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suggestioni balcaniche -3: di retro al sol, del mondo sanza gente.

La partenza è prevista per le quattro, sono le due e mezza, sul piazzale ci siamo io e le mosche. Cielo coperto, temperatura secondo WeatherPro 24°C, secondo me lebestemmie, che c’è umido e le mosche sono nervose e mi ronzano sulla faccia e non mi lasciano leggere.
Alle tre e un quarto arriva una signora con due grosse borse della spesa: a parte il foulard e la gonna potrebbe benissimo essere Giampiero Galeazzi, ma anche così non è detto, la mia conoscenza di Bisteccone si limita a un paio di telecronache di canottaggio, che ne so cosa fa nella vita privata? Nel dubbio azzardo un “buongiorno” in italiano, per cercare di sgamarla, ma non ci casca, mi studia un momento e mi chiede qualcosa che suona come “‘ndo cojo cojo golasso”.

“Mi spiace, non capisco”, le rispondo in italiano, sperando in una botta di culo.
“Ci sta il cacao?”
“I’m sorry, I don’t understand”
“Con lo Jesi, che partita!”
“Si, vabbè”

Poco alla volta il piazzale si riempie di persone in attesa del pullman: c’è una coppia sulla cinquantina in tenuta escursionistica, zaino e scarponcini tecnici, che rispetto a come sto messo io, con le All Star e la maglietta di Batman, sembra organizzata molto meglio; c’è un ragazzino col baffo di primo pelo, in mimetica e borsone, che ha la tipica faccia da licenza; una coppia cerca di capire come abbassare il volume a quegli aggeggi alti ottanta centimetri che si muovono sempre e piangono fortissimo se non fai subito quel che ti chiedono, tipo comprargli il gelato o scendere dall’aereo perché sono stufi, e mi chiedo perché non accontentarli, specie nel caso dell’aereo; c’è una bella ragazza mora, indossa un vestito leggero che le lascia le gambe scoperte, e non sembra accompagnata da nessuno, e ho trovato la mia compagna di viaggio, le chiederò come si chiama e la affascinerò coi miei modi gentili, e siccome starà sicuramente andando anche lei a Sarajevo ci vedremo anche nei prossimi giorni e insomma una cosa tira l’altra, quando torno devo pensare seriamente a trasferirmi in una casa più grande.

Arriva la corriera, un bel mezzo moderno dai sedili confortevoli. Ci disponiamo a salire e cerco di mettermi dietro la ragazza, ma non troppo attaccato, lascio che qualcuno si frapponga fra noi, così da darle il tempo di sistemare la borsa nella cappelliera e sedersi, e capitare lì per caso e chiederle se il posto accanto al suo è libero e donarle il sorriso accattivante che mi ha reso celebre nelle balere da Cesenatico a Foggia, e insomma una cosa tira l’altra, chissà se limoneremo duro già prima del capolinea.
Si ferma a metà, sceglie il posto accanto al finestrino e mi accingo a fare la mossa del giaguaro, ma la coppia di escursionisti che ci separa si separa, e la moglie va ad occupare il mio sedile. Perché? Che è successo? Non stavate bene insieme? Cosa siete, una coppia in crisi che va in vacanza per dare un’ultima possibilità alla relazione, ma nel piazzale della stazione di Banja Luka, attorniata dalle mosche, capisce che ogni tentativo sarebbe inutile e decide di terminare il viaggio mantenendo una dignitosa ma eloquente distanza? Macheccazzo.

I posti intorno sono tutti presi, mi piglio il primo finestrino che trovo, molte file più indietro, e tiro fuori il telefono, che fra i vari comfort del mezzo c’è anche la presa elettrica. Perlomeno ho da leggere, penso.

“Sono Cita”
“Oh no!”
“Se dimmi ovvie, paciugo Previti busto”
“Sarà un viaggio lunghissimo..”

Come provocare un infarto al segretario della Lega Nord in Alto Adige

Il paesaggio è collinare a tratti, alpino a sprazzi, non capisci mai se stai vedendo il Sudtirolo o le colline toscane. I minareti al posto dei campanili aggiungono irrealtà, che sono abituato ad associarli a panorami più aridi, così mi aspetto Heidi che porta a pascolare i cammelli su alla baita, sono confuso.

“Signora, sono confuso”
“Ne riassume il governo”

Il resto del viaggio passa senza incidenti, la ragazza scende in un posto che si chiama Busovača, su cui non riesco a pensare niente di più eloquente, e alla fermata c’è il suo fidanzato che la aspetta e se la abbraccia contento, e mi viene in mente il video che mi ha spedito Andrea qualche giorno fa, ma il telefono che ho in mano è il mio, mi limito a ricordarlo e ghignare.

 Alle nove siamo a Sarajevo, ho l’indirizzo di un albergo in centro che dalle foto sembra molto interessante, e provo a farmici portare con un taxi: in fondo si deve pur morire di qualcosa, e peggio dei tassisti turchi credo sia impossibile. Mi siedo davanti, che dietro tutti quanti, e mostro la via all’autista grazie al fido telefono: 3 euri al giorno per navigare dall’estero mi stanno togliendo da un sacco di impicci, altro che storie. Inoltre ho imparato a Istanbul che se stai seduto davanti puoi tenere il volante mentre l’autista usa entrambe le mani per mandare sms a suo cugino.

L’albergo si trova alla Baščaršija, che potete pronunciare Bascarsia o Shambawambawè, non mi fa alcuna differenza, tanto non ho idea di come si dica; è la strada che porta al quartiere turco, quindi vedi che il mio commento sui tassisti di Istanbul non era a sproposito. Vengo scaricato nei paraggi, che l’area è pedonale, e l’autista mi indica la direzione giusta.
Ci metto un po’ per trovarlo, è in un vicolo laterale, nascosto fra il muro di cinta di un giardino e la facciata di un negozio, e ammetto di essermi fatto qualche scrupolo nell’avvicinarmi, ma erano timori scemi legati alla mia difficoltà nel comunicare: non conoscere la lingua del posto e sapere che pochi parlano inglese non mi fa sentire sicuro. Non ha senso, e quando ci rifletto mi passa alla svelta, ma mai del tutto a quanto pare.

Vengo ricevuto da una signora con gli occhiali e un sacco di riccioli rossi legati sopra la nuca. Dev’essere una discendente degli irlandesi che scoprirono la Bosnia prima dell’Impero Romano, ma le tracce della sua origine finiscono sulla targhetta che tiene appuntata alla camicia, dove c’è scritto Lamija, che si pronuncia Lamia, che è la figura alla base del mito dei vampiri, che è la ragione per cui adesso mi infilo in camera e sbarro la porta e la finestra e mi chiudo nell’armadio finché non sorge il sole, perché lo so che stanotte mi sveglio e c’è questa donna in piedi accanto al letto che si tiene gli occhi in mano e incombe su di me con le sue orbite vuote, e come lo mandi via un vampiro islamico, con la mezzaluna? Non ce l’ho neanche a casa io, la mezzaluna, il prezzemolo lo frullo, maledizione a me e alla mia disorganizzazione del cazzo! Finirò divorato nel cuore dell’Europa, e se non succede niente è pure peggio, perché mi resterà questa febbre dentro, l’assuefazione all’adrenalina, e dovrò buttarmi in attività sempre più pericolose per provare ancora quel brivido di cui ormai non posso più fare a meno, e finirò per prenotare le vacanze dell’anno prossimo in Transilvania o a Formentera con un gruppo di punzapunza.

Ma piantala! È una signora coi capelli rossi, cosa potrà farti di male? Sarà simpatica, chiedile una stanza!
Mmm, so mica. L’ultima mi ha trascinato in una tomba etrusca.
Ma che cazzo c’entra, piantala di vivere di suggestioni! Sei una persona reale, quando comincerai a comportarti come tale?

“Benvenuto in mia casa”, dice in un italiano stentato. “Entrate e lasciate un po’ della felicità che recate.”

Viavia! Scappiamo!
Ma come scappiamo? E il mondo reale?
Nel mondo reale una sospetta progenitrice di vampiri non si presenta citando il Dracula di Coppola!
Ma parla italiano. Dove la troviamo a quest’ora un’altra albergatrice che parli la nostra lingua?
Al Best Western!
Io al Best Western non ci vengo! Adesso taci e lascia parlare me!
Vaffanculo, se rinasco spero di essere la personalità multipla di qualcuno più saggio.

“Buonasera, non ho prenotato. C’è una stanza libera?”
“Certo. Per quante notti?”
“Tre”
“Perché ha citato Dracula?”
“Perché hai un pipistrello sulla maglietta.”
“E perché mi ha parlato in italiano?”
“Perché ti sei fermato fuori dalla porta a guardare quel manifesto, che è scritto in italiano.”

In effetti è vero, sono arrivato in città con la maglietta di Batman, e mi sono fermato a leggere il manifesto di un circo, appiccicato fuori dalla porta dell’albergo. Ci sono disegnati due zingari, uno suona i piatti e l’altro l’organetto a manovella, ed è scritto in italiano.

Still better than punzapunza.

Still better than punzapunza.

Se fossi in Francia o in Portogallo liquiderei il duo come i soliti italiani arrabattoni e me ne terrei a debita distanza, ma come ho già detto mi inquieta trovarmi in un paese che non sento per nulla familiare, e la presenza di due connazionali non mi irrita come al solito, anzi. Sono stranamente intrigato da queste due figure, soprattutto da quello con la pancia prominente e la barba rossa che mi ricorda Lothar, l’aiutante di Mandrake.
Vabbè, sticazzi, adesso ho fame e sonno, mi faccio tentare da uno dei vari ristoranti del quartiere e vado a dormire.

Il mercato è mezzo chiuso, cammino fra edifici bassi e butto un occhio alle vetrine ancora aperte, piene di oggetti in rame, teiere dal collo lungo e intarsiato, penne ricavate dai bossoli delle mitragliatrici e piatti con la scritta Sarajevo. In un baretto piglio due borek, che sono degli involtini col formaggio e le erbe, e li innaffio con una birra che si chiama come la città. Il minareto che domina il quartiere mi permette di orientarmi facilmente, e quando decido di rientrare mi basta fare due rapidi calcoli per trovarmi chissà dove, tornare indietro per una strada che però non ho percorso all’andata e attraversare un ponte (??) che mi porta sotto un altro minareto, che però non distinguo dal precedente perché quando a scuola spiegavano i minareti io avevo la varicella, e finisco davanti a una chiesa con un campanile. In questa città a prevalenza musulmana convivono tranquillamente entrambi i culti, o perlomeno convivevano: dopo la guerra sono cambiate diverse cose, il clima si è inasprito, diverse chiese sono state chiuse, le strade sono state invase da italiani che si fingono zingari e allestiscono circhi dove c’è uno che fa finta di essere una scimmia ammaestrata, e per le strade può capitare di imbatterti in questi buchi di mortaio tappati con della resina rossa che non puoi non vederli, e ti ricordano cos’ha passato questo paese, e ti si stringe il cuore, e a me stasera si stringe anche perché non ho idea di dove sono finito, c’è una chiesa rossa, sarà dedita al culto di R’hllor, magari, Melisandre mi fa discretamente sesso, ma no, non credo, sembra fatta di Lego come gli edifici del nord Europa, e poi c’è questa costruzione dietro, rossa pure lei, magari è dove vive Stannis, sono finito a Dragonstone, no aspetta, c’è scritto Brauerei. Cazzo, non è Dragonstone, è il birrificio della Sarajevska! Ho un intero birrificio dietro casa! Voglio venire a vivere qui.

Però domani, adesso guardiamo sulla mappa dove siamo finiti e andiamo a dormire, da bravi.

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suggestioni balcaniche -2: il brivido dell’imprevisto

La sveglia è d’obbligo quando stai cercando di raggiungere un paese lontano e poco frequentato, e l’unico treno parte alle nove di mattina, così alle sette si accende il televisore in camera e un’aria di Mozart mi viene a soffiare lieve nell’orecchio, sussurrandomi “Soll ich dich, Teurer, nicht mehr sehn?”. “Vaffanculo” gli rispondo io, ma ha ragione, devo alzarmi o resterò bloccato a Zagabria tutto il giorno, con tutti i posti peggiori dove rimanere piantati sarebbe disagio sprecato.

Scendo a fare colazione e ritrovo il mio nuovo amico della reception, Zagor.
Mi ha accolto all’arrivo, e mentre sbrigava le formalità con piglio poco professionale, come quando capisci di potertelo permettere, che il cliente ti fa simpatia, io gli fissavo il cartellino col nome, e mi ripetevo noncipossocredere noncipossocredere.

Sfatiamo subito il mito: lo Spirito Con La Scure non è alto, moro e muscoloso, è un quarantenne pelato e sovrappeso, con un paio di baffetti e occhiali dalle lenti rotonde. Una specie di Cico, insomma. In italiano sa dire solo grazie e ciao, ma con l’inglese se la cava abbastanza bene. Però è vero che è molto cordiale e se può cerca di risolverti i casini.

Prima di salire in camera gli ho chiesto dove potevo andare a cena, e mi ha indicato qualche posto, poi ha capito che non avevo capito e si è offerto di accompagnarmi, che tanto smontava entro un’ora. E ti pare che rinuncio ad andare a cena con un eroe dei fumetti? Sono andato a farmi la doccia e ridacchiavo pensando che se tanto mi dà tanto prima di tornare in Italia incontro Batman.

Un’ora dopo passeggio per il centro con la mia guida, e mi perdo in riflessioni sulla difficoltà ligure di fare amicizia e sulla mia in particolare di chiedere indicazioni, e forse dipende dal fatto che siamo quasi colleghi, più per la professione alberghiera che per quella di angelo custode degli indiani algonchini.
La strada sale, e finiamo in una piazza dove sorge la chiesa dei lego, con le tegole colorate a comporre due bandiere. Il ristorante è subito dietro, alla fine di un vicolo. Ha una botte davanti alla porta e i tavolini sulla strada, ne occupiamo uno.

“Allora, dove vai?”, mi chiede Zagor, distogliendomi dal grande interrogativo della serata: sono pronto a mangiare le rane col prosciutto?
“Sarajevo”, gli rispondo, mentre scuoto decisamente la testa e mi oriento verso meno ardite frittelle al formaggio.
“Per lavoro?”
“Turismo. Più o meno”. Non gli spiego tutta la faccenda, né lui mi domanda, e torniamo ad argomenti meno spinosi. Gli confido le mie incertezze sul fatto che da quelle parti non ho praticamente organizzato nulla, ho giusto qualche indirizzo di alberghi qua e là, ma pare che non ci sia tanta richiesta, mi hanno detto di andare tranquillo.
“È un peccato che pochi turisti visitino la Bosnia, perché è un paese molto bello. Basta evitare i campi minati e non ci sono praticamente pericoli!”
“Hehe! Che stupidi i turisti!”

La notte passa bene, l’anguilla grigliata se ne resta tranquilla nello stomaco senza agitare la coda, e quando scendo alla reception sono pronto per una buona colazione. Il mio problema all’estero è che voglio sempre mangiare le cose dal nome più esotico, e finisco regolarmente per ordinare cose che conosco già e neanche mi piacciono, come la Rožata, che uh chissà cos’è prendiamola, e poi è una quantità spaventosa di creme caramel, e dopo i primi due cucchiai mi sembra di ingurgitare blob.
Stavolta evito la torta alla crema di Samobor, che sarà anche un bel posto, ma quel dolce lì è troppo simile a quelle robe secchine e sbriciolose piene di crema da cui ho imparato a tenermi lontano. Non sono molto aperto ai dolci, non so se si è capito.

Stringo la mano a Zagor, doviđenja, sretan put, sretan put ce lo dici a tua sorella, e sono di nuovo in viaggio.

Il mio primo incontro con la Bosnia-Herzegovina avviene in un posto che si chiama Dobrljin, che suona molto simile a Du belin, e infatti non è che ci sia altro da dire, spero che si tratti di una triste stazione di frontiera e niente più, che se la media è questa scendo alla prossima e torno a farmi una pinta di Velebitsko insieme a Zagor.

Poi la situazione migliora, già a Novi Grad sembra di stare a Busalla, Prijedor sembra Novi Ligure, e alla stazione di Omarska piove e non trovo nessuna differenza con la piana di Arquata Scrivia. Un fracco di chilometri e sono di nuovo dietro casa mia. I uoddefàcc si sprecano.

A Banja Luka il treno si ferma e non riparte più. Che succede? Ci attaccano i serbi? Il controllore non parla la mia lingua né nessuna che conosco, mi fa solo segno di seguire gli altri passeggeri giù dal treno. C’è una coppia di tedeschi con grossi zaini, capisco la nazionalità inorridendo davanti ai calzini sotto i sandali, prima ancora che dall’idioma, e provo a chiedere a loro. Mi spiegano che c’è stata un’alluvione a maggio, e i binari sono ancora fuori uso. Il treno si ferma qui, bisogna travelen mit coach. Cakkien.

Scendo, e le pensiline sono parecchio austere e sovietiche e hanno i cartelli in cirillico, ed è anche una figata a pensarci, solo che io e il cirillico siamo andati in due scuole diverse, e quando lui imparava ad orientarsi nelle città bosniache io leggevo i fumetti del portiere di Zagabria, e l’aspetto da pensilina ma più grossa che ha la stazione mi inquieta un po’, e forse adesso avrei potuto essere da solo sul prato di Gaia a prendere il sole guardando Porto, ma oramai è tardi per i ripensamenti, voglio arrivare a Sarajevo, e si passa per questo squallodromo.

Peraltro ci sarebbe questa cosa della Bosnia Herzegovina che mi inquieta un po’: nonostante guggolmèps lo mostri come uno stato solo quando vai a vedere da vicino scopri che sono due, ma non due regioni tipo Lazio e Campania, due paesi proprio, con due etnie differenti, religioni diverse, tipo Valloni e Fiamminghi, e si stanno sul cazzo da morire. Dove voglio andare io è Federazione di Bosnia Herzegovina, un distretto a maggioranza croata e musulmana, dove sto adesso è Repubblica Srpska, e sono serbi. Quando dico che si stanno sul cazzo da morire intendo in senso letterale.

Ha un suo fascino, se sei un canarino.

Fuori nel piazzale ci sono dei pullman, e su uno leggo CAPAJEBO, che è il cirillico che cercavo: è vero che siamo andati in scuole diverse, ma durante l’intervallo ci incontravamo nel piazzale a scambiarci le figu, così adesso i caratteri li so leggere, anche se di solito ignoro cosa vogliano dire.
O come si chieda “a che ora parte” all’autista, che sta seduto a fumare e non mi caga di pezza, o “dove si fanno i biglietti”, “quanto costa”, “ma è vero che in questa città sono tutti nazionalisti serbi e i bosniaci li vorrebbero sterminare tutti un’altra volta?”, insomma niente, provo a salire, ma le porte sono chiuse, tabacchini non ce n’è, e anche i due tedeschi di prima sono scomparsi verso la città, che per la cronaca sembra la periferia di Alessandria.
Sto seriamente rivalutando Tortona.

Vado dall’autista e lo fisso in mezzo agli occhi, come mi hanno insegnato a fare al corso di Farsi rispettare dal proprio gatto e dagli autisti serbi, e senza paura gli dico “Sarajevo”. Lui neanche mi guarda, alza una mano e col pollice indica un punto alle sue spalle, che potrebbe essere la direzione in cui si trova la città, la stazione da cui sono arrivato o la biglietteria più vicina. Non mi perdo d’animo e gli dico, sempre duro e cazzuto, “ticket”.
“Odjebi”, mi risponde, e la nostra conversazione finisce nel momento in cui cerco di tradurlo col telefono, che in certi frangenti è meglio usare la diplomazia. “Tua sorella” glielo dico in italiano, e me ne vado.

Il cartello col bersaglio indica il centro città in tutto il mondo, credo, ma mi basta che lo indichi in questa città che dal mio privilegiato punto di vista mi offre tante attrazioni quante la corsia del reparto infettivi, così abbandono il piazzale e seguo la freccia. Il cielo si sta facendo nuvoloso, sfoglio un inventario mentale di quello che sto trasportando, e alla voce poncho sospiro sollevato.

Devo trovare un biglietto, ma anche da mangiare, visto che è l’una e mezza, così mi infilo in un barcone sul fiume, dalle parti del castello, che a Banja Luka c’è un castello, e pure una cattedrale che definirei bizantina se avessi voglia e tempo di entrarci, ma ho fame, voglio il mio biglietto che metta a cuccia l’autista del pullman e voglio mangiare, e fra una cattedrale e un fiume scelgo il fiume, che peraltro è un bel fiume pieno d’acqua che corre, e il barcone mi promette di mangiare seduto davanti al fiume, perciò entro senza preoccuparmi del costo, che ho capito che da queste parti posso scialare.

Ho scelto bene, il cameriere parla inglese e lo stufato è straordinario. Gli chiedo dei biglietti, ma non mi risponde, così lo chiedo al cameriere (haha).
Lui mi spiega che li vendono in fondo alla via dello struscio. Non mi dice via dello struscio, ma c’è una strada analoga in ogni città, è quella dove trovi i negozi di abbigliamento e di telefonia, e se la città è abbastanza grande e importante anche quelli di carabattole per turisti e il kebabbaro; a Banja Luka si chiama Gospodska Ulica, è una strada piuttosto breve, ma non le manca niente, per esempio se siete appassionati di farmacie avete l’imbarazzo della scelta.

Sarà la prospettiva, o la voglia di guidare un robottone, ma a me ricorda Gundam.

Il tabacchino è dentro un grosso centro commerciale di fronte alla cattedrale che se avessi tempo e voglia l’ho già detto prima, e ovviamente la signora dietro il banco non parla nessuna delle lingue che conosco. Le chiedo ticket, ma non so dire corriera, autobus, pullman né nessun altro sinonimo compreso torpedone, così le faccio brum brum con la bocca e mimo di sterzare un grosso volante. Ride. Ride anche quando le dico Sarajevo, e mi dà il biglietto. Si vede che era proprio l’autista ad essere stronzo.

Torno al piazzale della stazione, ma il pullman è già partito. Con la mia poca conoscenza dei caratteri russi riesco a capire che il successivo partirà in un’ora e mezza, ma il centro non è proprio dietro l’angolo, non mi ci vedo a tornare a piedi fin laggiù. Mi siedo su una panchina e provo a leggere qualche pagina di questo romanzo che mi sono portato, sperando che succeda qualcosa: è la storia di questo tizio che va a cena di una e la serata si mette bene, solo che lei muore, e lui non è che può chiamare aiuto, cosa lo chiami a fare se tanto è morta, e poi è meglio se non si viene a sapere che eri lì visto che la donna è pure sposata, cioè, lo era, adesso non lo è più, e allora tiriamoci quattro pagine di considerazioni sulla morte senza troppa punteggiatura, alla Saramago, solo che Saramago lo sapeva fare meglio, e poi a metà libro esce di casa e qualche pagina dopo va al funerale di lei e poi mi è venuta voglia di leggere Saramago. Non è un brutto libro, me l’ha consigliato un’amica del cui giudizio mi fido, ed è la ragione per cui trattengo una serie così lunga di sbadigli che se fossero telefilm avrebbero per protagonista Larry Hagman.

Nella prossima puntata vi racconto di Sarajevo, se ci arrjevo.

 


suggestioni balcaniche

Fino a Venezia non te ne rendi conto: è un viaggio che hai fatto mille volte su un treno stipato di coscritti, quasi sempre da solo, che i tuoi coetanei li sopporti poco anche fuori dalla convivenza forzata. Scendi a Santa Lucia che è mattina piena, e non hai ancora fatto colazione. Il treno per Zagabria partirà fra quaranta minuti, hai tutto il tempo per un cappuccino, ma il bar della stazione fa tristezza, e poi è o non è un viaggio di scoperta? Lasci lo zaino al deposito bagagli e ti incammini deciso verso il ghetto ebraico, dove ricordi una pasticceria interessante. Dieci minuti più tardi sei seduto al tavolino ad ammirare i ricciolini di tre personaggi dal caratteristico copricapo a tesa larga, e ti domandi se la mancanza di coraggio ad indossarlo in pubblico sia abbastanza come deterrente all’acquisto, che tu e i cappelli avete una relazione complicata.
Magari al ritorno, se ti resterà tempo e denaro e spazio nello zaino.

La prima scoperta è che per arrivare in Slovenia si passa dall’Austria, e due ore a Villach sono un’esperienza che avresti evitato volentieri. Non c’è un cazzo a Villach, è la tipica cittadina austriaca che giri in venti minuti, poi scegli il ristorante dall’aspetto meno lupesco e ti fai un piatto pesante a base di weißwurst e patate, seduto dentro, che fa freddo da quelle parti, e oggi non c’è neanche il sole, perciò niente escursione sulla Villacher Alpenstraße. Per fortuna ti sei portato da leggere più di un libro, che questo tizio che scrive come Saramago non è per niente Saramago, e dopo un po’ meh.

Poi si entra nel Paese della J, Jesenice, Spodnje Gorje, Radovljica, paesi dagli angoli acuti di cui non sai pronunciare il nome, e meno male, che la cazzo di macchia mediterranea ci ha tolto la sensazione del viaggio, questa valle boscosa è identica a quella dietro casa tua. Le auto che corrono sulla strada accanto ai binari non hanno conservato niente dell’austerità socialista, sono le stesse Peugeot e Volkswagen che trovi nel piazzale del supermercato la domenica mattina. Giusto i vagoni merci, con le pareti spesse e tozze, da carro armato, ma sei deluso. Dov’è l’ombra di Tito? Ci sono ancora tracce del suo passaggio su queste terre, dopo trent’anni dalla sua scomparsa? È la ragione del viaggio, la ricerca di un passato che ti ha sempre sfiorato, senza mai toccarti. Nei tetri anni ’90 la guerra dei Balcani si portò via il benessere ostentato, gli scaldamuscoli fucsia e quelle cazzo di pettinature cotonate. Era difficile ascoltare Tarzan Boy quando ci si ammazzava appena fuori casa tua, ma tu vivevi nella tua bolla di irrealtà, avevi appena scoperto Mtv, e anche il servizio militare te lo sei fatto scivolare addosso sulla sponda sicura dell’Adriatico.

Poi un giorno ti svegli e decidi di andare a vedere se è rimasto qualcosa di quegli anni, come a volerti riappropriare di una fetta della tua vita di cui non ti sei curato. Forse è un modo per recuperare a strascico anche questi ultimi mesi balordi, forse entrare in contatto con qualcuno che è stato peggio di te ti aiuterà a ridimensionare i tuoi problemi alle cazzate che sono, e a lasciarteli alle spalle.

Ljubljana è un pezzetto di quel passato di cui sopra: una possibile meta delle tue vacanze di allora, quando passavi tutte le sere a casa della fidanzata e lei ti raccontava della città di sua nonna, guardavate le foto e progettavate un viaggio insieme. Poi siete finiti in Andalusia, e casomai a trovare sua nonna ci sarà andata da sola, dopo. Quattro minuti di sosta e una carrellata di palazzi grigi e spessi come i carri merci di prima sono un’impressione sufficiente con cui pagare il transito al tuo passato, la parte bella e antica che vedevi in fotografia la ritroverai un’altra volta se sarà il caso.

Glavni Kolodvor, dice la scritta alle mie spalle, sulla facciata di questo grande edificio rosa, con le statue ad affollare il timpano come un tempio greco. E proprio come se fosse scritto in greco non ho idea di che cazzo significhi Glavni Kolodvor, sarò sceso alla stazione giusta? Sul binario c’era scritto Zagreb, l’aspetto è quello del centro città, ma mi sento un po’ sperso. Tutto ad un tratto l’idea di viaggiare da solo in un posto di cui non so niente di niente non mi appare più così affascinante.

La piazza della stazione somiglia un sacco ad Avenida dos Aliados, a Porto, tranne che questa è orizzontale, e ti toglie tutta la scenicità, se mi passate il termine, ma cercate di capire, sto in una città che non conosco, non parlo la lingua, sono le nove di sera e devo comunicare con gli autoctoni per raggiungere un albergo che non so neanche se mi aspetta, visto che tutta la corrispondenza con la reception è stata effettuata grazie alla mediazione di google traduttore.

La mappa dice che posso arrivarci a piedi e scamparmi il trauma della comunicazione, così mi incammino lungo la piazza, davanti a questi palazzi che se non fosse per la bandiera croata potrei essere a Vienna. Mi infilo in una strada da vecchia Europa, e sbuco in una piazza vivace, ariosa, con palazzi del settecento pieni di insegne moderne, che è come prendere un quadro neoclassicista e colorarlo a pennarelli. Josip Jelačić indossa un buffo copricapo che vorrei assolutamente e punta la spada verso un negozio che si chiama Pan-Pek, e ha tutta l’aria di essere un panificio. Sento il riflesso pavloviano agitarmi lo stomaco, ma no, prima l’albergo, ormai dovrebbe essere qui intorno.
Mi infilo in una strada nuova, piena di boutiques, e sopra il negozio di Givenchy campeggia una bella insegna spartana che dice Dubrovnik. Eccululà.. Caasa. Vado a fare il check in e mi sbatto in camera, ma che delusione, l’austerità dell’insegna non viene affatto mantenuta all’interno, sembra una nave da crociera, con le camere che si affacciano sul salone e tutti i piani arredati con vasi di fiori. Dalla finestra che si affaccia sulla piazza vedo di nuovo il mio amico Josip, sempre intento a minacciare il panificio col suo sciabolone. Adesso sì, è ora di cercare da mangiare. Domani mattina si riparte, e sarà la parte difficile.


Porto 2012 (Duedidue, come il titolo di un romanzo di De Carlo, ma qui alla fine non muore nessuno)

“Cioè? Una vacanza di un giorno e mezzo e ci dovevi scrivere sopra due post?”

“C’ero anch’io in vacanza e non mi hai neanche nominato!”

“Lascia scrivere di viaggi a chi ne è preposto!”

“Ma si chiama Porto o Oporto?”

“Ganancioso você mesmo!”

“Non sono Paul McCartney!”

Le reazioni alla prima parte di questo viaggio sono state innumerevoli, chi mi ha ringraziato di avere raccontato ancora di quel paese meraviglioso che è il Portogallo, chi si è lamentato perché deve ancora finire di leggere il racconto del viaggio precedente, mai concluso, e vuol sapere se alla fine Lucilla è Paul McCartney oppure no, chi è capitato per sbaglio su queste pagine cercando pornazzi di Holly Michaels e ha subito cliccato altrove.

Quella che segue è la seconda e ultima parte del mio recente viaggio portoghese, dove racconterò delle cantine, della funicolare e della coscia di maiale.

29/9

La prima colazione la faccio in solitaria in un baretto di Rua das Flores, attratto più dal vecchietto al tavolino che dalle delizie servite, che peraltro non ci sono, ma non fa niente, peggio della sbobbazza servita in ostello credo sia impossibile. Mi siedo al banco e ordino un caffè e un pastel de nata: il barista con lo scazzo mi serve un buon primo e una roba tutta spiegazzata e fredda che dovrebbe essere il secondo. E per radio ci sono i Take That. Vabbè, ci ho provato, la prossima volta scelgo un bar senza vecchietti davanti.

L’alternativa non era un bar senza vecchietti, comunque, ma uno bloccato da una folla di ragazzetti con birra e ghettoblasta, evidentemente ancora in giro dalla sera precedente, che io la colazione a birra l’ho vista fare solo a gente con grossi problemi di alcolismo, e allora lo vedi anche tu che quello col vecchietto è ancora la scelta migliore.

La seconda colazione la prendo col gruppo, che nel frattempo si è alzato e riunito nella sontuosa hall dell’ostello.
Ci infiliamo in una pasteleria in fondo a Rua Das Flores, che sfoggia una ragnatela di crepe dove fino al giorno prima stava una vetrina, e probabilmente è per questo che le commesse hanno una faccia che pensi che sia il caso di ordinare alla svelta, mangiare e andare prima che ti menino.

Un altro caffè, un altro pastel, una roba panosa dolce ricoperta del solito tuorlo d’uovo. Alessandro ci casca di nuovo e prende la pesantezza: quando l’inghiotte si apre la porta del locale ed entra l’avvocato del suo stomaco con una citazione per danni.

Al momento di pagare dobbiamo aspettare due ragazzine che si sono comprate un frigo di Super Bock, e non sono neanche le dieci, e stavo appunto dicendo dei problemi di alcolismo.

Foto di gruppo con gatto

Bisogna digerire, che i dolci portoghesi non sono una passeggiata per nessuno, e il modo migliore dicono sia fare due passi, quindi approfittiamo della giornata bellissima e andiamo a piedi fino al ponte di Arrabida, e da lì in traghetto ad Afurada. Il marciapiede è bello largo e pieno di pescatori che tirano su balene, e di ciclisti che tirano su i pedoni perché la pista ciclabile non c’è e se non cammini rasente al muretto ti arrotano, ma il fiume è bello da guardare, e questa parte di città fuori dal centro storico non sarà granché medievale, ma non è del tutto orrenda. Vabbè, tranne quel palazzo lì che proprio non si può vedere.

Passiamo di là donando un euro a un vecchio, bianco per antico pelo, che ci grida di rimando qualcosa in portoghese che non so tradurre, ma che suona così: “O céu nunca vereis, desesperados! Por mim à treva eterna, na outra riva, sereis ao fogo, ao gelo transportados!”.

Ce n’è di gente strana, lascia perdere..

Non è ancora ora di pranzo, ma il mercato del pesce emana profumi che rendono il digiuno una scelta complicata. In un mercatino nel posteggio di fronte c’è un banchetto che vende formaggi e salumi, e ci facciamo tagliare del prosciutto da infilare nel panino. Il banchettaro taglia sei fette spesse un dito e le pesa con cotenna e tutto perché è un astuto venditore, poi ci presenta il conto ed è il momento ilare della giornata: sei etti di crudo affumicato e tre ciabatte a neanche sette euri.

Lucilla e il brontosauro

Dopo il panino col brontosauro sarei anche a posto, ma vuoi rinunciare alla Taberna do São Pedro? È la ragione principale del nostro viaggio a Porto!

Mi faccio, nell’ordine, un’insalata, quattro sardone alla griglia, una patata bollita e due birre, ma sono finiti i tempi in cui con 3.50 ti facevi un piatto di pesce, ora ce ne vogliono addirittura sei, e alla fine il mio conto personale ammonta a nove e spicci. Che scandalo.

Vabbè, bisogna tornare indietro, ma se riattraversiamo poi ci tocca arrivare alla Ribeira e fare il ponte per raggiungere le cantine, che sono la nostra meta successiva, nonché la ragione principale del nostro viaggio a Porto. Si, ma da questo lato non ci sono gli autobus, come si fa?

Provo a chiedere a una vecchietta, che però quando le dico “desculpe, a che oras passau l’autobus por Gaia?” mi guarda come se fossi cretino e se ne va.

Ce la rifacciamo a piedi, tanto è ancora una bella giornata e si cammina volentieri.

Marzia e Paola non ci hanno seguito, hanno ripreso il traghetto per andare a visitare i fantomatici giardini liberty di cui avevamo letto nella Santa Lonely Planet, e che dovrebbero trovarsi a metà strada fra lì e il centro storico. Scopriremo in seguito che di liberty non hanno niente, e sono popolati da pavoni carnivori ghiotti di turisti. Buon per noi che abbiamo preferito infilarci da Ramos Pinto per una visita alle cantine.

La nostra guida è una ragazza dall’espressione simpatica, parla un inglese comprensibile più a noi che agli stessi anglofoni, e non dà neanche troppo l’impressione di odiarci tutti come la sua collega hostess della Tap, o la maggior parte dei camerieri del suo paese. A un americano sessantenne del Connecticut, che la subissa di domande cretine, mostra un sorriso credibile e ride perfino, quando questo si sente incoraggiato a fare lo spiritoso, come se gli americani sessantenni del Connecticut avessero una vaga idea di cosa sia l’umorismo, che la volta che un americano sessantenne del Connecticut si è avvicinato di più al concetto di umorismo ha invaso l’Afghanistan. Il resto della cumpa è composto perlopiù da anziani beoni che vogliono arrivare prima possibile all’assaggio finale.

Il giro è comunque interessante, Ramos Pinto era un vecchio volpone che sapeva vendere, e il suo vecchio ufficio è una meraviglia, su tutto campeggia una cassaforte a due ante che vorresti indossare un cappello a tesa larga e farla saltare con la dinamite, per poi scappare a cavallo inseguito dagli agenti della Pinkerton.

La cantina di Ramos Pinto

Sembra arrivato il momento di provare la nuova funicolare, che dalla passeggiata ti porta in cima al ponte Dom Luis I, tanto a Gaia non c’è altro da fare, e per tornare a mangiare da Casa Adao è presto. Il biglietto costa solo 5 euri, e comprende un assaggio gratuito in un’altra cantina, e chi siamo noi per rifiutare un altro assaggio gratis? Ci infiliamo decisi nei vicoli dietro il lungofiume, scoprendo che quella parte della città è in realtà un set cinematografico: davanti è molto appariscente, dietro fa stracagare.

La cantina ha un aspetto recente, dev’essere sul mercato da poco. Immagino che a Porto non ci siano molte alternative per un lavoro indipendente, o apri una cantina oppure organizzi gite in motoscafo sul Douro, ma in quel caso ti auguro di morire male, che se c’è una cosa irritante è vedere questi barconi da corsa sfrecciare avanti e indietro facendo un casino pauroso e rovinando tutta la bellezza di quell’angolo di mondo, che è davvero uno degli angoli più belli del pianeta. Il vino non è niente di che, e insieme non ci danno i promessi lupini. Per quanto mi riguarda possono anche andare a organizzare gite in motoscafo sul Douro.

Saliamo sulla funicolare che siamo un po’ cotti e ci lanciamo in una sessione fotografica delirante, tutti che fotografano tutto, soprattutto sé stessi, e facendo oscillare la cabina in modo preoccupante.

L’appuntamento con le due disperse dovrebbe essere davanti São Bento, ma non ce n’è traccia. Ci si presentano due opzioni, o sono state rapite o si sono infilate da Zara. “Che vogliamo fare?”, ci chiediamo, “Aspettiamo ancora un po’ o cominciamo a mettere via i soldi per un eventuale riscatto?”.

“Io dovrei ritirare”, fa Antonio, la cui consorte è stata inserita nell’elenco dei dispersi.

“Allora potremmo cercare un bancomat, e ce n’è uno proprio vicino al negozio dei souvenirs orrendi”, risponde ghignando Lucilla, che soffre di una strana malattia che la obbliga a comprare ovunque magneti da frigo.

Ci spostiamo quindi dall’altra parte della strada e cominciamo a passare in rassegna una serie di riproduzioni in plastica di attrazioni del Portogallo, tutte prodotte da un’azienda che dopo averle stampate e colorate le sbatte in un forno e le scalda finché non perdono la loro forma originaria.

Resto per un po’ indeciso se buttare via i miei soldi su una miniatura della francesinha, il piatto tipico portoghese a forma di animale spiaccicato sull’asfalto, o su quella della Torre dos Clerigos sciolta dal raggio della morte, poi un messaggio di Marzia mi riporta a più miti consigli: non sono state rapite, erano da Zara, e un po’ mi spiace, che pagare un riscatto costava meno.

Ci riuniamo in ostello, e dopo una breve sosta in camera per mollare chi i sacchetti e chi la cacca, ci consultiamo per la cena. Su tripadvisor vengono proposti diversi ristoranti mai provati, e optiamo per uno che si chiama tipo Alfasud. Si trova vicino alla chiesa di Trindade, sopra Aliados, la grossa piazza del municipio. Quindi per questo viaggio basta Ribeira. Vabbè.

Non era Alfasud, era Antùnes, che sta in una stradina insignificante a metà fra la decadenza del centro storico e lo squallore di una periferia. La specialità del ristorante è il pernil de porco, che traduciamo frettolosamente in stinco di maiale, stupendoci delle sue dimensioni quando ce ne presentano in tavola uno, smezzato fra me e Alessandro.

“Ragazzi, questo non può essere un maiale, quale mostro ha uno stinco grosso come un casco da motociclista?”

Plesiosauro al forno

Non è maiale, è il segreto dell’economia portuense, come scopro qualche tempo dopo, consultando un libro. In pratica funziona così, i pescatori prendono il mare, catturano un plesiosauro e, dopo averlo macellato, lo dividono fra i ristoranti della città. Alcune parti della coda vengono servite con le patate e si chiamano pernil de porco, con le pinne carnose si fanno i prosciutti, che poi ritrovi al banchetto dei salumi del mercato di Afurada, e dalla carne del collo più tenera si ricava il bacalhau.

A questo punto devo aprire una parentesi e raccontare un episodio risalente a due anni fa, durante la nostra visita precedente.

A quei tempi Lucilla aveva sviluppato una sorta di psicosi nei confronti delle patate fritte tagliate a rondelle. Sosteneva che erano più buone, si cucinavano meglio e non so più quali cazzi, e ogni volta che si andava al ristorante, cioè sempre, le chiedeva al cameriere, spiegandogli a gesti che non voleva quelle a bastoncino, ma quelle rotonde. Potete immaginare la faccia di un tizio che vede una donna straniera agitarglisi davanti, parlargli in una lingua incomprensibile ed esibirsi in una serie di gesti palesemente scurrili. Alla fine la malcapitata riceveva comunque le patatine a bastoncino, e andava su tutte le furie. L’ultimo giorno di vacanza, in un ristorante di Lisbona, si risolse ad acchiappare per il bavero il cameriere e a trascinarlo fino al tavolo accanto, per mostrargli il piatto di patate fritte a rondelle che era stato servito a un signore coi baffi.

“Voglio quelle, capito? Quelle! Occhei? Occhei? Quelle!”

Naturalmente ci trattarono malissimo per tutta la cena, e non oso immaginare quali fluidi organici finirono nelle nostre ordinazioni prima di essere servite.

Insomma, presentarsi con Lucilla in un ristorante portoghese era una cosa che ci riempiva di apprensione, nonostante il suo fidanzato ci avesse garantito che nei due anni trascorsi da quell’episodio si era messa in terapia, ed era migliorata parecchio:

“Il medico che l’ha seguita è riuscito ad eliminare il suo comportamento maniacale quasi del tutto”, ci aveva raccontato all’aeroporto di Milano. “Ora presenta un’ossessione maniacale per i magneti da frigo, ma almeno non rischio la denuncia ogni volta che si va a cena fuori.”

In effetti Lucilla appare mansueta, nonostante ai tavoli vicini vengano servite porzioni mastodontiche di patate fritte a rondelle non sembra farci caso, ordina un’orata al forno con le foglioline di insalata e sorride compiaciuta al cameriere.

Tutto sembra procedere senza intoppi, finché ad Antonio arriva il bacalhau, che quasi non si vede, completamente immerso nelle patate fritte.

Sul tavolo cala il silenzio, tutti guardano Lucilla, Lucilla fissa il piatto di Antonio, Alessandro sbianca, Marzia cerca di allontanare i camerieri dalla sala.

“Ne.. ne vuoi una?”, chiede Antonio con un filo di voce.

“No, grazie Antonio”, replica Lucilla in un tono assolutamente normale, come se gli avesse detto “le tre e un quarto”, e tutti riprendiamo a respirare.

Poi si alza.

“Lucilla, dove vai? Tutto bene?”, le chiediamo allarmati.

“Vado a prendere una boccata d’aria”, replica, ed esce. La ritroveremo in ostello molto più tardi, seduta sul letto, con la bocca piena di magneti da frigo.

Nel frattempo la cena va avanti, il cameriere somiglia a Diego Milito quand’è arrivato al Genoa, coi capelli leccati dalla mucca e la faccia da ragazzino sfigato. Ci vengono serviti i dolci, che sono una cosa agghiacciante come ormai ci aspettiamo tutti: Alessandro prende una vecchia conoscenza coi biscotti e la crema, io e Antonio ordiniamo la goiabada, che è la sostanza più densa dell’universo, anche più dell‘inertron. Avete presente la cotognata? La goiabada è più densa. Avete presente la ghisa? La goiabada è più pesante. Avete presente il Mar Morto? La forchetta nel Mar Morto si immerge più facilmente che nella goiabada. Perlomeno è buona, ma ci vuole un bicchiere di digestivo per mandarla giù, e il padrone del ristorante che mi ha visto terminarla viene a congratularsi di persona e mi offre una brocca di stravecchio che ci vogliamo in sei a finirla.

E poi anche questo viaggio è finito ed è ora di tornare a casa. Ci mettiamo la sveglia prestissimo, poi la rimettiamo presto, che il mio telefono è ancora impostato sull’ora italiana e alle quattro non devi andare da nessuna parte, poi chiediamo alla ragazza alla reception di chiamarci un taxi, ma non è capace a trovare il numero e ci chiede se lo vogliamo davvero.

“No, volevamo fare gli spiritosi!”, ribatte acida Marzia, cui non è andata giù la doppia levataccia.

Alla fine dobbiamo comunque andare in metro, che la ragazza della reception sta cercando il numero ancora adesso.

La biglietteria alla stazione di São Bento non accetta né banconote né lusinghe, vuole gli spicci, ma non ne abbiamo, perciò decidiamo di fare i portoghesi, che quando ti ricapita di poterti sentire veramente uno di loro? Che poi lo so che è un detto che non ha niente a che vedere con questo popolo, ma mi faceva ridere, l’ho detta.

Il Portogallo che mi sono portato a casa.

 

L’ultimo pastel de nata all’aeroporto spero che non fosse davvero l’ultimo perché l’ho scaldato nel microonde ed è venuto fuori una merda.


Porto 2012

Sarà che a noi i posti affollati non piacciono granché, o che la luce del Portogallo rende tutto più gradevole, fatto sta che ci siamo messi via due soldini e siamo partiti per un fine settimana nella città più portoghese di tutto il Portogallo, Porto.

Non era la prima volta, già due anni fa passammo una splendida settimana in giro per le strade ripide del suo centro storico, fra il lungofiume della Ribeira e i profumi del Mercado do Bolhão.

Il bagaglio è composto da due trolley, uno di abiti e roba che normalmente ci si porta in viaggio, l’altro contenente aggeggi elettronici e un asciugamano che non si sa mai, come insegna Douglas Adams. Chi dovesse fregarmelo si guadagnerebbe l’equivalente di uno stipendio. Alla Malpensa ci comunicano che dovrà essere caricato nella stiva, perché l’aereo è piccolissimo, tipo un apino con le ali, e il pilota ha già dovuto lasciare a terra il suo secondo per mettersi in cabina la valigia di una signora di Parma. Considerato che non ci penso neanche a mettere un computer, due macchine fotografiche e un lettore mp3 nelle mani dei portabagagli di Milano, finisco per tenere tutto in mano e lascio nella stiva un trolley vuoto. L’asciugamano me lo lego in testa tipo turbante.

L’apino con le ali della Tap Portugal

L’aereo è veramente minuscolo, trentasette posti a sedere, ma è comodo e non ti fanno le menate per il bagaglio a mano, come per esempio un’altra compagnia a caso con un’arpa disegnata sulla coda. E se proprio devo dirla tutta non ti rompono neanche il cazzo ogni cinque minuti per tutto il viaggio con annunci per comprare qualunque cosa,  dai grattaevinci (ma ti pare, i grattaevinci sull’aereo, e allora perché non mi metti anche due slotmachine al posto dei cessi) ai peluscini a forma di aereo con l’arpa disegnata sulla coda, ai biglietti del treno per Catanzaro.

Delle due hostess di bordo una sembra il cavallo di Guernica su cui un vandalo abbia disegnato un rossetto viola con un pennello cinghiale; ha questa macchia viola intorno alla bocca che le conferisce un aspetto da carnefice pop, e quando ti chiede se vuoi qualcosa da mangiare non puoi fare a meno di pensare a Warhol, o a Dalì; l’altra hostess è carina, ma ha uno scazzo cosmico, si vede che nella precedente occupazione faceva la cameriera.

Quando ci mostra le vie d’uscita lo fa di fretta, come se la cosa non la riguardasse e fosse solo lì a sostituire un’amica che è andata un momento in bagno. Il messaggio che trasmette non è “prestami attenzione se ti preme la vita”, è più “mi hanno detto che dovrebbe esserci un’uscita anche da quella parte”. In realtà non gliene frega niente, è stanca di vivere e ci odia tutti; probabilmente sta meditando di sabotare uno dei prossimi voli e schiantarsi sui Pirenei.

Sui voli Tap si mangia bene, il pranzo a bordo consiste di una ciotola di riso con pollo e pancetta, un panino, una porzione di burro salato e mezza mela a pezzetti, più una bevanda a scelta. Grazie al coraggioso sacrificio della mia amorevole fidanzata riesco a barattare un’altra porzione di riso con qualche pezzetto di mela, e innaffio tutto con una lattina di sagres. Avevo espresso il desiderio di celebrare il mio compleanno bevendone una, ma questa non vale, dal finestrino non si vede il Douro.

Dal finestrino non si vede niente, per la verità, giusto un po’ di azzurro in alto se strizzi gli occhi.

Poi all’improvviso le nuvole si diradano e sotto c’è il Portogallo. Scendiamo rapidi e riconosciamo i primi ponti, la Ribeira, il Dom Luis I. È un’emozione che francamente non mi aspettavo. Sono felicissimo di essere di nuovo qui.

Il meglio di Porto al finestrino: la Ribeira, la Sè, il ponte.

Atterriamo, recuperiamo il bagaglio in un momento e usciamo a prendere un taxi. L’aeroporto è piccolo e quasi deserto, perlomeno quando arriviamo noi. Il taxi è già lì che ci aspetta, gli spiego l’indirizzo e si parte. La periferia è squallida come tutte le periferie del mondo, ma già a Trindade si capisce che sta per succedere qualcosa. Girato l’angolo ci troviamo giù per la piazza di Aliados e i miei compagni di viaggio non trattengono un gemito di gioia. Io sono quasi commosso. È pazzesco quanto questa città mi sia rimasta nel cuore, davvero.

Davanti all’ostello ci congiungiamo agli altri due membri del gruppo, arrivati in mattinata, Paola e Antonio; sbrighiamo le formalità di reception e molliamo i bagagli. La camera è un buco di merda peggio di quella di Lisbona, ma dal terrazzino ti affacci su Rua das Flores, che è un bel vedere, con le sue case ricoperte di piastrelle. E poi sono solo due notti, chi se ne frega! Il tempo di posare le valigie e siamo di nuovo per strada ad affrontare la prima di innumerevoli salite.

Prima tappa alla Livraria Lello, che conosciamo per avere visto le foto su internet: è tutta di legno, un capolavoro di liberty, con una vetrata sul soffitto che noti solo se alzi gli occhi e poi ti chiedi perché non l’hai notata prima, e gli scaffali decorati e pieni di libri antichi, ma soprattutto una scala pazzesca che sale fino a metà, si raddoppia, torna indietro, si riunisce e risale, coi gradini arrotondati colorati di rosso, come un ruscello che venga giù da chissà dove in mezzo al negozio. Le foto sono proibite, e quasi è un sollievo, che non mi sento in grado di fermare tanta meraviglia nello spazio limitato di una cornice. Per compensare ciò che non potrò portarmi via tocco tutto, i corrimano, la balaustra, il corpo sinuoso della scala, ma non basta mica. Dovrei comprarmi un libro fotografico dedicato al negozio, solo che costano una fortuna, un semplice segnalibro te lo danno per due euri e mezzo, capace che per una pubblicazione di venti pagine ti partano quindici venti euri come niente. Senti Lello, hai un bel negozio, ma sei un avido, vaffanculo.

Dopo la cultura è il momento di riempirsi la pancia: il bar panificio pasticceria davanti alla Igreja dos Clerigos è ricolmo di meraviglie proprio come lo ricordavo. Due pasteis de nata e un bicchiere di succo d’arancia per me, quattro frittelline di carne per la fidanzata, una roba gigantesca e inquietante per gli ultimi aggregati, che sinceramente non so dove trovino il coraggio di mangiarla, io neanche ci avvicinerei le mani a una roba così, metti che mi morde.

È sufficiente un’immagine per convincere la BCE a cancellare il debito portoghese? In questo caso credo di si.

Ormai tra l’arrivo, la sosta in ostello e quel minimo di nutrimento non è più ora di fare i turisti, la giornata è praticamente agli sgoccioli, e poi Porto l’abbiamo già girata tutta nella visita precedente; molto meglio, perciò, dedicarsi subito allo shopping, e mi ricordo che c’era un bel negozietto appena fuori dal Mercado do Bolhao dove due anni fa comprammo la nostra bottiglia di porto.

C’è ancora, si chiama Comer E Chorar Por Mais, che è un modo di dire portoghese che sono sicuro che saprete tradurre anche da soli (me lo auguro, almeno, che io non ne sono capace). È un negozio fondato addirittura nel 1912, ma nel frattempo ha cambiato proprietario, e quello che ci offre assaggi di tutto quello che c’è in vendita non è una riproduzione locale della mummia di Tutankhamon, ma un simpatico signore sui sessanta. Cerchiamo di ripagare la sua gentilezza uscendo con una borsa di salami e formaggi da nutrirci per qualche mese, ma ci ho lasciato le pere secche, ne soffro un po’.

Ultima meta la Ribeira, che poi è la ragione principale per cui siamo tornati a Porto. Non esiste una sensazione altrettanto magica di guardare la zona del lungofiume dalla sponda di Gaia, con quelle case colorate ammassate una sull’altra e il ponte come un mostro di metallo pronto a mangiarsele.

Vabbè, si, quando ti portano il conto mentre stai riverso sul tavolo del ristorante a cercare di digerire la quantità spaventosa di pesce che ti sei cacciato in bocca, e scopri che hai speso poco più di dieci euri provi qualcosa che ci si avvicina molto.

Però è qui che desideravo bermi la mia sagres, seduto al tavolino di un baretto sovrastante il lungofiume, a guardare le barche, e il ponte, e Gaia dall’altra parte del fiume, e la gente che passeggia sotto di me, e ancora il ponte, e Gaia, ammazza se è brutta Gaia, e il ponte, che belin, è proprio imponente, e il cameriere che si fa i cazzi suoi e io intanto vorrei un’altra birra.
Non ci andiamo adesso a bere la sagres, che è quasi ora di cena: stiamo un po’ a ciondolare davanti al Douro, poi attraversiamo il ponte giusto in tempo per goderci il tramonto sulla città vecchia, e andiamo a cena da Casa Adao.

Il proprietario è un signore piccoletto con dei grossi occhiali e il fare un po’ burbero, molto disponibile e piuttosto divertente quando si mette a insegnare a Marzia la pronuncia corretta di não, per dire no invece di nave. Dopo averci servito un polpo grigliato da sfamarci una portaerei ci annega nella ginja e poi torna un’altra volta a servirci le ciliegie sciroppate da mangiarci insieme, solo che fa casino e le rovescia tutte addosso a Paola.

Usciamo gonfi come bibini, ma la notte è giovane, c’è ancora tempo per un caipirão, il liquore tipico portoghese, ci spiega il cameriere, e c’è da chiedersi come abbia fatto un popolo capace di eleggere a bevanda nazionale una roba che sa di fluimucil a non essersi ancora estinto.

(continua e finisce nel prossimo numero, come Martin Mystère)


and through foggy London town the sun was shining everywhere (6/6)

Cappelleria Regent Street
E si perché il leitmotiv della gita sono io che voglio comprarmi un cappello. Ho cominciato in Italia, ma l’idea era ancora in stato embrionale e non mi ha spinto a nessun acquisto frettoloso, e poi l’inverno si è presentato tardi e le orecchie non mi gelavano ancora. Quando abbiamo deciso di andare a Londra si è capito che l’avrei comprato là, che si sa che l’Inghilterra è la patria assoluta dei berretti e dei cappelli, sai che scelta infinita?
Insomma che i negozi sono ancora aperti e passiamo davanti a questo negozio di cachemire in Regent Street, che ha dei bellissimi cappelli di lana esposti in vetrina.
L’aspetto elegante della boutique ci intimorisce, ma i prezzi sembrano abbordabili, così entriamo. Dentro è tutto molto elegante, gestore compreso, ma c’è un particolare che trasla tutta l’atmosfera da un film su una famiglia importante dell’Inghilterra vittoriana a uno su Christian De Sica arricchito con la moglie burina in vacanza nella City, e questo particolare è Daniela Santanché.

Ora, non so se quella che ho davanti sia davvero l’ex sottosegretaria, ma se non lo è le somiglia tantissimo, ed è impegnata in una di quelle santancherie tipiche che fanno passare in secondo piano il fatto che sia solo una bionda maleducata.
Sta strillando a centinaia di decibel oltre la decenza, in un inglese da caricatura di italiano anglofono dei cartoni di Seth MacFarlane, e pretende di essere trattata meglio perché lei è italiana, non marocchina o araba o indiana (e qui allude pesantemente alla nazionalità del negoziante), e gli italiani vanno trattati con rispetto, e ci aggiunge una sequela infinita di cazzate nazionaliste che nessuna bionda italiana maleducata e sbraitona potrebbe pronunciare senza diventare definitivamente Daniela Santanché. È lei, non ci sono cazzi.

Io e Marzia la fissiamo costernati da tanta violenza, dimentichi anche dei cappelli da esaminare, e quando una signorina visibilmente imbarazzata ci offre assistenza le rispondiamo senza veramente capire cosa voglia da noi. Dopo alcuni minuti l’aggressione verbale cala d’intensità, sembra che all’origine ci fosse uno sconto non dato o qualcosa del genere, e a quanto pare il negoziante si è convinto a scendere a patti. La donna torna a parlare a un volume non percepibile dal marciapiede di fronte e tutto sembra finire lì, ma c’è ancora spazio per una predica non richiesta; la Santanché, infatti, esaurita la rabbia, si mette a pontificare nuovamente sul fatto che lei è italiana, e gli italiani sono un popolo che merita rispetto, e il tono della voce si fa più potente, che il canto delle patrie gesta richiede una certa enfasi, e di nuovo ci troviamo con questa scalmanata in mezzo al negozio ad agitare le mani come dal balcone di Piazza Venezia.

A quel punto decidiamo che i cappelli non sono poi così belli e teliamo prima che qualcuno possa riconoscerci come altri membri di quello stesso popolo cialtrone e maleducato.
Giuro, non mi sono mai vergognato così tanto di essere italiano, neanche quella volta in cui l’ubriacone Bob (stessa città, anni di distanza) mi prese per il culo perché Berlusconi aveva dato del kapò a Schulz.

una foto che non c'entra niente, ma quel giorno sono uscito senza macchina.

Japan Store
Regent Street
L’idea sarebbe di cenarci in questo supermercato giapponese, ma il piccolo reparto cucina è già invaso di occidentali con la nostra stessa idea, così ci limitiamo a un giro e usciamo.

È bello il Japan Store, frequentato perlopiù da europei affascinati dalla cultura nipponica, o semplicemente in cerca di ramen; ci puoi trovare tutto quello che ti viene in mente, dagli alimentari all’oggettistica, esattamente come lo troveresti in un supermercato di Tokyo, ma coi prezzi in pounds. La prima volta che visitai questo posto si trovava in un altro edificio di Regent Street e stava su tre piani, ma si vede che la crisi ha colpito anche loro, oppure i ramen li fanno più buoni altrove. Comunque anche così roba ce n’è parecchia. La nostra scelta è limitata per questioni di bagaglio, prendiamo qualche confezione di caramelle dal nome misterioso (ma per quanto ne capiamo di ideogrammi potrebbe anche essere il prezzo) e usciamo.

Curiosità: nell’edificio accanto si trova il fratello gemello del Japan Store, un grande magazzino che vende prodotti occidentali a una clientela esclusivamente giapponese. Ha i cartellini nella loro lingua e gli inglesi non ci comprano, anche perché le stesse cose le trovano altrove senza bisogno di un interprete.

Un'altra foto paracula che non ha niente a che vedere col testo.

Carnaby Street Quadrophenia
57 Carnaby Street
L’ultimo giorno londinese comincia con una visita a Pretty Green, il negozio di abbigliamento di Liam Gallagher, l’altro Oasis, a Carnaby Street. È una via molto colorata, piena di negozi che espongono cose di moda a prezzi che neanche se te li fabbricasse lo stilista sul momento mentre la sua commessa orientale ti fa un massaggio particolare.
E cosa ci andiamo a fare noi, notoriamente ostili alle cose di moda a prezzi eccetera eccetera, in un negozio così? Che forse siamo diventati improvvisamente fans degli Oasis?

No, è che nel suo ultimo tentativo di acchiappare nuovi fans il vecchio Liam è diventato un mod e ha pensato di ospitare una mostra su Quadrophenia nell’interrato del suo negozietto.
L’ingresso è gratuito, devi solo attraversare incolume i cartellini dei prezzi che ti assalgono da ogni lato, scendere le scale e goderti quel po po popò po’ po’ gran mucchio di..

cartelloni, fotografie, la lambretta del film o una sua buona riproduzione, abiti di scena, postazioni audio in cui ascoltare i demo del disco e comprenderne l’evoluzione. Interessante, tutto sommato, ma molto breve. Comunque Quadrophenia mi piace molto più di Tommy.

British Museum
Great Russell Street
L’ultimo giorno della vacanza lo dedichiamo allo shopping, l’ho detto? L’idea è quella di girare per negozi senza preoccuparci di andare a visitare questo e quell’altro, stancarci meno e toglierci qualche soddisfazione. Per conto mio sono terrorizzato all’idea di dover visitare i grandi magazzini di Oxford Street uno dopo l’altro, ma ho estorto alla mia accompagnatrice la promessa di tornare anche a Covent Garden e infilarci in qualche vicolo.
Così avviene, ci facciamo in fila tutte le versioni possibili dell’Oviesse, tutte caratterizzate da una sinistra costante: non hanno il bagno.
Verso le sei, con una vescica che sembra un pallone, decidiamo di recarci nell’unico posto accogliente dei paraggi, anche se ciò significa violare l’embargo culturale che ci siamo dati: il British Museum.

Ho sempre provato un certo fastidio nel visitare questo edificio, pieno di oggetti provenienti da ogni parte del mondo e mai restituiti ai legittimi proprietari, mi sembra un monumento al furto.

Me l’immagino la scena, Sir Reginald Cavendish sta viaggiando per la giungla indiana insieme a una colonna di servitori che si snoda per due chilometri alle sue spalle e ad un tratto sbuca in una radura. Davanti a lui un gigantesco tempio di pietra nera, lucida, sorvegliato dalla statua di un dio dalla testa di elefante. Dopo un primo istante di sbigottimento Sir Cavendish scende da cavallo, si avvicina alla statua ed esclama soddisfatto “Dear God!”, quindi chiama il suo aiutante occhialuto, il professor John Fitzgerald Holmes, e gli fa: “Allora professore, se dono questa statua al museo crede che me la dedicheranno una sala?”.
Dopo avere impacchettato l’impacchettabile la carovana si rimette in marcia. Il mattino seguente un contadino che vive nei paraggi si alza presto, si lava la faccia, prende il pacchetto con le offerte e si reca al tempio per chiedere al dio Ganesh un raccolto abbondante. Quando sbuca nella radura e non vede più la statua del dio cade in ginocchio, il pacchetto delle offerte si sparge sul terreno e dalla sua bocca sfugge un’invocazione a un dio che non appartiene alla sua religione: Anubi.

Solo in tempi più recenti le mie posizioni si sono ammorbidite, e adesso penso che se tutte le decorazioni interne del Partenone non si trovassero qui forse sarebbero andate distrutte durante la dominazione ottomana. Si, però sticazzi, forse ora potresti restituirle. Si, però la Grecia li avrebbe i soldi per rimetterle al loro posto? Si, però..
Ecco un chiaro esempio del perché normalmente non mi metto a ragionare su queste faccende di cui so pochissimo.
E comunque il British Museum, nonostante le riserve, l’ho visitato tante volte da conoscerlo a memoria, e questo mi permette di fare da cicerone a una fidanzata incredula.

“Ma la Stele di Rosetta si trova davvero qui?”
“Si, è laggiù in fondo.”
“E questa cosa nella teca qui davanti dove si fermano tutti cos’è?”
“Uh. La.. Stele di Rosetta..”

A parte l’antipatia verso l’appropriazione indebita di manufatti il British Museum contiene delle autentiche meraviglie, e a differenza del suo cugino parigino è visitabile in tempi umani. La mia sezione preferita riguarda l’arte precolombiana, ogni volta che vado a Londra mi perdo a guardare nelle pupille sbarrate del Teschio di Tetzcatlipoca e ripenso ai bei tempi di Broken Sword.

Questa foto poi è talmente slegata dal contesto che non l'ho neanche scattata io.
Certo, tanto valeva metterci una bella foto, ma le spice girls sono così urrende che fanno tenerezza.

The Real Greek
60 – 62 Long Acre
Chiudiamo con tre locali in cui togliersi l’appetito, bere una birra o entrare e uscire affascinati.

Il primo si chiama The Real Greek, si trova dietro Covent Garden in mezzo a quell stradine piene di roba che mi piacciono tanto (ma non è assolutamente difficile da trovare, il Long Acre è una delle strade principali) e serve cucina greca, manco a dirlo.
Il cameriere ha la faccia da greco, il naso da greco e parla con una pronuncia tremenda, proprio come i greci, però è italiano, sa fare il caffè ed è pure molto simpatico.
La cucina è composta da una selezione di piattini molto gustosi, le porzioni sono abbondanti (per dire, io sono uscito sazio senza ordinare il menù per ciclopi) e prezzi sono medio alti, come tutti i ristoranti londinesi, tranne giusto il cinese e mcdonalz, ma se vai in vacanza a Londra non è che puoi fare il barbone eh.

The Lamb And Flag
33 Rose Street
Questo pub è il più antico della città, o almeno di ciò si bullano i suoi proprietari, ma la verità è che non esistono testimoni in merito. Uno che aveva bevuto troppo una sera sostenne di essere Connor MacLeod e di avere assistito all’inaugurazione nel lontano 1623, ma era il 26 ottobre del 1991 e il locale era pieno di tifosi della nazionale di rugby, che proprio quella sera si giocava la semifinale con la Scozia. Come il nostro eroe dichiarò le proprie generalità partirono stormi di mazzate che sembrava una rotta migratoria, e in cinque minuti di lui non si seppe più niente.

Il locale comunque sembra davvero vecchissimo, è tutto in legno, anche le ragazze sedute al tavolino che guardano schifate gli avventori, ma loro solo un pezzo.

The Swan
66 Bayswater Road
E qui finisce l’avventura del signor Bonaventura, che gira gira è andato a mangiare nel pub sotto casa proprio l’ultima sera e ha scoperto che ci si mangia anche bene. Il pub è legato alla Fuller’s, una catena di locali concorrente alla Nicholson’s, che abbiamo già incontrato. Cosa si mangia non me lo ricordo più, che son passati tre mesi, ma non era male e la birra era buona. Al tavolo accanto al nostro c’era una coppia di italiani che ha fatto finta di non capire cosa dicevamo e parlava pianissimo per non farsi sgamare, ma lui aveva un maglione della Ueh Figa che giusto un italiano avrebbe il coraggio di portare in pubblico. Quando ci siamo alzati gli abbiamo detto “vabbè ciao eh” e ci è rimasto malissimo.

E basta. È stata una bella vacanza e ci tornerei, anche se Londra comincia a starmi stretta e vorrei vedere un po’ di dintorni.

Grande assente Banksy, che a parte il monopoli semidistrutto di Occupy London non si è mai fatto vedere, e si che Londra dovrebbe essere piena di suoi lavori, e allora mi è più simpatico Invader, guarda, che almeno Parigi l’ha invasa davvero.


and through foggy London town the sun was shining everywhere (5)

Fleet Street
Un tempo conosciuta come “the ink road”, per via delle numerose sedi di giornali che vi si trovavano, oggi che non ce n’è più neanche una non avrebbe senso chiamarla ancora così, ma gli inglesi faticano a cambiare le proprie tradizioni, e piuttosto che scegliere un altro nomignolo cospargono i marciapiedi di inchiostro ogni mattina. È vero, vai a vedere se non ci credi!

Noi comunque ci troviamo lì per caso, sulla via di una delle tante curiosità sceme che vogliamo levarci, e stiamo a guardare la Royal Court Of Justice con la bocca spalancata, quando Marzia vede il grifone in mezzo alla strada.

No, non sono quelle strane pastiglie colorate che prende due volte al giorno quando pensa che nessuno la osservi, è un grifone vero, anche se quello a cui siamo abituati noi liguri ha la testa di aquila. Sta in cima a una colonna, e indica il punto in cui Fleet Street diventa The Strand. Una volta c’era un arco, che adesso si trova dalle parti di St.Paul’s Cathedral, ora c’è questo grosso rettile di bronzo, e c’è una piantata in mezzo alla strada che gli fa mille foto, incurante del traffico.

“Guarda che non sei più in Abbey Road, togliti di lì!”, le grido, ma lei niente. Imperterrita.

In Fleet Street non c’è veramente molto d’altro, la Corte di Giustizia dev’essere anche bella, ma per accedervi bisogna oltrepassare dei controlli, e il poliziotto col pacchetto di guanti in lattice in mano e il sorriso furbetto non mi ispira nessuna fiducia. Proseguiamo.

Old Bailey
Questo edificio, il tribunale penale della città, non ha veramente niente di bello, sebbene risalga alla fine del Seicento è stato bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito negli anni ’50, ma la statua della Signora Giustizia in piedi sulla cupola è imperdibile per i fans di Alan Moore. Spiego per i non avvezzi all’arte delle persone che parlano dentro le nuvolette: Alan Moore è, cito da wikipedia, “un fumettista, scrittore, compositore, cantautore e occultista britannico. Si è guadagnato una notevole fama tra gli autori di fumetti grazie soprattutto a opere quali Watchmen, From Hell e V for Vendetta.
È inoltre un romanziere, cantante e cantautore (particolari le sue rappresentazioni teatrali: un misto tra parte recitata e musica, preferibilmente elettronica) e, dal giorno del suo quarantesimo compleanno, si è autoproclamato mago.
”. Come si fa a non volergli bene a un tizio così? Oltretutto va in giro con una barba da far vergognare anche Gandalf.

Ma restiamo al suo lavoro di fumettista, che è quello che ci interessa al momento. Da tutte e tre le sue opere principali sono stati ricavati dei film più o meno di successo, e può darsi che almeno uno lo abbiate visto, specialmente il terzo, girato dai fratelli/sorelle Wachowski. Ecco, se lo avete fatto dimenticatelo: il film di V For Vendetta nel suo momento più ispirato arriva solamente a scalfire la superficie della storia raccontata nel libro. Torniamo al fumetto, va bene? Che a parlare di quella robaccia mi sento già prudere dappertutto.

All’inizio della storia il protagonista, V, ha un dialogo sul tetto dell’Old Bailey con la “Signora Giustizia”, che termina con una litigata esplosiva.
Tutto lì.
Lo so, potevo arrivare subito al punto ed evitarvi la tirata su Alan Moore, ma è sempre bello cogliere l’occasione per parlare di fumetti, e poi mi sono riempito una paginetta come ridere.

Tower Of London
“E ci si può salire sulla torre? E quant’è alta?” Già da distante non stavo nella pelle per l’emozione, che l’aver saltato il London Eye per la coda chilometrica mi aveva lasciato addosso un sapore amaro di altezze negate, e cominciavo a sentire un bisogno fisico di vedere il mondo dall’alto. Forse è una specie di equilibrio interiore a richiederlo, quando ti senti degli abissi dentro ti serve andare molto in alto per tornare sul livello del mare, e dato che erano ormai tre ore che non mangiavo il mio malessere cominciava a farsi pressante.

La mia fidanzata non mi mise al corrente della terribile verità, dovetti scoprirla da solo una volta uscito dalla stazione della metro.

“Ma questo è un cazzo di castello! Non ci sono torri!”

Lei, paziente, cercò di spiegarmi la storia dell’edificio, arricchendolo dei particolari più macabri affinché mi risultasse interessante, ma non volevo proprio sentire ragioni:

“Ma non ci sono bastati tutti i castelli del Portogallo? Dovevamo vedere anche questo?”

Ci vuole una bella pazienza a starmi accanto ogni giorno, me ne rendo conto. Marzia ormai ci ha fatto l’abitudine, è una persona intelligente e sa come prendermi.

“Piantala di rompere il cazzo!”, esclamò. “Se non ti va bene puoi tornare all’Old Bailey a dire stronzate alla Signora Giustizia, io entro!”

Cinque minuti più tardi eravamo tutti e due sul pontile sottostante ad aspettare il traghetto.

“Venti sterline a testa? Ma questi sono fuori!”, ribadivamo in coro, agitandoci le mani davanti alla faccia nel gesto internazionale del disturbo mentale. “Per vedere due corvi senza le ali e dei tizi col pigiama rosso! Andiamo alla Tate Britain, che è più interessante e pure gratis!”

Tower Bridge
Senza bisogno di attraversarlo, che è lontano e ci passano le macchine, dal lungofiume dietro la Tower Of London si gode di un’ottima vista di questo spettacolare ponte levatoio. All’interno c’è il museo del ponte, in cui viene conservata la prima tavoletta di gomma da masticare Brooklyn, una sceneggiatura originale del Ponte Sul Fiume Kwai e il giorno compreso fra la domenica e una qualunque festività nazionale. Si può anche salire al ponte superiore e attraversarlo, ma solo se non vi accompagna una persona che soffre di vertigini anche quando cammina sui tappeti troppo spessi.

Traghetto
Con 5 paunz ci si può evitare lo sbattone immenso di riattraversare la città a piedi o coi mezzi per raggiungere una meta che sta dall’altra parte, proprio dietro il parlamento e che a saperlo uno poteva andarci quel giorno lì, ma invece niente. Basta prendere il traghetto sul Tamigi alla fermata di Tower Of London e cambiare a Embankment, e ci si gode anche una gradevole vista del fiume e dei ponti dal di sotto, che l’unica alternativa conosciuta per vederli è fare come Calvi, ma poi diventa difficile raccontarlo.

Embankment
Intanto che aspetti il traghetto ed è quasi ora di pranzo il Pablog ti suggerisce di farti due passi nei paraggi. Il lungofiume, te lo dico già, offre poco. L’unica nota di un certo interesse è rappresentata dall’obelisco egizio vigilato da un paio di sfingi in bronzo. Il suo arrivo a Londra è stato abbastanza travagliato, con un naufragio in mezzo, ma l’arrivo è stato una vera festa. Per quella bruttura. Vabbè.
L’unico dettaglio che ho trovato interessante sono i fori lasciati sulle statue dall’esplosione di una bomba sulla strada accanto, durante l’attacco nazista.

Comunque, dovesse scoppiare una guerra nucleare e la nostra civiltà andare distrutta sappiate che sotto l’obelisco è celata una capsula del tempo contenente, fra le altre cose, un ritratto della regina Vittoria e diverse copie della Bibbia. Ehi, bombardieri atomici! Mirate lì!

Princess Of Wales Pub
27 Villiers Street, Charing Cross
Villiers Street è una viuzza in salita che da Embankment ti porta alla stazione di Charing Cross, ed è molto affollata, soprattutto all’ora di pranzo, data l’elevata presenza di ristoranti. Essendo ora di pranzo decidiamo di fermarci e prendere il traghetto dopo, e ci infiliamo nel Princess Of Wales Pub, sperando di cancellare il ricordo di quell’altro pub infame davanti a Downing Street.

Il locale fa parte della catena dei Nicholson’s, e visti i precedenti ci fidiamo.

In effetti la cucina è buona e la signora che gestisce il piano superiore, dove si mangia, è molto gentile. Quando può consulta una gigantesca Lonely Planet dedicata all’Australia, ma per la maggior parte del tempo spilla birre e urla cose in cucina.

Cos’abbiamo mangiato non me lo ricordo, ma non ho maledetto il cuoco e tutta la sua famiglia, quindi immagino fosse buono.

Tate Britain
Millbank
A differenza della sorella più giovane, che ha un piglio più internazionale, la Tate Britain offre uno sguardo approfondito sull’arte britannica dal 1500 in avanti. Custodisce opere celebri, come l’Ofelia di Millais e qualche Turner, ma se non siete degli esperti di arte inglese il rischio di aggirarvi per le sale con lo sguardo assente è piuttosto elevato. Ora mi attirerò gli insulti di qualunque appassionato fra i tre quattro lettori che mi seguono, ma secondo me l’arte britannica è come la sua cucina: deprimente.

Ci facciamo il giro completo del museo in un’ora e mezza e quando usciamo avrei voglia di tuffarmi nel Tamigi. Per fortuna sull’altra sponda si vede la sede dei servizi segreti inglesi, un edificio a forma di alieno di Space Invaders, che mi riporta alla memoria alcune scene di 007 e il fumetto che sto leggendo in quel momento, Queen & Country, e il voler sapere come va a finire la storia mi restituisce sufficienti motivazioni per continuare a vivere.

Minamoto Kichoan
44 Piccadilly
Con la Tate Britain si chiude la nostra visita a Londra. Abbiamo ancora un giorno e mezzo prima della partenza e vogliamo dedicarla allo shopping spudorato. Perlomeno la mia fidanzata, io piuttosto che infilarmi in un altro grande magazzino di Oxford Street andrei a vedere anche il museo dei calzini usati dai sovrani di tutte le epoche, ma magari torniamo in quelle stradine piene di ristoranti intorno a Covent Garden, e accetto con entusiasmo.

Ormai è tardi per le esplorazioni approfondite, torniamo a Piccadilly a cercare Minamoto Kichoan, una pasticceria giapponese di cui abbiamo letto da qualche parte, probabilmente sulla Santa.

L’idea sarebbe di comprarsi delle caramelle, che dopo l’esperienza negativa di Candyjapan (un sito che ti dovrebbe spedire caramelle dal Giappone due volte al mese a un prezzo interessante, ma che invece col cazzo) mi è rimasta la voglia di sapere come si avvelenano quei matti dall’altra parte del mondo, ma il negozio in questione non ne ha. La sua offerta è diversa, quel tipo di diversità che ti fa sbavare per ore davanti al banco incapace di decidere come spendere i tuoi soldi. I pasticcini sono dei capolavori architettonici, perfetti da sembrare finti, e me li comprerei tutti se solo avessi un rene in più da impegnarmi. Eh già, il prezzo dei prodotti è un po’ alto, non puoi uscire con una carrettata di pacchettini colmi di delizie, ma non è per quello che alla fine me ne vengo via senza aver comprato niente. E non è neanche perché è l’ora di cena, e il mio bisogno di carne prende a calci quello di pasticcini fino in strada. E a dirla tutta non è neanche per il fatto che la commessa non ci ha degnato di uno sguardo da quando siamo entrati. No, se devo essere proprio sincero la ragione per cui alla fine decidiamo di uscire senza acquisti è la massiccia comitiva di italiani schiamazzanti che entra all’improvviso e si mette a commentare ogni articolo con strepiti sguaiati. Non li sopporto gli italiani all’estero, ma come vedremo nella prossima puntata dovrò assistere a ben altro.