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Niente, volevo ricordarvi che il Pablog si è spostato su

http://www.pablog.it

Qui ci sono solo le zanzare.

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e ma allora

Io davvero non vi capisco a voialtri. Mi sbatto a crearvi un blog dall’indirizzo immediato, una grafica minimale accessibile da qualunque telefonino compreso il nokia coi tre tastoni biancorossoverde che ne hanno venduti tre esemplari in tutto e uno me lo sono comprato io, ci carico sopra tutti i post compresi quelli vecchivecchi rarissimi tipo di quando mi sono buttato in politica e sono diventato re della Nigeria ma avevo finito i soldi e sono stato costretto a scrivere email a chiunque per chiedergli due spicci in cambio di astute manovre commerciali che non mi potete dire di no, e voi state sempre a bazzicare qua sopra. Per dissuadervi ho anche postato una pagina del diario di Phil Collins, speravo fosse un gesto sufficientemente estremo per scacciare anche i più temerari, quelli temprati alle prove più impegnative, tipo andare da Cannes a Nizza seduti su un cancello a pedali nel giorno in cui la tua squadra del cuore perde tre a zero il derby, ma niente, tutti i giorni vengo a vedere le statistiche del blog e ci sono più visite del giorno prima. Di un paio posso intuirne l’identità, e mi prendo la briga di salutarli come si fa con gli amici: ciao papaperi! Di altri due posso intuirne l’identità e mi prendo la briga di salutarli come si fa con i personaggi famosi che cercano di non farsi riconoscere ma tu li hai sgamati lo stesso perché da bambino andavi sempre al circo: ciao amici col cerone! Di altri due posso intuirne l’identità ma non li saluto perché vengono qui tutti i giorni a cercare le gemelle Kessler nude e Sveva Sagramola altrettanto abbigliata, e sono dei pervertiti mascalzoni.

Poi a me piace immaginare che da qualche parte in mezzo a quelle statistiche grigie di googleanalytics compaia all’improvviso un puntino azzurro che mi riveli la visita di cortesia di qualcuno che una volta all’anno si fa un giro a respirare cose familiari, sai, uno vuelve siempre a los viejos sitios donde amo la vida, un po’ come quando sono a Londra e inevitabilmente finisco di fronte a quel Renoir, un po’ come la visita alla nonna, dove la nonna è quello stato d’animo in cui ogni tanto ti immergi quando non ti vede nessuno, giusto per ricordarti l’effetto che fa. Lo so che non è così, ma i racconti li scrivo saccheggiando questi pensieri qui, mica le pagine gialle.

Comunque la faccio breve, che ieri sera mi son successe delle robe strane e se me le tengo al caldo ancora un po’, invece di scriverle qui sopra, magari diventano un raccontino, o un capitolo di quella roba che tengo nel cassetto, e a proposito di cassetti vorrei regalarvi un vecchio racconto che avevo dimenticato in mezzo alle cianfrusaglie. Lo potete scaricare qui in formato epub.

Per tutto il resto vi ricordo che questo blog si è trasferito sulla pagina dal nome più figo: http://www.pablog.it

Non fatemi innervosire.


Questo blog si è trasferito su

Www.pablog.it

Qui oramai c’è solo Phil Collins

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il cinquantesimo compleanno di BjÓ.. di Bjå.. di Bjork

Oggi è il compleanno di Bj⌂|¿úíᡤõÒ…

Oggi è il compleanno di BjÕÔßÓ▀̦▄Ý…

Oggi è il compleanno di Bjäåã..di BjàâáÝJå.. di Bj,-!!↓..

Vabbè, di Bjork. E come avrete intuito io non so scrivere la o con l’umlaut, e forse è per questo che non sono andato alla sua festa di compleanno, perché ogni volta perdo ore a spiegare al tassista dove mi deve portare e finisco per non uscire mai dall’aeroporto di quel posto dove sta lei.
Ieri sera poi ho fatto tardissimo, che mi sono imbucato a un raduno clandestino di scrittori fingendomi lo psicanalista di una mia amica brava a fare quelle robe lì, e la serata stava andando molto bene, c’era Carver che parlava di cani morti, ma poi una bambina cinese si è intrippata a guardare un video rumoroso sul cellulare, e una ragazza invero molto bella ha cercato di attirare la sua attenzione agitando l’ombrello, come si fa coi gattini. La bambina era cinese, non stupida, una cinese nata in Italia da cinesi nati in Italia, e le ha lanciato un’occhiata che suggeriva un utilizzo molto più interessante dell’accessorio, e la serata si è un po’ ammosciata. Siamo andati a bere un amaro in un posto suggerito dal cugino di Odifreddi, un locale dove si ballava il tango, sua grande passione. Non ero mai stato in un posto così, mi sono guardato intorno e ho notato la signora Thatcher appoggiata al banco a bere vodka. La cosa mi ha stupito, ma ammetto di essere sempre stato ignorante in politica internazionale. La mia amica si è lanciata in un tango acrobatico col cugino di Odifreddi, io e la ragazza invero molto bella abbiamo scambiato qualche parola, ho cercato di impressionarla con la mia cultura e le ho detto “hehe”. Non mi sembrava di averla colpita, così ho provato di nuovo, “hehe”. È andata a parlare con la signora Thatcher.

Comunque è stata una serata divertente, sono tornato stamattina alle tre e mi sono messo a leggere l’Esorcista, la classica lettura delle tre. Una volta ho visto un film dove una ragazzina posseduta dal diavolo si svegliava tutte le notti alle tre, perché le tre è l’ora del diavolo, si vede che anche lui frequenta raduni di scrittori.

La sveglia è suonata alle sette, avrei dovuto prendere il treno per Milano e da lì l’aereo per l’Islanda, ma sinceramente ne avevo per le balle e mi sono girato dall’altra parte. A mezzogiorno mi sono trascinato in cucina e ho mandato un messaggio alla mia amica cantante, le ho detto che è venuta una tromba d’aria e mi ha divelto le persiane, che sono cadute sulla macchina di Checco e adesso non posso uscire perché c’è Checco che gira con le persiane sottobraccio e cerca il proprietario per menarlo. Se mi vede uscire dal portone gli ci vuol poco a capire che la finestra senza le persiane è la mia, perciò finché non se ne va devo stare chiuso dentro. Non che mi dispiaccia, fuori fa freddo. Anche in Islanda, ma perché devo farmi delle ore di aereo per andare a prendere lo stesso freddo che posso prendere comodamente qui?

Sono tornato a dormire fino a poco fa, quando mi sono reso conto che io il numero di Bjork l’ho memorizzato sotto Quella Bassa Che Canta, dato che non sapevo scriverlo giusto, quindi il messaggio non l’ho mandato a lei, l’ho mandato alla persona che avevo memorizzato sotto Bjork, ma in questo momento non ricordo chi sia, potrebbe essere chiunque, anche qualcuno a cui non parlo più da anni.

Ecco, se oggi verso mezzogiorno avete ricevuto un mio messaggio che spiegava la storia di Checco e delle persiane adesso sapete perché.
E “ég elska bobbingar þinn” è una formula di cortesia tipica di quelle parti, non fateci caso.


pena de alma

Senti, io ci ho provato a scrivere qualcosa di pancia, ma le disgrazie mi fanno tacere, e dopo dieci minuti salta fuori qualcuno più bravo che dice le cose veramente profonde e mi passa la voglia di aggiungere la mia voce alle sei o sette (cento (mila)) che intanto hanno trovato la foto della Tour Eiffel o si sono messe il tricolore sulla foto profilo, e io cos’altro posso aggiungere, che mi sono mangiato una baguette?
Sarebbe il caso di scrivere qualcosa di diverso perché la vita va avanti nonostante le tragedie, e anzi, soprattutto, che a piantarsi lì come chiodi si finisce per ribadire concetti certe volte pure sbagliati, che basta un attimo che salta fuori lo scaltro opportunista capace di dire la cosa di pancia che ci vuole in quel momento, e certe volte il guadagno si esprime in like, altre in voti, e intanto di qua è un florilegio di frasi e pensieri ed emozioni che ti fanno capire quanto sia inutile odiare il tuo prossimo, siamo davvero tutti uguali, basta guardare la bacheca di facebook.
Guarda, io ci ho provato, ho scritto una roba che mi è uscita così, di pancia, ma a metà ho fatto la cazzata di andare a vedere cosa succedeva in giro, e mi sono trovato quello che soffre ascoltando Aznavour, quello che empatizza alla mostra di fotografia su Parigi, quello che sei mesi fa era proprio lì e ti mostra la foto del biglietto del Louvre, madonna quante lacrime, e io scusa, ma le cose che mi fanno male non sono capace di condividerle, e infatti qui non voglio farti sapere come mi ha fatto sentire la notizia, vorrei solo ricordarti che non sei un esperto di politica estera, non sei un sociologo, e neanche un poeta, scusa, davvero, evita di andare a capo a cazzo quando condividi il tuo dolore, va bene lo stesso, ci crediamo. Però meno, per favore. Soffri un po’ meno.


analogico 2.0

Quella che segue è la cronaca fedele di un viaggio, scritta per strada e pubblicata così com’era, tipo mtv unplugged, con il quaderno scritto piccolo e le foto stronze. Ho cercato di trasmettere l’atmosfera cazzara che si respirava per quel che è stato possibile. Spero di esserci riuscito.

Ci sarebbero un sacco di cose da aggiungere, ma ho già scritto tutto l’essenziale sui foglietti, il resto sarebbero note a margine che parlano di quello che mi sono portato da casa e di quel che ho trovato là, ed è tutta roba che merita una pagina per sè.


Sandro

Sandro non lo conosco, ma a guardarlo nella sua maglietta dei Sepultura non deve avere molti anni più di me. Chili invece si, tanti, che sotto la maglietta ha una panza che i Sepultura potrebbe benissimo esserseli mangiati.
Sta tenendo una lezione sui mostui sacui del uochenuoll, unico allievo un suo amico che ha avuto la sfiga di incontrarlo e soffre come una partoriente, e me, seduto sotto una palma ad aspettare una persona con cui finire questo bel sabato di sole, a cena, magari col mare davanti.
Sandro si mette ad elencare le date di nascita di tutte le uockstau più celebri, da Eddie Vedde a Kuut Cobain, mostrando con logica ferrea e spietata come i compleanni dimostrino più di quel che sembra, e tira fuori la storia del Club 27, aggiungendo per buon peso che dev’esseuci sicuamente una cospiuazione.
L’idea era di alzarmi e andarmene, che non mi va di fare incrociare melomani deprimenti e giovani sconosciute, ma decido di restare ad aspettare le scie chimiche, sono sicuro che arriveranno, quando si tira fuori la teoria del complotto sono sempre le prime insieme al signoraggio. E poi avrò un aneddoto ridicolo da raccontare alla mia ospite.

Lei si chiama Marta, l’ho incontrata un paio di settimane fa in libreria, mi sono detto che non posso essere sempre terrorizzato dalle donne, non c’è niente di male ad attaccare bottone per strada, e poi una libreria è un bel posto per conoscere una ragazza, così le sono andato incontro deciso e a un passo da lei mi sono voltato a prendere un libro che cercavo da anni e non vedevo l’ora di leggere ma guarda che fortuna, l’ho agguantato e mi sono fiondato alla cassa.

Solo fuori, davanti al ciaoamico che cerca di darti un cinque e venderti l’ultimo libro di suo cugino, mi sono preso a schiaffi in due direzioni, una per essermela conigliata con la ragazza, l’altra per aver buttato via dei soldi nella raccolta di barzellette di Totti, e quelli sono schiaffi fortissimi, che devo fare tanta penitenza, e se mi vede qualcuno altri schiaffi, per vendicare la dignità. Però non c’è nessuno, solo il ciaoamico che mi sta davanti con la mano aperta e non capisco se vuole ancora un cinque o cerca di mollarmi due pattoni anche lui, che ha bisogno di sfogarsi, tutto il giorno sul marciapiede a farsi ignorare da mezza Genova renderebbe violento anche Gandhi.

Gli metto in mano il libro di Totti e rientro, che chiedere il numero di telefono alla ragazza di prima è diventata la missione del giorno, solo che la ragazza di prima non è dove l’avevo lasciata. Provo a salire ai piani superiori, ma non la vedo. Supero i dvd, i fumetti, e un po’ mi piange il cuore, che trovarcela davanti l’avrei letto come un segno divino e l’avrei dichiarata la donna della mia vita e le avrei chiesto di darmi dei figli, non importa di chi.

Insomma, la ragazza che poi scoprirò essere Marta non c’è, né in veste di Marta né in quella di giovane carina coi riccioli neri e camicetta bianca e borsa di stoffa, come l’ho temporaneamente identificata.
Torno giù, mi è rimasto da visitare solo il reparto strumenti musicali e non ce la vedo a suonare la chitarra elettrica. Ho ancora un forte senso di colpa per aver fatto guadagnare qualche centesimo in diritti d’autore a Francesco Totti, e per mondarmi la coscienza vado a cercare un libro vero, possibilmente impegnativo, che mi permetta di fustigarmi ancora durante la sudata lettura.

Sono a picco su un tavolo, indeciso fra una biografia di Tamerlano e un giallo scandinavo, e il mio campo visivo è attraversato da una mano di donna che plana sulla distesa di libri davanti a me e si fa strada decisa verso il mio pisello, rintanato nei pantaloni, appoggiato placidamente su una pila di volumi di Stefano Benni. Sollevo un’espressione fra il violato e il lubrico, e mi trovo di fronte la ragazza di prima, chiaramente imbarazzata, che mi indica lo scrittore bolognese su cui ho fatto il nido.

Si scusa, mi scuso, le passo il libro. Seguono momenti di imbarazzo, che interrompo dicendole che è un libro bellissimo, perché Saltatempo lo è davvero, e mi risponde che ha letto una recensione del libro su un sito di recensioni di libri, e sono un po’ stupito di questo fatto, perché a Genova se parli con una ragazza in libreria questa di solito si limita al sorrisetto convenzionale e si trasferisce in Asia.
Questa non solo non va in Asia, ma mi indica il giallo scandinavo ignorando bellamente il condottiero mongolo e dice “Quello l’ho letto, non è male. Però preferisco Simenon.”
Mi sento autorizzato a offrirle il caffè, e ci spostiamo al bar del negozio dove si compiono le formalità di rito, presentazioni e scambi di contatti. E arriviamo a sabato, a Sandro e alla sua maglietta dei Sepultura.

Sta raccontando al suo amico che Jimi Henduix che non è mouto davveuo pe un’oveudose di tuanquillanti, c’è di mezzo la CIA, e sto per intervenire ricordandogli che Hendrix è morto a Londra, di fronte a dove abitavo io, ma in quel momento arriva Marta, e le vado incontro.

Anche Sandro.

Ma che cazzo.

“Mauta!”
“Sandro! Cosa ci fai qui?”
“Mi puendo un po’ di sole e paulo con questo mio amico che.. oh, se n’è andato.”

Insomma che sono amici da tanti anni, suonano insieme in un gruppo, e quel giorno in libreria avrei dovuto salire fino in cima e l’avrei trovata a provare un basso, ma sono stato affrettato e adesso mi tocca Sandro. Perché si invita a cena, ovviamente.

“Pensavo di andare in una trattoria qui dietro, il gestore è molto simpatico e ti tratta bene”
“E peuché non ci mangiamo un bel sushi?”
“Uh si! Che bella idea!”, risponde Marta.

Non so come funzioni nel resto del mondo, ma a Genova un ristorante di sushi è un posto gestito da cinesi dove mangi variazioni sul tema della cucina cinese, in porzioni minori e con prezzi da usura. Non so se si capisce con che faccia accolgo la scelta.
Però mi adeguo, via, Marta sembra interessante anche se ha amici discutibili.

Sandro ci conduce al piccolo trotto su per via San Lorenzo, che il ristorante che conosce è in centro, e in una decina di minuti ci troviamo davanti a un negozio di abbigliamento.

“Eccoci auuivati! Entuiamo!”
“Ma qui?”, chiedo.
“Ceuto! È un uistouante molto quotato!”
“Ma i vestiti?”
“Vendono anche vestiti, che c’è di stuano?”, sibila il fan dei Sepultura, poi scocca un’occhiata perplessa a Marta, che accusa imbarazzata.

Il cameriere che ci accoglie è italiano, così la barista e tutti gli altri personaggi che vedo passare mentre ci accomodiamo al tavolo. È il ristorante orientale meno orientale che abbia mai visto, in compenso ci sono vetrine piene di abiti firmati e bacheche piene di accessori costosissimi. Ho un terribile presentimento.

“È curioso, siamo gli unici clienti”, dico.
“Meglio, così pauliamo senza esseue distuubati! Peuesempio, tu che musica ascolti?”
“Ehm.. Tom Waits?”, rispondo, nella speranza che la sua maniacalità sia limitata al rock duro e puro.

“Ehi, che figo! L’hai visto dal vivo quand’è venuto a Milano?”
“No, costava troppo”
“Eeh peuò è stato un conceuto impeudibile! Valeva il puezzo!”
“L’hai visto?”
“No, ma c’è stata una mia amica. Io ho visto i Sepultuua puima che si sciogliesseuo”
“Ah si sono sciolti?”
“Dopo che è mouto il figlio della louo manageu in un incidente, ma paue che la stouia sia molto più complicata”

Ahia. Ci siamo. A quanto pare non basta evitare gli argomenti pericolosi, è lui che ti ci trascina dentro, ti inchioda in un angolo e ti sfinisce di cazzate. Dopo i Sepultura passa a raccontarmi di Amy Winehouse uccisa da una multinazionale, Jim Morrison che è ancora vivo e abita a Seattle e naturalmente l’immancabile pippone sul sosia di Paul McCartney.

“E John Lennon?”, chiedo, abortendo uno sbadiglio.
“Gli ha spauato Mauk Chapman”, risponde come se gli avessi chiesto la cosa più ovvia del mondo.
“Beh dai, non può essere una cosa così semplice. Lennon abitava al Dakota, dove Polanski aveva girato Rosemary’s Baby cinque anni prima, proprio mentre sua moglie veniva ammazzata nella loro villa di Los Angeles.”

Sandro mi guarda come se fossi cretino. “Non ci vedo puopuio nessun collegamento!”
“Ma come no? Sulla scena dell’omicidio trovarono la scritta Helter Skelter, come il titolo di una canzone dei Beatles!”
“Ma che c’entua!”
“C’entra eccome! Ma come fai a non vederlo! Sulle ringhiere del Dakota ci sono i draghi rettiliani! Cazzo, mancano solo i riferimenti alla massoneria!”

Marta e Sandro si guardano spaventati, mi dicono di calmarmi, si riguardano. Calmarmi, certo! Io mi dovrei calmare! È tutta la sera che sopporto gli sproloqui di questo squilibrato, che poi chi cazzo lo avrà invitato, e mi hanno portato a cena in gioielleria, e sono io quello che si deve calmare! E i rettiliani ci sono davvero! Li ho visti!

“Scusi, ci porta il conto?”, chiede Marta al cameriere. Non abbiamo ordinato ancora niente, ma non importa, perché solo per esserci seduti ci chiedono ventiquattro euri ciascuno.

Appena fuori i due amici si congedano, Marta non prova neanche a inventare una scusa, si lascia prendere sottobraccio da Sandro e spariscono giù per la via.

Poi dice come mai non attacco mai bottone con le ragazze che incontro per strada.

 


faq

Sabato mattina, le undici e trentasette. La versione ufficiale mi vorrebbe impegnato a rivoltare casa per restituirle un po’ dell’antico splendore, quando fra queste mura abitava il signor Bruno con la moglie, e i vetri splendevano e sul pavimento ci potevi pranzare e non c’era un oggetto fuori posto.
La verità è un po’ più imbarazzante, in tutta la mattina ho fatto un paio di lavatrici e pulicchiato qua e là, e adesso mi sto mangiando una forma di formaggio davanti al pici, intanto che aspetto che si prepari lo stufato. Non c’è niente da fare, io e l’antico splendore di questa casa siamo incompatibili, ma va anche detto che le piastrelle della cucina erano orrende e difatti le ho tolte negli eterni lavori in casa.

“A proposito, a che punto sei con la casa?”, mi chiedono spesso gli amici. Non è l’unica domanda che mi sento rivolgere, perciò potrebbe essere una bella idea quella di tirare giù una lista di risposte alle domande più frequenti di questo periodo. Non sarebbero molte, non ho così tanti amici, e quelli che ho li vedo di rado, di solito preferisco stare a casa a farmi crescere la barba, e la muffa sotto le ascelle.
Lo stufato dice che ci metterà un po’ a cuocere, facciamoci questa lista di Friquentli Asched Ques-cions, come dicono gli italiani che millantano una conoscenza dell’inglese.

1. A che punto sei con la casa?
La casa è più o meno sempre allo stesso punto, sto cercando di mettere via i soldi necessari a comprarmi il materasso più comodo dell’universo, che ai più potrebbe sembrare una spesa superflua, ma quando passi gran parte del tuo tempo libero sdraiato a letto a leggere ecco che starci comodo assume una certa importanza.
Poi comprerò una libreria, che quella che c’è non basta a contenere tutta la cultura che in questa casa, signora mia, abbonda.
In realtà basta e avanza, ma mi sono rimasti in solaio i fumetti, i cidi e i divuddì,  e ho ancora tutta la collezione di Comix da riportare a casa, che il mio cuore sanguina a saperla nel solaio di mio papà.
Di seguito dovrei comprarmi un divano, che quello che mi ha regalato la vicina è scomodo e vecchio e il gatto me lo sta facendo a pezzi, ma anche quello nuovo me lo farebbe a pezzi, perciò non so se mi conviene. Inoltre per trovare i soldi dovrei vendere il cane a un circolo di punkabbestia, che è uno di quei posti dove questi individui si incontrano per allenarsi a suonare i bonghi, tirare per aria le cose che prendono al volo e soprattutto pianificare intelligenti strategie di marketing che facciano presa sui passanti e li convincano a sganciare i due spicci per la birretta. L’ultima volta che li ho visti erano orientati verso una tecnica di approccio informale con uno slogan di facile presa sul cliente, che trasmetta familiarità e calore, e nel contempo arrivi in fretta all’obiettivo, così da ottimizzare i tempi: “ciao, me lo dai un euro?”.

2. E il corso di improvvisazione teatrale?
Contrariamente alla casa quello va avanti molto bene, e si sta avviando allegro alla sua conclusione: domenica 8 giugno alle 20 ci sarà il saggio di fine corso, aperto al pubblico, e sono combattuto fra il non dirlo a nessuno per l’angoscia di fare una figura di merda e il dirlo a tutti perché resto un gran vanitoso, e siccome alla fine sticazzi venite a vedermi che i miei compagni di corso sono molto bravi.
Sono anche belle persone, e mi fa piacere che con alcune di queste sia nata una bella amicizia, e se con altre invece si stanno raffreddando i rapporti la colpa è solo la loro e della loro invadenza malata. A questo proposito credo di dover rispondere a una domanda duebis.

2bis. “Ma voi due avete una relazione?”
Si. Ce l’abbiamo tutti  e due. La sua la conosci, la mia no, e non sono cazzi tuoi. Perciò sarebbe il caso che la piantassi di fare domande in giro a me, a lei, agli amici e ai compagni di corso, neanche avessi dodici anni. Sei una frustrata. E non hai dignità.

3. Sei stato al cinema di recente?
Alcune volte, ho visto perlopiù delle vaccate immonde, tipo Lei, che è la storia di un tizio che si innamora di Windows Vista e poi questo lo pianta piantandosi, come fa sempre Windows Vista. La voce di Micaela Ramazzotti rende tutto molto più sgradevole.
Poi ho visto Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, che mi ha fatto venire voglia di guardarmi tutto quello che ho perso di Wes Anderson dopo I Tenenbaum, e anche di riguardarmi I Tenenbaum. Però il film in stop motion con gli scoiattoli non credo di farcela.
Poi ho visto Capitan America: Il Soldato D’Inverno, dove il Soldato D’Inverno è un personaggio che se non ce l’avessero messo andava bene lo stesso, che salta fuori negli ultimi cinque minuti e prende solo una risma di cazzotti. Però radere al suolo Washington e dichiarare la missione un successo mi fa capire che lo SHIELD è guidato da repubblicani.
Credo di avere visto anche qualcos’altro, ma in questo momento mi sfugge.

4. L’hai finito Skyrim?
Macché, sono sempre lì che giro per le montagne menando orchi e vampiri, ma mi sono un po’ stufato, che alla fine è sempre la stessa roba, entra in una grotta, ammazza i cattivi, raccatta cianfrusaglie, torna in paese e rivendile, accumula punti esperienza. Quando sei già così forte che riesci a battere ogni avversario perde tutto un po’ di senso, forse dovrei ritirarmi in una casa isolata nei boschi e scrivere un libro: La mia vita da argoniano.
Però nel frattempo ho finito Far Cry 3, che mi sono anche divertito ad andare in giro a sparare ai pirati, ma a me piace più sparare che spadare, va detto.

5. Sei in giro stasera?
No, vado a teatro. E neanche domani, che rivado a teatro ma sto sul palco, e no, non potete venirmi a vedere, che sono lezioni private, c’è una tizia seduta su una sedia e io e altri dieci quindici individui ci avviciniamo tutti nudi e poi succede delle robe che non vi dico, ma se avete dello yogurt in casa è arrivato il momento di mangiarlo.

 


gravity

Esco dal cinema, porto a casa i miei amici e mentre sto facendo retromarcia per rimettermi in strada arriva un Golf nero tutto assettato, che sta per superare la Velocità Smodata, ma prima di finire in Zona Plaid mi si infila nel bagagliaio.
L’urto è tremendo, la macchina gira su sè stessa come priva di peso, cerco di sganciarmi per non essere trascinato via, ma è impossibile, chi ha costruito quelle cinture di sicurezza sapeva il fatto suo.

Dopo un po’ il veicolo si stabilizza in mezzo alla strada, ancora sulle sue ruote. Dallo specchietto riesco a vedere il mondo con le sue luci accese, senza l’ingombro del lunotto posteriore e dei piantoni e della carrozzeria che una volta componeva il retro della mia auto, perché dove una volta c’era il bagagliaio di una Toyota Yaris adesso c’è lo spazio.
Sul sedile accanto al mio George Clooney, vestito da astronauta, sorseggia con la cannuccia una bottiglia di vodka saltata fuori da sotto un sedile, e mi sorride placido: “È bello qui, vero? Sei al sicuro qui dentro, nessuno può farti del male, puoi spegnere la luce e dimenticarti di tutto.. Ma non è il momento di lasciarsi andare, devi scendere e scassargli la faccia a quello stronzo, hai visto come veniva giù? E parlava al cellulare, pure!”.
Scrollo la testa e la visione se ne va, anche se poteva almeno lasciarmi la vodka, che credo di averne bisogno, ma prima è meglio scendere e valutare l’entità dei danni per poter fare rapporto al mio carrozziere.

L’asfalto intorno al relitto della Yaris è disseminato di frammenti, che riflettono la luce dei lampioni ognuno a suo modo: i miei occhi si spostano da un pezzo di paraurti elastico e poroso a una scheggia di luce di posizione, trasparente e appuntita, fino a un rettangolo di alluminio che chissà per cos’era stato disegnato dagli ingegneri che lavorano laggiù, poi il vetro del lunotto posteriore, un altro pezzo di paraurti di cui si indovina la forma, poi un paio di nike rosse, dei jeans di marca ignota stretti sulle caviglie, un giubbotto Paul & Shark nero e la faccia di un tizio con la bocca spalancata e le sopracciglia all’insù che mi sta urlando qualcosa, ma è come se fossi nello spazio, le mie orecchie non percepiscono alcun suono.
Concentrati, Pablo! Concentrati!

“…osacazzofaih! Manommaivistoh! Coglioneh! Lamiamacchinah!!”

Mi volto e c’è George Clooney che mi guarda dal sedile del passeggero del mio catorcio, sereno e pacioccone come se stesse guardando uno dei suoi film in televisione, ma non Syriana, sennò ti saluto la serenità. Alza le spalle come a dire che me l’aveva detto.

“..damiinfacciaquandotiparloh! Coglioneh! Lamiamacchinah!”

Il mio pugno saetta nell’aria come un proiettile e il suo naso esplode senza alcun rumore. Un fiore di sangue e muco sboccia nello spazio fra noi per un istante, poi si disperde in mille direzioni. Il cretino perde la perpetua lotta contro la gravità e va giù senza aggiungere altri improperi.

Buzz Lightyear da Comando Stellare

“E adesso?”, chiedo a George Clooney che continua a sorridere soddisfatto.
“Ah non guardare me”, risponde, “io servo solo ad attirare pubblico al cinema, sennò un film con Sandra Bullock non se lo sarebbe cagato nessuno! Ma se proprio vuoi un consiglio ti direi che adesso devi cercare di tornare a casa sano e salvo.”
“E come? È notte e qui non c’è nessuno! È una zona talmente desolata che avrei più possibilità di incontrare degli esseri umani se fossi in orbita intorno alla Terra!”
“Tut tut, come direbbe Zio Paperone. La vedi quella pensilina laggiù? È la fermata dell’autobus, e se ti sbrighi potresti riuscire a prendere l’ultimo prima di domani mattina.”
“E come ci vado fin laggiù? La macchina è distrutta!”
“A piedi, come sennò?”
“A piedi? Ma quanta vodka hai bevuto? È lontanissimo! Saranno duecento metri! Non ho sufficiente autonomia per arrivare fin là!”
“Ma devi camminare, di che autonomia parli?”
“Del cellulare, testadicazzo! È quasi scarico, non ci arrivo fin laggiù senza cellulare! E se mi perdo? Senza il navigatore del telefono potrei girare a vuoto per l’eternità!”

George Clooney non riesce a capire e mi guarda con gli occhi sgranati, seppure ostenti ancora il suo sorriso beota. Mi indica col braccio teso la pensilina sul marciapiede, mi dice che è impossibile sbagliare traiettoria, basta camminare nella stessa direzione fin là, ma non ne voglio sapere, è troppo pericoloso! So di cosa parlo, una volta una mia amica non ha voluto affidarsi alla tecnologia ed è finita con la macchina in un quartiere malfamato. La mattina dopo c’era rimasto di lei soltanto l’accendisigari.

“Senti Ryan, quell’autobus è la tua unica possibilità di tornare a casa sano e salvo, fai come ti dico e domani mattina sarai a casa tua a Villavecchia e potrai raccontare la storia più pazzesca della tua vita. A proposito, che razza di nome è Ryan?”
“Che ne so, mi chiamo Pablo.”

Le parole di George Clooney mi infondono quel coraggio che mi occorre per abbandonare il relitto al quale sono appeso e tentare la traversata impossibile fino alla fermata dell’autobus. Mi stacco con un sospiro dallo specchietto retrovisore, che cade a terra con un tonfo, e comincio a camminare, dapprima molto lentamente, poi sempre più veloce. Alle mie spalle la voce dell’ex dottor Ross mi grida di sbrigarmi, che l’autobus sta arrivando, poi di rallentare, che sono arrivato, poi mi volto per vedere cos’ha da sbraitare, che non capisco una parola, e di colpo sbatto contro il palo della fermata. Sono arrivato! Ce l’ho fatta! Sono salvo!

Commander Chris Hadfield is not amused.

Allo stremo delle forze sollevo un braccio, e il mezzo arancione si ferma. Mi butto contro la porta, che si apre di colpo facendomi perdere l’equilibrio, ma riesco a rimanere agganciato e metto un piede sul gradino, poi l’altro, poi qualcosa mi trattiene per la giacca, ma cosa cazzo??
È il tizio della golf, la faccia rossa, non vuole lasciarmi partire senza avergli prima compilato il foglio di constatazione amichevole.

Mi stacco dalla maniglia dell’autobus e gli crollo addosso con tutto il mio peso, facendolo finire per terra, poi gli salto sopra e lo uso per darmi una spinta verso la salvezza. Le porte si chiudono un centimetro dietro la mia scarpa. Sono salvo!

Disteso sul pavimento del notturno Borgoratti/Stazione Brignole sento tutta la fatica della mia impresa eroica salirmi per le gambe. I muscoli tremano, non so più trattenere le lacrime, e mi lascio andare in un pianto disperato, ma felice. Ringrazio George Clooney, ovunque sia, gli prometto che guarderò anche Ocean Twelve, nonostante il primo mi abbia fatto veramente cagare.

Poi mi arriva una voce dall’alto, immagino sia Dio, non ho la forza di aprire gli occhi, solo che questa voce mi chiede se sto bene e poi se ho il biglietto, e non ricordo molto del catechismo, ma Dio non ti chiede se hai il biglietto, perciò mi sa che la mia avventura non è ancora terminata, e allora è meglio se tengo gli occhi chiusi e faccio finta di essere morto.


di me che prendo sagge decisioni che si ripercuoteranno positivamente nei prossimi mesi

No, me la sto raccontando, in realtà è successo che mi è arrivata la bolletta del telefono risalente a luglio, quando mi facevo un sacco di telefonate con una persona che abita in una città del nord e parlavamo delle cose che si fanno in quella città del nord, tipo andare a vedere la Minetti che balla sul cubo all’inaugurazione di una biblioteca, e ci divertivamo un sacco e stavamo delle ore a parlare, ma si vede che poi il mio operatore telefonico non ha gradito e mi ha spedito le sue lamentele sotto forma di bolletta telefonica dove la cifra dovuta è espressa in dobloni d’oro e sotto c’è anche scritto ARRR!

Della persona che abita in una città del nord non so più niente, dopo una frequentazione piuttosto intensa è andata in una città che ha il sindaco che si chiama come me e non l’ho più sentita, forse ha fatto casino con le omonimie, chissà. È un peccato, ma certe cose sono fatte per succedere, non per rimanere, si vede che era una di queste. Mi resterà la sua voce, i suoi occhi chiari, cose eteree come i capelli sul cuscino, e la sua musica.

Comunque la posta di oggi mi ha fatto riflettere su quello che mi sto ponendo come obiettivo in questi ultimi tempi, e chiedermi se sto facendo le scelte giuste. Cosa vorrò fare da grande? Quanto ancora ho intenzione di sprecare risorse su futilità e passatempi inutili? Non sarebbe ora di crescere e dedicarsi a qualcosa di più concreto, qualcosa che rimanga?

A tutte queste domande ho risposto si, è ora di diventare grande, prendersi delle responsabilità, capire cosa voglio fare dei due terzi di vita che mi rimangono, se sono particolarmente fortunato, e cominciare a camminare in quella direzione. Ero convinto di avere già cominciato il mio cammino, poi la strada si è interrotta nel Chiapas, davanti a un chiosco che vendeva magliette del Subcomandante Marcos prodotte a Taiwan. Il tizio che stava dietro al banchetto non ha saputo aiutarmi, ha detto che lo pagavano per stare lì e con quei pochi spiccioli ci manteneva la famiglia; lui la rivoluzione non l’aveva mai vista, faceva la stessa vita pulciosa di suo padre e di suo nonno, ma non voleva che sua figlia restasse incinta a tredici anni e finisse incastrata nello stesso destino di merda che era toccato a tutti quelli che conosceva. “È brava, sa disegnare molto bene!”, mi ha detto, e ha tirato fuori dei fogli colorati. “La manderò a scuola in una grande città degli Stati Uniti, diventerà qualcuno!”.

Forse alla fine c’era davvero qualcosa per me in fondo a quella strada, la lezione che quando non hai un cazzo di niente anche le briciole sono un cambiamento positivo.

Più o meno è dove mi trovo adesso, non ho niente, solo dei libri sul pavimento e un cane che mi dorme sul letto, ma ho imparato a fare la crostata, a ripetere più o meno a memoria gli accordi di Redemption Song e a non farmi seppellire dal disordine. Non è molto, è un inizio. Questo mese avrei voluto iscrivermi di nuovo al corso di portoghese, perché è bello imparare cose nuove, ti fa stare bene, ma vorrebbe dire affidarsi alle amorevoli cure del prof. dott. Hans Delbruck e del suo team di chirurghi per vendermi anche l’altro rene. La scorsa volta ci hanno messo al suo posto un’armonica a bocca, dicono che tanto funziona lo stesso e in più quando ti pieghi fai un suono piacevole, ma non credo che togliendoli entrambi si viva benissimo, ho preferito rinunciare.

Vabbè, è di questo che volevo parlare, all’incirca, solo che quando comincio non so mai dove andrò a finire e certe volte mi impantano in situazioni inaspettate, come quella volta in cui mi ha telefonato il papa, ma questa magari ve la racconto un’altra volta.