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Oddjob

Mentre il mondo si è fermato e ci sembra di stare vivendo tutti in una grossa bolla immobile in cui le giornate si susseguono identiche le une alle altre, le vite di ciascuno di noi, ognuna nel proprio piccolo spazio, vanno avanti lo stesso, ogni giorno, sempre alla stessa velocità, e magari proprio a causa di questa grossa bolla cambiano improvvisamente direzione e magari si schiantano, e bisogna essere fortunati per poter uscire vivi dai resti dell’incidente.

È successo a me, non più tardi di un mese fa: mentre il mondo si prendeva una lunga pausa di riflessione, la mia vita ha subito una svolta radicale, e sono stato licenziato.

Non entro nel merito della questione, troppo lunga e complicata, e se non fai parte di quel piccolo spazio che la mia vita occupa all’interno della grossa bolla, neanche interessante.

Non mi sono perso d’animo, quando dicono che per ogni porta che si chiude c’è un portone che si apre da qualche parte, devono avere ragione. Basta sapere dove trovare il portone.

Ci sono un sacco di opportunità da cogliere, se non hai l’obbligo di presentarti al lavoro tutte le mattine cinque giorni su sette, e mi è sembrato il momento giusto per coglierle.

Il mio primo gesto per approfittare di questo cambiamento e cadere in piedi, è stato di cercarmi un altro lavoro. Certo, mica sono stronzo: va bene gli obblighi, ma se voglio continuare a mangiare ho bisogno di uno stipendio.

Stavolta, per cambiare, mi sono dato delle regole: il nuovo lavoro avrebbe dovuto garantirmi molto tempo libero, mi avrebbe permesso di viaggiare e di sfruttare la mia buona conoscenza delle lingue.

E avrebbe dovuto essere eccitante, e farmi sentire un figo.

Ho elencato le mie richieste alla signorina dell’agenzia di collocamento, che le ha inserite in un computer, poi ha pigiato un tasto e sullo schermo è apparsa un’inserzione interessante: agente segreto presso il servizio segreto britannico.

Cioè, io non l’ho vista di persona che pigiava sui tasti e compariva la scritta, non so se vi ricordate che c’è il coronavirus e se ti vedono uscire di casa ti tirano le madonne dal terrazzo, ma sono sicuro che ha eseguito queste operazioni perché la sentivo battere sui tasti.

Doveva avere una tastiera meccanica come la mia, che quando pigi sui tasti viene su la vicina a chiederti di piantarla di fare casino, perché la sentivo da casa mia e lei stava pigiando a Genova. E la telefonata era già terminata da dieci minuti.

Dopo mezz’ora che ho spedito il curriculum, mi ha telefonato una donna con un forte accento britannico e la voce da anziana attrice di teatro. Mi ha detto di chiamarsi M, e che doveva farmi alcune domande. Ho risposto che ero disponibile ad andare a Londra non appena la pandemia mi avrebbe permesso di uscire di casa senza farmi insultare dai vicini, ma che se voleva potevamo guadagnare tempo con un colloquio telefonico.

Mi ha detto che non c’era tempo di aspettare che la pandemia mi lasciasse uscire di casa senza farmi insultare dai vicini, e che se volevo potevamo guadagnare tempo con un colloquio telefonico.

Ho capito che era meglio se di lì in poi avessimo smesso di parlare ognuno nella lingua dell’altro, perché va bene la cortesia, ma non stavamo capendo un cazzo.

Il mio colloquio per entrare nel MI5 si è svolto per telefono in due lingue, ed è stato difficilissimo: M mi faceva le domande in inglese e io rispondevo in italiano su quello che capivo, poi lei valutava le mie risposte in base alla sua scarsa conoscenza dell’italiano e mi assegnava un punteggio.

“Nell’ultimo film di James Bond chi interpretava il ruolo del cattivo?”
“Devo riferire nome, grado e numero di matricola.”

“Qual è il vero nome della Regina Elisabetta?”
“Il Nordamerica, l’Oceania più un terzo continente a scelta.”

“A che ora passa l’ultimo autobus per Earl’s Court e come si chiama l’autista?”

“Uovo, guanciale e pecorino romano. Sale e pepe.”

“Che busta vuole, la uno, la due o la tre?”

“Il colonnello Mustard, nella sala da biliardo, con un cacciavite nell’occhio.”

“Va bene, è assunto. Comincia domani.”
“Accidenti, mi spiace. Ma grazie lo stesso per la bellissima opportunità. E se doveste ripensarci vi prego di contattarmi in qualunque momento.”

L’indomani ho ricevuto un pacco via corriere Bartolini. Sulla confezione c’era scritto Provenienza: London UK, e sotto in piccolo “Mi piaci, vuoi essere la mia ragazza?”. Ho detto al corriere Bartolini di piantarla di scrivermi sconcerie sui pacchi, o lo avrei segnalato ai suoi superiori.

Il pacco conteneva una valigetta, dentro una valigetta una busta con scritto sopra un grosso 3, una pistola Walther PPK e un manuale di istruzioni col mio nome sopra. Siccome lo so già come funziono non mi sono preso la briga di leggerlo, ho preso la pistola e sono andato alla finestra a vedere se quel rompicazzo del cane della vicina era sul terrazzo.

Non c’era, sono rientrato e ho aperto la busta. C’era la foto di un tizio con una grossa cicatrice sull’occhio destro, un passaporto inglese intestato a Hans Delbruck e un biglietto aereo per Macao.

“Ammazza se mi somiglia, questo tizio!”, ho pensato. Poi ho portato il passaporto ai carabinieri, spiegando loro che il signor Hans Delbruck ne avrà certamente denunciato la scomparsa, e ho chiamato un taxi che mi portasse di corsa all’aeroporto.

L’aeroporto di partenza era Heathrow, e la corsa in taxi mi è costata così tanto che non mi sarebbero bastati i soldi che avevo sul conto.

Per fortuna mi sono ricordato di avere una pistola. L’ho data all’autista come pagamento, e lui ha indossato un passamontagna ed è corso dentro l’aeroporto a rapinare il duty free.

Ci siamo incrociati sulla porta, io portavo la mia valigetta, lui aveva le mani piene di tobleroni.

Fuori dall’aeroporto di Macao faceva un caldo maiale, in un attimo mi sono ritrovato fradicio di sudore. C’era un uomo molto grosso in divisa da autista, che reggeva un cartello con scritto Mr. Delbruck. Sono andato da lui e gli ho detto di stare tranquillo, che il suo passaporto era già stato consegnato alle forze dell’ordine italiane, e comunque di cambiare la foto, che non gli somigliava per niente. Questo ha fatto una faccia strana, ha detto “Police?”. Io gli ho detto “Certo che li conosco, li ho visti dal vivo a Londra, qualche anno fa! Piacciono anche a te?”. Lui ha detto “London?”, io ho detto sì sì. Ha chiamato qualcuno al telefono, ma non so cosa si sono detti perché a Macao parlano cinese e portoghese, e siccome non parlo il cinese, ma un po’ di portoghese lo capisco, ho notato subito che la lingua in cui il mio misterioso interlocutore si esprimeva non era quella che parlano a Fatima. Fatima è in Portogallo, no? Vabbè, non ho voglia di controllare, quella che parlano a Lisbona, così non ci sbagliamo.

Quando ha finito di telefonare ha rimesso il cellulare nella tasca interna della giacca, e già che c’era ha tirato fuori una pistola dalla fondina ascellare e me l’ha puntata contro.

Mi sono sempre fatto un mucchio di domande sulle fondine ascellari, tipo se uno suda un casino poi sulla pistola resta la puzza? Metti che uno fa il poliziotto e a fine turno deve restituirla, e tutti sanno che è la sua per via dell’odore, e gli affibbiano il nomignolo di Ispettore Neutro Roberts, e lui ci soffre un casino e per vendicarsi si mette a fare la talpa per la malavita e passa informazioni importanti a un capomafia che ammazza il capo della polizia, e a quel punto l’ispettore Neutro Roberts ma il cui vero nome è Al Itosi si pente e torna dalla parte dei buoni e affronta il capomafia e lo arresta e lo porta in caserma e tutti lo applaudono e gli dicono bravo sei un eroe ma non lo abbraccia nessuno e c’è anche uno che corre ad aprire le finestre.

“Oh, ti sto puntando la pistola da un’ora! Mi caghi o no?”
“Scusa, mi sono distratto, la possiamo rifare?”

Ha smesso di puntarmi la pistola addosso e l’ha messa nel taschino interno della giacca, ma c’era già il cellulare, che ha provato a infilare nella fondina ascellare, ma gli è scappato dall’apertura inferiore ed è finito per terra. L’ha raccolto ed è rimasto lì a guardarmi, col cellulare in una mano e la pistola nell’altra.

“Se vuoi te lo tengo”, gli ho detto, indicando il cellulare.

“Grazie!”, ha risposto, e finalmente ha potuto infilarsi la pistola nella fondina, poi mi ha minacciato puntandomi addosso il dito indice.

Ho pensato che mi stesse chiedendo chi ero, e per cercare di superare le difficoltà linguistiche gli sono andato incontro e gli ho stretto il dito indice come fosse una mano. “Molto piacere, mi chiamo Pablo Renzi. E tu sei?”

Col suo dito indice intrappolato nella mia mano destra, l’uomo grosso in divisa da autista ha perso tutta la sua aggressività e si è messo a piangere. Mi ha detto che i suoi capi l’avevano mandato a prendere un cliente importante che si chiamava Hans Delbruck, e che non si aspettava certo di venire arrestato dalla polizia di Londra. Ma se lo lasciavo andare era pronto a rivelarmi il nome del suo capo, e dove potevo trovarlo.

Come ho detto prima, io il cinese non lo parlo, quando ha attaccato a piagnucolare ho smesso di ascoltarlo, e ho continuato a scuotergli il dito per paura che si offendesse, però non è che a stare lì con quel caldo ad agitare il dito di un omone in lacrime mi facesse sentire a mio agio, poi la gente chissà cosa va a pensare. Intanto che quello mi diceva chissà cosa ho agitato la mano libera e ho fatto fermare un taxi.

“Per favore, puoi dire a questo tassista che voglio andare in hotel? Ho una camera prenotata a quest’indirizzo, aspetta.”

Ho tirato fuori dalla tasca la foto del tizio con la cicatrice, sul cui retro era stato scritto a penna l’indirizzo dell’hotel. Non è stato facile, la tasca stava sullo stesso lato della mano che stringeva il dito dell’omone, ho dovuto usare la sinistra e contorcermi come quando devo aprire il portone di casa e ho il sacchetto della spesa che non posso posare perché in fondo ci sono le uova e sopra i mattoni.

L’omone frignone ha visto la foto ed è sbiancato, o almeno credo sia sbiancato, non so bene gli asiatici che colore si dice che prendano quando impallidiscono. Ha sgranato gli occhi e spalancato la bocca, come fa uno quando si spaventa, e mi ha detto Blofeld, che dev’essere una parola cinese perché in portoghese non vuol dire niente.

Ha detto al tassista delle cose e quello gli ha risposto delle altre cose, e mi hanno di nuovo fatto sentire escluso, ma insomma, si fa mica così con delle persone che hai appena conosciuto. Per la stizza mi sono rimesso le mani in tasca.

L’autista mi ha aperto la portiera e mi ha fatto segno di salire, e siccome non capivo l’omone mi si è messo dietro e mi ha spinto in macchina, poi ha tirato fuori un fazzoletto e si è asciugato i lacrimoni.

L’ho guardato dal lunotto posteriore, fermo sul bordo della strada a massaggiarsi il dito. Mi ha fatto pena, poverino, chissà cosa mi voleva dire.

Il taxi mi ha scaricato davanti a un edificio che non ho capito se era un hotel, ma ho sperato di no, perché dall’aspetto non me lo potevo permettere. Era composto da due edifici parecchio alti a forma di calorifero, ma non un calorifero normale, uno che potresti trovare nel bagno di un miliardario con la fissa dell’oriente, bianco e dorato, sovrastato da tettoie a forma di campana. A unire i due palazzi un edificio basso, a forma di arco, che culminava in una gigantesca tettoia ondulata tenuta su da quattro colonne. Sotto la tettoia dei vasi di fiori così grossi che dentro ognuno poteva starci non dico il giardino di mia madre, ma mia madre di sicuro.

A impedire che mia madre si infilasse di soppiatto in uno dei vasi, stava un tizio vestito di rosso, con un buffo cappello. Mi è venuto subito incontro e mi ha detto “Benvenuto al Ritz Carlton, signore”.

Ah ecco.

Quindi non c’era solo Babbo Natale a vestirsi di rosso e indossare buffi cappelli.

Avrei dovuto capirlo dal fatto che non aveva la barba.

“Salve, Ritz Carlton, mi chiamo Renz Pablon”, gli ho detto, mentendo. Speravo che se l’avessi colpito con l’assonanza mi avrebbe fatto lo sconto sulla camera.

Il tassista è sceso dalla macchina e gli ha detto qualcosa nella loro lingua piena di mistero. E allora! Ma che razza di cafoni!

Ritz Carlton mi ha fatto un sorrisone e mi ha accompagnato alla reception, dove una signorina che io quando lavoravo in hotel se avessi avuto delle colleghe così belle mi sarei perlomeno stirato la divisa mi ha messo in mano una tessera di plastica e mi ha detto che ci potevo aprire la porta e anche usarla al casinò per ritirare le fiches.

Per fortuna me l’ha detto nella mia lingua e ho capito, perché se invece che dirmelo me l’avesse scritto avrei travisato completamente e mi sarei fiondato al casinò a pretendere quella parte dell’equipaggiamento da agente segreto che non sono le macchine sportive.

Invece così sono prima salito in camera, tenendomi la visita al casinò per il momento in cui avrei dovuto saldare il conto. Avevo in mente di giocarmi alle slot i cinque euri che avevo nel portafoglio, vincere una carrettata di gettoni e raddoppiarli al tavolo del poker, dove modestamente sono una potenza: su quello di Windows vinco almeno una partita su venti, non so se mi spiego.

(continua)


e ma allora

Io davvero non vi capisco a voialtri. Mi sbatto a crearvi un blog dall’indirizzo immediato, una grafica minimale accessibile da qualunque telefonino compreso il nokia coi tre tastoni biancorossoverde che ne hanno venduti tre esemplari in tutto e uno me lo sono comprato io, ci carico sopra tutti i post compresi quelli vecchivecchi rarissimi tipo di quando mi sono buttato in politica e sono diventato re della Nigeria ma avevo finito i soldi e sono stato costretto a scrivere email a chiunque per chiedergli due spicci in cambio di astute manovre commerciali che non mi potete dire di no, e voi state sempre a bazzicare qua sopra. Per dissuadervi ho anche postato una pagina del diario di Phil Collins, speravo fosse un gesto sufficientemente estremo per scacciare anche i più temerari, quelli temprati alle prove più impegnative, tipo andare da Cannes a Nizza seduti su un cancello a pedali nel giorno in cui la tua squadra del cuore perde tre a zero il derby, ma niente, tutti i giorni vengo a vedere le statistiche del blog e ci sono più visite del giorno prima. Di un paio posso intuirne l’identità, e mi prendo la briga di salutarli come si fa con gli amici: ciao papaperi! Di altri due posso intuirne l’identità e mi prendo la briga di salutarli come si fa con i personaggi famosi che cercano di non farsi riconoscere ma tu li hai sgamati lo stesso perché da bambino andavi sempre al circo: ciao amici col cerone! Di altri due posso intuirne l’identità ma non li saluto perché vengono qui tutti i giorni a cercare le gemelle Kessler nude e Sveva Sagramola altrettanto abbigliata, e sono dei pervertiti mascalzoni.

Poi a me piace immaginare che da qualche parte in mezzo a quelle statistiche grigie di googleanalytics compaia all’improvviso un puntino azzurro che mi riveli la visita di cortesia di qualcuno che una volta all’anno si fa un giro a respirare cose familiari, sai, uno vuelve siempre a los viejos sitios donde amo la vida, un po’ come quando sono a Londra e inevitabilmente finisco di fronte a quel Renoir, un po’ come la visita alla nonna, dove la nonna è quello stato d’animo in cui ogni tanto ti immergi quando non ti vede nessuno, giusto per ricordarti l’effetto che fa. Lo so che non è così, ma i racconti li scrivo saccheggiando questi pensieri qui, mica le pagine gialle.

Comunque la faccio breve, che ieri sera mi son successe delle robe strane e se me le tengo al caldo ancora un po’, invece di scriverle qui sopra, magari diventano un raccontino, o un capitolo di quella roba che tengo nel cassetto, e a proposito di cassetti vorrei regalarvi un vecchio racconto che avevo dimenticato in mezzo alle cianfrusaglie. Lo potete scaricare qui in formato epub.

Per tutto il resto vi ricordo che questo blog si è trasferito sulla pagina dal nome più figo: http://www.pablog.it

Non fatemi innervosire.


il ritorno di Gesù

Una domenica apro internet e leggo che Gesù è tornato sulla Terra e va in giro per Torino.

Sarà un amico della ballerina Anna, penso, e passo oltre, che a me dei matti frega solo quando me li trovo davanti armati. Solo che questo non è matto, è Gesù, e per dimostrarlo si mette subito a fare proselitismo per strada, ma nessuno lo caga, tranne la polizia che lo porta in questura per accertamenti. È senza documenti, lo mettono in cella, ma il giorno dopo lo rilasciano, dopotutto non ha fatto niente di male, se vuole andare in giro vestito con un lenzuolo sono cazzi suoi.

Così Gesù torna in strada, e dopo qualche giorno che se ne va in giro evitato da tutti si avvicina una ragazza e gli chiede se possono farsi una foto insieme da mettere su facebook.

“Cos’è facebook?”, chiede Gesù.

“Minchia raga, questo non conosce facebook!”

In un attimo tutti vogliono incontrare Gesù, parlare con lui e farsi la foto insieme a quella bestia strana che non ha mai visto facebook. Il giorno dopo lo conoscono tutti come “l’uomo che non è su facebook”, e i giornali cominciano a parlare di lui. Adesso che è diventato famoso bisogna aprirgli una pagina facebook, che viene chiamata “la pagina facebook dell’uomo che non è su facebook”, ma siccome è un po’ troppo complicato lui suggerisce di chiamarla semplicemente Gesù.

Sembra funzionare tutto per il meglio, in un attimo si fa dodici amici coi quali condivide parabole brevi ed efficaci che diventano subito virali. Il suo video in cui cammina sulle acque fa il botto su youtube, Fazio lo invita in trasmissione, l’hashtag #messia è il più utilizzato ovunque. Impennata di conversioni, la popolarità della chiesa è alle stelle. Gesù ci prende gusto, si apre un blog, passa le giornate su twitter, sulla sua pagina instagram le foto di pane e pesce si moltiplicano.

Finché.

Una mattina, sul blog www.iocristo.it, compare un articolo contro i mercanti farisei, che hanno adibito il tempio cittadino a luogo dove concludere i propri commerci. Gesù sostiene che il comune dovrebbe fornire loro un edificio più consono, e restituire la chiesa alla propria funzione, che non è di certo quella di maneggiare denaro.

La reazione è immediata: per primi si alzano i sindacati di categoria, stanchi di fare da capro espiatorio, già ci fate pagare le tasse, cos’altro volete da noi, piuttosto convincete i turisti a girare nei giorni feriali, che la domenica siamo chiusi e non possiamo guadagnare.

Poi viene il comitato di quartiere: se ci mettete il mercato vicino a casa non sappiamo più dove parcheggiare, e i camion tutta la notte, qui siamo gente per bene che si alza presto.

Poi il centro islamico che reclama un luogo di culto per sé, ce lo siamo pagato, lasciatecelo costruire dove ci pare.

Poi di nuovo quelli del quartiere, che gli islamici no allora meglio il mercato.

Poi Salvini che le chiese ve le fate a casa vostra, ma non si capisce più a quale si riferisca, fra l’altro anche Gesù è arabo, tanto per aumentare la confusione.

L’unico che si tiene fuori dalla polemica è Gasparri, che quando ha visto la foto di Gesù su internet ha commentato “Avete rotto il cazzo con sto Jim Morrison”.

Gesù prova a difendersi: lo hanno già crocifisso una volta, non rifarà gli stessi errori. Scrive sulla sua pagina facebook un messaggio ai fedeli in cui li esorta al perdono e alla comprensione, ma ricorda loro che ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione in tutta libertà, e che il confronto civile è alla base della democrazia e stimola la crescita intellettuale.

Le risposte più garbate gli augurano di morire gonfio, c’è chi gli insulta la madre e chi mette in dubbio la sua discendenza divina. Danno del cornuto a San Giuseppe, alludono a un’amicizia particolare fra la Madonna e l’asinello, gli suggeriscono che se non vuole più risalire al cielo può ricreare la comunione celeste ficcandosi la cometa nel culo.

I filoisraeliani lo odiano in quanto palestinese, ma lo aggredisce anche la sinistra radicale perché comunque resta un ebreo.

Circolano delle immagini animate in cui John Travolta mostra la sua merce nel tempio e Gesù gli tira una scarpa.

La Chiesa, che prima lo aveva supportato con calore, gli volta le spalle: papa Francesco in un’omelia invita i fedeli a diffidare dei falsi profeti.

È un inferno, la popolarità di Gesù è ai minimi termini, il governo gli affida una scorta quando gli recapitano una busta con dentro un proiettile; la gente per strada lo ignora, poi in rete gli augura la peste nera.

Poi qualcuno gli tende una mano, inaspettatamente: Gianni Morandi gli scrive una lettera e la pubblica su facebook, visibile a tutti. Il cantante gli suggerisce di modificare la propria condotta: “se vuoi avere successo devi mostrarti amico di tutti! Spendi sempre una buona parola per i più deboli e soprattutto non criticare mai!”. Dice che non deve perdersi d’animo, che ha fatto del bene a tutti e che è certo, tutti se ne ricorderanno e gli perdoneranno una piccola svista. In fondo nessuno è perfetto, ed è giusto che non lo sia neanche lui, perché è un uomo come noi, coi suoi difetti e le sue debolezze, ed è proprio per questo che gli vogliamo tutti bene. Un abbraccio.

Tutte le critiche cessano, le cattiverie vengono spazzate via. Dall’oggi al domani tutti vogliono essere amici di Gesù e fanno a gara a chi gli mostra più comprensione. Gli stessi che davano della donna facile a Maddalena ora mostrano il petto in difesa del pover’uomo così ingiustamente bistrattato. Anche Gianni Morandi viene osannato, ma quello succedeva anche prima.

Dopo qualche giorno i due si fanno fotografare insieme mentre vanno al cinema a vedere l’ultimo Guerre Stellari.

Gianni Morandi gli suggerisce di scrivere qualcosa a riguardo, ma di non prendere posizioni, che i fans sono piuttosto suscettibili su quell’argomento.

“Scrivi un commento che metta d’accordo tutti, non ti sbilanciare troppo”.

Gesù pubblica un tweet: “Gran bel film! Peccato che non sia stato tenuto il miglior personaggio della saga, quel simpatico alieno con le orecchie da cocker!”.

Il giorno dopo internet esplode.


i consigli di Ernest Hemingway sulla scrittura

Giuro che l’intenzione era di prepararmi una cena sofisticata, qualcosa che facesse dire a Carlo Cracco “Ehi, ma questo è meglio di quelle patatine di merda!”. Mi ero fermato dal besagnino per la verdura fresca, e dal macellaio per quel taglio particolare che richiede la ricetta, e al supermercato per gli ingredienti che l’avrebbero resa così gustosa, e dal ferramenta per.. no, dal ferramenta ci dovevo andare per altre questioni; solo che poi sono tornato a casa e ci ho trovato Ernest Hemingway, seduto in cucina con una bottiglia di vino sul tavolo. Mi ha allungato un bicchiere di rosato e mi ha chiesto “Ti ricordi cosa ho sempre sostenuto riguardo alla scrittura?”.

“Chi ti ha dato le chiavi di casa mia?”, ho risposto.
“Nessuno, sanno tutti dove le nascondi, sono andato lì e le ho prese. Adesso rispondimi: ti ricordi o no cosa ho sempre sostenuto riguardo alla scrittura?”
“Che bisogna usare la matita”
“Cazzate! Tu non scrivi mica a mano, cosa te ne fai di una matita?”
“Veramente scrivo un sacco a mano, solo che poi non ho voglia di copiare gli appunti sul computer. Devo averci un paio di Fratelli Karamazov sparsi per il salotto..”
“Non era quello a cui mi riferivo”
“Allora non lo so, forse hai sempre sostenuto che non bisogna descrivere le emozioni, ma farle accadere?”
“Beh sì, quello l’ho detto, in effetti..”
“Lo sto facendo, sto vivendo invece di scrivere, come dicevi tu”

Mi ha mollato un pattone sull’orecchio. “Coglione! Quello non l’ho detto io, l’ha detto Pirandello!!”
“Ahia! E mi pareva, infatti!”, ho pronunciato, palpandomi il padiglione purpureo.
“Io ho detto di scrivere da ubriaco e correggere da sobrio!”
“Ma non ho scritto niente da mesi, che mi correggo?”

CIAC! Un’altra sleppa sull’orecchio, stavolta quello a sventola, che fa più male perché maggiormente esposto.

“E allora bevi! E poi scrivi! Cristo di un dio, ma chi me l’ha fatto fare di prenderti come allievo? C’era la Tomiolo disponibile, che è pure una bella topa!”
“Frequenta i corsi di scrittura creativa, tu li detesti quelli che fanno i corsi, dici che scrivono tutti le stesse cose”
“Già. Branco di pecore. Ma tu, ragazzo mio, devi venirmi incontro, ti è stato dato il fuoco, accendilo ogni tanto, perdio! Scrivi qualcosa!”
“Ma io scrivo, signore, tutti i giorni!”
“Quel cazzo di diario scrivi! Sai che sforzo di immaginazione! Me li immagino i tuoi lettori, come si divertiranno a sapere che ieri hai trovato un altro pezzo dei REM che più o meno ti riesce di suonare! Uh, ma che bravo!”
“Certe volte ci scrivo anche che ho..”
“Ragazzo, sono stato colpito alle gambe da una mitragliatrice che non avevo ancora compiuto vent’anni. A trenta mi sono ferito durante una battuta di caccia, e pochi mesi dopo ho avuto un incidente in macchina. E non voglio raccontarti quel che mi è successo dopo, ma credimi, le giornate noiose erano quelle in cui avrei potuto scrivere sul mio diario che tutti i miei organi interni erano rimasti al proprio posto. Tu lo hai mai letto il mio diario?”
“No, non ho avuto il piacere..”
“Perché non l’ho scritto, cazzo!! Quando scrivi lo fai per raccontare storie che il lettore possa ricordare, non i progressi a suonare un cazzo di fa diesis! Tutti i giorni dovresti scrivere i tuoi racconti, anche quando non ti sembra che siano granché saranno sempre meglio di una pagina di pippe. Tu non hai idea di quanto mi faccia incazzare leggere le tue righe, vorrei venire lì e pigliarti a sberle!”§
“Lo ha appena fatto”
“E ho fatto poco! Bevi adesso, sangue di Giuda!”

Non avevo voglia di bere, ma se aveste provato le manone di Hemingway sulle orecchie avreste bevuto anche voi, credetemi. Un bicchiere per farlo contento, due per continuare la conversazione, tre perché ci hai preso gusto, il quarto te lo versi da solo e da lì in poi è un attimo a finire la bottiglia, e a quel punto è facile pensare che aveva ragione lui, che la scrittura è qualcosa che ti è stato regalato e non dovresti sprecarla così, e ti viene voglia di prendere tutti i fratelli Karamazov seduti sui loro foglietti in giro per il salotto e trascriverli una volta per tutte, dare loro una forma e vedere che succede, ma c’è una cosa che non gli ho detto a Ernest, che ha un’età e mi spiace contraddirlo, e poi l’ho già detto che le manone sulle orecchie non sono piacevoli: per me scrivere è come suonare la chitarra, lo faccio quando ne ho voglia e se non ho niente di meglio da fare, quando vedo il foglio bianco e provo un impulso fortissimo a sedermici davanti, quando mi è successo qualcosa di così grosso che non ci sta tutto nella testa, e si muove, e devo dargli una forma anche solo per domarlo, quando sono felice, quando sono innamorato, quando vorrei morire e i segni su un foglio sono tutto quello che metto fra me e il paese da cui nessun viaggiatore ritorna. Il resto del tempo non scrivo, non mi serve, non ha senso sforzarmi di mettere giù qualcosa che non mi appartiene, sarebbe come rubare a quell’altro me stesso, quello che delle parole vive e si distrugge per trovarle, e ognuna gli costa un pezzo di anima. E quando mi dicono che butto via il mio talento, che mi siedo e mi lascio vivere, che se fossero al posto mio, vorrei farli sedere e mettere loro in mano la mia testa aperta, e adesso guardate bene cosa c’è dentro, entrateci, venite a vedere com’è da questa parte, vediamo cosa sapete farci voi. Quello che avete fatto della vostra vita mediocre, probabilmente. Un cazzo di niente.

Io lo sapevo che non avrei dovuto dargli retta a Hemingway, adesso sono le otto passate, mi sono rimpinzato di wasa e parmigiano e la mia cena non ha più senso prepararla, e non ho neanche voglia di aspettare che mi passi la ciucca, devo prepararmi per uscire, Fiesta sarà anche un bel libro, ma non fa di te un buon compagno per i venerdì sera, caro Ernest. Te ne sei andato e mi hai lasciato con una bella seccatura fra le mani, io stasera volevo farmi una serata tranquilla, magari vedere gli amici, tornare prima dell’alba e bere poco. E invece adesso sono pieno di sensi di colpa, ho un racconto aperto davanti e non ho idea di quel che rileggerò domani. Grazie tante, poi uno si domanda perché preferisco leggere Saramago.

Almeno quando torno a casa e me lo trovo in cucina mi parla in portoghese, capisco metà delle cose che mi dice e dopo un po’ mi scazzo e lo mando a stendere.


hey Joe

Oggi, nel 2002, moriva Joe Strummer, il cantante dei Clash.

Foto parecchio figa, peraltro

 

Tre anni prima lavoravo in un piccolo bed & breakfast londinese come portiere di notte, occupazione che mi lasciava tutti i pomeriggi liberi e un bel po’ di sterline da scialacquare in cidi. Abitavo in albergo, in una stanza condivisa con un ragazzo francese di nome Arno, pessimo cuoco e tenace suonatore di chitarra. Era anche uno schiavo del pop, ascoltava tutto il tempo una orribile stazione che trasmetteva canzoni punzapunza e negre melodiche scosciatissime, e quando tornavo in camera lo beccavo spesso ad esercitarsi su cantanti del suo paese, ma non quelli fighi tipo Brassens, macché, lui conosceva dei musicisti che oltre a violentare il pentagramma amavano stuprare anche le lingue straniere, e cantavano questi pezzi in anglese, che sarebbe l’inglese pronunciato da un francese, che insomma è una roba che se non l’hai sentita è difficile anche spiegarla, ma fa schifo forte. Tutte le volte che lo sentivo biascicare “lovmì, ai sgiast uontiù intù mai arrmz” mettevo su un cidi di Jimi Hendrix e gli mostravo il dito medio, e alla lunga avevo finito per conquistarlo, tanto che un giorno mi chiese di accompagnarlo in un negozio a comprare quella raccolta, che la voleva anche lui e io di sicuro non gli avrei prestato la mia, che poi me la restituiva tutta sporca di rane.
Il mio negozio preferito si trovava in una traversa di Oxford Street, resa famosa in tutto il pianeta per essere finita sulla copertina di un disco degli Oasis, e si chiamava Reckless Records. Non era l’unico negozio, la parte alta della via è piena di botteghe per le orecchie, mentre quella bassa appaga gli istinti ad altezza mutanda: sexy shop e locali ambigui, per capirci. Cominciammo il giro dall’alto, tenendoci il meglio per ultimo, e nella prima rivendita Arno si presentò alla cassa con un cidi di Ricky Martin. Glielo strappai di mano, nella mia vita avevo sopportato abbastanza a lungo i Gipsy Kings per riuscire a reggere qualunque altro latino che non fosse Ovidio, e gli misi davanti Are You Experienced?, del capellone di cui sopra.

La scena si ripeté in ogni altro negozio che visitammo, lui cercava di comprare i Boyzone, io gli proponevo i Rolling Stones, lui ci provava con Britney Spears e io rilanciavo di Etta James. Sulla porta di Reckless Records trovammo un compromesso per una roba dei Blur che conosceva lui, e ci accingevamo ad entrare, quando venne fuori un tizio in giubbino di pelle e capelli tirati indietro. Sembrava un nostalgico del rock’n’roll, ma quel naso a becco era inconfondibile: dal mio negozio preferito era appena uscito Joe Strummer.

Arno non lo degnò di uno sguardo e fece per entrare, ma lo agguantai per un braccio, e quando fui di nuovo in grado di parlare gli indicai l’uomo che si stava allontanando. “Ma lo sai chi è quello? Joe Strummer!!”

Gli avessi detto Evaristo Bartolazzi sarebbe stato uguale.

“Il cantante dei Clash!”.
Nessuna reazione.
“London Calling! The Guns Of Brixton!”.
Encefalogramma piatto.

Sospirai e gli canticchiai un pezzo di Should I Stay Or Should I Go, e ovviamente Arno strabuzzò gli occhi, da quella puttana da classifica che era, e gridò “Joe Strummer!!”, e gli corse incontro.
Il leader dei Clash si era voltato, sentendosi chiamare, e se ne stava lì a guardarci. Arno lo raggiunse trafelato e gli mostrò la più incredibile delle facce da culo: “Mr. Strummèr! Mr. Strummèr! Vi ar big fansoviù, mai frrend herre ès olloviorrrecòrrz!”

Mi aspettavo già lo sfanculo, e invece il vecchio punk rocker ci salutò e ci chiese da dove venivamo, ci strinse la mano e poi vide il sacchetto di Arno e gli chiese cos’aveva comprato.
Il paraculo tirò fuori il cidi di Hendrix che gli avevo regalato io, “Ze second best arrtist in ze worrld, afterr iù!”
“Good boy”, gli ghignò l’altro di rimando, poi se ne andò con le mani in tasca. “Take care”, ci disse.

Il giorno dopo il mio coinquilino si presenta in camera con una raccolta dei Clash e mi dice che sì, quella canzone è bella, ma le altre sono un po’ una merda, e riattacca coi suoi pipponi in anglese sconosciuto.
Se domani incontro Sgianrenò non ti dico un cazzo, crepa.

 

Aggiornamento rapido:
Combinazione oggi è morto un altro Joe, quello con le orecchie da Cocker e la barba ispida, cui avrei voluto rendere omaggio con un altro post, ma non lo faccio non perché sono uno snob di merda, ma perché lo conoscevo molto meno e l’unica cosa positiva che mi verrebbe da dire di lui è che non è mai stato Zucchero. Finirò la bottiglia di vino in omaggio a entrambi.


faccio l’indiano

La mia insegnante di meditazione si chiama Signorina Jodel, è bionda, giovane, e sotto il camicione scollato con cui fa lezione non ama indossare il reggiseno. Forse è per questo che al suo corso si iscrivono soltanto uomini. Io ho cominciato a frequentarlo per vincere gli stati d’ansia in cui cado da quando mi sono lasciato con la ragazza, ormai sette anni fa. Mi hanno detto che ci vuole del tempo, ma secondo me comincia ad essere troppo.

Ieri sera la signorina Jodel mi ha chiesto di pensare a una foresta. Non ha specificato di che genere, e quella che ho focalizzato non era la stessa che aveva in mente lei: la mia è stata distrutta da un incendio, non c’è neanche un albero; un campo ricoperto di cenere color topo da cui spunta qua e là qualche pezzo di legno annerito. Il cielo è lattiginoso come prima della neve, e quando si alza il vento sposta delle nuvole grigie che poi si depositano un po’ più in là.

Descrivo la mia immagine e la signorina Jodel fa la faccia come quando mangi lo yogurt scaduto. Mi chiede di fare un passo indietro e pensare a qualcosa di più dinamico, qualcosa di vivo.

Le descrivo barre d’acciaio piegate e lamiera tagliata con malagrazia, bordi seghettati e angoli vivi, tutto ammucchiato insieme in un caos scintillante. Lei obbietta che l’acciaio non è vivo, perciò le descrivo un procione, o uno scoiattolo, un piccolo animaletto peloso che vive nei boschi. È incastrato fra i pezzi di metallo e ogni volta che prova a muoversi si taglia. Ha già perso molto sangue, intorno a lui ci sono grosse chiazze scure.

La signorina Jodel mi dice che per risolvere i miei problemi la meditazione non serve, ci vuole uno psicologo. Ha ragione, ma le sedute di quel genere si tengono in orari incompatibili col mio lavoro. Dopo cena, che è l’unico tempo libero che ho, c’era solo meditazione e ceramica.
La signorina Jodel mi decanta le proprietà terapeutiche della manipolazione della creta, e le rispondo che in effetti era stata la mia prima scelta, ma dopo due mesi l’insegnante si è impiccata.

Di diventare un lampadario la signorina Jodel non ne ha voglia, così mi suggerisce di provare coi massaggi: ha frequentato un corso, e sebbene non sia ancora abilitata ritiene che un paio di sedute di prova a casa sua potrebbero sortire qualche effetto positivo.
Il giorno dopo mi presento all’indirizzo che mi ha dato e lei mi accoglie con una maglietta slabbrata e un paio di pantaloncini cortissimi.

Le sue mani sulla schiena hanno un effetto magnifico, sento l’ansia scivolare via come gocce di mercurio, ma poi mi fa girare a pancia in su e scopre che non sono rilassato proprio per niente. La seduta finisce lì, me ne torno a casa.

Nonostante l’imbarazzo la signorina Jodel vuole risolvere il mio problema, si vede che è un periodo difficile e la retta di un allievo non è qualcosa a cui si possa rinunciare così alla leggera, e mi propone la medicina ayurvedica. Dice che in India si curano tutti così.
Ce l’ha un po’ questa fissa dell’India, l’anno scorso è partita per un viaggio in cerca di sé stessa, ma è tornata subito indietro perché si è persa all’aeroporto di Nuova Delhi.
La sua cura si articola in cinque punti, il primo è lo yoga.

Mi alzo la mattina alle sei per praticare mezz’ora di questa disciplina così affascinante, prima di andare a lavorare, e secondo le indicazione della mia insegnante comincio con la posizione del cadavere, o Savasana: ti stendi sul pavimento, metti le braccia lungo i fianchi, chiudi gli occhi e rallenti il respiro.
Alle dieci e mezza mi sono svegliato e ho deciso che lo yoga lo faccio solo nel weekend, sennò mi licenziano.

Il secondo punto sarebbero i massaggi con unguenti profumati, ma abbiamo già visto che non è il caso.

Al terzo posto ci sono dei misteriosi beveroni di cui ho visto la foto su internet: hanno un colore che sembra le strade di Genova durante l’alluvione, comprese le macchine che galleggiano. Di rinunciare al mio succo all’ananas con ghiaccio in favore di una sbobba che neanche Maga Magò non me la sento, perciò passo al punto successivo, che sarebbe “mantenere tutti i giorni piccole abitudini salutari”.

Che vuol dire tutto e niente, diciamocelo. Ma che razza di consiglio sarebbe? E se la mia piccola abitudine salutare fosse stata di telefonare tutti i giorni alla mia ragazza e dirle muccimucci trillitrilli? Niente, lascia perdere anche questo consiglio.

L’ultimo sarebbe quello di seguire un’alimentazione sana, e siccome l’alimentazione sana per un indiano immagino sia la cucina indiana ho invitato la signorina Jodel a cena domani sera, alla Vacca Sacra, un posto molto esclusivo dove dicono si mangi da dio: considerato che in India sono politeisti credo significhi una cena straordinaria. Va detto che questa possibilità di uscire con una bella ragazza non è positiva per i miei stati d’ansia, ma “vi è una sorte unica per tutti: per il giusto e per il malvagio, per il puro e per l’impuro, per chi offre sacrifici e per chi non li offre, per chi è buono e per chi è cattivo, per chi giura e per chi teme di giurare”, perciò ad un certo punto sticazzi.


suggestioni balcaniche -2: il brivido dell’imprevisto

La sveglia è d’obbligo quando stai cercando di raggiungere un paese lontano e poco frequentato, e l’unico treno parte alle nove di mattina, così alle sette si accende il televisore in camera e un’aria di Mozart mi viene a soffiare lieve nell’orecchio, sussurrandomi “Soll ich dich, Teurer, nicht mehr sehn?”. “Vaffanculo” gli rispondo io, ma ha ragione, devo alzarmi o resterò bloccato a Zagabria tutto il giorno, con tutti i posti peggiori dove rimanere piantati sarebbe disagio sprecato.

Scendo a fare colazione e ritrovo il mio nuovo amico della reception, Zagor.
Mi ha accolto all’arrivo, e mentre sbrigava le formalità con piglio poco professionale, come quando capisci di potertelo permettere, che il cliente ti fa simpatia, io gli fissavo il cartellino col nome, e mi ripetevo noncipossocredere noncipossocredere.

Sfatiamo subito il mito: lo Spirito Con La Scure non è alto, moro e muscoloso, è un quarantenne pelato e sovrappeso, con un paio di baffetti e occhiali dalle lenti rotonde. Una specie di Cico, insomma. In italiano sa dire solo grazie e ciao, ma con l’inglese se la cava abbastanza bene. Però è vero che è molto cordiale e se può cerca di risolverti i casini.

Prima di salire in camera gli ho chiesto dove potevo andare a cena, e mi ha indicato qualche posto, poi ha capito che non avevo capito e si è offerto di accompagnarmi, che tanto smontava entro un’ora. E ti pare che rinuncio ad andare a cena con un eroe dei fumetti? Sono andato a farmi la doccia e ridacchiavo pensando che se tanto mi dà tanto prima di tornare in Italia incontro Batman.

Un’ora dopo passeggio per il centro con la mia guida, e mi perdo in riflessioni sulla difficoltà ligure di fare amicizia e sulla mia in particolare di chiedere indicazioni, e forse dipende dal fatto che siamo quasi colleghi, più per la professione alberghiera che per quella di angelo custode degli indiani algonchini.
La strada sale, e finiamo in una piazza dove sorge la chiesa dei lego, con le tegole colorate a comporre due bandiere. Il ristorante è subito dietro, alla fine di un vicolo. Ha una botte davanti alla porta e i tavolini sulla strada, ne occupiamo uno.

“Allora, dove vai?”, mi chiede Zagor, distogliendomi dal grande interrogativo della serata: sono pronto a mangiare le rane col prosciutto?
“Sarajevo”, gli rispondo, mentre scuoto decisamente la testa e mi oriento verso meno ardite frittelle al formaggio.
“Per lavoro?”
“Turismo. Più o meno”. Non gli spiego tutta la faccenda, né lui mi domanda, e torniamo ad argomenti meno spinosi. Gli confido le mie incertezze sul fatto che da quelle parti non ho praticamente organizzato nulla, ho giusto qualche indirizzo di alberghi qua e là, ma pare che non ci sia tanta richiesta, mi hanno detto di andare tranquillo.
“È un peccato che pochi turisti visitino la Bosnia, perché è un paese molto bello. Basta evitare i campi minati e non ci sono praticamente pericoli!”
“Hehe! Che stupidi i turisti!”

La notte passa bene, l’anguilla grigliata se ne resta tranquilla nello stomaco senza agitare la coda, e quando scendo alla reception sono pronto per una buona colazione. Il mio problema all’estero è che voglio sempre mangiare le cose dal nome più esotico, e finisco regolarmente per ordinare cose che conosco già e neanche mi piacciono, come la Rožata, che uh chissà cos’è prendiamola, e poi è una quantità spaventosa di creme caramel, e dopo i primi due cucchiai mi sembra di ingurgitare blob.
Stavolta evito la torta alla crema di Samobor, che sarà anche un bel posto, ma quel dolce lì è troppo simile a quelle robe secchine e sbriciolose piene di crema da cui ho imparato a tenermi lontano. Non sono molto aperto ai dolci, non so se si è capito.

Stringo la mano a Zagor, doviđenja, sretan put, sretan put ce lo dici a tua sorella, e sono di nuovo in viaggio.

Il mio primo incontro con la Bosnia-Herzegovina avviene in un posto che si chiama Dobrljin, che suona molto simile a Du belin, e infatti non è che ci sia altro da dire, spero che si tratti di una triste stazione di frontiera e niente più, che se la media è questa scendo alla prossima e torno a farmi una pinta di Velebitsko insieme a Zagor.

Poi la situazione migliora, già a Novi Grad sembra di stare a Busalla, Prijedor sembra Novi Ligure, e alla stazione di Omarska piove e non trovo nessuna differenza con la piana di Arquata Scrivia. Un fracco di chilometri e sono di nuovo dietro casa mia. I uoddefàcc si sprecano.

A Banja Luka il treno si ferma e non riparte più. Che succede? Ci attaccano i serbi? Il controllore non parla la mia lingua né nessuna che conosco, mi fa solo segno di seguire gli altri passeggeri giù dal treno. C’è una coppia di tedeschi con grossi zaini, capisco la nazionalità inorridendo davanti ai calzini sotto i sandali, prima ancora che dall’idioma, e provo a chiedere a loro. Mi spiegano che c’è stata un’alluvione a maggio, e i binari sono ancora fuori uso. Il treno si ferma qui, bisogna travelen mit coach. Cakkien.

Scendo, e le pensiline sono parecchio austere e sovietiche e hanno i cartelli in cirillico, ed è anche una figata a pensarci, solo che io e il cirillico siamo andati in due scuole diverse, e quando lui imparava ad orientarsi nelle città bosniache io leggevo i fumetti del portiere di Zagabria, e l’aspetto da pensilina ma più grossa che ha la stazione mi inquieta un po’, e forse adesso avrei potuto essere da solo sul prato di Gaia a prendere il sole guardando Porto, ma oramai è tardi per i ripensamenti, voglio arrivare a Sarajevo, e si passa per questo squallodromo.

Peraltro ci sarebbe questa cosa della Bosnia Herzegovina che mi inquieta un po’: nonostante guggolmèps lo mostri come uno stato solo quando vai a vedere da vicino scopri che sono due, ma non due regioni tipo Lazio e Campania, due paesi proprio, con due etnie differenti, religioni diverse, tipo Valloni e Fiamminghi, e si stanno sul cazzo da morire. Dove voglio andare io è Federazione di Bosnia Herzegovina, un distretto a maggioranza croata e musulmana, dove sto adesso è Repubblica Srpska, e sono serbi. Quando dico che si stanno sul cazzo da morire intendo in senso letterale.

Ha un suo fascino, se sei un canarino.

Fuori nel piazzale ci sono dei pullman, e su uno leggo CAPAJEBO, che è il cirillico che cercavo: è vero che siamo andati in scuole diverse, ma durante l’intervallo ci incontravamo nel piazzale a scambiarci le figu, così adesso i caratteri li so leggere, anche se di solito ignoro cosa vogliano dire.
O come si chieda “a che ora parte” all’autista, che sta seduto a fumare e non mi caga di pezza, o “dove si fanno i biglietti”, “quanto costa”, “ma è vero che in questa città sono tutti nazionalisti serbi e i bosniaci li vorrebbero sterminare tutti un’altra volta?”, insomma niente, provo a salire, ma le porte sono chiuse, tabacchini non ce n’è, e anche i due tedeschi di prima sono scomparsi verso la città, che per la cronaca sembra la periferia di Alessandria.
Sto seriamente rivalutando Tortona.

Vado dall’autista e lo fisso in mezzo agli occhi, come mi hanno insegnato a fare al corso di Farsi rispettare dal proprio gatto e dagli autisti serbi, e senza paura gli dico “Sarajevo”. Lui neanche mi guarda, alza una mano e col pollice indica un punto alle sue spalle, che potrebbe essere la direzione in cui si trova la città, la stazione da cui sono arrivato o la biglietteria più vicina. Non mi perdo d’animo e gli dico, sempre duro e cazzuto, “ticket”.
“Odjebi”, mi risponde, e la nostra conversazione finisce nel momento in cui cerco di tradurlo col telefono, che in certi frangenti è meglio usare la diplomazia. “Tua sorella” glielo dico in italiano, e me ne vado.

Il cartello col bersaglio indica il centro città in tutto il mondo, credo, ma mi basta che lo indichi in questa città che dal mio privilegiato punto di vista mi offre tante attrazioni quante la corsia del reparto infettivi, così abbandono il piazzale e seguo la freccia. Il cielo si sta facendo nuvoloso, sfoglio un inventario mentale di quello che sto trasportando, e alla voce poncho sospiro sollevato.

Devo trovare un biglietto, ma anche da mangiare, visto che è l’una e mezza, così mi infilo in un barcone sul fiume, dalle parti del castello, che a Banja Luka c’è un castello, e pure una cattedrale che definirei bizantina se avessi voglia e tempo di entrarci, ma ho fame, voglio il mio biglietto che metta a cuccia l’autista del pullman e voglio mangiare, e fra una cattedrale e un fiume scelgo il fiume, che peraltro è un bel fiume pieno d’acqua che corre, e il barcone mi promette di mangiare seduto davanti al fiume, perciò entro senza preoccuparmi del costo, che ho capito che da queste parti posso scialare.

Ho scelto bene, il cameriere parla inglese e lo stufato è straordinario. Gli chiedo dei biglietti, ma non mi risponde, così lo chiedo al cameriere (haha).
Lui mi spiega che li vendono in fondo alla via dello struscio. Non mi dice via dello struscio, ma c’è una strada analoga in ogni città, è quella dove trovi i negozi di abbigliamento e di telefonia, e se la città è abbastanza grande e importante anche quelli di carabattole per turisti e il kebabbaro; a Banja Luka si chiama Gospodska Ulica, è una strada piuttosto breve, ma non le manca niente, per esempio se siete appassionati di farmacie avete l’imbarazzo della scelta.

Sarà la prospettiva, o la voglia di guidare un robottone, ma a me ricorda Gundam.

Il tabacchino è dentro un grosso centro commerciale di fronte alla cattedrale che se avessi tempo e voglia l’ho già detto prima, e ovviamente la signora dietro il banco non parla nessuna delle lingue che conosco. Le chiedo ticket, ma non so dire corriera, autobus, pullman né nessun altro sinonimo compreso torpedone, così le faccio brum brum con la bocca e mimo di sterzare un grosso volante. Ride. Ride anche quando le dico Sarajevo, e mi dà il biglietto. Si vede che era proprio l’autista ad essere stronzo.

Torno al piazzale della stazione, ma il pullman è già partito. Con la mia poca conoscenza dei caratteri russi riesco a capire che il successivo partirà in un’ora e mezza, ma il centro non è proprio dietro l’angolo, non mi ci vedo a tornare a piedi fin laggiù. Mi siedo su una panchina e provo a leggere qualche pagina di questo romanzo che mi sono portato, sperando che succeda qualcosa: è la storia di questo tizio che va a cena di una e la serata si mette bene, solo che lei muore, e lui non è che può chiamare aiuto, cosa lo chiami a fare se tanto è morta, e poi è meglio se non si viene a sapere che eri lì visto che la donna è pure sposata, cioè, lo era, adesso non lo è più, e allora tiriamoci quattro pagine di considerazioni sulla morte senza troppa punteggiatura, alla Saramago, solo che Saramago lo sapeva fare meglio, e poi a metà libro esce di casa e qualche pagina dopo va al funerale di lei e poi mi è venuta voglia di leggere Saramago. Non è un brutto libro, me l’ha consigliato un’amica del cui giudizio mi fido, ed è la ragione per cui trattengo una serie così lunga di sbadigli che se fossero telefilm avrebbero per protagonista Larry Hagman.

Nella prossima puntata vi racconto di Sarajevo, se ci arrjevo.

 


suggestioni balcaniche

Fino a Venezia non te ne rendi conto: è un viaggio che hai fatto mille volte su un treno stipato di coscritti, quasi sempre da solo, che i tuoi coetanei li sopporti poco anche fuori dalla convivenza forzata. Scendi a Santa Lucia che è mattina piena, e non hai ancora fatto colazione. Il treno per Zagabria partirà fra quaranta minuti, hai tutto il tempo per un cappuccino, ma il bar della stazione fa tristezza, e poi è o non è un viaggio di scoperta? Lasci lo zaino al deposito bagagli e ti incammini deciso verso il ghetto ebraico, dove ricordi una pasticceria interessante. Dieci minuti più tardi sei seduto al tavolino ad ammirare i ricciolini di tre personaggi dal caratteristico copricapo a tesa larga, e ti domandi se la mancanza di coraggio ad indossarlo in pubblico sia abbastanza come deterrente all’acquisto, che tu e i cappelli avete una relazione complicata.
Magari al ritorno, se ti resterà tempo e denaro e spazio nello zaino.

La prima scoperta è che per arrivare in Slovenia si passa dall’Austria, e due ore a Villach sono un’esperienza che avresti evitato volentieri. Non c’è un cazzo a Villach, è la tipica cittadina austriaca che giri in venti minuti, poi scegli il ristorante dall’aspetto meno lupesco e ti fai un piatto pesante a base di weißwurst e patate, seduto dentro, che fa freddo da quelle parti, e oggi non c’è neanche il sole, perciò niente escursione sulla Villacher Alpenstraße. Per fortuna ti sei portato da leggere più di un libro, che questo tizio che scrive come Saramago non è per niente Saramago, e dopo un po’ meh.

Poi si entra nel Paese della J, Jesenice, Spodnje Gorje, Radovljica, paesi dagli angoli acuti di cui non sai pronunciare il nome, e meno male, che la cazzo di macchia mediterranea ci ha tolto la sensazione del viaggio, questa valle boscosa è identica a quella dietro casa tua. Le auto che corrono sulla strada accanto ai binari non hanno conservato niente dell’austerità socialista, sono le stesse Peugeot e Volkswagen che trovi nel piazzale del supermercato la domenica mattina. Giusto i vagoni merci, con le pareti spesse e tozze, da carro armato, ma sei deluso. Dov’è l’ombra di Tito? Ci sono ancora tracce del suo passaggio su queste terre, dopo trent’anni dalla sua scomparsa? È la ragione del viaggio, la ricerca di un passato che ti ha sempre sfiorato, senza mai toccarti. Nei tetri anni ’90 la guerra dei Balcani si portò via il benessere ostentato, gli scaldamuscoli fucsia e quelle cazzo di pettinature cotonate. Era difficile ascoltare Tarzan Boy quando ci si ammazzava appena fuori casa tua, ma tu vivevi nella tua bolla di irrealtà, avevi appena scoperto Mtv, e anche il servizio militare te lo sei fatto scivolare addosso sulla sponda sicura dell’Adriatico.

Poi un giorno ti svegli e decidi di andare a vedere se è rimasto qualcosa di quegli anni, come a volerti riappropriare di una fetta della tua vita di cui non ti sei curato. Forse è un modo per recuperare a strascico anche questi ultimi mesi balordi, forse entrare in contatto con qualcuno che è stato peggio di te ti aiuterà a ridimensionare i tuoi problemi alle cazzate che sono, e a lasciarteli alle spalle.

Ljubljana è un pezzetto di quel passato di cui sopra: una possibile meta delle tue vacanze di allora, quando passavi tutte le sere a casa della fidanzata e lei ti raccontava della città di sua nonna, guardavate le foto e progettavate un viaggio insieme. Poi siete finiti in Andalusia, e casomai a trovare sua nonna ci sarà andata da sola, dopo. Quattro minuti di sosta e una carrellata di palazzi grigi e spessi come i carri merci di prima sono un’impressione sufficiente con cui pagare il transito al tuo passato, la parte bella e antica che vedevi in fotografia la ritroverai un’altra volta se sarà il caso.

Glavni Kolodvor, dice la scritta alle mie spalle, sulla facciata di questo grande edificio rosa, con le statue ad affollare il timpano come un tempio greco. E proprio come se fosse scritto in greco non ho idea di che cazzo significhi Glavni Kolodvor, sarò sceso alla stazione giusta? Sul binario c’era scritto Zagreb, l’aspetto è quello del centro città, ma mi sento un po’ sperso. Tutto ad un tratto l’idea di viaggiare da solo in un posto di cui non so niente di niente non mi appare più così affascinante.

La piazza della stazione somiglia un sacco ad Avenida dos Aliados, a Porto, tranne che questa è orizzontale, e ti toglie tutta la scenicità, se mi passate il termine, ma cercate di capire, sto in una città che non conosco, non parlo la lingua, sono le nove di sera e devo comunicare con gli autoctoni per raggiungere un albergo che non so neanche se mi aspetta, visto che tutta la corrispondenza con la reception è stata effettuata grazie alla mediazione di google traduttore.

La mappa dice che posso arrivarci a piedi e scamparmi il trauma della comunicazione, così mi incammino lungo la piazza, davanti a questi palazzi che se non fosse per la bandiera croata potrei essere a Vienna. Mi infilo in una strada da vecchia Europa, e sbuco in una piazza vivace, ariosa, con palazzi del settecento pieni di insegne moderne, che è come prendere un quadro neoclassicista e colorarlo a pennarelli. Josip Jelačić indossa un buffo copricapo che vorrei assolutamente e punta la spada verso un negozio che si chiama Pan-Pek, e ha tutta l’aria di essere un panificio. Sento il riflesso pavloviano agitarmi lo stomaco, ma no, prima l’albergo, ormai dovrebbe essere qui intorno.
Mi infilo in una strada nuova, piena di boutiques, e sopra il negozio di Givenchy campeggia una bella insegna spartana che dice Dubrovnik. Eccululà.. Caasa. Vado a fare il check in e mi sbatto in camera, ma che delusione, l’austerità dell’insegna non viene affatto mantenuta all’interno, sembra una nave da crociera, con le camere che si affacciano sul salone e tutti i piani arredati con vasi di fiori. Dalla finestra che si affaccia sulla piazza vedo di nuovo il mio amico Josip, sempre intento a minacciare il panificio col suo sciabolone. Adesso sì, è ora di cercare da mangiare. Domani mattina si riparte, e sarà la parte difficile.


breve storia di Tommaso Coso

“Sbalorditivo! Assolutamente sbalorditivo!”, esclamò Wolfgang Amadeus Mozart la prima volta che udì una composizione di Coso, forse il più grande compositore che la storia ricordi.
E non fu l’unico a restare impressionato dal suo talento, ricordiamo, tanto per citarne uno, Vivaldi, che anni dopo espresse così la sua ammirazione per l’artista “Madonna, questo qui cià due palle come cocomeri!”, o Beethoven, che disse “Chi?? Il Kaiser?”.

Ma chi era in realtà Coso?

Tommaso Coso nacque a Caracas nel 1754, e trascorse tutta la sua infanzia su una bananiera, nel tentativo di raggiungere l’Europa per iscriversi ad una scuola di solfeggio. Ci mise venticinque anni, prima dovettero tornare indietro perché si erano dimenticati le provviste, poi per prendere l’apriscatole, visto che avevano caricato solo fagioli e pelati, poi dovettero caricare il nostromo che alla seconda volta che tornavano indietro si era rotto le balle ed era andato in trattoria.
Giunto in Europa Coso frequentò con successo la Scuola per Giovani Dotati di Orecchio Musicale “Albino Franzone”, di Como, dove ebbe per compagno di banco uno dei tanti Strauss, quello che non compose mai niente.

Nel 1781 compose la sua prima opera, “La Sua Prima Opera”, che parlava di un uomo mortificato dalla pleurite. Fu un successo straordinario, tutti per la strada canticchiavano il tema principale “Ho Un Motivetto Nella Testa Che Fa Zanzan Zunzun Frinfrin Patasgnaus Vidocqdipitof, Sarà Mica Il Caso Che Mi Faccia Vedere Da Un Cerusico?”.

Nel 1784 compose “Quell’Opera Là”, “Un’Altra Famosa” e “Quell’Opera Là 2, Il Ritorno”, tutti trionfi. Mozart, indispettito da tanto successo, si ritirò a fare il ciabattino.

Nel 1787 l’imperatore di Santa Teresa Di Gallura (che allora era stato indipendente), Ciro Peppino, cercava un famoso compositore, e gli suggerirono Coso (si dice che la frase esatta fu “Mah, ci sarebbe coso..”). Gli commissionò un brano di prova, e Coso scrisse “Ciro Peppino B.Goode”, che faceva più o meno così “Go go, Ciro Peppino Go, Go, Ciro Peppino Be Good Tonight”. L’imperatore apprezzò e gli chiese di scrivere un’opera che potesse far ascoltare ai suoi amici quando venivano a mangiare la pizza a casa sua. Coso snocciolò in soli due giorni quella che divenne la sua opera più celebre, “Una”, copiata e ripresa nel corso degli anni da tutti i musicisti fino alla recente interpretazione degli U2, “One”.

Trascorse gli anni successivi a scrivere balletti, opere liriche e pezzi per orchestra, e ogni volta il pubblico andava in visibilio. Come dimenticare titoli come “Concerto per strumenti musicali a muzzo”, “Il previsto spettacolo non andrà in scena per un malore del cantante”, e “Quella dove c’è quella canzone famosa”?
Nel 1791 conobbe quella che sarebbe in seguito divenuta sua moglie, Luana la Contorsionista, stella di prima grandezza del circo Mandrillo. Quando metteva in scena il suo spettacolo “Luana e la sua banana” la gente accorreva da ogni dove, anche da lì. Tommaso Coso vi si recò per discutere con l’impresario, Beppe Frettazzo, i termini di un contratto che prevedeva una serie di brani musicali soft, per accompagnare le graziose movenze di Luana.
Coso suggerì un paio di titoli, “Milonga Per Trapano E Arcata Dentaria” e il sottovalutato “Due Accordi In Croce Tanto Per Far Vedere Che Ho Composto Qualcosa”. Non venne ingaggiato, ma assistette allo “spettacolo di contorsionismo e sparizione di frutti esotici senza neanche usare le mani” con vivo interesse, e alla fine, folgorato da tanta poesia, si presentò al camerino di Luana.
Si dice che all’inizio lei fosse restia a concedersi al musicista, nonostante la sua fama fosse universalmente nota, ma quando lui le fece ascoltare il pezzo che aveva composto in suo onore “Il Tuo Bacio E’ Come Il Requiem Di Faurè Suonato Veloce”, ella cedette, e dopo un breve fidanzamento, il 27 Aprile 1792, davanti a Padre Ignazio Frugola, parroco del Santuario Della Madonna Con Le Mani Sudate, i due divennero marito e moglie e figlio, perché Coso non aveva perso tempo.
Gli anni del matrimonio donarono a Tommaso Coso nuovi spunti per le sue opere, che si arricchirono di una maliziosa vena comica, come nel “Così Fan Tutte Ma Senza Banana”, o di toni drammatici, di cui fu un esempio lampante “Quella Stronza Di Mia Suocera”. Ricordiamo il brano più famoso, “Si Ma Tua Moglie” in cui il protagonista Tiburzio si lamenta con un amico del carattere vessatorio della madre di sua moglie, e l’amico Nestore gli contrappone i pregi della sposa.

TIBURZIO – Quella stronza di sua madre la mi grida tutto il dì
NESTORE – Si ma tua moglie l’ha una voce da usignolo
TIBURZIO – Quella stronza di sua madre la mi chiama mentecatto
NESTORE – Si ma tua moglie la ti stira le mutande
TIBURZIO – Quella stronza di sua madre la mi svuota sempre il frigo
NESTORE – Si ma tua moglie la ti frulla il barbagallo

E lo frulla assai ben!
Ah se ‘l frulla così ben!

TIBURZIO – Quella stronza di sua madre la mi tira addosso i ciocchi
NESTORE – Si ma tua moglie la ti va a far la spesa
TIBURZIO – Quella stronza di sua madre mi nasconde i lanciostory
NESTORE – Si ma tua moglie la ti tien pulito il cesso
TIBURZIO – Quella stronza di sua madre dice al bar che son cornuto
NESTORE – Si ma tua moglie cià due puppe come angurie

E le mostra assai ben!
Ah se ‘l mostra così ben!

TIBURZIO – Ma senti un po’, Nestore. Com’è che tu sai tutte ‘ste cose su mia moglie?

Quando la sua fama si estendeva in tutto il mondo e le richieste di comporre brani fioccavano numerose da tutte le più importanti case reali, Tommaso Coso si scocciò di fare il compositore e decise che il mestiere della sua vita era l’idraulico. Sparì nel nulla nel 1823, e di lui non si seppe più niente.


guglielma macachi

Com’è che quando mi organizzo per vedere una ragazza va sempre a finire tutto così? Dovevamo andare al cinema, poi l’avrei riaccompagnata a casa, come al solito, con la sola differenza che la casa sarebbe stata la mia. Avevo organizzato tutto nei minimi particolari, lavato la macchina, comprato un enorme mazzo di rose, ripulito tutto l’appartamento, sotterrato i calzini. Avevo preparato anche per l’indomani mattina, avrei telefonato al lavoro per dire che stavo male e saremmo rimasti a letto fino a tardi, poi avrei preparato il pranzo, avevo già tutto il menù compreso il vino, vino buono, mica il cancarone da supermercato. Nel pomeriggio avremmo guardato un film accoccolati sul divano, e la sera cena fuori e magari un salto in quel locale che ci piace tanto. Era perfetto, me lo pregustavo già, e invece..

“Domani sera non posso, devo vedere Guglielma Macachi”.
“No, ma io intendo che a casa mia ci vieni dopo il film, non prima”
“Ma io Guglielma Macachi devo vederla domani sera, non ci vengo al cinema!”

Allora avevo proprio capito giusto..
Mi si sbriciolano tutti i progetti, le rose appassiscono di colpo nel vaso, il vino diventa aceto e tutta la roba nel frigo scade. La casa di produzione del film fallisce, il regista muore, il locale che ci piace tanto va in fiamme, e dalle ceneri emerge, solida e tetra come una sfinge con la faccia di Zio Fester, la figura di Guglielma Macachi.

Non era la prima volta che sentivo questo nome, me la nominava spesso, “questo film me l’ha consigliato Guglielma Macachi”, oppure “vado a giocare a tennis con Guglielma Macachi”. La prima volta credevo che mi pigliasse per il culo, come può esistere una con un nome così? Le avevo risposto “si, e io mi vedo con Greipèip”. Naturalmente avevo dovuto spiegargliela, pur avendo la stessa età eravamo stati tirati su in ambienti diversi, quando io guardavo i cartoni del Gorilla Lilla lei si beveva i cicchetti insieme alla nonna, e adesso il risultato era che io scrivevo racconti cretini e sognavo di conquistarla con modi gentili, lei mi portava a bere aperitivi e si sfondava di negroni.

Era stato durante uno di quei consessi alcolici che era saltata fuori Guglielma Macachi, una donna bassa e larga con grosse lenti scure e folta peluria sul mento, nonché la presidentessa del Club Amici Del Libro, un’associazione che sbandierava il nobile intento di “promuovere la cultura disimpegnata e il dolce profumo della carta stampata”. In realtà sugli scaffali del club era più facile trovare delle bottiglie di gin che Oliver Twist, la divulgazione di opere letterarie era solo un paravento per delle riunioni di beoni, che a confronto i raduni degli alpini sono assemblee di salutisti. Per mantenere quel minimo di decoro che le permettesse di continuare le proprie libagioni la Guglielma si dava da fare ad organizzare incontri con scrittori, reading poetici, e ogni settimana proponeva un’uscita a teatro dove regolarmente saltava fuori un biglietto omaggio per la mia ragazza. Non due, che magari avrei potuto anche partecipare, no, figuriamoci! Così, ciclicamente come quel periodo in cui ci si vede e si sta bene insieme ma non si può andare oltre, il fantasma della donna dal nome scimmiesco e dalle fattezze sfattezze aleggiava sul nostro rapporto.

“Senti, non è che per una volta potresti dire alla tua amica Guglielma che non puoi? Avrete tutta la prossima settimana per farvi venire la cirrosi, proprio stasera?”
“Dobbiamo preparare il regolamento del club, è una cosa importante”

Cercai di immaginare di quali regole potesse avere bisogno un’associazione dedita all’alcool come quella, ma non andai oltre le tre o quattro fondamentali:

Non vomitare sui divani
Conservare i vuoti da restituire all’esercente
Servirsi del bagno per le necessarie funzioni corporali
Non abbandonarsi ad atteggiamenti indecorosi

L’ultima in realtà potevo anche toglierla, faceva ridere solo a pensarla, e infatti Claudia, la mia ragazza, mi squadrò con diffidenza.

“Ma sei in aria? Che ti ridi!”
“Niente, pensavo ad una cosa.. Insomma, tu stasera hai da fare e non puoi proprio rimandare. Io avevo organizzato una cena, ho anche spedito il mio compagno di stanza a dormire fuori.. potevi almeno dirmelo prima!”
“Hai ragione, scusa, ma è capitato all’ultimo momento, dobbiamo prepararlo assolutamente entro domani, così poi lo mandiamo in stampa.”

Sapevo che era tutta una scusa, Claudia non riusciva stare troppo a lungo senza bere, e Guglielma Macachi rappresentava la soluzione ideale per riempirsi come un’anatra e mantenere una certa dignità.
Mi rassegnai a guardarmi il film da solo, steso sul divano abbracciato ad un cuscino, popcorn e cocacola invece del filetto, un rancore che mi spingeva a prendere il telefono e coprire di insulti Claudia e Guglielma. Non sarebbe servito, a quell’ora dovevano già essere sotto il tavolo, se l’avessi chiamata dubitavo che mi avrebbe riconosciuto. L’ultima volta che ci avevo provato mi aveva risposto “Ciao amore! Che sorpresa!” e solo dopo un paio di minuti aveva capito chi ero e smesso di chiedermi quando sarei tornato da Saint Tropez.
Pensavo alla faccia del mio compagno di stanza Matteo, l’indomani, quando gli avrei raccontato della mia straordinaria serata.

“Fidanzarsi è sbagliato, smetti di ragionare come una persona normale”, mi ripeteva ogni volta che litigavo con Claudia, sempre in concomitanza con le sue serate culturali.
“I fidanzati seguono dei processi mentali tutti loro, solo i magistrati ragionano alla stessa maniera. Ricorda, Cogito Ergo Singulus Sum! E poi sai come la penso, voi due non state bene insieme.”
“Si, ma cosa dovrei fare? Io ci sto bene con lei.”
“Ci sono soltanto due modi per avere un buon rapporto stabile con lei, o la lasci e non vi vedete più o cominci a bere come un cammello e vi incontrate solo quando siete tutti e due ribaltati. Quella è una squilibrata, dai! Ci stai bene insieme solo perché hai paura della solitudine, e lei con te fa lo stesso.”
“Se ti sentisse dire una cosa del genere ti metterebbe sotto con la macchina!”
“Per quello basterebbe attraversarle davanti quando torna dal circolo. Dai, seriamente, credi che sia innamorata di te? Si vede subito quando due persone stanno bene insieme, e qui è evidente che vi state trascinando. Tu dietro a lei, lei sui gomiti.”
“Stai esagerando, la dipingi come un’ottenebrata insensibile, ma non è così. Abbiamo avuto anche dei momenti felici insieme.”
“Si, quando era talmente ubriaca che ti scambiava per un altro. Vuoi una prova? Dille che vuoi stare un po’ da solo, non cercarla per un po’, e vedi come reagisce.”

Macché, Matteo non capiva, Claudia mi amava davvero, l’unico ostacolo fra noi era quella stronza di Guglielma Macachi. Era lei che proiettava un’influenza negativa sulla mia ragazza, enfatizzava quella naturale predisposizione all’autolesionismo che è insita in ognuno di noi. Come si dice, “quella ragazza lì la stavano rovinando le cattive compagnie”. Se le avessi tolto di mezzo Guglielma Macachi e il suo Club Amici Del Libro i miei problemi sarebbero svaniti, il fegato di Claudia si sarebbe rigenerato, il nostro futuro sarebbe tornato radioso.

Fu nei giorni successivi che il mio disegno criminale prese forma. Pensando alle implicazioni morali non sentivo alcuna remora, uccidere una vecchia bruttona come Guglielma Macachi non mi sembrava contrario ad alcuna morale, mi avrebbe consentito di salvare la vita di una ragazza giovane e bella. Dal mio punto di vista non era omicidio, era ottimizzazione delle risorse umane.
L’idea me l’aveva data un farmaco, la Prototeina. Era un semplice antibiotico contro l’influenza, ma sul foglietto all’interno della confezione portava scritto a lettere cubitali: “ATTENZIONE!! Non somministrare a persone con problemi di alcolismo, può provocare morte fra atroci dolori e spasmi e perdita di sangue a fiotti dal naso e dalle orecchie, oppure un leggero calo del timbro vocale”.
Il piano mi si era scritto da solo, presi un paio di giorni di mutua per influenza mi sarei procurato quantità industriali di Prototeina, e una volta introdottomi in casa della mia vittima l’avrei disciolta nella sua scorta di alcolici.
Oltretutto, in caso di autopsia, nessuno avrebbe pensato a un omicidio, ero in una botte di ferro.

Il mattino seguente mi procurai in fretta la cartolina della mutua e il medicinale, e alle nove meno dieci mi appostai sotto casa di Guglielma Macachi, pronto ad agire.
Dopo un’ora non era cambiato niente, la mia vittima era ancora in casa. Ma non ce l’aveva un lavoro, la spesa da comprare, qualche commissione che la tenesse impegnata mezz’ora fuori di casa?

Mi telefonò Claudia, aveva saputo che non ero andato a lavorare e voleva vedermi.

“Scusa tesoro, ma sono impegnato, voglio approfittare di questi due giorni per rimettermi a scrivere il mio romanzo giallo. Ci sentiamo dopodomani”.

Altro che dopodomani, se quella lì non si decideva a uscire rischiavo di dover restare lì sotto tutta la settimana. Oltretutto si approssimava la brutta stagione, se mi fossi preso un’influenza che scusa avrei potuto trovare per non andare a lavorare? Che dovevo ammazzare qualcuno?

Claudia mi transitò davanti con una bottiglia di gin in mano, diretta verso il campanello di Guglielma Macachi. Doveva essere già ubriaca, perché non mi vide, nonostante fossi a meno di due metri da lei.
“Guglielma, sono Claudia!”, la sentii biascicare nel citofono.
“Mi spiace, ha sbagliato campanello”, rispose qualcuno. “La signora Macachi ha quello di sinistra”.
“Guglielma, sono Claudia!”, ripeté.
“Chiccazzo è Claudia?”. Questa volta era proprio Guglielma, già piena come il tacchino a Natale. “Non ne ho idea”, rispose Claudia, “Io mi chiamo Francesca”.
Una volta chiarite le rispettive identità la padrona di casa uscì e si allontanarono insieme, ciondolando vistosamente.

La mia abilità di scassinatore era leggendaria, al baretto mi chiamavano il Lupin del distributore automatico. Avevo un trucco per rubare le lattine senza pagarle, inclinavo il distributore e lo scrollavo, facendone uscire cinque o sei.
Si, ma come avrei potuto applicarlo a un palazzo di cinque piani?
Per fortuna mi chiamavano anche il Dillinger dei distributori di ciupaciupa, per la mia abilità a forzare le serrature con una forcina, e fu grazie a questa mia dote che cinque minuti più tardi mi trovai nell’appartamento della donna, a travasare antibiotico nella sua scorta di whisky invecchiato.

Si era fatto buio quando tornai al mio appartamento. Matteo non c’era, ma qualcuno aveva lasciato un biglietto sulla porta.
Era di Claudia, diceva solo: “Ho conosciuto un altro, ti lascio, ciao”.

Ma come? Ma chi? Come sarebbe ho conosciuto un altro, solo perché ti ho detto che non ci sono per due giorni?? Non avevo tempo per soffermarmi a pensare su quanto Matteo si fosse rivelato profetico, dovevo trovarla, parlarle! Non poteva lasciarmi proprio adesso che le cose fra noi stavano per cambiare in meglio!
Corsi a casa sua..

“Stai facendo un errore! Capisco che la tragica scomparsa della tua amica ti abbia sconvolta, e il timore di incorrere nello stesso infausto destino ti abbia gettato fra le braccia di uno sconosciuto, male interpretando i tuoi reali sentimenti, ma ti prego di non prendere decisioni affrettate, tu sei ancora innamorata di me, non di questo tizio sbucato da chissà dove!”
“Non so di cosa stai parlando, Guglielma è viva, mi ha telefonato poco fa. E io non sono più innamorata di te, ora vivo per Marco, o Mirco, non mi ricordo.”

Mi girava la testa, tutti i miei sforzi inutili, Claudia mi aveva abbandonato lo stesso, e come ulteriore beffa Guglielma Macachi non era neanche morta. Ma com’era possibile?
Andai al Club Amici Del Libro, e mi aprì la porta la donna che avevo cercato di intossicare. Stava benissimo.. oddio, per quanto potesse stare benissimo una beona come lei..

Mi sedetti al banco con la testa fra le mani. “Ho avuto una giornata pesante”, le dissi. “Non è che avrebbe qualche buon autore da consigliarmi, per tirarmi su?”.
La donna mi strizzò l’occhio, e tirando fuori da sotto il banco una bottiglia di vodka, rispose: “In casi come questi non c’è niente di meglio di qualche pagina di Dostojevskij”.
Strabuzzai gli occhi, ma non per la bottiglia, le si era abbassata la voce, sembrava che la stesse doppiando Giancarlo Giannini.

Trangugiando d’un fiato il bicchierino di liquore mi tornarono in mente ancora le parole del mio coinquilino, “o la lasci o diventi come lei”. Avevo saputo fare di meglio, avevo realizzato entrambe le possibilità in una botta sola.
Mi attaccai alla bottiglia come se fosse stato un capezzolo di Scarlett Johansson, e mandai al mio fegato un silenzioso bacio d’addio.