mia!

Fu un concerto incredibile, ero in prima fila, conoscevo tutte le canzoni a memoria, c’era quella dietro di me che mi piantava continuamente le borchie del braccialetto sulla schiena.. avrei potuto morire lì ed essere appagato lo stesso.

Qualche mese fa sono lì che guardo pornazzi su internet e ad un certo punto viene fuori che i Cure celebreranno il ventennale del tour di Wish riportandolo in giro per l’Europa, e che verranno a suonare all’Heineken Jammin’ Festival il 7 luglio. Le acrobazie della signorina in video smettono di essere interessanti ben prima dei canonici venti secondi, e mi precipito su ticketone a comprare i biglietti, sperando che i maledetti bagarini non li abbiano già comprati tutti. Ci sono! Ne prendo due a scatola chiusa, la mia fidanzata non li ha mai visti i Cure, figurati se non le interessano.

Insomma, non vi sto a raccontare tutto quello che ho fatto da quel momento a ieri, sennò viene lunga, diciamo che alle quattro e mezza ci siamo messi in macchina io, il Subcomandante e Intercontinentillo, che nel frattempo è tornato dall’America per le vacanze e si è aggregato, e siamo partiti alla volta di Rho, dove si teneva l’HJF, che per chi non capisce gli acronimi è il festival che ho citato poche righe fa, ma dovreste stare più attenti.

Terra di nessuno
Viaggiamo bene e veloci, anche la temuta tangenziale la affrontiamo senza incidenti, e alle sei siamo nel posteggio P2 della Fiera di Milano sotto un sole che ammazzerebbe i pitoni. Dov’è il concerto? Di là, ci dice uno, indicando l’orizzonte che balugina lontano.

La fiera è grande e l’HJF sta proprio dietro, e per arrivarci bisogna girarci intorno. Lungo il tragitto incontriamo il padre di Branduardi, venuto a comprare un topolino per due soldi:

“Ma non ti sembrano tanti due soldi per un topolino?”
“Posso permettermelo, ho venduto un’opera a Brecht e ne ho ricavati tre, due li investo nel topolino e me ne rimane ancora uno da giocarmi alle macchinette!”

Poi entriamo nel mercato dei napoletani, una selva di bancarelle che vendono tutte la stessa maglietta e tizi che trascinano conche piene di birre ghiacciate.

“Signò, la vuole una birra?”
“Ma secondo te in un posto che si chiama Heineken Festival ne avranno birre?”
“Eh ma l’Aineche sa di piedi, io tengo Labbècs!”

Poi c’è la tizia che ti chiede se vuoi fare la pubblicità al nuovo smartfodellasamsu, ti infila dentro un telefono di cartone e ti fa dire “Samsungalacsi Essetrè, disain foriùma!”. Ti fa leggere un cartello dove c’è scritto proprio così, “foriùma”, e mi verrebbe voglia di partecipare e tirar fuori dalla tasca il mio Samsungalacsi Essedue che si pianta tutti i giorni e dire “samsungalacsi esserròtto!” e tirarglielo contro la telecamera, ma lei non ne può niente poverina.

Poi ci sono i cazzo di bagarini che ti vengono incontro con mazzette di biglietti in mano come le banconote di Krusty, e Marzia li allontana gentilmente dicendo no grazie, quando bisognerebbe buttarli per terra e prenderli a calci e offendere le loro madri per tutte le volte che non hai potuto comprare un biglietto degli U2 perché dopo venti minuti da che sono in vendita se li sono razziati tutti per rivenderseli al triplo fuori dai cancelli. Quando diventerò imperatore del mondo li metterò tutti nella categoria Bastardi Che Devono Morire Male, me lo segno.

Sole e un tappeto sintetico. L’inferno dev’essere pressappoco così.


HJF

Seguendo la scia di cadaveri calcificati dal sole arriviamo alla piana di asfalto in cui si tiene il festival. Il palco è lontanissimo laggiù in fondo, ci arriviamo facendo le soste obbligate secondo importanza, banchetto delle magliette ufficiali, cessi chimici, porchettaro, e ci sistemiamo a ridosso della transenna che ci separa dal Pit, che non è il marito di Angelina Jolie, ma un recinto per cui occorreva pagare dieci euri di più. Oltre quello c’è l’area Vip, un altro recinto che sta davanti al palco, pieno di persone senza reni, cornee e anima.

Il posto che occupiamo non è affatto male: il sole sta calando e la temperatura è accettabile, davanti a noi non c’è una ressa mostruosa a impedirci di respirare e il palco non è neanche lontanissimo, strizzando un po’ gli occhi si riescono a vedere perfino i megaschermi.
Inganniamo l’attesa mangiando panini di un materiale stranissimo, che in bocca ricorda la gommapiuma, ma che una volta ingoiato diventa uguale al marmo. La birra invece la riconosci subito, è proprio come diceva il tizio fuori, sa di calzino di lupetto dopo che si è tolto le scarpe sul locale per Torino alla fine di un’estenuante gita al Monte di Portofino.

Alle nostre spalle dei nazisti con un pitbull al guinzaglio facevano avanti e indietro sfidandoci a scavalcare.

Dopo una mezz’ora cominciano a suonare i New Order, che sarebbero i membri dei Joy Division che non si sono impiccati in cucina, quelli che un giorno hanno inventato la musica dance, poi si sono sciolti, poi si sono rimessi insieme senza dirlo al bassista e dandosi anche di gomito al pub ripensando alla faccia che avrebbe fatto vedendoli su un palco.

La loro esibizione è quella che ti aspetteresti da un gruppo che non ti sei mai cagato quand’erano in cima alle classifiche e li accomunavi ai Pet Shop Boys e agli altri discotecari del cazzo, ma che adesso infili nelle playlist di grooveshark sospirando di nostalgia: una figata elettronica danzereccia e peccato solo che ci sia questa transenna potevo spendere dieci euri di più e stare di là che c’è più largo e guarda come ci sballano quelle due tizie mezze nude la prossima volta non faccio il taccagno, me lo segno anche questo.

Nel frattempo lo spazio alle nostre spalle è andato riempiendosi, e quando cominciamo a sentire le campane che annunciano l’inizio del gruppo principale abbiamo una marea di corpi alle spalle e non posso fare a meno di pensare a The Walking Dead, e vorrei avere con me un’ascia. No, l’ascia è perché sono un misantropo di merda e odio le persone, anche quelle vive.

La scaletta (for fans only)

Cominciamo! Vent’anni dopo Wish sono di nuovo a un concerto dei Cure!
No, aspetta, veramente ci sono stato altre due volte a un concerto dei Cure, nel 1996 e nel 2000.
Ma stavolta è il tour di Wish! Come vent’anni fa!
No, aspetta, dice Espertillo che in realtà non è il tour di Wish, fanno solo una carrellata di vecchi successi, ma devo aspettarmi un po’ di tutto.
Ma ormai è troppo tardi per richiedere i soldi indietro!

Robert Smith è talmente ciccione che hanno dovuto costruire un megaschermo apposta per contenerlo.

L’apertura è da brividi, o da Disintegration, che è comunque un album da brividi: Plainsong, Pictures Of You e Lullaby, una dietro l’altra, e già pensi che vale la pena di esserci, che un attacco così è quasi meglio di quello del’92, quando al posto di Plainsong fecero Open e High. Quasi meglio, perché Open è un capolavoro e mancherà nel concerto di stasera.

High arriva di seguito, come quarta canzone, e non ho ancora smesso di cantare, meglio che mi facciano riprendere fiato, e infatti fanno The End Of The World, quella nuova che nel video gli va giù la casa e quando l’ho visto ho pensato che i Cure non hanno più niente da dire, ma i video sono ancora carini.

Torniamo indietro con un altro classico da Disintegration, Lovesong, che tutto il pubblico apprezza, e poi mettiamo lì un altro pezzo nuovo che mi cago poco, Sleep When I’m Dead.

La chitarra allegra di Push fa mille giri prima di essere accompagnata dalla voce di Robert Smith, che sembra divertirsi un sacco, si agita come l’orsetto ciccione, si asciuga la faccia con la manica della camicia, riprende a ballare con la chitarra appesa al collo, e da lontano la sua silhouette sul palco è iconografica come quella di Indiana Jones col cappello in testa. E’ una lezione di storia della musica quella a cui stiamo assistendo, una di quelle più divertenti.

Il gruppo ha preparato una scaletta furba, e non ci fa smettere di agitarci: dopo Push è la volta di In Between Days e Just Like Heaven, sempre senza sosta, cominciamo ad avere il fiatone. Anche Ballerillo è provato, che certi ritmi non li regge più neanche lui che è una bestia da concerti. Le uniche che non sembrano sentire la stanchezza sono le due tizie di prima, che continuano a ballare come forsennate. Una è sempre più nuda, si è calata i pantaloncini fino a mostrare la nasella e indossa gli occhiali da sole nonostante il sole sia sparito dietro il palco.

Per fortuna che il telefono ha anche una fotocamera che funziona con la batteria scarica

Finalmente un pezzo di Wish: From The Edge Of The Deep Green Sea. Non so gli altri, ma per me è una delle canzoni più belle che abbiano mai scritto, le chitarre distorte creano un tappeto denso, da affondarci i piedi; chiudo gli occhi e mi dimentico di dove sono, ci vediamo fra sette minuti e quarantaquattro secondi.

Torno alla vita sulle note di un pezzo che non conosco, bello pieno. È nuovo (almeno per me), si chiama The Hungry Ghost, non è male.

Il blocco successivo di canzoni lo associo alla copertina del Greatest Hits, quella col vecchio in bianco e nero, e ai suoni sintetici che riempivano il disco: Play For Today, A Forest, Primary, quasi nello stesso ordine della raccolta, e The Walk, che stava sul lato B.

Da notare che fino a qui il concerto è stato sempre tiratissimo, una canzone dietro l’altra, nessuna sosta, giusto un paio di battute del cantante, peraltro incomprensibili, data la sua passione per il borbottio. E tutte suonate alla grande, belle cariche di suoni, da quel palco si sprigiona un’energia che raramente mi è capitato di percepire ad un concerto. Per dire, a quello di Guccini no.

Effetti bizzarri e pure inutili, ma tanto al buio non è che puoi fare ste gran fote.

Friday I’m In Love viene accolta da un boato, credo che la conoscano anche i tizi della sicurezza che vigilano affinché nessuno scavalchi dall’area zozzoni micragnosi dove stiamo noi a quella zozzoni e basta, detta anche Pit.
Ogni tanto qualcuno ci prova a scavalcare, e si fa malissimo sbattendo sulle transenne, che dal nostro lato sono delle lastre di metallo piuttosto semplici, ma dietro hanno un sacco di paletti inclinati e sgabelli e uncini e credo che fossero un progetto scartato da Aegon Il Conquistatore quando disegnò il Trono di Spade.

I pochi che sopravvivono all’impresa si perdono immediatamente nella folla, ma c’è qualcuno che non ce la fa e viene catturato dal temibile guardiano. Quando questo accade cominciano le atrocità (sconsiglio la lettura del paragrafo che segue alle persone sensibili):

Il guardiano si mette davanti all’immigrato clandestino e gli fa: “Hai scavalcato?”
L’immigrato si fa piccolo piccolo, che il guardiano è veramente un bestione, e mormora con un filo di voce “ssi”, non cercando neanche di vendergli una scusa, che potrebbe farlo imbestialire ancora di più.
Il guardiano lo fissa con gli occhi dell’orco e dalla sua bocca grondante sangue gli fa: “Vabbè, stai lì.”, e se ne va.
L’immigrato resta un po’ stordito dalla sorpresa di avere ancora tutti gli arti al proprio posto, poi aspetta che il guardiano si volti e scappa tra la folla.

Nel frattempo Friday I’m in Love è finita, ma il momento Wish continua con Doing The Unstuck e Trust. La prima è un po’ meno gioiosa che nel disco, la seconda me lo mena uguale preciso.

Ma è proprio l’atmosfera del concerto che si è fatta più cupa con l’approssimarsi delle tenebre, sta cominciando il Momento Pipponi.

Il gruppo ha lasciato indietro le canzoncine pop, e adesso vira sul dark pesante: Want, Wrong Number, One Hundred Years e Disintegration. Alla fine Robert Smith abbandona il palco in lacrime (sic, che per chi oltre gli acronimi non sa neanche il latino vuol dire “per davèro!”), che si vede che si è depresso anche lui. Le due tizie nel Pit continuano a ballare anche dopo che la musica è finita, mi sa che c’è qualcosa che non va.

Momento Pippone

La pausa è breve, neanche il tempo di gridare fuorifuor e sono di nuovo tutti lì, allegri come se niente fosse successo, e sfornano tre reperti: Shake Dog Shake, Bananafishbones e The Top, che il cantante introduce dicendo che è solo la seconda volta che la fa dal vivo; in realtà è la quarantunesima, ma si vede che le altre 39 volte l’ha fatta in playback.

Stavolta la canta davvero, e benissimo pure, e quando grida “Please come back” alla fine si allontana dal microfono e la voce arriva flebile e pensi che questa qui è proprio una stronza ad averlo lasciato da solo laggiù in fondo e fai come ti dice, non lo senti che ti chiede di tornare? Tutta intera, specifica, che a pezzi con ‘sto caldo vai subito a male.

Escono di nuovo, neanche il tempo di dire fuorif che sono di nuovo lì, allegri come se il concerto stesse per finire, e ti sparano l’ultima raffica di pezzoni per chiudere in allegria, tutti amici, ciao è stato bello, ci rivediamo presto: Dressing Up, The Lovecats, The Caterpillar, Close to Me, Just One Kiss, Let’s Go to Bed, Why Can’t I Be You? e Boys Don’t Cry.

Abbandoniamo il terreno lasciandoci alle spalle una distesa di bicchieri di plastica e cartacce e due tizie mezze nude che ballano ormai sfinite, sbattendo i loro corpi imbottiti di acido contro i passanti che sfollano. Ieri sera suonavano i Prodigy, secondo me sono lì da allora.

Quando è partita The Lovecats abbiamo ballato un casino. Cioè, un casino di più del casino di prima.

Stamattina ho visto un’intervista dove Robert Smith dice che si è divertito tantissimo, è stato uno dei concerti più belli che ha fatto in Italia, ma col cazzo che ci torna, e se Katia non è venuta a vederlo peggio per lei, la prossima volta al matrimonio si dà malata.


and through foggy London town the sun was shining everywhere (5)

Fleet Street
Un tempo conosciuta come “the ink road”, per via delle numerose sedi di giornali che vi si trovavano, oggi che non ce n’è più neanche una non avrebbe senso chiamarla ancora così, ma gli inglesi faticano a cambiare le proprie tradizioni, e piuttosto che scegliere un altro nomignolo cospargono i marciapiedi di inchiostro ogni mattina. È vero, vai a vedere se non ci credi!

Noi comunque ci troviamo lì per caso, sulla via di una delle tante curiosità sceme che vogliamo levarci, e stiamo a guardare la Royal Court Of Justice con la bocca spalancata, quando Marzia vede il grifone in mezzo alla strada.

No, non sono quelle strane pastiglie colorate che prende due volte al giorno quando pensa che nessuno la osservi, è un grifone vero, anche se quello a cui siamo abituati noi liguri ha la testa di aquila. Sta in cima a una colonna, e indica il punto in cui Fleet Street diventa The Strand. Una volta c’era un arco, che adesso si trova dalle parti di St.Paul’s Cathedral, ora c’è questo grosso rettile di bronzo, e c’è una piantata in mezzo alla strada che gli fa mille foto, incurante del traffico.

“Guarda che non sei più in Abbey Road, togliti di lì!”, le grido, ma lei niente. Imperterrita.

In Fleet Street non c’è veramente molto d’altro, la Corte di Giustizia dev’essere anche bella, ma per accedervi bisogna oltrepassare dei controlli, e il poliziotto col pacchetto di guanti in lattice in mano e il sorriso furbetto non mi ispira nessuna fiducia. Proseguiamo.

Old Bailey
Questo edificio, il tribunale penale della città, non ha veramente niente di bello, sebbene risalga alla fine del Seicento è stato bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito negli anni ’50, ma la statua della Signora Giustizia in piedi sulla cupola è imperdibile per i fans di Alan Moore. Spiego per i non avvezzi all’arte delle persone che parlano dentro le nuvolette: Alan Moore è, cito da wikipedia, “un fumettista, scrittore, compositore, cantautore e occultista britannico. Si è guadagnato una notevole fama tra gli autori di fumetti grazie soprattutto a opere quali Watchmen, From Hell e V for Vendetta.
È inoltre un romanziere, cantante e cantautore (particolari le sue rappresentazioni teatrali: un misto tra parte recitata e musica, preferibilmente elettronica) e, dal giorno del suo quarantesimo compleanno, si è autoproclamato mago.
”. Come si fa a non volergli bene a un tizio così? Oltretutto va in giro con una barba da far vergognare anche Gandalf.

Ma restiamo al suo lavoro di fumettista, che è quello che ci interessa al momento. Da tutte e tre le sue opere principali sono stati ricavati dei film più o meno di successo, e può darsi che almeno uno lo abbiate visto, specialmente il terzo, girato dai fratelli/sorelle Wachowski. Ecco, se lo avete fatto dimenticatelo: il film di V For Vendetta nel suo momento più ispirato arriva solamente a scalfire la superficie della storia raccontata nel libro. Torniamo al fumetto, va bene? Che a parlare di quella robaccia mi sento già prudere dappertutto.

All’inizio della storia il protagonista, V, ha un dialogo sul tetto dell’Old Bailey con la “Signora Giustizia”, che termina con una litigata esplosiva.
Tutto lì.
Lo so, potevo arrivare subito al punto ed evitarvi la tirata su Alan Moore, ma è sempre bello cogliere l’occasione per parlare di fumetti, e poi mi sono riempito una paginetta come ridere.

Tower Of London
“E ci si può salire sulla torre? E quant’è alta?” Già da distante non stavo nella pelle per l’emozione, che l’aver saltato il London Eye per la coda chilometrica mi aveva lasciato addosso un sapore amaro di altezze negate, e cominciavo a sentire un bisogno fisico di vedere il mondo dall’alto. Forse è una specie di equilibrio interiore a richiederlo, quando ti senti degli abissi dentro ti serve andare molto in alto per tornare sul livello del mare, e dato che erano ormai tre ore che non mangiavo il mio malessere cominciava a farsi pressante.

La mia fidanzata non mi mise al corrente della terribile verità, dovetti scoprirla da solo una volta uscito dalla stazione della metro.

“Ma questo è un cazzo di castello! Non ci sono torri!”

Lei, paziente, cercò di spiegarmi la storia dell’edificio, arricchendolo dei particolari più macabri affinché mi risultasse interessante, ma non volevo proprio sentire ragioni:

“Ma non ci sono bastati tutti i castelli del Portogallo? Dovevamo vedere anche questo?”

Ci vuole una bella pazienza a starmi accanto ogni giorno, me ne rendo conto. Marzia ormai ci ha fatto l’abitudine, è una persona intelligente e sa come prendermi.

“Piantala di rompere il cazzo!”, esclamò. “Se non ti va bene puoi tornare all’Old Bailey a dire stronzate alla Signora Giustizia, io entro!”

Cinque minuti più tardi eravamo tutti e due sul pontile sottostante ad aspettare il traghetto.

“Venti sterline a testa? Ma questi sono fuori!”, ribadivamo in coro, agitandoci le mani davanti alla faccia nel gesto internazionale del disturbo mentale. “Per vedere due corvi senza le ali e dei tizi col pigiama rosso! Andiamo alla Tate Britain, che è più interessante e pure gratis!”

Tower Bridge
Senza bisogno di attraversarlo, che è lontano e ci passano le macchine, dal lungofiume dietro la Tower Of London si gode di un’ottima vista di questo spettacolare ponte levatoio. All’interno c’è il museo del ponte, in cui viene conservata la prima tavoletta di gomma da masticare Brooklyn, una sceneggiatura originale del Ponte Sul Fiume Kwai e il giorno compreso fra la domenica e una qualunque festività nazionale. Si può anche salire al ponte superiore e attraversarlo, ma solo se non vi accompagna una persona che soffre di vertigini anche quando cammina sui tappeti troppo spessi.

Traghetto
Con 5 paunz ci si può evitare lo sbattone immenso di riattraversare la città a piedi o coi mezzi per raggiungere una meta che sta dall’altra parte, proprio dietro il parlamento e che a saperlo uno poteva andarci quel giorno lì, ma invece niente. Basta prendere il traghetto sul Tamigi alla fermata di Tower Of London e cambiare a Embankment, e ci si gode anche una gradevole vista del fiume e dei ponti dal di sotto, che l’unica alternativa conosciuta per vederli è fare come Calvi, ma poi diventa difficile raccontarlo.

Embankment
Intanto che aspetti il traghetto ed è quasi ora di pranzo il Pablog ti suggerisce di farti due passi nei paraggi. Il lungofiume, te lo dico già, offre poco. L’unica nota di un certo interesse è rappresentata dall’obelisco egizio vigilato da un paio di sfingi in bronzo. Il suo arrivo a Londra è stato abbastanza travagliato, con un naufragio in mezzo, ma l’arrivo è stato una vera festa. Per quella bruttura. Vabbè.
L’unico dettaglio che ho trovato interessante sono i fori lasciati sulle statue dall’esplosione di una bomba sulla strada accanto, durante l’attacco nazista.

Comunque, dovesse scoppiare una guerra nucleare e la nostra civiltà andare distrutta sappiate che sotto l’obelisco è celata una capsula del tempo contenente, fra le altre cose, un ritratto della regina Vittoria e diverse copie della Bibbia. Ehi, bombardieri atomici! Mirate lì!

Princess Of Wales Pub
27 Villiers Street, Charing Cross
Villiers Street è una viuzza in salita che da Embankment ti porta alla stazione di Charing Cross, ed è molto affollata, soprattutto all’ora di pranzo, data l’elevata presenza di ristoranti. Essendo ora di pranzo decidiamo di fermarci e prendere il traghetto dopo, e ci infiliamo nel Princess Of Wales Pub, sperando di cancellare il ricordo di quell’altro pub infame davanti a Downing Street.

Il locale fa parte della catena dei Nicholson’s, e visti i precedenti ci fidiamo.

In effetti la cucina è buona e la signora che gestisce il piano superiore, dove si mangia, è molto gentile. Quando può consulta una gigantesca Lonely Planet dedicata all’Australia, ma per la maggior parte del tempo spilla birre e urla cose in cucina.

Cos’abbiamo mangiato non me lo ricordo, ma non ho maledetto il cuoco e tutta la sua famiglia, quindi immagino fosse buono.

Tate Britain
Millbank
A differenza della sorella più giovane, che ha un piglio più internazionale, la Tate Britain offre uno sguardo approfondito sull’arte britannica dal 1500 in avanti. Custodisce opere celebri, come l’Ofelia di Millais e qualche Turner, ma se non siete degli esperti di arte inglese il rischio di aggirarvi per le sale con lo sguardo assente è piuttosto elevato. Ora mi attirerò gli insulti di qualunque appassionato fra i tre quattro lettori che mi seguono, ma secondo me l’arte britannica è come la sua cucina: deprimente.

Ci facciamo il giro completo del museo in un’ora e mezza e quando usciamo avrei voglia di tuffarmi nel Tamigi. Per fortuna sull’altra sponda si vede la sede dei servizi segreti inglesi, un edificio a forma di alieno di Space Invaders, che mi riporta alla memoria alcune scene di 007 e il fumetto che sto leggendo in quel momento, Queen & Country, e il voler sapere come va a finire la storia mi restituisce sufficienti motivazioni per continuare a vivere.

Minamoto Kichoan
44 Piccadilly
Con la Tate Britain si chiude la nostra visita a Londra. Abbiamo ancora un giorno e mezzo prima della partenza e vogliamo dedicarla allo shopping spudorato. Perlomeno la mia fidanzata, io piuttosto che infilarmi in un altro grande magazzino di Oxford Street andrei a vedere anche il museo dei calzini usati dai sovrani di tutte le epoche, ma magari torniamo in quelle stradine piene di ristoranti intorno a Covent Garden, e accetto con entusiasmo.

Ormai è tardi per le esplorazioni approfondite, torniamo a Piccadilly a cercare Minamoto Kichoan, una pasticceria giapponese di cui abbiamo letto da qualche parte, probabilmente sulla Santa.

L’idea sarebbe di comprarsi delle caramelle, che dopo l’esperienza negativa di Candyjapan (un sito che ti dovrebbe spedire caramelle dal Giappone due volte al mese a un prezzo interessante, ma che invece col cazzo) mi è rimasta la voglia di sapere come si avvelenano quei matti dall’altra parte del mondo, ma il negozio in questione non ne ha. La sua offerta è diversa, quel tipo di diversità che ti fa sbavare per ore davanti al banco incapace di decidere come spendere i tuoi soldi. I pasticcini sono dei capolavori architettonici, perfetti da sembrare finti, e me li comprerei tutti se solo avessi un rene in più da impegnarmi. Eh già, il prezzo dei prodotti è un po’ alto, non puoi uscire con una carrettata di pacchettini colmi di delizie, ma non è per quello che alla fine me ne vengo via senza aver comprato niente. E non è neanche perché è l’ora di cena, e il mio bisogno di carne prende a calci quello di pasticcini fino in strada. E a dirla tutta non è neanche per il fatto che la commessa non ci ha degnato di uno sguardo da quando siamo entrati. No, se devo essere proprio sincero la ragione per cui alla fine decidiamo di uscire senza acquisti è la massiccia comitiva di italiani schiamazzanti che entra all’improvviso e si mette a commentare ogni articolo con strepiti sguaiati. Non li sopporto gli italiani all’estero, ma come vedremo nella prossima puntata dovrò assistere a ben altro.