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and through foggy London town the sun was shining everywhere (2)

The John Snow

39 Broadwick Street

Uno dei pub più antichi della città, consigliato anche dalla Santa, ma noi ci andiamo solo per poterci bullare coi nostri amici lettori di George Martin. Jon Snow è infatti il nome di uno dei protagonisti (mi piace che lo spiego, come se avessi altri lettori oltre i soliti quattro, di cui tre sono gli amici di cui sopra), anche se non proprio la figura celebrata da questo pub. Il personaggio in questione, infatti, ha una sua pagina dedicata su wikipedia, e vi consiglio caldamente di andarvela a leggere, perché se aspettate che ve lo racconti io state freschi. Il pub sta nella media dei pub londinesi, pochi turisti, atmosfera tranquilla. Al ritorno in patria scopriamo che l’anno scorso il locale si è reso protagonista di un brutto episodio di omofobia, cui sono seguite le proteste della vasta comunità gay cittadina, e la sua successiva colorita reazione.

The White Horse
16 Newburgh Street
Questo locale si trova a due passi dal John Snow, e a differenza del primo offre anche il classico menu da pub per chi vuole aver qualcosa di solido da vomitare dopo la sesta pinta.

Appartiene alla catena dei Nicholson’s, che si vanta di offrire buona cucina e ospitalità in locali che si distinguono uno dall’altro per la loro storia e cazziemazzi.

Marzia si butta sul fish & chips, io preferisco evitare i fritti e mi prendo un roast shropshire chicken (mezzo pollo arrosto senza tante pretese) con le patatine e la salsa peri peri che sa di bruciato. E altre due birre, che ci fanno tornare in albergo belli allegrotti.

Da qui in avanti stabiliamo che gli spostamenti in autobus per i rientri in camera sono preferibili a quelli in metro, che ti lascia più distante di un bel po’.

National Gallery

C’è poco da dire, i musei londinesi sono fichi. Intanto non ti chiedono soldi per entrare, si limitano a suggerire un obolo di 4£ all’ingresso e uno di 1£ per la mappa, ma non sei obbligato, e neanche ti guardano male se fai finta di niente e tiri dritto. Poi non sono pieni di roba da doverti prendere due giorni per girarli o essere costretto a scelte dolorose, in un paio d’ore la National Gallery l’hai vista tutta, e hai pure di che lamentarti perché alcune sale erano chiuse. Dico, al Louvre avrei pagato per trovare chiusa un’intera ala del museo, che mi sentivo i piedi caprini da tanto avevo camminato, qui ho fatto anche la faccia seccata e sono andato dal guardiano a chiedere spiegazioni e lui non ha capito bene o più probabilmente io non mi sono spiegato, ma c’è una forte possibilità che fosse proprio rincoglionito di suo, perché mentre mi spiegava che la sala alle sue spalle era chiusa perché non c’era personale sufficiente per controllarle tutte, guarda te che brutta influenza che gira ‘sti giorni, una signora si è intrufolata fra le transenne e se n’è andata a spasso da sola fra le tele; immediatamente un altro guardiano è intervenuto a farla uscire, e quando ha ripreso il mio interlocutore con un tono cazzofai questo non l’ha minimamente cagato e ha continuato a ripetermi che poverini i suoi colleghi tutti a casa con la febbre.

Comunque le opere principali erano tutte visibili, e a me bastava il piccolo Renoir vicino alla porta, davanti al quale ho meditato per i soliti dieci minuti con un sorriso scemo in faccia.

Covent Garden
Una delle piazze più visitate della città, anche se probabilmente non la più bella. Il quartiere circostante è quello che preferisco in assoluto, pieno di stradine e negozietti, dove la massa di turisti si spalma, rendendosi pressoché invisibile. Ci puoi trovare la boutique esclusiva dove la tua fidanzata si ferma in preda a convulsioni, ma anche il negozio di giochi da tavolo con le ricariche di Munchkin (Steve Jackson è un genio del male). La piazza in sé è carina, c’è questo grosso edificio centrale che ricorda una stazione ferroviaria, ci sono gli artisti di strada che si cantano sopra uno con l’altro, c’è il teatro dell’opera e il museo della metropolitana dove puoi comprarti le mutande con scritto sopra Mind The Gap. E c’è tanta tanta gente. Brrrr!!

Muffinski’s
Covent Garden
5 King St
Piccola pasticceria di Covent Garden, la commessa è carina, la connessione wi-fi gratuita, il muffin alla banana e cioccolato non sa di molto, forse gli altri sapori sono migliori. Chissà. Date le condizioni in cui ci troviamo al momento di servirci del locale (e del suo gabinetto, i cazzo di cessi di Covent Garden erano chiusi quel giorno) non andiamo tanto per il sottile. Però il locale è gradevole, poteva andarci molto peggio.

 

The Adam & Eve
77a Wells Street,
Soho
Questo pub si trova appena sopra Oxford Street, e appena giri l’angolo sembra di essere in un’altra zona della città, non c’è più casino, anche perché non ci sono più negozi. L’aspetto del locale è più moderno del solito, odora di nuovo, i colori sono chiari, non c’è la tappezzeria della Famiglia Addams che trovi praticamente ovunque e non ti aspetti di venire ricevuto da Lurch come succede nella maggioranza dei casi. Il menu, al contrario, è piuttosto classico, preparato bene, la cameriera ha la facciona simpatica ed è molto gentile.


letture

Ho deciso poco fa, intanto che portavo il cane a pisciare, che era venuto il momento di scrivere qualcosa sui libri che sto leggendo in questo periodo. E’ una bella iniziativa, se uno legge molto, e può dare dei suggerimenti utili a chi non sa dove indirizzare i suoi momenti d’ozio e magari finisce a sedersi davanti al grande fratello di maria de filippi e in men che non si dica diventa un italiano medio che odia gli stranieri e vota lega, anche se per esempio oggi quindici di quelle merde hanno fatto ricorso contro il nuovo sistema pensionistico per i parlamentari. Quindici su ventisei, e ancora stanno a fare i cori romaladrona. Morissero di pruriti al cazzo.

Ma dicevo dei libri, che c’è un mio amico che tiene una rubrica sul suo blog dove recensisce tutti i libri che legge, e sono parecchi, tanto che li ha raccolti in un e-book scaricabile gratuitamente, che ti dà un sacco di dritte, ma che però ci manca secondo me un indice alfabetico, che una guida così non puoi imparartela a memoria, te la tieni lì e ogni tanto la consulti come l’elenco del telefono, e se non sai più dove hai letto la critica di quel libro là che ti interessava devi scartabellare tutto ogni volta e così finisce che te lo impari a memoria e allora l’indice alfabetico non ti serve più. Volevo dirglielo di persona, ma non ci vediamo da un po’ e faccio prima così, ma tanto lo so che mi risponderà che l’indice non serve perché l’e-reader ha la finestrella di ricerca tipo google, che in effetti non ci avevo pensato, mi è venuto in mente ora, ma magari poi non è neanche vero e me lo dice solo per minchionarmi.

Io una rubrica così non potrei tenerla, perché ogni volta che ho provato a gestire un impegno fisso ho resistito sei mesi e poi è finito tutto a puttane. Qualunque cosa, rubriche, racconti a puntate, la piscina.. Meno male che non sono nato donna o dopo le terze mestruazioni avrei trovato il modo di interrompere anche quelle.
E con questo non voglio affatto pararmi il culo per aver lasciato la mia recensione di Londra ferma alla prima puntata, ma stasera c’ho da scrivere altro, e mi spiace per quei turisti fermi da settimane ai giardini di Kensington. L’avete visto il cazzo di cancello? E i giardinetti di Lady Diana? Beh, trovatevi un cesso e un baretto e aspettatemi, fra un po’ arrivo.

Nonostante le mie letture siano drammaticamente inferiori alla media degli italiani che leggono, sebbene di molto superiori a quelle degli italiani di cui alla terza riga di questo post, ma è come picchiare uno che caga, ho pensato di scrivere due righe su quello che sto leggendo/ho letto/leggerò in questi giorni, perché sono cose che mi provocano sentimenti diversi, e quando la causa è un libro e non i risultati dell’esame istologico vale la pena soffermarcisi un momento.

ZerocalcareIl primo l’ho cominciato e terminato stasera, si chiama La Profezia Dell’Armadillo  e l’autore è Zerocalcare.
E’ una raccolta di fumetti brevi che compongono un racconto che si snoda fra ora e il millenovecento-quando-eravamo-tutti-ragazzini, e parla di tutte quelle cose che oggi ci fanno sentire diversi, “nerd”, diciamo con una certa supponenza, come se fosse una bella cosa; ancora fingiamo di non ricordare che vent’anni fa, quando quel termine esisteva solo in qualche film americano, l’aggettivo che ci veniva appioppato più frequentemente era il suo esatto omologo italiano, “sfigato”.
Ma sarebbe limitativo definirlo un fumetto per appassionati di cinema e fumetti e cartoni animati giapponesi, perché alla base c’è quell’altra cosa che accomunava tutti quanti e su cui sono stati scritti libri e canzoni, l’infatuazione impossibile segreta e non corrisposta verso una ragazza che poi però. Ed è raccontato con un’ironia devastante, e quando si vanno a toccare corde più amare viene fuori una profondità e uno spessore che per esempio nei telefilm de I Ragazzi Del Computer Richie non aveva e Alice sotto sotto secondo me ci stava male. Dei disegni non ne parlo, che raccontata ci può perdere (cit.), vi rimando al suo blog così vi fate un’idea. E andateci, che ne vale la pena.

Il secondo libro lo sto leggendo sul cellulino, ed è la conseguenza di un altro libro che ho letto sul cellulino.

Del libro di King dirò solo, per chi non lo conosce, che è un incrocio fra Ritorno Al Futuro, Ricomincio Da Capo e JFK. E che è bello, lo ripeto, ma tanto.Quell’altro si chiamava 22/11/63 ed è l’ultima opera di Stephen King. E mi è piaciuto di brutto. Non che fosse il primo libro di King che leggevo, ma da un po’ mi ero scoglionato dei suoi finali con gli psicomostri che sconfiggi solo accettando che fare la pipì  letto quando hai tre anni è normale e nell’armadio ci vive solo il maglione brutto che ti ha fatto la nonna e che ti punge il collo, e l’avevo mollato. Poi è uscito questo, ho letto un paio di recensioni positive, ho letto due righe di trama e ho pensato che i viaggi nel tempo hanno sempre il loro fascino, e ho deciso di provare. E me lo sono scaricato a babbo in inglese per leggerlo sul telefono. E poi anche la sua traduzione in italiano, per le parti che non capivo in originale. E poi si, signora SIAE, me lo sono anche comprato in cartaceo con tanto di ricevuta fiscale, ma è solo per averlo nella libreria. E comunque da quando si è presa le piattole dovrebbe abbassare un po’ il tariffario, lasci che glielo dica sinceramente.

L’altro libro è citato da Stephen King in coda al romanzo e viene definito uno dei migliori romanzi sui viaggi nel tempo, e dato che l’argomento mi intriga sempre, anche e soprattutto dopo la lettura di questa roba qui sopra (ma ammetto che l’essermi svegliato l’anno prossimo cinque minuti fa mi ha influenzato non poco) ho pensato di procurarmelo. Si intitola Indietro Nel Tempo e l’ha scritto Jack Finney, che in Italia non conosciamo soprattutto come l’autore de L’Invasione Degli Ultracorpi, che ricordiamo giusto io, i miei amici e Zerocalcare.

Non posso raccontarvi molto a riguardo perché l’ho appena cominciato e interrotto per divorarmi l’armadillo, e per adesso non è successo niente, ma comincia a New York sulla 54ma strada, e già per questo mi è simpatico. Però mi piace di più come scrive King.

 E passiamo all’ultimo, che non lo sto leggendo anche se ce l’ho lì sul comodino, ma me lo sto ascoltando in macchina.
Si chiama Hanno Tutti Ragione, di quel regista stralunato che è Paolo Sorrentino, e in questo caso va citata anche la straordinaria voce narrante di Toni Servillo.
Non lo so se letto con la voce della propria mente questo libro renderebbe così bene, ma da una settimana, nel tragitto casa-lavoro e ritorno, accendo l’autoradio e stacco il piede dall’acceleratore per godermi qualche minuto in più di quel presuntuoso cialtrone di Tony Pagoda. Il tono è a metà fra l’ironico e il drammatico, un momento ti costruisce la più raffinata delle metafore per spiegarti il vuoto che si porta dentro l’animo il protagonista e in quello successivo ti spara una cazzata talmente cafona e volgare da farti spruzzare sangue dal naso dal ridere. Gioca sugli accostamenti Sorrentino, e lo sa fare bene, la storia scorre piacevole, su toni di grigio interrotti qua e là dalle colorate descrizioni dei personaggi di contorno o dalle strisce bianche che Pagoda si tira di continuo.

Per la verità ce ne sarebbero altri di libri, la biografia di Butch Cassidy che ho interrotto per colpa dei viaggi nel tempo, quello che ho interrotto per colpa di Cassidy e via risalendo, ma non voglio rubare il mestiere a chi i libri li recensisce (e li legge) con maggiore disciplina, e poi ho davvero una guida di Londra da terminare.


Le pablog au cinèma: The Book Of Eli hits The Road

bannerAttenzione, questa recensione contiene degli spoiler, che non sono le robe che i tamarri si attaccano alla fiatpunto per farla sembrare più aerodinamica, ma delle rivelazioni sulla trama del film che quando le hai lette non te le dimentichi più e ti rovinano la sorpresa del film, a meno che non te le fai rimuovere chirurgicamente tramite una delicata operazione che consiste nel farsi tirare via il cervello, metterlo in candeggina per mezza giornata e poi reinserirlo nell'apposito scomparto stando attenti a ricollegare bene tutti i fili sennò succede un casino e ti ritrovi a non sapere più che film volevi vedere e finisci col trovarti seduto in un multisala davanti a Massimo Boldi che ripete “Me la ciula me la ciula!”. Giuro, a un mio amico è successo.
Un futuro imprecisato. L'umanità è stata decimata da una guerra che ha lasciato solo macerie, desolazione e polvere. I pochi superstiti che non sono regrediti a barbari cercano di sopravvivere in un mondo in cui vige la legge della violenza. Il cannibalismo è una pratica diffusa, non esiste più l'istruzione, non esiste il denaro, e il commercio è regolato dal baratto. I film sono girati con un largo uso di filtri grigi.
Un uomo con gli occhiali da sole e lo zaino in spalla cammina su quella che doveva essere una strada, intorno a lui pochi edifici a pezzi, qualche cadavere su cui si avventano uccelli scheletrici.
Non conosciamo il suo nome, né la sua storia. Combatte come un ninja, ascolta musica da una specie di ipod e legge la bibbia, ma a parte questo.. Lo vediamo mangiare gatti randagi, quindi forse è vicentino.
Arriva in una cittadina e scopriamo che è per strada da trent'anni, sta andando a ovest ed è in missione per conto di Dio: forse per quello indossa sempre gli occhiali da sole. Non deve rifondare la band per salvare l'orfanotrofio, deve portare una Bibbia in un posto, ma la difficoltà è uguale, perché per ovest non ci sono più treni.
L'altra difficoltà è che il sindaco della cittadina è Dracula, e sta cercando la Bibbia perché così potrà comandare le persone, perché se hai la Bibbia la gente ti ascolta.
Eh?
A parte che la gente ti ascolta già, che se non ti ascolta la spari senza tante storie, ma che razza di sceneggiatura è?
Proprio a quel punto arriva Aragorn, che sta andando a sud perché gliel'ha detto sua moglie che è anche la moglie dell'astronauta, e si porta dietro suo figlio al quale continua a ripetere che presto moriranno per farlo smettere di fare i capricci.
“Non voglio mangiare la minestra!”
“Non è minestra, sono frattaglie di topo in acqua torbida, ma non importa se le mangi o no, perché tanto fra poco moriremo.”
“Vabbè, magari le assaggio.”
Dracula gli chiede perché ha quella faccia così triste, e Aragorn risponde che il suo film è drammatico in un modo angosciante, altro che questi preconfezionati hollywoodiani che alla fine sono western, ma senza cavalli.
“Si, vabbè, ma ce l'hai una Bibbia?”
“No, l'ultima se l'è presa Malcolm X senza spiegare dove né come”
“Dice che l'ha guidato una voce nella testa”
“See, una voce.. L'ha guidato una bottiglia!”
“Hahaha! 'Piombare qui con queste storie di maghi e indovini!' Che gran film!”
“E quando gli dice 'Di che segno è?' e i re magi rispondono 'Capricorno' e allora gli chiede 'E che tipi sono?' e loro..”
“..e loro rispondono 'Ma lui è il re dei giudei!' e lei fa 'Lo sono tutti i capricorni?'”
“Hahahaha! Stupendo!”
“Eeh non ne fanno più film così..”
“Più che altro non ne fanno più film, è sparita la civiltà e le persone si mangiano fra di loro”
“Eh già..”
“…”
“…”
“Beh, io andrei, che fino a sud è un sacco di strada..”
“Si, giusto, scusa.. Senti, non è che ce l'hai la Bibbia, vero?”
“Ma ti dico di no!”
“Scusa eh, ma qui nessuno ti racconta la verità, ti dicono di no poi gli spari in faccia e quando frughi nel cadavere scopri che ce l'avevano nascosta sotto la giacca. Mi fanno venire un nervoso, guarda..”
“A chi lo dici. Come quando ti invitano a casa loro e poi cercano di mangiarti!”
“Uh, non me ne parlare!”
“Vabbè, allora ciao eh?”
“Ciao, salutami tuo figlio.”
“Non mancherò”
Poi Aragorn se ne va verso sud e gli succedono delle robe tipo uno che gli spara dalla finestra, ma intanto Malcolm X è andato a farsi ricaricare l'ipod da Tom Waits, poi ha sbudellato un sacco di gente e ha conosciuto una che vorrebbe essere Lara Croft, ma non ha le sue tette.
Dracula fa arrestare Malcolm X, ma quello scappa, poi lo fa sparare da un sacco di persone, ma quello non si ferisce neanche, poi lo insegue nella prateria desolata e c'è una sparatoria pazzesca con la telecamera che fa avanti e indietro in una specie di piano sequenza che passa attraverso i muri come i proiettili, poi c'è il colpo di scena finale e alla fine c'è anche Lara Croft.
Lo spoiler è che Aragorn muore.


los guajiros de Cuba y otras jiripolleces

buena vistaChe poi il concerto di ieri è stato anche molto bello, nonostante rimanga dell’idea che la salsa migliore sia quella di pomodoro, perché se non balli è dura far passare un’ora e mezza. I musicisti erano veramente bravi, ma non ho realizzato di trovarmi di fronte a dei mostri sacri finché non ho capito che quel teddy boy con le orecchie a sventola che sembrava uno spaventapasseri postmoderno era Manuel Galbàn, di cui possiedo anche un cidi. Anche a guardarlo suonare la chitarra non avresti detto che fosse ‘sto fenomeno, anzi: durante il suo assolo prendeva una nota ogni tanto, giusto per far vedere che stava suonando lo stesso brano del batterista, eppure quel signore lì ha vinto anche un Grammy Award, proprio come Homer Simpson.

È che se un musicista non è bravo qui da noi finisci per non sapere neanche chi sia, con l’invasione di icone pop un tanto al chilo che c’è in Italia la qualità finisce per soccombere. Barbarito Torres, Guajiro Mirabal e il suo fazzoletto giallo, Amadito Valdès che picchia come un ossesso sulle congas, ho dovuto andarmeli a cercare per rendermi conto del tutto di chi ho avuto di fronte. Ieri sera erano dei vecchietti scatenati che suonavano, chi più chi meno, un son onesto.

Però anche da ignorante qualcosa l’ho capito:
– nella musica cubana le canzoni si costruiscono tutte con poche parole, guajiro, bomberos, guaguancò, ay mamà.
per un cubano è segno di grande virtuosismo suonare la chitarra dietro le spalle, perché evidentemente laggiù nessuno è capace di ricordare gli accordi e si suona guardandosi le mani.
– indossare una giacca bianca fa un casino centroamerica, ma il basco bianco è veramente oltre.

E poi mi sono comprato un libro di un tizio che si chiama Emanuele coverPodestà che fa lo scrittore giovane genovese e il direttore editoriale di una nuova casa editrice molto giovane e molto genovese che cerca autori. Il libro si intitola “La sindrome Di Bob Dylan” e la trama è un po’ complessa, ma quando Marzia ha saputo che c’è uno che squarta Alessandro Baricco ha voluto comprarlo a tutti i costi. Abbiamo chiacchierato un po’, ma non gli ho detto chi sono per non sentirmi ripetere come al solito “Mii! Pablo Renzi! Probabilmente il più grande scrittore contemporaneo!”, come recita la pagina del mio fan club su feisbuc, o “Mai sentito nominare”, come mi viene risposto altrettanto frequentemente, al che io rispondo “Cosa come? Non hai mai sentito parlare di Pablo Renzi? È lo scrittore che ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec!”.

Adesso vorrei andare a vedere Elio lì a Villa Serra, ma sono da solo, che la fidanzata ci ha il suq, e inoltre quando leggerà come ho tradotto "stronzate" nella sua lingua mi toglierà il saluto. Chi viene con me?


direttamente da Cannes

bannerANSA – Il pensiero di Juliette Binoche al regista iraniano incarcerato dal regime di Teheran Jafar Panahi, la vittoria di Elio Germano, migliore attore ex aequo con Javier Bardem, dedicata con polemica «agli italiani che fanno di tutto per rendere il paese migliore nonostante la loro classe dirigente» e le colorate formose strabordanti spogliarelliste di Tourneè di Mathieu Amalric. Questi i momenti da ricordare della cerimonia di chiusura del festival di Cannes che ha laureato il fantasioso film del regista thailandese di culto Apichatpong Weerasethakul, Oncle Boonmee who can recall his past lives (lo zio Boonmee che può richiamare le sue passate vite), appena acquistato per l’Italia dalla Bim.

– Can you really recall your past lives?
– Sure! With the recall button of my mobile phone!
– And what do they tell you when you recall them?
– Well, nothing. They’re.. you know.. dead.


le conseguenze delle conseguenze dell'amore

cinemaIeri ho passato la giornata a letto, che la sera prima ho mangiato del pesce cotto male e l’ho tenuto nello stomaco giusto il tempo di tornare a casa. L’incidente mi ha lasciato privo di forze e di allegria per tutta la giornata, non so se per aver vomitato o per aver buttato via una cena abbondante. Per passare il pomeriggio mi sono sciroppato un paio di film, e uno era quello di Sorrentino, quello che ha vinto anche i premi, ma si dai, quello che ne parlano tutti.

Per scrivere la recensione di un film come Le Conseguenze Dell’Amore dovrei attenermi allo spirito della pellicola e usare pochissime parole, ma non ne sono in grado, che io pochissime parole non le uso neanche per dire nome e cognome, quindi vado come sono solito andare, a muzzo, e a chi ha voglia di seguirmi ci vediamo in fondo.

Se comunque dovessi usare poche parole una di queste sarebbe “minimalista”, è un film visivamente ridotto all’osso, le inquadrature sono pieni di spigoli, linee rette, spazi vuoti, cerchi, che alimentano l’atmosfera rarefatta del film, e ti danno l’impressione di essere davanti a una foto-hardla, che però adesso non sto a spiegarvi che cos’è, dovete andarvela a cercare da voi.

I dialoghi sono essenziali, fra tutti i personaggi non credo ce ne sia uno che recita di seguito più di due pagine di copione, e quando arriva il chiacchierone col maglione colorato è proprio per accentuare la stagnazione in cui galleggia la storia. Copione, maglione, chiacchierone, stagnazione, va bene scrivere a muzzo, ma così un po’ mi vergogno.

Mi è piaciuta tantissimo la regia, ho scoperto che Paolo Sorrentino è un regista originale, fresco e intelligente, e in Italia sono in pochi a potersi fregiare di questi tre aggettivi, soprattutto se detti da me. Giusto io, ma non ho ancora diretto niente, perciò andrebbero applicati a quello che scrivo, e si finisce fuori tema. Mi è anche piaciuto molto Il Divo, anche più di questo, ma non dico quanto di più perché non voglio lasciar trapelare fino alla fine se sono rimasto soddisfatto o no. È una recensione che se avesse anche il fumo nero sarebbe Lost.

Mi è piaciuta la scarna colonna sonora, ho notato che Sorrentino ama l’elettronica, spero che prima o poi ci metta i Port Royal, che non sto a spiegarvi chi sono che già gli ho fatto sto bel marchettone, anche all’indecenza c’è un limite.

Ma veniamo alla storia, che è la nota dolente della pellicola.

C’è questo tizio dal nome che sembra un personaggio delle mie storie, Titta Di Girolamo, un cinquantenne silenzioso dagli hobby discutibili, che vive in una stanza d’albergo in una città svizzera che non mi ricordo, una di quelle al confine con l’Italia, non più bauscia ma non abbastanza heidi, e non fa una beata minchia. Ogni tanto telefona alla moglie e la tiene delle ore al telefono senza dirle niente, si fa passare i figli e non dice niente neanche a loro, poi scende al bar e guarda la barista, che è una bellissima ragazza, con gli occhi da husky e la stessa recitazione. Ad un certo punto prende la macchina, gira un’ora per andare in banca e rompe le palle a cinque impiegati per farsi contare a mano una tavolata di dollari.

Non sto a raccontare oltre per non rovinare la sorpresa (?) a chi non l’ha visto, ma il film è pieno di situazioni improbabili come questa, anzi, direi che con tutti i suoi dialoghi eterei, le frasi ad effetto come un libro di Baricco, le situazioni accennate, le occhiate lunghe finisce per dipingere un quadro tanto elegante e complesso, che però quando ti avvicini ti accorgi che non mostra niente. Non c’è una storia sensata, dei bei dialoghi, ma andrebbero bene anche dei dialoghi brutti, basta che si dica qualcosa di concreto ogni tanto! Quando finalmente succede qualcosa sei già a tre quarti di film, e Servillo, peraltro bravissimo, fa l’unica cosa che non ti aspetti in un personaggio come il suo, ammazzando la già scarsa credibilità che si era costruito.

Insomma, a me sto film qui non mi è mica piaciuto, è presuntuoso, finto, freddo, distaccato, troppo mascherato da film intellettuale, troppo preso a celebrarsi per raccontare una storia coinvolgente.

E quando è finito mi giravano anche un po’ le balle oltre che lo stomaco, perché avrei potuto passarle meglio quelle due ore, magari dormendo, e ho realizzato che le conseguenze dell’amore non ho mica capito quali siano, che su di me sono state parecchio diverse, tutte le volte che le ho provate. Ma magari dovrei andare a innamorarmi in Svizzera, si sa che quelli sono un popolo strano, evidentemente loro quando si innamorano lo fanno così, con gli spigoli, le rette, le banche, le macchine di lusso e le belle bariste che non sanno recitare; e magari sono freddi e autocelebrativi anche loro, ma si vede che alle svizzere piace.
Domani vado dal macellaio e ne compro un paio, vi farò sapere.



wado a Wedere Wu Ming

“C’è Wu Ming al Buridda!”, mi annuncia il Subcomandante già in assetto da guerra, con borsa CCCP a tracolla e pipa di ordinanza. “Preparati che andiamo!”

“Al Buridda? Ma è un centro sociale Okkupa E Preokkupa! E se mi offrono una canna? E se arriva la polizia? E se offrono una canna alla polizia?”

Il Subcomandante mi percuote l’autostima col suo ricco epitetario, e in barba al freddo ci mettiamo in strada.

Appuntamento alle ottoemmezza sotto il Buridda, arriviamo prima e andiamo a mangiare farinata in un buco fighissimo stile bettolaccia alla buona. “Stile”, perché nonostante la cura dei particolari il listino prezzi è quello di un ristorante recensito dall’Espresso, uno di quei posti da comunisti ricchi dove una pizzetta formato panificio ti costa diecieuri belli secchi, roba che quando l’hanno portata alla signora impellicciata accanto a noi ancora un po’ sviene, che visto il prezzo si aspettava come minimo una ruota di camion.

Quando arriva Lucilla ci facciamo prelevare un rene per saldare il conto e ce ne andiamo al centro sociale.

Io conosco l’edificio per averlo frequentato ai tempi in cui ospitava la facoltà di economia, e lo trovo un po’ cambiato, ci sono scritte che allora non avevo notato, forse perché troppo affollato.

Eppure quel grosso cazzo multicolore di due metri per tre che campeggia all’ingresso credo che avrebbe attirato l’occhio anche allora..
Sono comunque sorpreso, mi aspettavo scritte tipo Sbirribastardi, o Mortealpapa, e invece niente, solo disegni e neanche malfatti. Vado in bagno e non c’è niente neanche lì. Per fortuna mi sono portato il pennarello e un paio di porchidii dietro la porta ce li aggiungo io.

Nella sala degli incontri si mangia della grossa, una quindicina di personaggi dall’aspetto tipico del centro sociale chiacchiera e sganascia. Lucilla si ferma a salutarne metà, dati i suoi trascorsi da scammurriata si è fatta parecchie amicizie.

Finalmente ci sediamo e si comincia, la sala è bella piena, arriva Wu Ming 1 accompagnato da un “esperto di cultura pop” o qualcosa del genere e da una che ha scritto un libro sul collettivo di scrittori. Vengono presentati, ma non si fa in tempo ad andare oltre che prende la parola un altro tizio allampanato, che sale sul palco e si presenta:
“Brutto stronzo di merda!”, dice al Wu Ming presente, e mi sa tanto che non è venuto a farsi autografare Manituana.

Insomma viene fuori che questo qui dieci anni fa ha scritto degli articoli critici “ma molto corretti” sui Wu Ming, e loro per ringraziarlo hanno dato il suo nome a un poliziotto bastardo in un film. L’ha presa poco sportivamente e da allora cerca di rompere i coglioni a tutte le presentazioni del collettivo che si tengono a Genova.
Per fare ciò legge una dichiarazione in cui spiega le sue ragioni e ogni tanto si volta verso l’invitato e lo rimanda a fare in culo.

Devo dire che la faccenda sembra interessante, la dichiarazione è esauriente e le sue ragioni non sembrano neanche tanto assurde, se riusciamo a dimenticarci che stiamo parlando di una vicenda vecchia di dieci anni e anche piuttosto ridicola, ma ognuno è padrone di offendersi come vuole, e alla fine gli faccio anche un applauso sincero: io non sarei stato capace di salire sul palco davanti a una folla ostile e prendermi una riga di insulti solo per dire la mia.

È che la cosa non si ferma lì, tra un vaffanculo di qua e un merda di là c’è sempre quello che esagera e la presentazione del libro finisce a manate in faccia, cadono i microfoni, le luci, la gente si alza e se ne va, questo che continua a urlare, quelli di là che gli dicono di tacere, Wu Ming e i suoi si scoglionano e se ne vanno prima di finire allo spiedo. 

Li imitiamo. Marzia è furibonda, che è uscita con la febbre per vedere i suoi scrittori preferiti e si è ritrovata con un pugno, e neanche di mosche; io devo dire che mi sono divertito, che vedere Ammaniti è stato simpatico, ma questa presentazione era molto più coinvolgente. Anche meglio del libro, direi!

Wu Ming