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wishlist

Quest'anno mi è successa una cosa strana, forse per l'inquinamento, forse perché sono un cazzaro, fatto sta che il mio compleanno si è spalmato per tutto il mese di gennaio. Gli auguri dagli amici sono arrivati puntuali, sebbene a scaglioni, e c'è anche chi me li ha fatti più volte, forte del motto "è sempre il momento giusto per fare gli auguri a Pablo!".
Ora però capita che il mio compleanno arrivi veramente, e la mia gioiosa fidanzata mi sta tormentando perché scriva una wishlist.
Non ho capito bene cosa dovrebbe farsene, ma mi spiace contraddirla, perciò mi sono sbattuto e ho tirato fuori quella che ritengo essere l'unica lista possibile di Wish, salvo omonimie a me sconosciute.

Wish (track)list:

  1. Open (6:51)
  2. High (3:37)
  3. Apart (6:38)
  4. From the Edge of the Deep Green Sea (7:45)
  5. Wendy Time (5:13)
  6. Doing the Unstuck (4:25)
  7. Friday I'm in Love (3:38)
  8. Trust (5:33)
  9. A Letter to Elise (5:14)
  10. Cut (5:56)
  11. To Wish Impossible Things (4:44)
  12. End (6:47)

Mi ha fattto piacere buttarla giù, anche se ci è voluto solo un pugno di secondi, giusto il tempo di copiaincollare da wikipedia, perché anche se è un po' che non lo ascolto Wish rimane uno dei miei dischi preferiti.
Mi ricordo quando un amico mi fece la cassetta, era la primavera del 1992, Telecittà ospitava sulle proprie frequenze il primo embrione di mtv, pieno di veejay ambigui come Paul King o ambigui e ciccioni come Steve Blame, e le conduttrici bionde, come dimenticare Rebecca De Ruvo? O quell'altra, quella che non mi ricordo il nome..
Per me fu la rivoluzione, passavo i pomeriggi a guardare i video dei miei gruppi preferiti, e scoprivo che c'erano un sacco di gruppi da aggiungere ai miei preferiti, musicisti che non avevo mai sentito nominare e che avrei dimenticato dopo un paio di settimane!

Però capitava anche quella volta in cui il singolo del gruppetto sconosciuto restava in testa un po' più a lungo..

“L'hai visto il video di quel gruppo nuovo su mtv?”, mi chiede Paolo.
“Quale?”
“Non mi ricordo come si chiamano, ma è una figata, c'è il gruppo che suona, le ballerine coi ponpon e la A di anarchia disegnata sul vestito. Picchiano di brutto!”
“No, non mi sembra. Un gruppo nuovo hai detto?”
“Si, un nome tipo.. paradiso..”

La canzone si chiamava Smells Like Teen Spirits, il gruppetto sconosciuto aveva Kurt Cobain alla voce e io avevo tutte le possibilità del mondo in mano e nessuna voglia di sceglierle.

 

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le fabuleux destin de Pablèlie Poulin

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La seconda parte della vacanza comincia alla piazza Charles De Gaulle, quando esci dalla metropolitana e ti trovi di fronte all'Arco di Trionfo.

 

 

È una bella abitudine questa dei parigini, di costruire i monumenti proprio all'uscita delle metro, che arrivi in cima alle scale e ci resti basito, come gli avventori al bar di Amèlie.

Che poi a me l'arcdetrionf neanche piace, così napoleonico, aquile dappertutto foglie fasci edere gentechesinchina, è più fascista dell'architettura fascista, che quella un po' mi piace, così squadrata e priva di gusto da finire per essere la caricatura di uno stile, o forse è perché mi ricorda gli sfondi dei fumetti di Krazy Kat.

Veniamo giù per gli Champs Elysèes con la ferma intenzione di visitare le Galeries Lafayettes prima di entrare al Louvre, che Marzia se non vede due scarpe non quieta.

Eccoci all'Elysèe, non c'è traccia dei grandi magazzini né di Carlà, proviamo ad andare avanti.

Questo è il Grand Palais, dove è allestita la mostra di Monet di cui sono andati esauriti i biglietti appena è cominciata. E i Lafayettes? Saranno dopo.

Ecco il Petit Palais, che i marinai considerano molto più importante del fratello maggiore perché una delle stelle che lo compongono indica sempre il nord. Ma i grandi magazzini non ci sono. E si vede che sono più avanti.

Ed eccoci in Place De La Concorde, e di gallerie lafaiette neanche l'ombra,nè di Carlà, né delle sue scarpe. Marzia è inferocita, ha appena scoperto sulla mappa che si trovano tutti in Boulevard Haussmann, a due passi dall'Opèra, c'eravamo ieri, stronzo!Vorrebbe farmi ripercorrere gli Sciampi di Elisa a calci in culo fino all'Etoile, ma ha male a un piede e c'è da visitare il Louvre.

Il Louvre in breve è impossibile, ma ci si prova. Intanto salti la coda facendo il biglietto alla FNAC, ed è più di un'ora risparmiata. Poi decidi che non vedrai alcune sezioni, fa male ma è necessario. Ho visto uomini più forti di me smarrire la ragione e aggirarsi per la Grande Galerie alla ricerca di un tabacchino, un altro ha aspettato tanto di trovarsi al cospetto della Gioconda che per sopravvivere si è mangiato i figli e poi si è venduto i loro iPod, e voi state ancora al Conte Ugolino.

Del Louvre mi è piaciuto:

  • la risata della signorina al ristorante quando mi ha elencato i contorni: “riz, frites..” e le ho risposto preparatissimo: “Oui, riz frite est parfait!”;

  • l'emozione di trovarmi da solo di fronte a un capolavoro assoluto: Fulmine Divino Contro Il Terribile Uomo Talpa;

  • le scale per accedere ai piani superiori, da cui un tempo scendevano donne dalle gonne ampie e la pelle d'oca, che riscaldare un palazzo di quelle dimensioni non era impresa da poco;

  • la ressa pazzesca davanti alla Gioconda non mi è piaciuta, ma mi ha permesso di godermi un paio di quadri nella stessa stanza senza turisti a sgomitarsi la prima fila, quindi alla fine mi è piaciuta anche lei;

  • le due tele di Gericault e Delacroix, la Zattera della Medusa e soprattutto La Libertà Che Guida Il Popolo, una accanto all'altra per ragioni che la mia professoressa di arte saprebbe spiegare meglio di me, io mi limito a starci davanti e sospirare;

  • la competenza della mia guida, di fronte alla quale ho saputo solo mostrare le mie doti di cazzaro descrivendo “Gesù Alza Le Mani Su Un Tizio”, che fra l'altro non è neanche mia;

  • la vetrina con le armature dei gladiatori, che mi hanno riportato ai fumetti di Asterix, e voi tenetevi pure Bisteccone Rasselcrò;

  • la cortesia della signora che mi ha ricordato che per usare il cavalletto occorre un'autorizzazione apposita. Ochei, però erano già due ore che me lo portavo appresso per le sale e almeno dieci minuti che stavo lì a misurare le distanze fra me e la Venere di Milo, avrei avuto tutto il tempo di andare là e staccarle la testa, mi pare che il Louvre in quanto a misure di sicurezza lasci un po' a desiderare.
    Ti controllano all'ingresso, neanche troppo, giusto lo zaino nello scanner come all'aeroporto, ma se hai dell'acquaragia nella bottiglia d'acqua non gli frega, e intanto dentro l'unica opera davvero sorvegliata è la Gioconda, se volessi buttare giù a spallate il Codice di Hammurabi non so se riuscirebbero ad impedirmelo. Si vede che i vandali di solito ambiscono solo all'eccellenza.

Del Louvre non mi è piaciuto:

  • la gente che fa le foto col flash sbattendosene dei divieti. Le tele si deteriorano, e siccome le tele esposte sono di tutti sono un po' anche mie, ed è quindi normale che ogni volta mi venga voglia di ficcarla in gola al proprietario, la macchina fotografica;

  • quelli che si mettono in posa davanti alle opere. Li schifo in generale, ma specialmente le donne, che si mettono di tre quarti e fanno la faccia maliziosa, sfoggiano sorrisi sornioni come se ti mostrassero il completino sexy appena comprato a Pigalle, mentre alle loro spalle accade di tutto: Giuditta decapita Oloferne, eserciti si sbudellano, crollano imperi, si versano fiumi di sangue, si compiono tragedie inenarrabili, e loro sempre lì, con l'espressione più ambigua che sanno inventare.
    Sono dappertutto, al cimitero appoggiate alla tomba di Baudelaire, al museo davanti a Marat assassinato nella vasca, agli Invalides sotto il sarcofago di Napoleone, sono sempre presenti e cercano sempre di sedurre il fotografo. Si vede che lui si eccita solo così.

  • Ma anche quelli che non ci si mettono, in posa, e stanno così, amorfi, le braccia lungo i fianchi e la faccia inespressiva, e ricordano certi pescioni tenuti per la branchia dal pescatore sorridente davanti all'obiettivo.
    Anche loro sono stati pescati, in un certo senso. Il quadro è il pescatore col cappello verde pieno di ami, che sorride al fotografo, e loro non possono che starsene appesi a bocca aperta e occhio vitreo, al limite domandare alla fine “com'è venuta?”.


Il simbolo di Parigi ce lo siamo tenuto per ultimo.

Spassky consiglia di scendere al Trocadero e svoltare l'angolo per trovarsela di fronte tutta in una volta, bellissima e orribile e bellissima.

Anche la prima volta mio padre mi fece fare lo stesso percorso, e anche allora era una mattina appena dopo la pioggia. Ho svoltato l'angolo e sono piombato in un ricordo vecchio venticinque anni, solo che stavolta da Dante sono diventato Virgilio.

Spassky consiglia anche di portarsi in vacanza una compagna di viaggio che non soffra di vertigini, perché se per salire in ascensore bisogna farsi ore di coda è possibile affrontare le scale a chiocciola senza alcuna attesa, ma solo con qualcuno che non tema le altezze.
Già che ci siete ricordatevi di portare con voi antiinfiammatori e analgesici, che a camminare tanto si rischia la tendinite, ma non mi lamento, abbiamo fatto più strada dei fanti in Russia, un'altra avrebbe ceduto e sarebbe tornata in albergo.

L'Hotel des Invalides da solo non vale il biglietto d'ingresso, che se Napoleone aveva manie di grandezza mica da ridere Luigi XIV ne aveva il doppio, e se non ti interessa visitare il Musèe de l'Armèe (notevole, peraltro) finisci per pagare il biglietto solo per la tomba di Napoleone, un grosso muffin pettinato come il cugino fortunato di Paperino, o la testa di Betty Boop, e una volta che sei entrato e l'hai vista e hai notato la ragazza che ci sta in posa davanti con l'espressione sorniona non c'è più molto da fare. Resti lì dieci minuti, ti guardi il plastico dell'edificio, scendi nella cripta per riguardarla da sotto, noti un'altra ragazza in posa languida, al limite ti siedi e ascolti quel continuo rimbombo che arriva da qualche parte lì intorno e ti chiedi cosa sia. Booom! Booom! Sembrano salve di cannone, sarà mezzogiorno? Booom! Booom! Continuano, irregolari, forse è una sezione del museo lì accanto che proietta dei filmati, o qualcosa del genere.

Quando stai per uscire fermati un attimo all'ingresso e svelerai il mistero: è la porta a molla, quando si chiude sbatte, e il rimbombo viene amplificato dalla cupola della cappella. Suggestivo.

Da lì alla Gare d'Orsay non ci vuole molto, si fa tranquillamente a piedi, e si arriva al museo degli impressionisti dal retro, dove si trova un chiosco di giornali. Vende anche i biglietti d'ingresso senza sovrapprezzo, solo che non lo sa nessuno, ma non nessuno tipo che ci trovi una decina di turisti, nessuno tipo nessuno, tipo che arrivi e c'è lui che sbadiglia, e tu ti paghi i tuoi otto euri ed entri davanti al guardaroba, saltando la biscia chilometrica di persone che aspettano fuori al freddo.

Dal museo degli impressionisti usciamo scarsamente impressionati, tutto Monet è stato spostato al Grand Palais per una mostra di cui non si trovano biglietti da due anni prima dell'apertura, e anche gli altri capolavori sono sparsi per tutto il mondo. Vale comunque una visita, ma è un museo zoppo, ce lo giriamo in un'ora e mezza e abbiamo ancora il tempo di andare a fare shopping nei dintorni dell'hotel.

Due tre recensioni che neanche la Lonliplène:

HOTEL DU MOULIN: Piccolo albergo gestito da una famiglia di coreani, serve essenzialmente clienti di quella parte di mondo, tanto che le indicazioni nelle camere sono scritte in francese e in ideogrammi. Se siete di poche pretese il posto è molto pulito e il personale gentile, e Rue des Abbesses è una base fantastica per girare la città, con due fermate della metro a disposizione, o per rilassarsi fra brasseries e negozietti. È una strada frequentata più che altro da parigini, senza l'invasione di turisti e botteghe di souvenirs che trovate appena più in alto, nei pressi della Basilique du Sacre Coeur, o di sexy shop e locali ambigui che stanno appena sotto, in Boulevard de Clichy, in piena Pigalle.

L'unico neo dell'hotel è la temperatura delle camere, sempre che non vi disturbi svegliarvi di notte con le lenzuola che fumano.

Dopo alcuni giorni realizziamo che i servizi offerti dall'albergo non si discostano dall'essenziale: il personale non ha adattatori per la corrente (le prese francesi non hanno il terzo foro centrale), se ti senti male non hanno termometri per misurarti la febbre, non puoi mangiare in camera a meno che tu non stia morendo e non puoi mangiare nella saletta colazioni perché disturbi i clienti coreani che hanno pagato per la pensione completa.
Dovessi tornare a Parigi sceglierei sicuramente la stessa via, ma forse mi orienterei verso un altra sistemazione, tanto c'è abbondanza.

LES DIX VINS: Piccolissimo ristorante nella via che corre fra Rue des Abbesses e Boulevard de Clichy, di cui però non ricordo il nome. Lo staff è simpaticissimo, ed è composto dal cuoco, dal cameriere, dal barista e dal maitre di sala, tutti in un unico signore rotondetto che ride sempre. Il menu è identico tutte le sere, con 17.50 euri puoi scegliere fra quattro cinque entrèes, quattro cinque pietanze e altrettanti dolci, niente di elaborato, ma molto gustosi e ben presentati. L'esiguità del personale limita il numero dei clienti ammessi, se ci sono solo due persone entrate pure, se ce n'è una a un tavolo più un gruppo di dieci seduto un po' più in là lasciate perdere perché vi manda via, anche se gli altri tavoli sono tutti liberi.

LE RELAIS GASCON: Le insalate giganti piene di roba non sono un piatto che ordino spesso, in genere ti riempiono subito ma dopo un quarto d'ora hai più fame di prima, ma in questo ristorante specializzato in cucina del sud-ovest ne preparano certe veramente sostanziose, traboccanti di ingredienti e coperte da uno strato di patatine fritte tagliate à la Lucilla (a rondelle invece che a bastoncino). Se non amate la verdura potete provare uno dei numerosi piatti di carne, non so dirvi, ma a vederli passare sembravano ottimi.

IMPORTANTISSIMO! Non ordinate il gateau basque!

Può capitare che vi venga voglia di assaggiare quello che ritenete essere un dolce tipico della cucina basca, non ne sapete nulla e avete già mangiato parecchio, ma la curiosità è più grande dello stomaco. Può capitare che mentre aspettate vediate passare dolci carichi di panna montata, quelle fettazze che quando ti scendono nell'esofago sono letali come slavine, e vi sentiate male all'idea di doverne affrontare una.
Può capitare, però, che la cameriera vi metta davanti un dolce composto solo da fette di mela cotta, e che la sua vista vi rincuori e lo attacchiate subito con vigorose cucchiaiate.
A questo punto può capitare che l'altro cameriere, quello indiano, si accorga che vi è stata servita la tarte tatin al posto del dolce basco, e cerchi di rimediare togliendovi il piatto da sotto, ma il gateau basque è una di quelle cose micidiali di prima, e non volete mica morire in un ristorante parigino, e poi avete già cominciato a mangiarlo e giurate al cameriere che va benissimo così.

Il cameriere, come detto, è indiano, ma in lui batte un cuore indipendentista, e accoglie il vostro rifiuto come un'oltraggio alla causa dei suoi fratelli baschi.
Oltretutto la tarte tatin costa 50 centesimi più dell'altra, stai a vedere che la differenza ce la deve mettere lui.
L'incidente diplomatico è evitato quando accettate di pagare voi il sovrapprezzo, ma ormai vi siete fatti un nemico in sala: vi butta davanti il conto senza chiedervi se vi vada un caffè, e dopo aver preso i soldi quasi il resto ve lo tira addosso.
Per fortuna dopo il dolce non vi rimane che uscire, se foste stati al primo rischiavate di farvi sputare nel piatto per tutta la cena.

LES DEUX MOULINS: Questo bistrot in Rue Lepic è meta di pellegrinaggio dall'uscita del film Il Meraviglioso Mondo Di Amèlie, girato in buona parte lì dentro, ma nonostante l'afflusso continuo di persone un posto a sedere si trova sempre.
La cucina è sufficiente, niente di memorabile, il cameriere è distratto e sbaglia quasi tutte le ordinazioni.

La vera delusione però è la crème brulèe, che traccia un solco profondo fra l'illusione della pellicola e la brutalità della realtà. Per appassionati.

E qui le foto:
 

Paris 2011

Parigi in pillole

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Cose da ricordare del primo giorno a Parigi:

  • il vecchietto grassottello con la faccia da barbone e il bastone verde per raccogliere la carta, che nel sottopassaggio di servizio alla Stazione Centrale di Milano non ha saputo indicarmi un bagno nei paraggi, ma mi ha suggerito di pisciare in un angolo qualsiasi, che non si meritano altro, aggiungendo poi: “E' una repubblica difficile”;

  • il guardiano che dentro la Basilique du Sacre Coeur mi ha beccato a fare foto al coro delle suore e mi ha sgridato con severità, chiedendomi di cancellare quelle già scattate. Alla fine mi ha lasciato tenere l'unica venuta bene, forse era solo un appassionato che soffre a vedere immagini sfocate. Magari non mi stava neanche dicendo “delete”, ma “d'èlite”, nel senso di “le migliori”, chissà;

  • la puzza di bruciato della crèperie accanto ai Jardins du Luxembourg, che mi si è attaccata alla giaccavento e mi accompagnerà fino al ritorno in Italia;

  • i mosaici di Space Invaders in giro per Montmartre, che forse non sono davvero quelli di Invader, ma una qualche imitazione;

  • il bar di Amèlie, perennemente affollato e il suo fruttivendolo, dove invece non passa nessuno;

  • la tomba di Degas al cimitero di Montmartre, dove la gente passa senza voltarsi e ti chiede con la faccia più drammatica che può dove sia sepolto Stendhal.

 

E comunque la creme brulèe al bar di Amèlie è più bella che buona, e soprattutto non ha la crosta da rompere col cucchiaino, che è come disegnare i baffi alla Gioconda.

L'albergo invece è bello pulito, anche se le camere sono piccole e spoglie. Se lasci una maglietta per terra te la ritrovi piegata, se ci lasci una penna la ritrovi sul tavolo allineata al quaderno, se non avevi il quaderno te lo procurano loro, e se gli strappi tutti i fogli e li spargi sul pavimento quando torni ci trovi tanti origami.

Il secondo giorno è dedicato al culto dei maratoneti morti, la mattina il cimitero di Père Lachaise a girare allegramente per tombe, il resto del giorno a marciare con passo da atleta avanti e indietro per il Marais, l'Ile De La Citè, il Quartier Latin e quell'area che va dall'Opèra a Tuileries.

Ecco un riassunto:

Jim Morrison ha uno sbirro a sorvegliarlo per l'eternità, e come contrappasso non c'è male;

va bene, Oscar Wilde, Chopin, Rossini e Yves Montand li conoscete tutti, ma la tomba di Camille Pissarro ha i gatti morti stesi sopra;

Invader ha invaso il Marais, quando ho visto il draghetto di Bubble Bobble avrei voluto abbracciarlo, ma all'alieno di Space Invaders fatto coi cubi di Rubik ero pronto ad abbracciare anche la sua religione;

dopo la terza visita al Centro Pompidou non ho ancora capito se mi piace o lo detesto;

Notre Dame è più bella di dietro, e neanche stavolta la coda mi ha convinto che valesse la pena andare a vedere i gargoyles;

all'inizio di Rue des Ecoles c'è un signore che ama Star Wars anche più di me;

l'ora blu a Parigi è un casino, dovresti essere sotto ogni monumento col tuo bel cavalletto già montato, o stare in città un paio di mesi a fare solo fotografie tra le sei e le sette;

le decorazioni natalizie non mi piacciono a Natale, a gennaio sono un fastidio, in Place Vendome un crimine;

ci sono ristoranti a Montmartre dove ordinare il dolce basco può garantirti sguardi cattivi dal cameriere indiano per il resto della cena.


Le pablog au cinèma: The Book Of Eli hits The Road

bannerAttenzione, questa recensione contiene degli spoiler, che non sono le robe che i tamarri si attaccano alla fiatpunto per farla sembrare più aerodinamica, ma delle rivelazioni sulla trama del film che quando le hai lette non te le dimentichi più e ti rovinano la sorpresa del film, a meno che non te le fai rimuovere chirurgicamente tramite una delicata operazione che consiste nel farsi tirare via il cervello, metterlo in candeggina per mezza giornata e poi reinserirlo nell'apposito scomparto stando attenti a ricollegare bene tutti i fili sennò succede un casino e ti ritrovi a non sapere più che film volevi vedere e finisci col trovarti seduto in un multisala davanti a Massimo Boldi che ripete “Me la ciula me la ciula!”. Giuro, a un mio amico è successo.
Un futuro imprecisato. L'umanità è stata decimata da una guerra che ha lasciato solo macerie, desolazione e polvere. I pochi superstiti che non sono regrediti a barbari cercano di sopravvivere in un mondo in cui vige la legge della violenza. Il cannibalismo è una pratica diffusa, non esiste più l'istruzione, non esiste il denaro, e il commercio è regolato dal baratto. I film sono girati con un largo uso di filtri grigi.
Un uomo con gli occhiali da sole e lo zaino in spalla cammina su quella che doveva essere una strada, intorno a lui pochi edifici a pezzi, qualche cadavere su cui si avventano uccelli scheletrici.
Non conosciamo il suo nome, né la sua storia. Combatte come un ninja, ascolta musica da una specie di ipod e legge la bibbia, ma a parte questo.. Lo vediamo mangiare gatti randagi, quindi forse è vicentino.
Arriva in una cittadina e scopriamo che è per strada da trent'anni, sta andando a ovest ed è in missione per conto di Dio: forse per quello indossa sempre gli occhiali da sole. Non deve rifondare la band per salvare l'orfanotrofio, deve portare una Bibbia in un posto, ma la difficoltà è uguale, perché per ovest non ci sono più treni.
L'altra difficoltà è che il sindaco della cittadina è Dracula, e sta cercando la Bibbia perché così potrà comandare le persone, perché se hai la Bibbia la gente ti ascolta.
Eh?
A parte che la gente ti ascolta già, che se non ti ascolta la spari senza tante storie, ma che razza di sceneggiatura è?
Proprio a quel punto arriva Aragorn, che sta andando a sud perché gliel'ha detto sua moglie che è anche la moglie dell'astronauta, e si porta dietro suo figlio al quale continua a ripetere che presto moriranno per farlo smettere di fare i capricci.
“Non voglio mangiare la minestra!”
“Non è minestra, sono frattaglie di topo in acqua torbida, ma non importa se le mangi o no, perché tanto fra poco moriremo.”
“Vabbè, magari le assaggio.”
Dracula gli chiede perché ha quella faccia così triste, e Aragorn risponde che il suo film è drammatico in un modo angosciante, altro che questi preconfezionati hollywoodiani che alla fine sono western, ma senza cavalli.
“Si, vabbè, ma ce l'hai una Bibbia?”
“No, l'ultima se l'è presa Malcolm X senza spiegare dove né come”
“Dice che l'ha guidato una voce nella testa”
“See, una voce.. L'ha guidato una bottiglia!”
“Hahaha! 'Piombare qui con queste storie di maghi e indovini!' Che gran film!”
“E quando gli dice 'Di che segno è?' e i re magi rispondono 'Capricorno' e allora gli chiede 'E che tipi sono?' e loro..”
“..e loro rispondono 'Ma lui è il re dei giudei!' e lei fa 'Lo sono tutti i capricorni?'”
“Hahahaha! Stupendo!”
“Eeh non ne fanno più film così..”
“Più che altro non ne fanno più film, è sparita la civiltà e le persone si mangiano fra di loro”
“Eh già..”
“…”
“…”
“Beh, io andrei, che fino a sud è un sacco di strada..”
“Si, giusto, scusa.. Senti, non è che ce l'hai la Bibbia, vero?”
“Ma ti dico di no!”
“Scusa eh, ma qui nessuno ti racconta la verità, ti dicono di no poi gli spari in faccia e quando frughi nel cadavere scopri che ce l'avevano nascosta sotto la giacca. Mi fanno venire un nervoso, guarda..”
“A chi lo dici. Come quando ti invitano a casa loro e poi cercano di mangiarti!”
“Uh, non me ne parlare!”
“Vabbè, allora ciao eh?”
“Ciao, salutami tuo figlio.”
“Non mancherò”
Poi Aragorn se ne va verso sud e gli succedono delle robe tipo uno che gli spara dalla finestra, ma intanto Malcolm X è andato a farsi ricaricare l'ipod da Tom Waits, poi ha sbudellato un sacco di gente e ha conosciuto una che vorrebbe essere Lara Croft, ma non ha le sue tette.
Dracula fa arrestare Malcolm X, ma quello scappa, poi lo fa sparare da un sacco di persone, ma quello non si ferisce neanche, poi lo insegue nella prateria desolata e c'è una sparatoria pazzesca con la telecamera che fa avanti e indietro in una specie di piano sequenza che passa attraverso i muri come i proiettili, poi c'è il colpo di scena finale e alla fine c'è anche Lara Croft.
Lo spoiler è che Aragorn muore.


Ronco Scrive

Anni fa, grazie al supporto economico della pro loco, fondai con i miei amici una specie di giornale di una sola pagina, ripiegato in tre come le lettere che la banca ti manda per farti sapere che ti chiuderà il conto dato che sei in rosso di svariati miliardi e ha pure il sospetto che sia stato tu a scassinarle il bancomat la settimana scorsa. Era il precursore del Foglio di Ferrara, e se lo avessi saputo col cazzo che partecipavo, ma allora eravamo puri, io e i miei amici, e ci mettemmo il cuore e l'impegno.
Si chiamava Ronco Scrive, quasi come il paese in cui abitavamo; ci occupavamo di cose di nessuna importanza, racconti, ricette, pensieri sparsi.. Io curavo una rubrica di consigli femminili che si chiamava I Consigli Di Renza, e mi firmavo invertendo nome e cognome: Pablo Renza. Dispensavo informazioni utili, tipo cosa fare se un cinghiale ti viene a vivere in bagno, o come nascondere il cadavere di tuo marito dopo che l'hai ucciso col frullatore, cose che possono sempre tornare utili a una casalinga di un piccolo paese.

Il giornale ebbe vita breve, da una parte il direttivo della pro loco voleva che scrivessimo quanto era bella la sfilata di natale cui partecipavano cinque persone compresi i tre membri dell'associazione più la moglie e il figlio di uno dei tre, dall'altra si era manifestata l'ostilità di alcuni lettori, che si sentivano vituperati dai nostri articoli.
E quando dico alcuni intendo dire uno, una signora che si chiamava Renza per davvero, e che temeva di venire scambiata per l'autrice delle mie scempiaggini.
Cosa volete che vi dica, in un piccolo paese ci sono così poche opportunità per svagarsi che ognuno si arrangia come può.
Mi telefonò un giorno per manifestarmi tutto il suo disappunto, e mi diffidò a firmarmi ancora col suo nome. Così feci, non mi andava di dare un dispiacere a una lettrice affezionata, e poi le sue ragioni erano talmente evidenti che come facevo a rifiutare? Scrissi subito un pezzo che venne pubblicato nel numero successivo, in cui le chiedevo scusa, ma non intendevo cambiare nome, e sai che c'è? Vaffanculo.

Chiudemmo comunque dopo un mese, ma almeno mi ero tolto una soddisfazione.

L'ho incontrata per strada poco fa, la vera Renza, col colbacco e gli occhiali da sole rotondi, sembrava Yoko Ono. E non mi ha salutato. Evidentemente mi serba ancora rancore per quell'episodio, ma bisogna capirla, sono passati tanti anni, ma il paese non ha migliorato la propria offerta in fatto di svaghi.

Ho pensato di omaggiarla, Renza, e contemporaneamente di mostrarvi un esempio della rubrica che curavo allora. Faceva più o meno così:

 

I consigli di Renza – Cosa fare se incontrate Yoko Ono per strada.

Care amiche, con l'avvicinarsi delle feste natalizie è probabile che alcune di voi decideranno di partire per un bel viaggio, e cosa c'è di meglio di New York, la città che non dorme mai, con le sue vetrine sempre luccicanti?
Le Maldive, per esempio, ma metti che ci siete già state.
Ma New York non è solo la città dello shopping, qui ci vivono molte delle celebrità che vedete sempre sui giornali più ricchi di questo, quelli che si possono permettere anche le foto!

Pensate, siete lì che camminate sulla Quinta Strada, il naso in su ad ammirare i grattacieli, e tutto ad un tratto vi trovate faccia a faccia con Yoko Ono! Non sarebbe incredibile?
Dovesse capitarvi non potete assolutamente rischiare di fare brutte figure, dovete cogliere l'occasione per lasciare il segno!

Innanzitutto cercate di assicurarvi che sia davvero lei: se ha gli occhiali scuri e un buffo cappello potete stare tranquilli, ma se indossa una camicia coreana e ha i capelli a spazzola correte via! È Kim Jong Il, il dittatore nordcoreano!

Una volta rassicurati sull'identità della signora potete fare le presentazioni. Occhio alla pronuncia, anche se l'aspetto potrebbe ingannarvi il suo nome si pronuncia con la enne, non con la emme. E per carità, se vi chiamate Chapman usate il cognome di vostro marito!

A questo punto, se avete giocato bene le vostre carte, la signora Ono si sarà fermata volentieri a scambiare due chiacchiere con voi: ditele che avete quasi tutti i suoi dischi, evitate di esagerare mettendoci anche Starpeace, capirebbe che la state prendendo per il culo.

Una volta ottenuta la sua fiducia siete pronte, tirate fuori una copia di quel capolavoro di buon gusto che è Season Of Glass e chiedetele di autografarvelo proprio sopra la lente insanguinata di John, quindi salutatela calorosamente e fate quello che tutti si aspettano dal 1980 ad oggi: andate ad aspettarla sotto casa con un revolver Charter Arms 38 Special e quattro proiettili.


Guarda il video!

Stasera trasmettono il concerto di Jamiroquai sul sito del Corriere. Dovevano darlo ieri, ma all’ultimo momento si è deciso che forse era più interessante il Circo di Montecitorio (non scherzo, ci hanno pure i nani e i buffoni) e l’hanno rinviato a stasera. Lì per lì mi è dispiaciuto, ma poi ho ricevuto una telefonata della fidanzata che mi chiedeva di andarla a prendere al lavoro perché aveva un gomito che le faceva contatto col piede e suo padre non ho capito ma c’entravano gli autolavaggi, e se l’avessero trasmesso ieri sera me lo sarei di certo perso, e io lo volevo vedere il concerto di Jamiroquai, che quand’è venuto a Genova ci sono andato e mi sono divertito di brutto. Mi è rimasto il dubbio che abbia cantato in palyback, perché la voce ha cominciato a uscire dalle casse che lui non aveva neanche il microfono davanti, ma magari usava delle basi qua e là, certi musicisti lo fanno, e poi mi hanno detto che in fondo anche Borghezio a conoscerlo è una persona simpatica.
Vabbè, ieri sera non sono stato a casa, e quando ho scoperto che il concerto era stato rimandato ero felice, avrei avuto l’occasione di guardarmelo stasera, che la fidanzata era già tornata a casa anatomicamente regolare, e anche i suoi genitori sono stati fatti a pezzi oggi pomeriggio da un pazzo assassino e quindi non c’era più pericolo che restassero chiusi in qualche posto strambo.
Però mi sono dimenticato del concerto. Eh si, ho preparato la cena (Piccione allo spiedo con intingolo al marsala e insalatina alle pere, una roba veloce che ho trovato su postal market), ho messo su l’ultima stagione di IT Crowd e di Jay Kay non mi sono ricordato neanche il cappello con le corna.
Solo al termine del lauto banchetto, mentre mi rifacevo la bocca con un bigbabol, mi è tornato in mente il concerto. Ho guardato l’ora e ho pensato che avrei potuto assistere almeno alla seconda parte, vedere la scenografia, ascoltare un paio di pezzi nuovi, studiare le mosse sul palco del cantante e ripeterle a letto durante uno dei nostri giochini, che l’ultima volta mi è toccato fare Freddie Mercury e per una settimana ho avuto difficoltà a sedermi.
Insomma che vado sul sito e c’è questa finestrella con scritto “Guarda il live!” e ci clicco sopra, e di tutto mi aspetto tranne che una cazzo di fotografia del palco, sempre quella, con una registrazione del concerto in sottofondo.
Una foto! Guarda il live è una fotografia! C’è scritto “Guarda”, non “ascolta”, e poi ti mettono un’immagine fissa di un gruppo di tizi su un palco. E’ come se ti scaricassi il demo di un gioco e ti ritrovassi con una lista di nomi di programmatori che scorrono sullo schermo, come se andassi a votare e ti dessero una scheda già compilata coi nomi degli eleggibili, un mattone nella scatola dell’autoradio, una truffa.

Ora potrei stare qui a scrivere che il sito del corriere lo immaginavo più serio, o che se avessi voluto ascoltarmi un disco dal vivo mi scaricavo una data del concerto, che sono sicuro ce ne siano già parecchie in giro per la rete, ma non ne ho voglia (di stare qua a scrivere, il concerto magari lo sto già scaricando, che ne sai?).
Ci sono rimasto male, un mio amico è stato al Blue Note un paio di sere fa e lo sto invidiando ancora adesso, anche se ha assistito al concerto di un trombettista puzzone amico di Sting che non se lo caga nessuno, però lo stesso mio amico si è già comprato i biglietti per andare a vedere Keith Jarrett alla Carnegie Hall, e io l’unica cosa che posso fare per sentirmi parte di questo movimento di ggiovani-che-vanno-a-vedere-i-concerti è sedermi davanti al sito del Corriere a guardare una foto di Jamiroquai che canta, e scusate tanto, ma non è la stessa cosa.

..Chissà se Bob Quadrelli è ancora in tournèe?


viene la neve

Scrivo queste poche righe per ricordare a me stesso, negli anni che verranno, che oggi ha cominciato a nevicare. Perché non ho voglia di trovarmi l’anno prossimo a discutere su quando sia stata la prima nevicata l’anno scorso, che uno dice a natale, l’altro dice di ottobre e non ci si trova mai d’accordo. La prima nevicata del duemiladieci è caduta il ventotto novembre, punto.
Che poi in realtà ha cominciato ieri, ma era proprio una spruzzata, e comunque ormai ho detto il ventotto e basta.
La mia fidanzata non si capacita di come si possa perdere tempo ad appuntarsi cose inutili come la prima nevicata, sostiene che l’anno prossimo potremmo anche non esserci più, magari il mondo è..

 

 

..Magari il mondo è stato colpito da un meteorite grosso come un’anguria, che non ha causato alcun danno, come succede tutti i giorni, che sassi spaziali anche più grossi ne cadono di continuo e finiscono per disintegrarsi nell’atmosfera, ma stavolta questo portava dentro di sé una novità, ed è per questa ragione che lo si ricorda.
Un virus sconosciuto, proveniente da chissà dove, si annidava nel cuore del meteorite, e quando questo si è incendiato a contatto con l’atmosfera non è stato consumato del tutto, ma ha raggiunto la superficie terrestre e si è disintegrato, liberando il suo ospite alieno.
Doveva essere un virus molto socievole, perché ha subito trovato con chi legare, mutando in una specie nuova contro la quale non esisteva alcun anticorpo in natura. Una febbre, un raffreddore, niente di mortale, ci mancherebbe, sennò magari ci si sarebbe mobilitati subito per isolarlo; una cosa talmente innocua che neanche si è notata, confusa in mezzo ai malanni di stagione.

Il nostro piccolo extraterrestre aveva però una gran personalità, e l’ha tirata fuori nel momento in cui è andato a colpire un vecchietto, che un momento prima era in giardino a potare la siepe e quello dopo stava a letto con la febbre alta, la tosse e il naso che colava. Anche una semplice influenza può uccidere un anziano senza più difese, e così è successo, il povero giardiniere ha smesso di respirare, la famiglia si è stretta nel cordoglio, gli amici sono venuti a vedere la salma e si è organizzata una sepoltura dignitosa. Senonché.

Senonché, nel bel mezzo della veglia funebre il cadavere ha emesso un rantolo. Qualcuno ha gridato di terrore, qualcuno di stupore e qualcuno anche di gioia, che il nonno non è morto, quella vecchia pellaccia è ancora fra noi, maledetti i medici incapaci, pensa cosa sarebbe successo se l’avessimo seppellito, ah ma io li denuncio, presto presto aiutatemi a tirarlo su, chiamate un dottore!
Il nonno ha emesso un altro rantolo, ha aperto gli occhi e si è messo seduto. È sceso dal lettino, e subito la figlia è accorsa ad aiutarlo, lo ha preso sottobraccio, gli ha detto “eccomi papà!”.
Il nonno l’ha azzannata alla gola.

Cercare di capire cosa stesse succedendo dentro la cappella funeraria non era facile, per chi si fosse trovato a passare lì davanti. Sedie trascinate, scalpiccio di piedi, urla di terrore, lamenti, si sarebbe detta quella volta in cui al Cineclub Truffaut si sono sbagliati e hanno proiettato il cinepanettone dei Vanzina, ma questo è un funerale, santo cielo, cosa ci può essere di terrificante in un funerale?

La risposta arriva quando dalla porta scappa fuori una donna insanguinata che si tiene un braccio, e dietro di lei, arrancando giù per i gradini, il resto dei partecipanti al funerale, nonno in testa, tutti imbrattati di viscere e sangue, privi di qualche arto, a volte mozzati della parte di sotto, ma ancora in grado di trascinarsi.

È stato il nostro piccolo virus, è mutato in una maniera che nessuno si aspettava, e adesso è in grado di risvegliare i morti, che possono tornare dalla tomba per mangiarsi i parenti e trasmettere l’infezione.
Neanche un mese più tardi il mondo è al collasso, i morti viventi sono ovunque, i governi non sono stati capaci di affrontare il problema, e come potevano, e si sono disintegrati. Caos, anarchia, sciacallaggio, violenza spietata, come in uno di quei film che mi piacciono tanto c’è chi si arrangia e chi soccombe, e il mondo non sarà più come lo ricordavamo.

E io?
Beh, per cominciare la cosa ha preso campo lentamente, ma il mio capo ha detto che la nostra ditta era sicura e ci ha imposto di continuare ad andare a lavorare. “Siamo isolati da un fiume, c’è un unico ponte che ci collega con la strada, e un grosso cancello a chiudere fuori quegli zombi. Qui siamo al sicuro, non avete scuse per starvene a casa. Su, al lavoro!”

Con quella scusa è riuscito a tenerci chiusi dentro per due settimane, lavorando tredici ore al giorno come schiavi, mentre i morti si accalcavano davanti al cancello e allungavano le braccia fra le sbarre come le scimmie allo zoo.
Un giorno abbiamo chiesto quando sarebbe arrivato lo stipendio, e il capo ha scrollato le spalle: “Ho provato a chiamare la banca, ma devono essere morti tutti.”
Niente stipendio, quindi. Non l’abbiamo presa bene, lo abbiamo tirato su due davanti e due di dietro e lo abbiamo buttato di là, in pasto agli zombi, poi siamo saliti in macchina, abbiamo attivato l’apertura automatica del cancello e ce ne siamo tornati ognuno alle proprie abitazioni.

Non so se i miei colleghi ce l’abbiano fatta, ma per me è stata dura. La strada era invasa da macchine bruciate, cadaveri mezzi putrefatti che ciondolavano qua e là, nessuno che sembrasse più in grado di pensare. Lo so che raccontata così sembra la descrizione di un reality show, ma per un momento ho creduto di impazzire: la civiltà era scomparsa, il mio paese era invaso da mostri, dovevo lottare per sopravvivere e non potevo sperare che qualcuno arrivasse a salvarmi perché non c’era più nessuno in grado di farlo. Sembrava di essere in un comune amministrato dalla lega.

Sono arrivato a casa in preda ai pensieri più foschi, ma la situazione era migliore di quanto osassi sperare, il cancello e le scale avevano impedito ai morti di invadere il giardino, la mia fidanzata era seduta in cucina a giocare col computer e appena mi ha visto mi ha spedito a fare la spesa all’iper.

“Ma ci sono gli zombi all’iper, non l’hai visto il film di Romero? I centri commerciali sono il primo posto da evitare, seguiti dai bunker militari e dalla Camera Dei Deputati!”
“Oddio, sono entrati anche alla Camera?”
“No, gliel’hanno impedito i deputati di vecchia nomina, si sono battuti come leoni per non dover abbandonare le poltrone. Ilgoverno è ancora in piedi, guarda!”

Le ho mostrato una busta che ho trovato nella cassetta della posta. Era una bolletta della spazzatura, ci chiedevano di pagare un’enormità perché lo smaltimento dei morti viventi aveva richiesto delle spese impreviste che neanche a Napoli.

“Ma com’è possibile che ci siano delle spese così alte?”
“Dice Calderoli che i morti del sud non devono essere seppelliti a nord, che lui gli zombi terroni non li vuole, così hanno stanziato dei miliardi per costruire zombinceneritori da Roma in giù ed eliminare i morti sul posto, solo che i soldi sono stati dirottati chissà dove e ci troviamo tutta la penisola piena di spazzatura affamata di carne.”

Come succede sempre quando parliamo di politica la mia fidanzata si è inalberata e ha cominciato a inveire contro il governobastardo, lasciandomi libero di sedermi al computer e giocare ai videogiochi.
Lentamente la situazione si è normalizzata, gli zombi non sono scomparsi, ma le persone si sono abituate alla loro presenza e hanno ripreso a vivere più o meno normalmente. Li incontri per la strada, ti vengono incontro a braccia tese come dei parenti che non vedi da anni, ma non ti fai fregare e ti volti dall’altra parte, anni di allenamento a evitare i mendicanti non sono andati perduti. Stessa cosa ai semafori, chiudi il finestrino, alzi il volume dell’autoradio e pianti lo sguardo sulla luce rossa, e neanche li senti più i colpi contro il vetro.
Ogni tanto qualcuno si fa sbranare e una parte della politica attacca a strepitare di “emergenza zombi”, quelli col fazzoletto verde dicono che bisogna rimandarli a casa loro, dimenticando che a casa loro ci sono già, la parte avversa sostiene che anche gli zombi sono cittadini come noi e chiede di estendere il diritto di voto ai morti da non più di un anno. La chiesa li difende a parole, li chiama figli di dio, ma proibisce i rapporti sessuali fra vivi e morti (si è depenalizzata la necrofilia dopo che il presidente del consiglio è stato beccato a un festino in una scuola media infestata di zombi) e non vede bene neanche chi ci va a convivere (le cosiddette “coppie di sfatto”).
Chiusi nelle proprie case, individui comuni che sognano un’Italia migliore, lanciano messaggi nel cosmo, sperando che almeno un’invasione aliena li liberi da quest’apocalisse.