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breve omaggio a Lou Reed nel giorno della sua scomparsa

Io questa cosa che è morto Lou Reed proprio non me l’aspettavo, ci sono rimasto di merda. Continuo a ripetermi che no, dai, non scherziamo, e vado a cercare la notizia su un altro sito, e anche lì dice che niente, è morto, bon.
Perché da uno così non ti aspetti che muoia e basta, lascia stare il grande musicista e i Velvet Underground, non è quello, cioè, è anche quello, ma non solo. Oltretutto a me neanche piacevano granché i Velvet Underground, l’album della banana ce l’ho, l’avrò ascoltato quattro volte, e quando volevo sentire Lou Reed mettevo su What’s Good, che è divertente e mi piace il testo, e appartiene a quel particolare periodo della mia vita che ricordo con nostalgia, ma non è il suo spessore musicale a farmi sentire come di fronte a una tremenda ingiustizia, è proprio la sua immagine e quello che la sua immagine rappresentava per me: un reduce di un tempo che non c’è più, una specie di vecchio capo indiano che invece di chiudersi nella riserva se n’è andato in cima alla collina e si è seduto controvento e ha tirato fuori la chitarra (suonava la chitarra Lou Reed? Nella mia fantasia si) e ha attaccato i suoi pezzi più difficili, quelli che piacevano a lui e basta, e se il resto del mondo si fosse dimenticato di lui a lui andava bene lo stesso, suca.

Ecco, nella mia testa Lou Reed era questo, e non ce lo vedo a morire così, come una persona normale. Secondo me Lou Reed doveva morire compiendo un’ultima grande impresa, buttarsi da uno shuttle o anche solo ammazzare Giovanardi regalandogli la sua autobiografia, andarsene col botto, come si addice a un personaggio del suo calibro.

Una volta l’ho visto, a Genova, era venuto per il festival della poesia a recitare delle sue composizioni ispirate agli scritti di Edgar Allan Poe; eravamo io e Andrea, ci siamo seduti in piccionaia in un teatro pieno e caldissimo, e lassù in cima mancava l’aria, e c’era Lou Reed che recitava le sue cose con un tono monocorde che ti saresti buttato di sotto per la disperazione, e ad un certo punto non ce l’abbiamo più fatta e siamo usciti, scusa Lou, ci hai frantumato i coglioni. Mi sono divertito di più quando sono stato a bere allo stesso tavolo di Lawrence Ferlinghetti.

Però Ferlinghetti quand’è morto non ci sono rimasto male come stasera, che se n’è andato uno dei grandi vecchi del mio immaginario di rockstarz che salvano il mondo.

Io ve lo dico, se e quando se ne andrà Mick Jagger sarà una cazzo di tragedia.


la caccia al tesoro del Pablog 2.0

Dopo un fracco di anni di distanza dall’ultima caccia al tesoro, tenutasi ancora sulle pagine del vecchio blog, ecco arrivare dal nulla una nuova sfida per quei due tre che mi leggono.

Questa volta, ve lo dico prima che cominci, è difficile. Ma difficile. Tipo che arriverete a odiarmi, pianterete a metà, vi rivolgerete a un centro di disintossicazione, cercherete di barare e poi mi implorerete di aiutarvi, ma sarà inutile, perché la soluzione dell’enigma è chiusa in una cassaforte con una combinazione che per trovarla bisogna risolvere un’altra caccia al tesoro i cui indizi stanno chiusi dentro un’altra cassaforte, e non posso leggerli nemmeno io.

Ve la sentite di cominciare? Anche se è difficilissimo, tipo la cosa più difficile che avete mai fatto moltiplicata per mille?

Cazzi vostri, io vi ho avvisato.

L’inizio è in questo video qui sotto, conosciuto anche come “rendersi ridicoli per l’altrui divertimento”.

 

ERRATA CORRIGE: Nel montaggio del video mi sono perso un passaggio fondamentale. Dopo il parcheggio dovete svoltare a sinistra all’incrocio.

Bella figura di merda, eh? Ma non preoccupatevi, so fare di peggio. Considerate che per completare questo gioco ho toccato il fondo della mia dignità, è mancato solo che andassi in giro in mutande per le strade del paese. Ma non è di me che stavamo parlando, giusto?

Intanto che cercate di risolvere il primo indizio vi sparo il secondo, che va risolto solo di domenica:

Una mappa

Tutto chiaro?

Allora posso darvi anche l’ultimo indizio:
http://ultimoindizio.tumblr.com

I tre indizi messi insieme conducono alla soluzione. Non è necessario risolverli nell’ordine in cui compaiono, ma diciamo che aiuta.

Buona caccia!


and through foggy London town the sun was shining everywhere (4)

Baker Street
Al 221B c’è il museo di Sherlock Holmes, una volgare trappola per turisti piena di non voglio neanche sapere che cosa sul tema “brillanti investigatori con la pipa”, perciò va da sé che il telefilm con Martin Freeman è girato in un altro posto che non è il 221B e non è neanche Baker Street.

Io ci capito giusto perché al numero accanto hanno aperto il Beatles Store e la mia fidanzata DEVE andarci, e quando dico DEVE interpretatelo come uno di quei dogmi su cui si basa l’universo, tipo “l’uomo DEVE respirare per vivere” o “Pablo non DEVE lavare i piatti sennò li rompe”.

Il Beatles Store è completamente diverso dal museo di Sherlock Holmes, questo infatti è una volgare trappola per turisti piena di cose che ho visto con i miei occhi sul tema Beatles: ci sono le tazze, le magliette, le mutande, i magneti da frigo, i portachiavi, le cravatte, gli orologi, le cartoline.. Avete presente quei negozi di cianfrusaglie per turisti dove vostra madre compra i regali per vostra zia? Ecco, sostituite lo Union Jack con la copertina di Yellow Submarine e vi sarete fatti un’idea parecchio precisa di cosa vendono lì dentro.

Di fronte al Beatles Store, incoraggiati dal teorema di Barnum e dallo share di trasmissioni come Il Grande Fratello, gli stessi proprietari del Beatles Store hanno aperto un negozio dedicato ai miti del rock’n’roll. Inutile che vi dica cosa contiene, sono sicuro che lo immaginate benissimo da soli.

Abbey Road
E dopo il Beatles Store ti pare che ci facciamo mancare la visita alle strisce pedonali più famose del pianeta?

A Abbey Road si trovano gli Abbey Road Studios, dove i Beatles incisero quasi tutti i loro dischi; di fronte agli studi di registrazione c’è l’attraversamento pedonale che fa da copertina a Abbey Road, quello dove ci sono loro quattro che attraversano e Paul McCartney è scalzo. Tutti i giorni da allora milioni di persone calpestano quelle strisce avanti e indietro, si fermano in mezzo e si fanno la foto (generalmente scalzi perché fa più Beatles), alimentando l’odio profondo degli automobilisti che sono costretti a passare di lì. Immaginate di dover passare in macchina davanti a una scuola per andare a lavorare, e tutte le mattine prima delle otto si formi una coda a causa degli studenti che arrivano dal marciapiede di fronte. È un bel fastidio, ma di breve durata, no? Ora immaginate che la scuola sia aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, e che invece di un migliaio di studenti ne contenga sessanta milioni, e che in qualunque momento della giornata voi passiate di lì ce ne siano una decina in mezzo alla strada che vi obbligano a fermarvi, ma che quando siete fermi non attraversino, stiano lì a pensarci su, facciano due passi e poi tornino indietro, o si arrestino a metà.

L’attraversamento di Abbey Road mi ha fatto ricredere sulla proverbiale pazienza degli inglesi.

Hampstead
Da Abbey Road avremmo dovuto tornare indietro per arrivare a Highgate in metropolitana, ma essendo più o meno alla stessa altezza dal centro decidiamo di prendere un autobus e proseguire nella stessa direzione. Finiamo così a Hampstead, un paese che con Londra ha pochissimo in comune, pur essendo così vicino da avere una sua fermata della metropolitana.

Tutti gli edifici sono costruiti in mattoni rossi, c’è pochissimo traffico, una sensazione di quiete che se ad un certo punto incontrassi Biff Tannen e la sua banda di scagnozzi non ci troveresti niente di strano, salvo che loro stavano in America, ma cosa ne sai che ad un certo punto non siano andati a farsi le ferie nel vecchio continente, in fondo Ritorno Al Futuro ti mostra solo un periodo molto breve della storia di Hill Valley, magari a telecamere spente il bullo della scuola ha preso e se n’è venuto in Europa ed è stato anche in Italia, e si è fatto fotografare di sera a Venezia mentre piscia su una gondola. Comunque Hampstead sembra avere degli affitti piuttosto cari, ho fatto una ricerca, e peccato perché gironzolando per le stradine silenziose abbiamo anche trovato una casetta col giardino scammurriato che avrebbe fatto proprio al caso nostro. E pazienza, vorrà dire che quando sarò in pensione me ne andrò a svernare in Portogallo.

The Horseshoe
28, Heath Street
All’ora di pranzo cerchiamo un locale nei paraggi e ci infiliamo in questo ristorante arioso, che si vanta di cucinare la carne migliore di quella regione che non mi ricordo quale sia, ma che pare faccia della carne buonissima, tipo che non ne hai mai mangiata di più buona. Io nel dubbio prendo un’insalata. Marzia invece si fida e al primo morso la vedo che comincia a mugolare in un modo che in tanti anni di vita insieme non l’ho mai vista, e infatti ci resto anche un po’ male, poi mi fa assaggiare un pezzetto di hamburger e cacchio, è veramente buonissimo. Vabbè, la prossima volta che vengo a Londra devo tornare in questo posto e ordinare una bistecca. Cominciano ad essere tante le cose da fare la prossima volta che vengo a Londra, mi sa che dovrò venire una volta apposta solo per farle tutte.

 

Hampstead Heath / Parliament Hill
Secondo la Santa Lonely Planet questo parco gigantesco è un ritrovo per coppie omosessuali. Lo diceva anche di una zona di Central Park. Lo dice di tutti i parchi cittadini dall’aspetto più selvatico, si vede che la vegetazione incolta libera dalle inibizioni, oppure gli autori delle guide sono dei frustrati visionari, vai a sapere.

Che siate in cerca di emozioni o no questo parco merita una visita, anche perché da qualche parte lì in mezzo dev’esserci la grossa villa in cui è stato girata una scena di Notting Hill, e potrete togliervi lo sfizio di gironzolare in crinolina e ombrellino parasole, sentendovi come in un libro di Henry James. Se non trovate la villa non fa niente, potete sempre ripiegare sulla visibilissima Parliament Hill, che è una specie di sfondo del desktop di Windows senza le icone ma con un paio di panchine. Dalla vetta la vista della città è notevole, ma tira un vento che se aprite la giacca a mò di vela potete tornare in centro senza prendere la metro. Mary Poppins faceva così, poi le è stata affibbiata la nomea di strega e sono nate un sacco di leggende terribili sul suo conto, tipo che dava i bambini in pasto allo spazzacamino mannaro, ma all’inizio era solo un’incauta signora di Hampstead che ha aperto l’ombrello nel posto sbagliato.

Highgate
Il cimitero di Highgate è una delle cose più fighe che si possano vedere in fatto di cimiteri. L’idea che hai appena attraversato il cancello è di trovarti in mezzo alla foresta amazzonica e di avere scoperto i resti di un’antica città. È il giardino inglese, bellezza: prendi un terreno incolto, togli le spine, mettici delle panchine, dimenticatene per dieci anni.

Dentro il cimitero di Highgate si possono incontrare celebrità che non ci crederesti, come Douglas Adams, l’autore della Guida Galattica Per Autostoppisti, o Alexander Litvinenko, l’agente segreto russo al centro dell’intrigo internazionale che tenne banco nel nostro Paese qualche anno fa.

(Piccola divagazione: perché le spie hanno sempre nomi evocativi come James Bond e Tara Chace, e a noi tocca invece Mario Scaramella?)

La nostra visita al cimitero non riguarda nessuna di queste celebrità, noi vogliamo andare a commemorare Karl Marx. Perché, a dire il vero, non lo so, io l’unico Marx che conosco ha i baffi e fa l’assistente di Dylan Dog, ma la mia fidanzata ci tiene e non mi costa niente farla contenta.

Il cimitero però non collabora, e dopo una lunga scarpinata attraverso Parliament Hill e il parco di Hampstead si fa trovare chiuso. Ma tipo sprangato. Che non c’è neanche un morto, neanche quelli da poco, al posto del cimitero ci hanno tirato su un condominio bruttissimo che quando ci passi vicino emette il tipico verso del drogato da giardinetti. Si vede che non è orario di apertura, stiamo un po’ a ciondolare intorno al cancello del cimitero per vedere se si apre e poi ce ne andiamo tristi come due che ci hanno lasciato dentro un parente giusto ieri.

Magari poi a provare dall’entrata superiore si trovava anche aperto, ma la gita nel parco comincia a farsi sentire, e la differenza fra noi e quelli che stanno dentro è ancora troppa per azzerarla con altri inutili sforzi. Pigliamo un autobus e andiamo a Camden Town.

Camden Town
Come ho già scritto riguardo a Portobello Road, anche Camden Town è un bel cesso di posto, pieno di negozi che ti vendono sempre lo stesso ciarpame e di italiani dall’accento fastidioso che strepitano davanti alle vetrine, però rispetto al suo predecessore è parecchio colorato, molto più esteso e offre una discreta selezione di cibi esotici. Però resta una merda. E anche i cibi esotici, dai, roba da festa dell’unità, ma con in più le cuoche cinesi che ti allungano pezzi di involtino primavera strillandoti dietro che devi assaggiare assaggiare tutto buono prova prova, che dopo la quarta vorresti infilarle la testa nella friggitrice.

Una volta mi divertivo ad andare da Cyberdog, che è un negozio di abbigliamento per discotecari in acido, ma in dodici anni da che l’ho scoperto non ha mai cambiato una vetrina. Si è spostato in un negozio più grande, ma la roba che vende è sempre la stessa di quando ci sono entrato la prima volta, che due palle.


messaggio elettorale a pagamento – Committente: i miei coglioni

Ieri Bersani, il segretario del Pd, è andato ad aspettare fuori dalla fabbrica gli operai che cominciavano il turno. Forse voleva vedere come sono fatti, o forse è l’ennesima dimostrazione che in campagna elettorale ogni candidato tira fuori il peggio di sé.

Non è il gesto di andare ad aspettare gli operai, anche se di solito sono loro che si presentano sotto Palazzo Chigi e ne aspettano fuori uno qualunque basta menare, è quell’ipocrisia che si manifesta in ogni tizio incravattato che ti ferma per strada e ti mostra orgoglioso tutto il lavoro del suo dentista, in ogni slogan appiccicato ai muri, nell’improvvisa impennata di richieste di amicizia che ricevi su facebook, e quest’anno mi sembra peggio del solito.

Sarà probabilmente che eleggendo il sindaco del paese mi trovo attaccato da un numero doppio di pagliacci, e la mia pazienza, proporzionalmente, dura la metà.

Quattro volte al giorno, la mattina andando al lavoro, all’ora di pranzo quando torno a casa, di nuovo terminata la pausa e infine a sera quando rientro, passo davanti ai tabelloni elettorali ricchi di offerte, e quattro volte al giorno mi ritrovo a incrociare lo sguardo con alcuni esemplari fra i più interessanti.

La più recente è una tizia, candidata alla Provincia, che si offre ben vestita e pettinata, con un vistoso girocollo di perle e lo slogan “E’ una questione di stile di vita”. Andando a leggere più da vicino pare che Stile Di Vita sia in realtà il nome di un’associazione che la candidata in questione sponsorizza, ma non ci vuole Gavino Sanna per capire quale sia il messaggio che quel manifesto intende trasmettere. È lo stesso messaggio a ruoli invertiti che invia l’altro manifesto, quello col tizio vestito da portuale, il primo richiama i ricchi borghesi, il secondo gli operai, solo che in un Paese in cui i disoccupati gravitano intorno al 10% quando vedo una che ostenta il proprio benessere come una virtù mi viene voglia di sputarle in faccia.

Poi c’è la lista di Sinistra Ecologia E Libertà. Le scorse elezioni si chiamava solo Sinistra E Libertà, poi hanno visto che occuparsi di ambiente tira, e hanno aggiunto la postilla. Se gli interessi dell’elettorato continueranno a spostarsi assisteremo a nuove aggiunte, e alle prossime politiche magari avremo la lista Sinistra, Ecologia, Libertà, Occupazione, Vivalafiga.

Non che a livello locale le cose vadano meglio, ho ricevuto il programma della lista di centrodestra e mi sono strofinato gli occhi a leggere il punto dedicato all’immigrazione: si parla di sensibilizzare i cittadini riguardo ai rischi nell’ospitare degli immigrati clandestini, si propongono addirittura controlli incrociati con l’antiterrorismo. Antiterrorismo. A Ronco.

Ochei, parliamone, a me va benissimo che si compiano azioni di antiterrorismo a Ronco, ma allora bisogna che le cose siano fatte per bene, non che si sbandierino paroloni e poi ci si riduca a fare una telefonata in questura per vedere se il marocchino che viene a vendermi le mutande ha il permesso di soggiorno. No, io voglio i carabinieri di Ronco in tenuta antisommossa, voglio i body scanner in stazione, voglio una schiera di autoblindo avanti e indietro per la via principale a controllare che Bin Laden non si infili dal besagnino a fargli esplodere i peperoni.

L’esagerazione si mostra anche dall’altra parte, ieri ho visto un manifesto grosso così con scritto Ronco Antifascista, e scusate, ma a me questa faccenda dell’antifascismo sembra una minchiata.

Chi si professa fascista oggi, a parte quei quattro pellegrini di forza nuova? Perché è un movimento riconosciuto ormai universalmente come negativo, sbagliato, il fascismo è un’assenza di certi valori che dovrebbero essere radicati in chiunque. Se ti vanti di credere nella violenza, nell’ignoranza, nell’intolleranza, se ti riconosci in un movimento che promuove questi atteggiamenti non sei mica normale, sei un povero idiota, e voglio credere che rappresenti un’esigua minoranza. E’ vero che il partito che ha stravinto alle ultime elezioni ci ha basato la campagna elettorale su questi temi, ma se chiedi a chi lo ha votato se si riconosce nel fascismo ti dirà che loro non hanno niente a spartire con quella gente. Infatti la loro camicia non è mica nera, è verde, e poi non se la prendono con gli ebrei, ma con i musulmani. Ochei, mi rendo conto che è una cazzata, però è significativa, i partiti di centrodestra raccolgono voti da persone che coi nostalgici del manganello non hanno niente da spartire, e allora “votami perché sono antifascista” vale tanto quanto “votami perché ho le orecchie”, è una medaglietta che ti appunti alla camicia per sentirti uno dei buoni, ma tanto varrebbe dichiararsi antiborbonico.

Guardandomi in giro mi sembra che la perplessità sia diffusa, tolti i soliti ultras di qua e di là restano una maggioranza di individui che non sanno a che santo votarsi, incapaci di credere che una croce su un pezzo di carta possa davvero cambiare qualcosa. L’altra sera in piazza ho visto Monicelli augurarsi una bella rivoluzione, qualcosa che riscatti questo popolo dalla sottomissione cui si è sempre piegato, ma chi la fa la rivoluzione? Gli unici in Italia ancora in grado di reagire alle ingiustizie sono stati gli immigrati di Rosarno, che si sono ribellati, sono scesi in strada e hanno spaccato tutto, e la risposta dell’Italia qual è stata? Eh, gli immigrati sono un problema, bisogna fare qualcosa. D’altra parte cosa puoi aspettarti da persone che se il capo del governo è implicato in uno scandalo al giorno non pensano che sia un farabutto, ma che bisogna cambiare la magistratura?

A vedere Santoro l’altra sera in piazza mi sentivo un estraneo in mezzo a tutti quelli che fischiavano quando sullo schermo compariva berlusconi. Non è coi cori da stadio che si elimina il marcio, non è con gli slogan, alla fine scrivere Berlusconi figlio di troia o Santoro figlio di troia è la stessa cosa, il populismo ha due facce identiche, e la cecità di una rispecchia quella che le sta di fronte. La gente va cambiata, non il presidente del consiglio, o quando finalmente cederà il passo ne verrà su un altro peggio di lui. Bisogna ricominciare a insegnare i valori fondamentali della democrazia, l’uguaglianza, la giustizia, la legalità. Non si possono dare per scontati, non lo sono più scontati.


 



chi uoccia gli uocciàri

Chi vigila sui vigilanti, chi controlla i controllori, chi guarda i guardoni, chi osserva gli osservanti, chi cura i curati?

Domani sarebbe stata una settimana da che sto cercando di scrivere la mia recensione di Watchmen senza arrivare neanche vicino a quel che volevo dire, e la cosa cominciava a frustrarmi.

Per fortuna che esiste Scott Ronson.

 

Chiudo con lo spoiler più divertente del mondo.


dallasty

Nevica di nuovo, forte. Appena ieri ero a Camogli a imparare a fare delle foto decenti sotto la severa guida del maestro Ansel Hardlams, un sole da stare in maglietta, non una bava di vento, e adesso qui fuori sembra la tundra.
Potrei andare a letto, ma stamattina mi sono svegliato oggi pomeriggio, e non credo dormirei.
Mi sono guardato un film, ho messo su un po’ di musica, ma non sono soddisfatto, la notte è ancora lunga, ci vorrebbe qualcosa di eccitante.

Ci penso un po’ su, e alla fine mi convinco che è arrivato il momento di tirar fuori Quel cofanetto di dvd.

Lo comprai su un sito americano, tanti anni fa, pagandolo pochissimo più una fortuna in spese di spedizione, e lo misi via, aspettando l’occasione buona per guardarlo, perché Quel cofanetto non contiene film, oh no.

Si tratta dell’intera produzione della telenovela nicaraguense che ha sconvolto il mondo, quindici stagioni di intrighi, passioni, lacrime e sangue in formato divx: Rose E Tumulti.

No, non cercatelo su wikipedia, è praticamente sconosciuto, e anch’io ne sentii parlare solo da un amico che l’aveva vista in centroamerica, e che me ne decantò le meraviglie.

Rose E Tumulti venne prodotta nel periodo d’oro delle telenovelas; in quegli anni esisteva un mercato floridissimo per quel genere di trasmissioni e, come successe in Italia per gli spaghetti western, a una produzione più o meno di qualità che raggiungeva il mercato estero, ne corrispondeva una “un tanto al chilo” almeno doppia, che girava sulle reti locali.

Attori sconosciuti scelti nella famiglia del produttore, o dal suo bottegaio di fiducia, mezzi tecnici inesistenti, una regia che a confronto Ed Wood era Kubrick.
E’ doppiato in italiano, se di doppiaggio si può parlare. Per i personaggi, che saranno duecentocinquanta, ci sono venti doppiatori, forse neanche. Ogni tanto qualcuno parla in falsetto, camuffa la voce con trucchi da bottega, tipo molletta sul naso, o la pentola di Fantozzi. La telecamera, rigorosamente a mano, si sposta sempre sull’attore quando è a metà della battuta, poi non torna sul suo interlocutore, ma inquadra una porta, o un vaso, o il muro.
Ci sarebbe da chiedersi perché uno si sia sbattuto tanto a cercare una vaccata simile, che forse io sono masochista?

La trama! Ci sono più intrighi in quella serie che in tutta la produzione di Grecia Colmenares. Avete presente Dallas, quando Bobby esce dalla doccia cancellando di fatto tutta la nona serie? Bazzecole, a confronto. I dialoghi, ragazzi, sono qualcosa di straordinario per la loro surrealtà.

Ma di cosa parla, in sostanza? Non è facile da riassumere, ma ci proverò.

Pedro Pajaron, marito fedele di Consuelo Cuevagrande, importa clandestinamente agavi dal Messico per ricavarne tequila illegale, con la complicità di suo fratello Alonso. Durante uno dei suoi viaggi si ferma al bar di Miguel Picardo, e qui si innamora della cameriera Rosita.
Già questa scena è straordinaria, e varrebbe la pena di essere riportata:

Pedro entra e si siede. Arriva Rosita. I due si guardano. Qualcuno mette su un pezzo romantico, oltretutto da un disco che gratta parecchio. Pedro dice “Dios perdòneme”, Rosita replica “Miii corazon!”. Pedro esce da una porta, Rosita lo segue e i due si baciano nei cessi.
Arriva Miguel, li scopre e si mette a strillare che lei è una zoccola che rovina il buon nome del locale.

Da notare che fuori dalla porta ci sono i classici due messicani ubriachi col sombrero che fanno la siesta anche se è già notte, e accolgono Pedro dicendogli “Carramba dacci da bere, straniero!”, e svengono.

Insomma che Pedro e Rosita scappano col camion di lui carico di foglie di agave, ma lui non può portarla a casa dalla moglie, così cerca di nasconderla da suo fratello Alonso.
Per le prime sei puntate, girate evidentemente in una giornata, Rosita indossa lo stesso grembiule da cameriera, col quale viene irretita prima da Pedro e poi da Alonso, e poi da un amico di Alonso che era passato a comprare della tequila, e col quale fugge.
Nel frattempo la moglie di Pedro, Consuelo, sospetta le corna, e assume un investigatore privato, che si scoprirà essere il fratello di Rosita, che verrà fuori essere già stata sposata tanto tempo fa col fratello che Consuelo non sa di avere, che aveva perso la memoria in mare e tornerà dalla sorella come un perfetto sconosciuto, e di cui ovviamente lei si innamorerà, prima di venire ucciso per sbaglio dal barista Miguel, che ha un debito con un narcotrafficante molto pericoloso, cugino dell’investigatore privato e fratello gemello di un prete con crisi di coscienza che decide di abbandonare la tonaca per l’amore della bella Gloria, amica della moglie dell’amico di Alonso, quello che è scappato con Rosita.

Il finale non lo svelo, un po’ per non rovinare la sorpresa, un po’ perché lo ignoro. Scorrendo le copertine noto delle succose anticipazioni, arrivano personaggi di spicco del mondo della politica, tornano persone che si credevano morte, altre rivelano di avere tre (!) fratelli gemelli che compaiono continuamente creando parecchio scompiglio, ma la puntata che assolutamente anelo di vedere (che poi è quella che mi raccontò il mio amico entusiasta) è quella in cui Hector viaggia indietro nel tempo e incontra i propri genitori, e per cambiare il corso della sua vita maledetta li uccide, sperando di cancellare per sempre la sua esistenza e il ricordo di sè nella donna che per lui si strugge, ma al momento fatale non succede niente, i suoi genitori giacciono morti sul pavimento e lui continua a esistere.
Si scoprirà in seguito che era stato adottato.


le tribolazioni di un Villavecchiese a Cadigatti

Sono le dieci e venti, il salotto è caldo e accogliente grazie all’aria tiepida che emana dalla stufa a pellet. I gatti sono tutti stravaccati in fila sul tappeto, a godersi il clima affatto invernale, il cane sta poco più in là, steso su un cuscino accanto al caminetto. Dorme, o forse finge. Probabilmente finge, che ogni volta che mi alzo dalla sedia spalanca gli occhi e drizza le orecchie, sperando di vedermi indossare la giacca e portarlo un po’ a spasso.
Tutto ciò di cui ho bisogno è a portata di mano, i fumetti, la musica, i videogiochi, tutto all’interno di quella scatola collegata alla tastiera su cui scrivo. Se ho fame la cioccolata è appena più in là del mio braccio, se ho sete non ho che da alzarmi e servirmi uno dei diversi alcolici a disposizione.
Ho lo stomaco pieno, il frigo è pieno di leccornie, e ho la fortuna di vivere con un’ottima cuoca.

Ma allora perché sono infelice?

Bisognerebbe che la telecamera che inquadra la mia vita indietreggiasse di un paio di metri, allargando il campo visivo oltre le mie spalle. Lo spettatore noterebbe allora un televisore acceso, appena dietro la mia sedia, e sul divano al lato opposto una ragazza coi capelli color arancia però marrone.
Lasciate perdere la ragazza, si irrita quando viene guardata, e quando si irrita le si forma del gas nella pancia e dopo un po’ bisogna aprire le finestre; concentratevi invece sul televisore:
se ci fosse anche l’audio, nel film della mia vita, e non vedo perché non dovrebbe esserci, che non è mica la vita di Buster Keaton, si sentirebbe una voce lagnosa, che parla con un forte accento del centroitalia, e canna ogni doppia.
Questa voce racconterebbe della scomparsa di una poveraccia che viveva per strada e mangiava quel che trovava nei cassonetti, e tutti i vicini la schifavano e la mandavano via a calci, ma quand’è sparita e sono arrivati i giornalisti a preparare il servizio si sono schierati tutti in strada a dire che poveretta era tanto brava e ci manca tanto e speriamo di trovarla, poi si parla di un’altra, che forse l’hanno ammazzata, trent’anni fa, e intervistano uno che dice che forse si, l’ha vista infilarsi in un portone, e la polizia è entrata nello stesso portone trent’anni dopo per vedere se trovava delle tracce, poi è uscita scuotendo la testa, e si è visto che trent’anni dopo quel portone è l’ingresso della Upim, e la conduttrice in studio chiede agli spettatori se qualcuno per caso ha visto qualcosa di utile per le indagini, per esempio un maglioncino a righe che era in saldo giovedì e sabato quando c’è andata lei era già finito, però magari ne è rimasto uno infilato fra le pashmina.
Ora la telecamera torna a inquadrare me e la mia faccia triste, e anche lo spettatore più ingenuo a questo punto capirà che il mio stato d’animo e la trasmissione televisiva sono strettamente collegati.

Ebbene si, sono infelice nonostante gli agi che mi circondano, perché la mia fidanzata mi impone di vedere Chilavisto.
Per carità, una trasmissione ben fatta quanto vuoi, utilissima e ci mancherebbe, e meno male che c’è, che tante persone sono state ritrovate grazie a questi giornalisti volenterosi, anche quello che ce l’aveva messa tutta per sparire perché doveva dei soldi a una nota famiglia mafiosa, finché centinaia di persone hanno telefonato in redazione per segnalare di averlo visto in sudamerica, in un night, insieme a quattro puttanoni, che lasciava mance pazzesche al cameriere, e a quel punto è sparito davvero, e dove sarà andato, e alla fine lo trovano, in un fosso di una qualche città sudamericana, con un buco in faccia dove di solito uno ha la fronte.

Ora, io non ho assolutamente niente contro questa trasmissione, solo vorrei che non la facessero di lunedì, che alla stessa ora su telecittà c’è Gradinata Nord, ma non è neanche quello, che tanto poi di vedere Gradinata Nord non me ne frega granché. Quello che vorrei è che la trasmettessero da un’altra parte, in un’altra casa, dentro un’altra televisione, perché al di là dell’utilità (indiscutibile, che scherziamo?) del servizio che offre, c’è tutto un bagaglio di sofferenza regalata come i punti della benzina che proprio non mi va giù.

Non lo so, forse se la notizia venisse data in un tono più essenziale e distaccato non avrebbe la stessa utilità, forse è proprio l’impatto emotivo col dolore di una scomparsa quello che ti spinge a ricordare dove hai già visto quella faccia, e a telefonare; forse sono io che sono prevenuto, però la maggior parte delle volte mi sembra che si indugi troppo sul pianto della madre, sui dettagli macabri del ritrovamento del cadavere, sugli approfondimenti inutili riguardanti casi ormai risolti da tempo, giusto per farci sapere che un paio di giorni prima che sparissero, i bambini avevano litigato col papà e avevano preso un sacco di botte.

E così, tutti i lunedì, puntuale come la pubblicità del’antidiarroico all’ora di cena, devo lasciare il comodo divano e la facciona rilassante di Giovanni Porcella per tuffarmi in un bicchiere colmo di ansia limpida e gelida.
Come si sfugge da una trappola così diabolica?

Voi non lo so, io ho deciso di ubriacarmi.