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and through foggy London town the sun was shining everywhere (6/6)

Cappelleria Regent Street
E si perché il leitmotiv della gita sono io che voglio comprarmi un cappello. Ho cominciato in Italia, ma l’idea era ancora in stato embrionale e non mi ha spinto a nessun acquisto frettoloso, e poi l’inverno si è presentato tardi e le orecchie non mi gelavano ancora. Quando abbiamo deciso di andare a Londra si è capito che l’avrei comprato là, che si sa che l’Inghilterra è la patria assoluta dei berretti e dei cappelli, sai che scelta infinita?
Insomma che i negozi sono ancora aperti e passiamo davanti a questo negozio di cachemire in Regent Street, che ha dei bellissimi cappelli di lana esposti in vetrina.
L’aspetto elegante della boutique ci intimorisce, ma i prezzi sembrano abbordabili, così entriamo. Dentro è tutto molto elegante, gestore compreso, ma c’è un particolare che trasla tutta l’atmosfera da un film su una famiglia importante dell’Inghilterra vittoriana a uno su Christian De Sica arricchito con la moglie burina in vacanza nella City, e questo particolare è Daniela Santanché.

Ora, non so se quella che ho davanti sia davvero l’ex sottosegretaria, ma se non lo è le somiglia tantissimo, ed è impegnata in una di quelle santancherie tipiche che fanno passare in secondo piano il fatto che sia solo una bionda maleducata.
Sta strillando a centinaia di decibel oltre la decenza, in un inglese da caricatura di italiano anglofono dei cartoni di Seth MacFarlane, e pretende di essere trattata meglio perché lei è italiana, non marocchina o araba o indiana (e qui allude pesantemente alla nazionalità del negoziante), e gli italiani vanno trattati con rispetto, e ci aggiunge una sequela infinita di cazzate nazionaliste che nessuna bionda italiana maleducata e sbraitona potrebbe pronunciare senza diventare definitivamente Daniela Santanché. È lei, non ci sono cazzi.

Io e Marzia la fissiamo costernati da tanta violenza, dimentichi anche dei cappelli da esaminare, e quando una signorina visibilmente imbarazzata ci offre assistenza le rispondiamo senza veramente capire cosa voglia da noi. Dopo alcuni minuti l’aggressione verbale cala d’intensità, sembra che all’origine ci fosse uno sconto non dato o qualcosa del genere, e a quanto pare il negoziante si è convinto a scendere a patti. La donna torna a parlare a un volume non percepibile dal marciapiede di fronte e tutto sembra finire lì, ma c’è ancora spazio per una predica non richiesta; la Santanché, infatti, esaurita la rabbia, si mette a pontificare nuovamente sul fatto che lei è italiana, e gli italiani sono un popolo che merita rispetto, e il tono della voce si fa più potente, che il canto delle patrie gesta richiede una certa enfasi, e di nuovo ci troviamo con questa scalmanata in mezzo al negozio ad agitare le mani come dal balcone di Piazza Venezia.

A quel punto decidiamo che i cappelli non sono poi così belli e teliamo prima che qualcuno possa riconoscerci come altri membri di quello stesso popolo cialtrone e maleducato.
Giuro, non mi sono mai vergognato così tanto di essere italiano, neanche quella volta in cui l’ubriacone Bob (stessa città, anni di distanza) mi prese per il culo perché Berlusconi aveva dato del kapò a Schulz.

una foto che non c'entra niente, ma quel giorno sono uscito senza macchina.

Japan Store
Regent Street
L’idea sarebbe di cenarci in questo supermercato giapponese, ma il piccolo reparto cucina è già invaso di occidentali con la nostra stessa idea, così ci limitiamo a un giro e usciamo.

È bello il Japan Store, frequentato perlopiù da europei affascinati dalla cultura nipponica, o semplicemente in cerca di ramen; ci puoi trovare tutto quello che ti viene in mente, dagli alimentari all’oggettistica, esattamente come lo troveresti in un supermercato di Tokyo, ma coi prezzi in pounds. La prima volta che visitai questo posto si trovava in un altro edificio di Regent Street e stava su tre piani, ma si vede che la crisi ha colpito anche loro, oppure i ramen li fanno più buoni altrove. Comunque anche così roba ce n’è parecchia. La nostra scelta è limitata per questioni di bagaglio, prendiamo qualche confezione di caramelle dal nome misterioso (ma per quanto ne capiamo di ideogrammi potrebbe anche essere il prezzo) e usciamo.

Curiosità: nell’edificio accanto si trova il fratello gemello del Japan Store, un grande magazzino che vende prodotti occidentali a una clientela esclusivamente giapponese. Ha i cartellini nella loro lingua e gli inglesi non ci comprano, anche perché le stesse cose le trovano altrove senza bisogno di un interprete.

Un'altra foto paracula che non ha niente a che vedere col testo.

Carnaby Street Quadrophenia
57 Carnaby Street
L’ultimo giorno londinese comincia con una visita a Pretty Green, il negozio di abbigliamento di Liam Gallagher, l’altro Oasis, a Carnaby Street. È una via molto colorata, piena di negozi che espongono cose di moda a prezzi che neanche se te li fabbricasse lo stilista sul momento mentre la sua commessa orientale ti fa un massaggio particolare.
E cosa ci andiamo a fare noi, notoriamente ostili alle cose di moda a prezzi eccetera eccetera, in un negozio così? Che forse siamo diventati improvvisamente fans degli Oasis?

No, è che nel suo ultimo tentativo di acchiappare nuovi fans il vecchio Liam è diventato un mod e ha pensato di ospitare una mostra su Quadrophenia nell’interrato del suo negozietto.
L’ingresso è gratuito, devi solo attraversare incolume i cartellini dei prezzi che ti assalgono da ogni lato, scendere le scale e goderti quel po po popò po’ po’ gran mucchio di..

cartelloni, fotografie, la lambretta del film o una sua buona riproduzione, abiti di scena, postazioni audio in cui ascoltare i demo del disco e comprenderne l’evoluzione. Interessante, tutto sommato, ma molto breve. Comunque Quadrophenia mi piace molto più di Tommy.

British Museum
Great Russell Street
L’ultimo giorno della vacanza lo dedichiamo allo shopping, l’ho detto? L’idea è quella di girare per negozi senza preoccuparci di andare a visitare questo e quell’altro, stancarci meno e toglierci qualche soddisfazione. Per conto mio sono terrorizzato all’idea di dover visitare i grandi magazzini di Oxford Street uno dopo l’altro, ma ho estorto alla mia accompagnatrice la promessa di tornare anche a Covent Garden e infilarci in qualche vicolo.
Così avviene, ci facciamo in fila tutte le versioni possibili dell’Oviesse, tutte caratterizzate da una sinistra costante: non hanno il bagno.
Verso le sei, con una vescica che sembra un pallone, decidiamo di recarci nell’unico posto accogliente dei paraggi, anche se ciò significa violare l’embargo culturale che ci siamo dati: il British Museum.

Ho sempre provato un certo fastidio nel visitare questo edificio, pieno di oggetti provenienti da ogni parte del mondo e mai restituiti ai legittimi proprietari, mi sembra un monumento al furto.

Me l’immagino la scena, Sir Reginald Cavendish sta viaggiando per la giungla indiana insieme a una colonna di servitori che si snoda per due chilometri alle sue spalle e ad un tratto sbuca in una radura. Davanti a lui un gigantesco tempio di pietra nera, lucida, sorvegliato dalla statua di un dio dalla testa di elefante. Dopo un primo istante di sbigottimento Sir Cavendish scende da cavallo, si avvicina alla statua ed esclama soddisfatto “Dear God!”, quindi chiama il suo aiutante occhialuto, il professor John Fitzgerald Holmes, e gli fa: “Allora professore, se dono questa statua al museo crede che me la dedicheranno una sala?”.
Dopo avere impacchettato l’impacchettabile la carovana si rimette in marcia. Il mattino seguente un contadino che vive nei paraggi si alza presto, si lava la faccia, prende il pacchetto con le offerte e si reca al tempio per chiedere al dio Ganesh un raccolto abbondante. Quando sbuca nella radura e non vede più la statua del dio cade in ginocchio, il pacchetto delle offerte si sparge sul terreno e dalla sua bocca sfugge un’invocazione a un dio che non appartiene alla sua religione: Anubi.

Solo in tempi più recenti le mie posizioni si sono ammorbidite, e adesso penso che se tutte le decorazioni interne del Partenone non si trovassero qui forse sarebbero andate distrutte durante la dominazione ottomana. Si, però sticazzi, forse ora potresti restituirle. Si, però la Grecia li avrebbe i soldi per rimetterle al loro posto? Si, però..
Ecco un chiaro esempio del perché normalmente non mi metto a ragionare su queste faccende di cui so pochissimo.
E comunque il British Museum, nonostante le riserve, l’ho visitato tante volte da conoscerlo a memoria, e questo mi permette di fare da cicerone a una fidanzata incredula.

“Ma la Stele di Rosetta si trova davvero qui?”
“Si, è laggiù in fondo.”
“E questa cosa nella teca qui davanti dove si fermano tutti cos’è?”
“Uh. La.. Stele di Rosetta..”

A parte l’antipatia verso l’appropriazione indebita di manufatti il British Museum contiene delle autentiche meraviglie, e a differenza del suo cugino parigino è visitabile in tempi umani. La mia sezione preferita riguarda l’arte precolombiana, ogni volta che vado a Londra mi perdo a guardare nelle pupille sbarrate del Teschio di Tetzcatlipoca e ripenso ai bei tempi di Broken Sword.

Questa foto poi è talmente slegata dal contesto che non l'ho neanche scattata io.
Certo, tanto valeva metterci una bella foto, ma le spice girls sono così urrende che fanno tenerezza.

The Real Greek
60 – 62 Long Acre
Chiudiamo con tre locali in cui togliersi l’appetito, bere una birra o entrare e uscire affascinati.

Il primo si chiama The Real Greek, si trova dietro Covent Garden in mezzo a quell stradine piene di roba che mi piacciono tanto (ma non è assolutamente difficile da trovare, il Long Acre è una delle strade principali) e serve cucina greca, manco a dirlo.
Il cameriere ha la faccia da greco, il naso da greco e parla con una pronuncia tremenda, proprio come i greci, però è italiano, sa fare il caffè ed è pure molto simpatico.
La cucina è composta da una selezione di piattini molto gustosi, le porzioni sono abbondanti (per dire, io sono uscito sazio senza ordinare il menù per ciclopi) e prezzi sono medio alti, come tutti i ristoranti londinesi, tranne giusto il cinese e mcdonalz, ma se vai in vacanza a Londra non è che puoi fare il barbone eh.

The Lamb And Flag
33 Rose Street
Questo pub è il più antico della città, o almeno di ciò si bullano i suoi proprietari, ma la verità è che non esistono testimoni in merito. Uno che aveva bevuto troppo una sera sostenne di essere Connor MacLeod e di avere assistito all’inaugurazione nel lontano 1623, ma era il 26 ottobre del 1991 e il locale era pieno di tifosi della nazionale di rugby, che proprio quella sera si giocava la semifinale con la Scozia. Come il nostro eroe dichiarò le proprie generalità partirono stormi di mazzate che sembrava una rotta migratoria, e in cinque minuti di lui non si seppe più niente.

Il locale comunque sembra davvero vecchissimo, è tutto in legno, anche le ragazze sedute al tavolino che guardano schifate gli avventori, ma loro solo un pezzo.

The Swan
66 Bayswater Road
E qui finisce l’avventura del signor Bonaventura, che gira gira è andato a mangiare nel pub sotto casa proprio l’ultima sera e ha scoperto che ci si mangia anche bene. Il pub è legato alla Fuller’s, una catena di locali concorrente alla Nicholson’s, che abbiamo già incontrato. Cosa si mangia non me lo ricordo più, che son passati tre mesi, ma non era male e la birra era buona. Al tavolo accanto al nostro c’era una coppia di italiani che ha fatto finta di non capire cosa dicevamo e parlava pianissimo per non farsi sgamare, ma lui aveva un maglione della Ueh Figa che giusto un italiano avrebbe il coraggio di portare in pubblico. Quando ci siamo alzati gli abbiamo detto “vabbè ciao eh” e ci è rimasto malissimo.

E basta. È stata una bella vacanza e ci tornerei, anche se Londra comincia a starmi stretta e vorrei vedere un po’ di dintorni.

Grande assente Banksy, che a parte il monopoli semidistrutto di Occupy London non si è mai fatto vedere, e si che Londra dovrebbe essere piena di suoi lavori, e allora mi è più simpatico Invader, guarda, che almeno Parigi l’ha invasa davvero.


and through foggy London town the sun was shining everywhere (5)

Fleet Street
Un tempo conosciuta come “the ink road”, per via delle numerose sedi di giornali che vi si trovavano, oggi che non ce n’è più neanche una non avrebbe senso chiamarla ancora così, ma gli inglesi faticano a cambiare le proprie tradizioni, e piuttosto che scegliere un altro nomignolo cospargono i marciapiedi di inchiostro ogni mattina. È vero, vai a vedere se non ci credi!

Noi comunque ci troviamo lì per caso, sulla via di una delle tante curiosità sceme che vogliamo levarci, e stiamo a guardare la Royal Court Of Justice con la bocca spalancata, quando Marzia vede il grifone in mezzo alla strada.

No, non sono quelle strane pastiglie colorate che prende due volte al giorno quando pensa che nessuno la osservi, è un grifone vero, anche se quello a cui siamo abituati noi liguri ha la testa di aquila. Sta in cima a una colonna, e indica il punto in cui Fleet Street diventa The Strand. Una volta c’era un arco, che adesso si trova dalle parti di St.Paul’s Cathedral, ora c’è questo grosso rettile di bronzo, e c’è una piantata in mezzo alla strada che gli fa mille foto, incurante del traffico.

“Guarda che non sei più in Abbey Road, togliti di lì!”, le grido, ma lei niente. Imperterrita.

In Fleet Street non c’è veramente molto d’altro, la Corte di Giustizia dev’essere anche bella, ma per accedervi bisogna oltrepassare dei controlli, e il poliziotto col pacchetto di guanti in lattice in mano e il sorriso furbetto non mi ispira nessuna fiducia. Proseguiamo.

Old Bailey
Questo edificio, il tribunale penale della città, non ha veramente niente di bello, sebbene risalga alla fine del Seicento è stato bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito negli anni ’50, ma la statua della Signora Giustizia in piedi sulla cupola è imperdibile per i fans di Alan Moore. Spiego per i non avvezzi all’arte delle persone che parlano dentro le nuvolette: Alan Moore è, cito da wikipedia, “un fumettista, scrittore, compositore, cantautore e occultista britannico. Si è guadagnato una notevole fama tra gli autori di fumetti grazie soprattutto a opere quali Watchmen, From Hell e V for Vendetta.
È inoltre un romanziere, cantante e cantautore (particolari le sue rappresentazioni teatrali: un misto tra parte recitata e musica, preferibilmente elettronica) e, dal giorno del suo quarantesimo compleanno, si è autoproclamato mago.
”. Come si fa a non volergli bene a un tizio così? Oltretutto va in giro con una barba da far vergognare anche Gandalf.

Ma restiamo al suo lavoro di fumettista, che è quello che ci interessa al momento. Da tutte e tre le sue opere principali sono stati ricavati dei film più o meno di successo, e può darsi che almeno uno lo abbiate visto, specialmente il terzo, girato dai fratelli/sorelle Wachowski. Ecco, se lo avete fatto dimenticatelo: il film di V For Vendetta nel suo momento più ispirato arriva solamente a scalfire la superficie della storia raccontata nel libro. Torniamo al fumetto, va bene? Che a parlare di quella robaccia mi sento già prudere dappertutto.

All’inizio della storia il protagonista, V, ha un dialogo sul tetto dell’Old Bailey con la “Signora Giustizia”, che termina con una litigata esplosiva.
Tutto lì.
Lo so, potevo arrivare subito al punto ed evitarvi la tirata su Alan Moore, ma è sempre bello cogliere l’occasione per parlare di fumetti, e poi mi sono riempito una paginetta come ridere.

Tower Of London
“E ci si può salire sulla torre? E quant’è alta?” Già da distante non stavo nella pelle per l’emozione, che l’aver saltato il London Eye per la coda chilometrica mi aveva lasciato addosso un sapore amaro di altezze negate, e cominciavo a sentire un bisogno fisico di vedere il mondo dall’alto. Forse è una specie di equilibrio interiore a richiederlo, quando ti senti degli abissi dentro ti serve andare molto in alto per tornare sul livello del mare, e dato che erano ormai tre ore che non mangiavo il mio malessere cominciava a farsi pressante.

La mia fidanzata non mi mise al corrente della terribile verità, dovetti scoprirla da solo una volta uscito dalla stazione della metro.

“Ma questo è un cazzo di castello! Non ci sono torri!”

Lei, paziente, cercò di spiegarmi la storia dell’edificio, arricchendolo dei particolari più macabri affinché mi risultasse interessante, ma non volevo proprio sentire ragioni:

“Ma non ci sono bastati tutti i castelli del Portogallo? Dovevamo vedere anche questo?”

Ci vuole una bella pazienza a starmi accanto ogni giorno, me ne rendo conto. Marzia ormai ci ha fatto l’abitudine, è una persona intelligente e sa come prendermi.

“Piantala di rompere il cazzo!”, esclamò. “Se non ti va bene puoi tornare all’Old Bailey a dire stronzate alla Signora Giustizia, io entro!”

Cinque minuti più tardi eravamo tutti e due sul pontile sottostante ad aspettare il traghetto.

“Venti sterline a testa? Ma questi sono fuori!”, ribadivamo in coro, agitandoci le mani davanti alla faccia nel gesto internazionale del disturbo mentale. “Per vedere due corvi senza le ali e dei tizi col pigiama rosso! Andiamo alla Tate Britain, che è più interessante e pure gratis!”

Tower Bridge
Senza bisogno di attraversarlo, che è lontano e ci passano le macchine, dal lungofiume dietro la Tower Of London si gode di un’ottima vista di questo spettacolare ponte levatoio. All’interno c’è il museo del ponte, in cui viene conservata la prima tavoletta di gomma da masticare Brooklyn, una sceneggiatura originale del Ponte Sul Fiume Kwai e il giorno compreso fra la domenica e una qualunque festività nazionale. Si può anche salire al ponte superiore e attraversarlo, ma solo se non vi accompagna una persona che soffre di vertigini anche quando cammina sui tappeti troppo spessi.

Traghetto
Con 5 paunz ci si può evitare lo sbattone immenso di riattraversare la città a piedi o coi mezzi per raggiungere una meta che sta dall’altra parte, proprio dietro il parlamento e che a saperlo uno poteva andarci quel giorno lì, ma invece niente. Basta prendere il traghetto sul Tamigi alla fermata di Tower Of London e cambiare a Embankment, e ci si gode anche una gradevole vista del fiume e dei ponti dal di sotto, che l’unica alternativa conosciuta per vederli è fare come Calvi, ma poi diventa difficile raccontarlo.

Embankment
Intanto che aspetti il traghetto ed è quasi ora di pranzo il Pablog ti suggerisce di farti due passi nei paraggi. Il lungofiume, te lo dico già, offre poco. L’unica nota di un certo interesse è rappresentata dall’obelisco egizio vigilato da un paio di sfingi in bronzo. Il suo arrivo a Londra è stato abbastanza travagliato, con un naufragio in mezzo, ma l’arrivo è stato una vera festa. Per quella bruttura. Vabbè.
L’unico dettaglio che ho trovato interessante sono i fori lasciati sulle statue dall’esplosione di una bomba sulla strada accanto, durante l’attacco nazista.

Comunque, dovesse scoppiare una guerra nucleare e la nostra civiltà andare distrutta sappiate che sotto l’obelisco è celata una capsula del tempo contenente, fra le altre cose, un ritratto della regina Vittoria e diverse copie della Bibbia. Ehi, bombardieri atomici! Mirate lì!

Princess Of Wales Pub
27 Villiers Street, Charing Cross
Villiers Street è una viuzza in salita che da Embankment ti porta alla stazione di Charing Cross, ed è molto affollata, soprattutto all’ora di pranzo, data l’elevata presenza di ristoranti. Essendo ora di pranzo decidiamo di fermarci e prendere il traghetto dopo, e ci infiliamo nel Princess Of Wales Pub, sperando di cancellare il ricordo di quell’altro pub infame davanti a Downing Street.

Il locale fa parte della catena dei Nicholson’s, e visti i precedenti ci fidiamo.

In effetti la cucina è buona e la signora che gestisce il piano superiore, dove si mangia, è molto gentile. Quando può consulta una gigantesca Lonely Planet dedicata all’Australia, ma per la maggior parte del tempo spilla birre e urla cose in cucina.

Cos’abbiamo mangiato non me lo ricordo, ma non ho maledetto il cuoco e tutta la sua famiglia, quindi immagino fosse buono.

Tate Britain
Millbank
A differenza della sorella più giovane, che ha un piglio più internazionale, la Tate Britain offre uno sguardo approfondito sull’arte britannica dal 1500 in avanti. Custodisce opere celebri, come l’Ofelia di Millais e qualche Turner, ma se non siete degli esperti di arte inglese il rischio di aggirarvi per le sale con lo sguardo assente è piuttosto elevato. Ora mi attirerò gli insulti di qualunque appassionato fra i tre quattro lettori che mi seguono, ma secondo me l’arte britannica è come la sua cucina: deprimente.

Ci facciamo il giro completo del museo in un’ora e mezza e quando usciamo avrei voglia di tuffarmi nel Tamigi. Per fortuna sull’altra sponda si vede la sede dei servizi segreti inglesi, un edificio a forma di alieno di Space Invaders, che mi riporta alla memoria alcune scene di 007 e il fumetto che sto leggendo in quel momento, Queen & Country, e il voler sapere come va a finire la storia mi restituisce sufficienti motivazioni per continuare a vivere.

Minamoto Kichoan
44 Piccadilly
Con la Tate Britain si chiude la nostra visita a Londra. Abbiamo ancora un giorno e mezzo prima della partenza e vogliamo dedicarla allo shopping spudorato. Perlomeno la mia fidanzata, io piuttosto che infilarmi in un altro grande magazzino di Oxford Street andrei a vedere anche il museo dei calzini usati dai sovrani di tutte le epoche, ma magari torniamo in quelle stradine piene di ristoranti intorno a Covent Garden, e accetto con entusiasmo.

Ormai è tardi per le esplorazioni approfondite, torniamo a Piccadilly a cercare Minamoto Kichoan, una pasticceria giapponese di cui abbiamo letto da qualche parte, probabilmente sulla Santa.

L’idea sarebbe di comprarsi delle caramelle, che dopo l’esperienza negativa di Candyjapan (un sito che ti dovrebbe spedire caramelle dal Giappone due volte al mese a un prezzo interessante, ma che invece col cazzo) mi è rimasta la voglia di sapere come si avvelenano quei matti dall’altra parte del mondo, ma il negozio in questione non ne ha. La sua offerta è diversa, quel tipo di diversità che ti fa sbavare per ore davanti al banco incapace di decidere come spendere i tuoi soldi. I pasticcini sono dei capolavori architettonici, perfetti da sembrare finti, e me li comprerei tutti se solo avessi un rene in più da impegnarmi. Eh già, il prezzo dei prodotti è un po’ alto, non puoi uscire con una carrettata di pacchettini colmi di delizie, ma non è per quello che alla fine me ne vengo via senza aver comprato niente. E non è neanche perché è l’ora di cena, e il mio bisogno di carne prende a calci quello di pasticcini fino in strada. E a dirla tutta non è neanche per il fatto che la commessa non ci ha degnato di uno sguardo da quando siamo entrati. No, se devo essere proprio sincero la ragione per cui alla fine decidiamo di uscire senza acquisti è la massiccia comitiva di italiani schiamazzanti che entra all’improvviso e si mette a commentare ogni articolo con strepiti sguaiati. Non li sopporto gli italiani all’estero, ma come vedremo nella prossima puntata dovrò assistere a ben altro.


and through foggy London town the sun was shining everywhere (4)

Baker Street
Al 221B c’è il museo di Sherlock Holmes, una volgare trappola per turisti piena di non voglio neanche sapere che cosa sul tema “brillanti investigatori con la pipa”, perciò va da sé che il telefilm con Martin Freeman è girato in un altro posto che non è il 221B e non è neanche Baker Street.

Io ci capito giusto perché al numero accanto hanno aperto il Beatles Store e la mia fidanzata DEVE andarci, e quando dico DEVE interpretatelo come uno di quei dogmi su cui si basa l’universo, tipo “l’uomo DEVE respirare per vivere” o “Pablo non DEVE lavare i piatti sennò li rompe”.

Il Beatles Store è completamente diverso dal museo di Sherlock Holmes, questo infatti è una volgare trappola per turisti piena di cose che ho visto con i miei occhi sul tema Beatles: ci sono le tazze, le magliette, le mutande, i magneti da frigo, i portachiavi, le cravatte, gli orologi, le cartoline.. Avete presente quei negozi di cianfrusaglie per turisti dove vostra madre compra i regali per vostra zia? Ecco, sostituite lo Union Jack con la copertina di Yellow Submarine e vi sarete fatti un’idea parecchio precisa di cosa vendono lì dentro.

Di fronte al Beatles Store, incoraggiati dal teorema di Barnum e dallo share di trasmissioni come Il Grande Fratello, gli stessi proprietari del Beatles Store hanno aperto un negozio dedicato ai miti del rock’n’roll. Inutile che vi dica cosa contiene, sono sicuro che lo immaginate benissimo da soli.

Abbey Road
E dopo il Beatles Store ti pare che ci facciamo mancare la visita alle strisce pedonali più famose del pianeta?

A Abbey Road si trovano gli Abbey Road Studios, dove i Beatles incisero quasi tutti i loro dischi; di fronte agli studi di registrazione c’è l’attraversamento pedonale che fa da copertina a Abbey Road, quello dove ci sono loro quattro che attraversano e Paul McCartney è scalzo. Tutti i giorni da allora milioni di persone calpestano quelle strisce avanti e indietro, si fermano in mezzo e si fanno la foto (generalmente scalzi perché fa più Beatles), alimentando l’odio profondo degli automobilisti che sono costretti a passare di lì. Immaginate di dover passare in macchina davanti a una scuola per andare a lavorare, e tutte le mattine prima delle otto si formi una coda a causa degli studenti che arrivano dal marciapiede di fronte. È un bel fastidio, ma di breve durata, no? Ora immaginate che la scuola sia aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, e che invece di un migliaio di studenti ne contenga sessanta milioni, e che in qualunque momento della giornata voi passiate di lì ce ne siano una decina in mezzo alla strada che vi obbligano a fermarvi, ma che quando siete fermi non attraversino, stiano lì a pensarci su, facciano due passi e poi tornino indietro, o si arrestino a metà.

L’attraversamento di Abbey Road mi ha fatto ricredere sulla proverbiale pazienza degli inglesi.

Hampstead
Da Abbey Road avremmo dovuto tornare indietro per arrivare a Highgate in metropolitana, ma essendo più o meno alla stessa altezza dal centro decidiamo di prendere un autobus e proseguire nella stessa direzione. Finiamo così a Hampstead, un paese che con Londra ha pochissimo in comune, pur essendo così vicino da avere una sua fermata della metropolitana.

Tutti gli edifici sono costruiti in mattoni rossi, c’è pochissimo traffico, una sensazione di quiete che se ad un certo punto incontrassi Biff Tannen e la sua banda di scagnozzi non ci troveresti niente di strano, salvo che loro stavano in America, ma cosa ne sai che ad un certo punto non siano andati a farsi le ferie nel vecchio continente, in fondo Ritorno Al Futuro ti mostra solo un periodo molto breve della storia di Hill Valley, magari a telecamere spente il bullo della scuola ha preso e se n’è venuto in Europa ed è stato anche in Italia, e si è fatto fotografare di sera a Venezia mentre piscia su una gondola. Comunque Hampstead sembra avere degli affitti piuttosto cari, ho fatto una ricerca, e peccato perché gironzolando per le stradine silenziose abbiamo anche trovato una casetta col giardino scammurriato che avrebbe fatto proprio al caso nostro. E pazienza, vorrà dire che quando sarò in pensione me ne andrò a svernare in Portogallo.

The Horseshoe
28, Heath Street
All’ora di pranzo cerchiamo un locale nei paraggi e ci infiliamo in questo ristorante arioso, che si vanta di cucinare la carne migliore di quella regione che non mi ricordo quale sia, ma che pare faccia della carne buonissima, tipo che non ne hai mai mangiata di più buona. Io nel dubbio prendo un’insalata. Marzia invece si fida e al primo morso la vedo che comincia a mugolare in un modo che in tanti anni di vita insieme non l’ho mai vista, e infatti ci resto anche un po’ male, poi mi fa assaggiare un pezzetto di hamburger e cacchio, è veramente buonissimo. Vabbè, la prossima volta che vengo a Londra devo tornare in questo posto e ordinare una bistecca. Cominciano ad essere tante le cose da fare la prossima volta che vengo a Londra, mi sa che dovrò venire una volta apposta solo per farle tutte.

 

Hampstead Heath / Parliament Hill
Secondo la Santa Lonely Planet questo parco gigantesco è un ritrovo per coppie omosessuali. Lo diceva anche di una zona di Central Park. Lo dice di tutti i parchi cittadini dall’aspetto più selvatico, si vede che la vegetazione incolta libera dalle inibizioni, oppure gli autori delle guide sono dei frustrati visionari, vai a sapere.

Che siate in cerca di emozioni o no questo parco merita una visita, anche perché da qualche parte lì in mezzo dev’esserci la grossa villa in cui è stato girata una scena di Notting Hill, e potrete togliervi lo sfizio di gironzolare in crinolina e ombrellino parasole, sentendovi come in un libro di Henry James. Se non trovate la villa non fa niente, potete sempre ripiegare sulla visibilissima Parliament Hill, che è una specie di sfondo del desktop di Windows senza le icone ma con un paio di panchine. Dalla vetta la vista della città è notevole, ma tira un vento che se aprite la giacca a mò di vela potete tornare in centro senza prendere la metro. Mary Poppins faceva così, poi le è stata affibbiata la nomea di strega e sono nate un sacco di leggende terribili sul suo conto, tipo che dava i bambini in pasto allo spazzacamino mannaro, ma all’inizio era solo un’incauta signora di Hampstead che ha aperto l’ombrello nel posto sbagliato.

Highgate
Il cimitero di Highgate è una delle cose più fighe che si possano vedere in fatto di cimiteri. L’idea che hai appena attraversato il cancello è di trovarti in mezzo alla foresta amazzonica e di avere scoperto i resti di un’antica città. È il giardino inglese, bellezza: prendi un terreno incolto, togli le spine, mettici delle panchine, dimenticatene per dieci anni.

Dentro il cimitero di Highgate si possono incontrare celebrità che non ci crederesti, come Douglas Adams, l’autore della Guida Galattica Per Autostoppisti, o Alexander Litvinenko, l’agente segreto russo al centro dell’intrigo internazionale che tenne banco nel nostro Paese qualche anno fa.

(Piccola divagazione: perché le spie hanno sempre nomi evocativi come James Bond e Tara Chace, e a noi tocca invece Mario Scaramella?)

La nostra visita al cimitero non riguarda nessuna di queste celebrità, noi vogliamo andare a commemorare Karl Marx. Perché, a dire il vero, non lo so, io l’unico Marx che conosco ha i baffi e fa l’assistente di Dylan Dog, ma la mia fidanzata ci tiene e non mi costa niente farla contenta.

Il cimitero però non collabora, e dopo una lunga scarpinata attraverso Parliament Hill e il parco di Hampstead si fa trovare chiuso. Ma tipo sprangato. Che non c’è neanche un morto, neanche quelli da poco, al posto del cimitero ci hanno tirato su un condominio bruttissimo che quando ci passi vicino emette il tipico verso del drogato da giardinetti. Si vede che non è orario di apertura, stiamo un po’ a ciondolare intorno al cancello del cimitero per vedere se si apre e poi ce ne andiamo tristi come due che ci hanno lasciato dentro un parente giusto ieri.

Magari poi a provare dall’entrata superiore si trovava anche aperto, ma la gita nel parco comincia a farsi sentire, e la differenza fra noi e quelli che stanno dentro è ancora troppa per azzerarla con altri inutili sforzi. Pigliamo un autobus e andiamo a Camden Town.

Camden Town
Come ho già scritto riguardo a Portobello Road, anche Camden Town è un bel cesso di posto, pieno di negozi che ti vendono sempre lo stesso ciarpame e di italiani dall’accento fastidioso che strepitano davanti alle vetrine, però rispetto al suo predecessore è parecchio colorato, molto più esteso e offre una discreta selezione di cibi esotici. Però resta una merda. E anche i cibi esotici, dai, roba da festa dell’unità, ma con in più le cuoche cinesi che ti allungano pezzi di involtino primavera strillandoti dietro che devi assaggiare assaggiare tutto buono prova prova, che dopo la quarta vorresti infilarle la testa nella friggitrice.

Una volta mi divertivo ad andare da Cyberdog, che è un negozio di abbigliamento per discotecari in acido, ma in dodici anni da che l’ho scoperto non ha mai cambiato una vetrina. Si è spostato in un negozio più grande, ma la roba che vende è sempre la stessa di quando ci sono entrato la prima volta, che due palle.


and through foggy London town the sun was shining everywhere (3)

Il cazzo di cancello

Il cazzo di cancello segna il confine fra Hyde Park e Kensington Gardens e non ha altra particolarità se non quella di essere citato nel libro per saputelli che Marzia sta leggendo durante la vacanza. Si tratta di un grosso cancello in ferro battuto che originariamente introduceva a un enorme padiglione in vetro costruito per l’Esposizione Universale del 1851, un’inezia rispetto a quello veramente grande che sta davanti a Buckingham Palace, ma ci facciamo a piedi tutta la strada da Lancaster Gate a Knightsbridge prima di trovarlo.

Buckingham Palace
La residenza reale è anonima, e non la distingueresti da un comune palazzo se non fosse per le guardie dal grosso cappello che stazionano nel cortile. Ti accorgi che c’è qualcosa verso mezzogiorno, quando i turisti si assiepano a centinaia davanti al cancello e in tutta la piazza di fronte per assistere al cambio della guardia, una cerimonia piuttosto banale, anche fastidiosa se sei stato costretto a ripeterne una simile per un anno durante il servizio militare. Ci sono due plotoni che si incontrano e si salutano, la banda che arriva da fuori, i soldati a cavallo che fanno un’improvvisata, due foto e tutti a casa a mangiare, e basta. Noi ci guardiamo la banda sfilare in piazza,ma giusto perché abbiamo trovato un posto davanti, poi andiamo a fotografare le papere a St.James Park.

St.James Park
Rispetto a Hyde Park non c’è proprio storia, questo parco sembra uscito da una cartolina, e la vista fra gli alberi sul palazzo dove alloggiano i soldati a cavallo (Royal Cavalry Parade o qualcosa del genere) te la tira via la foto, non puoi evitarla. Al limite puoi farla male, ma non tutti sono stazzi come me. E poi ci sono le oche. Di tutte le razze e colori, ti seguono da dietro l’aiuola in cerca di cibo e si avvicinano fiduciose. I tre pellicani, invece, si fanno i cazzi loro; probabilmente hanno letto il cartello che vieta ai turisti di dar loro da mangiare.

Westminster
L’edificio che più rappresenta la città nell’immaginario dei turisti è il complesso di Westminster, sede della camera dei lord, della camera dei comuni e dello stanzino delle scope. C’è il Big Ben, che non è la torre (St.Stephen’s Tower) né l’orologio (Rock Around The Clock), ma la campana più grande del complesso (The Beatles). L’orologio pesa come tre madonne tirate giù da uno scaricatore di Ponte Dei Mille quando perde a cirulla, e per metterlo al suo posto ci vollero quattro anni, durante i quali fu necessario anche ricostruirlo, perché la prima volta che lo caricarono su un carro per portarlo alla torre cadde a terra spaccandosi. La seconda volta chiamarono un italiano, che lo mise un’ora indietro poi raggiunse il marciapiede sottostante in largo anticipo raccolse al volo l’orologio ed in sostanza vinse.

Subito lì dietro c’è Westminster Abbey, la chiesa dove si incoronano e seppelliscono i reali, generalmente non nello stesso momento. L’interno è sontuoso e pieno di cappelle, ma facendone già tante io non sono entrato a vederle. E poi costa tipo diciassette sterle, e va bene che sono anglicani e non cattolici, ma non glieli do lo stesso.


10, Downing Street
In questa via corta e protetta da due cancelli e una trincea e un muro di acciaio e quattro cannoni e una torre tesla e svariate guardie armate e coccodrilli ci vive il Primo Ministro, ma se non ti interessa vedere le guardie o la gente che guarda le guardie puoi tranquillamente farne a meno.

The Red Lion
48 Parliament St
Questo pub si trova davanti alla residenza del primo ministro, e questo lo ha portato a trasformarsi da pub tradizionale senza pretese a trappolone per turisti. I prezzi sono più cari che altrove, la cucina peggiore e il servizio scadente. La cameriera era insopportabile al punto da mettersi in competizione coi suoi omologhi portoghesi. Via via!


South Bank
A Londra se vuoi salire sulla ruota panoramica più grande del mondo devi andare a South Bank, un tratto di lungofiume che sta di fronte a Westminster e somiglia al Porto Antico di Genova, ma senza gli indiani che ti vendono cose luminose da tirare per aria. Ci sono ristoranti, bar, discoteche, sale giochi e code per salire sul London Eye, tutto immerso in una piacevole atmosfera da pista da skateboard. Se decidi che sulla ruota panoramica ci andrai un’altra volta, e prosegui lungo South Bank, incontri i mimi di strada, che sono quei tizi che si cospargono di tintura per la pelle e stanno fermi su un piedistallo a farsi fotografare. A parte che non vedo proprio cosa ci sia di così interessante in un tizio imbrattato in piedi su una scatola da spingerti a fargli una foto da mostrare agli amici, ma sono sicuro che sotto casa tua ce ne sono altre decine di tizi identici, solo in un’altra tonalità di grigio. Quelli di South Bank, poi, sono particolarmente squallidi, così poveri di idee da stare fermi anche quando qualcuno, impietosito, scuce loro una moneta; ma il più squallido di tutti, il re dei mimi squallidi, è il Grande Puffo.


St. Paul’s Cathedral
La cattedrale cattolica di una città protestante. Credo. C’è una grossa cupola che ricorda San Pietro, il sagrato e le strade adiacenti occupate dai manifestanti indignados, che non sono la versione più sofisticata dei punkabbestia, ma gente che ci crede davvero. Il problema è che quando si organizza una cosa del genere a Genova accorrono solo i punkabbestia a chiederti se hai una siga e quelli dei centri sociali a dirti che l’hanno fatto prima loro e che tu non vali un cazzo a confronto. Sarà per quello che St Paul alla fine mi è piaciuta realtivamente poco e che dentro non ci sono neanche entrato. No, non ci sono entrato perché la mia fidanzata mi ha fato firmare un foglio che dice che se in vacanza la porto ancora dentro una chiesa mi lascia e si porta via il cane, e se per lei ci potrei anche stare per il cane no, mi si spezzerebbe il cuore.


Tate Modern
Bankside
Davanti alla cattedrale, separata solo da un ponte dalle fattezze moderne e da un colpo d’occhio che di notte te le strappa proprio dalle mani le fotografie, si erge la Tate Modern, il museo di arte moderna londinese, ubicato in una vecchia fabbrica di grissini e ruote per locomotori a vapore (non chiedetemi perché, l’Inghilterra vittoriana era tutta un accorpamento selvaggio). L’ingresso, manco a dirlo, è gratuito, e c’è pure il wi-fi per quelli che davanti a un quadro vogliono bullarsi della loro cultura enciclopedica e leggersi la sinossi dell’opera di nascosto sullo smartfono. Dentro non sto a raccotarvi cosa c’è, che potete immaginarvelo da soli se siete già stati in un museo di arte moderna di una certa importanza, ma una cosa voglio mostrarvela: questa.

E’ un’opera di Ai Weiwei un artista cinese, ideatore fra le altre cose del nuovo stadio di Pechino a forma di nido. Sono cento milioni di semi di girasole in porcellana, fatti e dipinti a mano uno per uno da milleseicento artigiani. Sono stati esposti per un certo periodo proprio alla Tate Modern, almeno finché qualcuno non si è reso conto che la polvere della porcellana è dannosa per la salute. Adesso, invece di una gigantesca stanza ricoperta di semi, ce n’è un cumulo in una sala a parte, delimitato da cordoni di sicurezza, ma l’emozione di trovarteli davanti quando non te l’aspetti è esattamente la stessa.

L’uscita in salita dal museo, attraverso i portelloni di carico originali, fa molto The Wall.


Mandarin Kitchen
14-16 Queensway

Un ristorante cinese pescato a caso fra i moltissimi che si affacciano sulla stazione di Queensway, la più vicina al nostro albergo, ma non è stata una brutta scelta, anzi. Premesso che a me la cucina cinese piace poco


and through foggy London town the sun was shining everywhere (2)

The John Snow

39 Broadwick Street

Uno dei pub più antichi della città, consigliato anche dalla Santa, ma noi ci andiamo solo per poterci bullare coi nostri amici lettori di George Martin. Jon Snow è infatti il nome di uno dei protagonisti (mi piace che lo spiego, come se avessi altri lettori oltre i soliti quattro, di cui tre sono gli amici di cui sopra), anche se non proprio la figura celebrata da questo pub. Il personaggio in questione, infatti, ha una sua pagina dedicata su wikipedia, e vi consiglio caldamente di andarvela a leggere, perché se aspettate che ve lo racconti io state freschi. Il pub sta nella media dei pub londinesi, pochi turisti, atmosfera tranquilla. Al ritorno in patria scopriamo che l’anno scorso il locale si è reso protagonista di un brutto episodio di omofobia, cui sono seguite le proteste della vasta comunità gay cittadina, e la sua successiva colorita reazione.

The White Horse
16 Newburgh Street
Questo locale si trova a due passi dal John Snow, e a differenza del primo offre anche il classico menu da pub per chi vuole aver qualcosa di solido da vomitare dopo la sesta pinta.

Appartiene alla catena dei Nicholson’s, che si vanta di offrire buona cucina e ospitalità in locali che si distinguono uno dall’altro per la loro storia e cazziemazzi.

Marzia si butta sul fish & chips, io preferisco evitare i fritti e mi prendo un roast shropshire chicken (mezzo pollo arrosto senza tante pretese) con le patatine e la salsa peri peri che sa di bruciato. E altre due birre, che ci fanno tornare in albergo belli allegrotti.

Da qui in avanti stabiliamo che gli spostamenti in autobus per i rientri in camera sono preferibili a quelli in metro, che ti lascia più distante di un bel po’.

National Gallery

C’è poco da dire, i musei londinesi sono fichi. Intanto non ti chiedono soldi per entrare, si limitano a suggerire un obolo di 4£ all’ingresso e uno di 1£ per la mappa, ma non sei obbligato, e neanche ti guardano male se fai finta di niente e tiri dritto. Poi non sono pieni di roba da doverti prendere due giorni per girarli o essere costretto a scelte dolorose, in un paio d’ore la National Gallery l’hai vista tutta, e hai pure di che lamentarti perché alcune sale erano chiuse. Dico, al Louvre avrei pagato per trovare chiusa un’intera ala del museo, che mi sentivo i piedi caprini da tanto avevo camminato, qui ho fatto anche la faccia seccata e sono andato dal guardiano a chiedere spiegazioni e lui non ha capito bene o più probabilmente io non mi sono spiegato, ma c’è una forte possibilità che fosse proprio rincoglionito di suo, perché mentre mi spiegava che la sala alle sue spalle era chiusa perché non c’era personale sufficiente per controllarle tutte, guarda te che brutta influenza che gira ‘sti giorni, una signora si è intrufolata fra le transenne e se n’è andata a spasso da sola fra le tele; immediatamente un altro guardiano è intervenuto a farla uscire, e quando ha ripreso il mio interlocutore con un tono cazzofai questo non l’ha minimamente cagato e ha continuato a ripetermi che poverini i suoi colleghi tutti a casa con la febbre.

Comunque le opere principali erano tutte visibili, e a me bastava il piccolo Renoir vicino alla porta, davanti al quale ho meditato per i soliti dieci minuti con un sorriso scemo in faccia.

Covent Garden
Una delle piazze più visitate della città, anche se probabilmente non la più bella. Il quartiere circostante è quello che preferisco in assoluto, pieno di stradine e negozietti, dove la massa di turisti si spalma, rendendosi pressoché invisibile. Ci puoi trovare la boutique esclusiva dove la tua fidanzata si ferma in preda a convulsioni, ma anche il negozio di giochi da tavolo con le ricariche di Munchkin (Steve Jackson è un genio del male). La piazza in sé è carina, c’è questo grosso edificio centrale che ricorda una stazione ferroviaria, ci sono gli artisti di strada che si cantano sopra uno con l’altro, c’è il teatro dell’opera e il museo della metropolitana dove puoi comprarti le mutande con scritto sopra Mind The Gap. E c’è tanta tanta gente. Brrrr!!

Muffinski’s
Covent Garden
5 King St
Piccola pasticceria di Covent Garden, la commessa è carina, la connessione wi-fi gratuita, il muffin alla banana e cioccolato non sa di molto, forse gli altri sapori sono migliori. Chissà. Date le condizioni in cui ci troviamo al momento di servirci del locale (e del suo gabinetto, i cazzo di cessi di Covent Garden erano chiusi quel giorno) non andiamo tanto per il sottile. Però il locale è gradevole, poteva andarci molto peggio.

 

The Adam & Eve
77a Wells Street,
Soho
Questo pub si trova appena sopra Oxford Street, e appena giri l’angolo sembra di essere in un’altra zona della città, non c’è più casino, anche perché non ci sono più negozi. L’aspetto del locale è più moderno del solito, odora di nuovo, i colori sono chiari, non c’è la tappezzeria della Famiglia Addams che trovi praticamente ovunque e non ti aspetti di venire ricevuto da Lurch come succede nella maggioranza dei casi. Il menu, al contrario, è piuttosto classico, preparato bene, la cameriera ha la facciona simpatica ed è molto gentile.


and through foggy London town the sun was shining everywhere (1)

Per evitare i tediosissimi resoconti di viaggio cui ho abituato i miei lettori (due o tre, gli altri seimila che erano soliti passare di qui sono scappati via urlando quando hanno capito di che si trattava) ho deciso questa volta di limitarmi a piccoli paragrafi slegati fra loro, come farebbe una guida turistica per persone che non hanno voglia di leggere.  Auguri.


Low cost
Viaggiare con i low cost è generalmente una merda: non puoi portare bagaglio da stiva se non paghi, non puoi sceglierti il posto se non paghi, parti e arrivi dalla periferia dell’aeroporto e per giungere a destinazione, una volta atterrato, devi prendere un altro aereo. RyanAir o EasyJet fa poca differenza, la prima ti lascia a Stansted, la seconda a Gatwick, per arrivare in centro ci metti quasi quanto il volo fin lì. Va bene, Londra dista solo un’ora e mezza, non è un gran sacrificio e il prezzo è decisamente inferiore a quello proposto dalle compagnie di linea, però una volta che ti abitui a viaggiare comodo è difficile tornare indietro. Inoltre quella del bagaglio a mano è una gran rottura di balle, devi infilare il trolley nella vaschetta per misurarne il volume: se ci passa puoi caricarlo, sennò va nella stiva.
Se però al check-in ti trovi in fondo alla coda può essere che il tuo bagaglio a mano finisca nella stiva comunque, perché le cappelliere sono tutte occupate. Com’è possibile, se il volume a disposizione è uguale per ogni passeggero? Non lo so, forse qualcuno si porta dietro le valigie disidratate, che una volta riposte nel loro vano si gonfiano come le spugne e rubano il posto a quelle degli altri.

La menata più grossa è che se vuoi comprarti qualcosa nel luogo di destinazione devi sempre considerare lo spazio che occuperà al ritorno, oppure pagare il supplemento bagaglio, che sono comunque quei trenta euri.


Ostello
Se per viaggiare mi piace la comodità è un bel paradosso che sull’alloggio mi faccia così pochi problemi: lo Smart Hyde Park View ci offre una stanza minuscola all’ultimo piano con l’ascensore rotto. Non c’è il tavolino, ma se è per quello non c’è neanche l’armadio, e lo spazio intorno al letto è così esiguo che per alzarti devi scavalcare il bagaglio. Il bagno però è in camera ed è pulito, e se per arrivare al lavandino devi stare in piedi nella doccia è solo perché il piatto è molto largo.

Il personale è disponibile, la camera viene rimessa in ordine tutti i giorni, ma per farti cambiare le lenzuola probabilmente devi chiedere. La colazione è essenziale, tè, latte, cereali, marmellata, pan carrè, prosciutto e formaggio. Pagando ottieni anche qualcosa di più.
La posizione è interessante, Leinster Terrace si trova a Paddington, fra le stazioni di Queensway e Lancaster Gate, una zona molto tranquilla incuneata fra i ristoranti cinesi e le botteghe indiane e i palazzoni eleganti appena dietro. C’è una fermata dell’autobus proprio in fondo alla via, e il ristorante greco che incontri appena la imbocchi manda un profumo di carne alla brace che ti fa venir voglia di cenare anche alle tre del pomeriggio.

Clima
A Londra fa freddo e piove sempre, bisogna vestirsi pesante, giaccone e scarponcini, poncho impermeabile e cappellino, e speriamo che non nevichi.
Poi arrivi e ci sono sedici gradi, non cadono mai più di due gocce e c’è gente che gira in sandali. Il due gennaio. Coi sandali. Vabbè, ma quelli sono malati, la maggior parte delle persone si copre, che quando si alza il vento e cala il sole la stagione si sente eccome. Però gli scarponcini erano di troppo, guarda. E anche il poncho, che a parte quei dieci minuti di pioggia vera quando siamo andati alla National Gallery non ce n’è mai stato bisogno.

Estate in gennaio a Hyde Park

Portobello Road
“Quante stupende sorprese ci son, troverai cose oltre l’immaginazion alle bancarelle di Portobello Road”. Ve la ricordate? La cantava lo Spazzacamino in Pomi D’Ottone E Manici Di Scopa. Boh, forse non era lo Spazzacamino.. Forse non era neanche quel film lì e mi confondo con Mary Poppins. Vabbè, tanto la canzone è scaduta, a Portobello Road ci sono gli stessi negozi di ciarpame fabbricato in Thailandia che puoi trovare a Camden Town, a Barcellona, a Genova e ovunque ci sia un po’ di movimento. Gli stessi prodotti si ripetono vetrina dopo vetrina, cambia solo la fantasia del negoziante nell’esporli, e forse un po’ il prezzo; perfino i turisti sono fatti con lo stampino: coppie sulla cinquantina e ragazze molto truccate dall’accento romano.
L’unica eccezione è un negozio di prodotti scozzesi dove mi sono fatto tentare da una coppoletta, ma non c’era la mia taglia.

Londra o Roma o Parigi o Barcellona o

Saldi
A Londra il due gennaio di quest’anno sono cominciati i saldi. Ogni negozio, dal buco merdoso al grande magazzino, espone il suo bel cartello col numero a due cifre e il simbolo di percentuale. French Connection in Oxford Street ha tirato su una scritta cubitale tipo insegna di cinema che recita “I am the sale.”, quello di fronte ne ha messa una in risposta che dice “No, the sale it’s me, go fuck yourself!”.

Fra parentesi, French Connection in Gran Bretagna abbrevia il proprio nome in FCUK, che sta ovviamente per French Connection United Kingdom, ma avrei preferito leggere French United Connection Kingdom, fa più ridere.

Sui marciapiedi dello struscio non cammini, e io vado in giro con un’ossessa che sbava davanti a ogni vetrina e guaisce per ogni cappotto colorato a metà prezzo.

Per me invece è un dramma, vado da HMV e sono assalito da orde di cofanetti di dvd a meno di dieci sterline (il cofanetto definitivo di Father Ted te lo mollano a dodici, tipo), e non li posso comprare perché a casa non ho posto dove metterli. Da quando ci siamo sbarazzati della televisione, poi, diventa superfluo anche l’acquisto di videogiochi, perciò non ci passo neanche davanti allo scaffale che mi dice SuperMegaOffer, e corro fuori asciugandomi gli occhi.

Oxford Street
La via dello struscio economico, dei grandi magazzini, dei vestiti a badilate, dei pachistani che regalano borse e telefonini, dei negozi di cianfrusaglie per turisti; la via dei turisti, dei ragazzetti di periferia, delle orde di londinesi con una mano bianca dipinta in faccia e i canini che sporgono dalla mandibola, di gente che entra ed esce e si incrocia con quella che va avanti e indietro, e se ti trovi in mezzo alla corrente non c’è neanche il bagnino a salvarti; la via dei bigmac, dei bigwhoopers, dei kingroyal, dei cibi di polistirolo e della puzza di fritto e detersivo. Non ci ho mai trovato niente di interessante in questa strada, mai niente di appena originale, le uniche cose che ti fanno capire di essere a Londra e non a Parigi, tipo, sono le bandiere inglesi esposte nelle vetrine di souvenirs.

Vorrei che ti aprissi, Oxford Street, e ti portassi via tutta questa marmaglia. Io la odio questa strada.

Eat.
Londra è piena di ristoranti legati a qualche catena, e trovare da mangiare quando hai delle esigenze particolari non è per niente difficile. Capita così che ci si infili in un locale che si chiama Eat., nel senso di Eat-punto, e ci si abbuffi di cibi appartenenti a quella categoria salutista che va un casino negli ultimi tempi. I prezzi sono contenuti, sulle confezioni sono ben visibili gli ingredienti e l’avviso se sono compatibili con la dieta vegana, o celiaca o di quelli che hanno solo i cazzi loro ma ci tengono a ribadirli ovunque.

Uno zuppone low fat con dentro pollo, germogli di soia, spaghetti e del peperoncino incredibilmente piccante garantisce un’ottima parentesi nella città del fish&chips, e permette al tuo fegato di rimandare un pochino la disintegrazione.

Notting Hill
Mi ricordo che c’era questa strada in salita piena di negozietti e bancarelle di frutta e verdura, che sembrava di essere sul set del film con Hugh Grant, che fra parentesi è stato girato quasi tutto negli studios compresa buona parte degli esterni, però non l’ho trovata. In compenso ho trovato un negozio di ciarpame thailandese Notting Hill con l’insegna che riprendeva la locandina del film, e una ragazza molto truccata dall’accento romano che la fotografava.

Però nei pressi di Notting Hill Gate c’è un bel negozietto di libri e fumetti usati, dove si ascolta del buon swing e la proprietaria sembra competente: ha uno scomparto apposta per Alan Moore e uno per Garth Ennis, e nel reparto “decidi tu se vale la pena o è una cazzata” c’è una vecchia ristampa di Tex.

Per poche sterle mi porto via Hitman di Ennis, che mollo a metà, il primo volumone di una serie in bianco e nero che alcuni anni fa ha vinto un Eisner Award e si chiama Queen & Country (questo lo divoro proprio) e un libretto per un amico che potrebbe trovarci qualche spunto interessante.

Kensington Gardens
Ve lo dico subito, Peter Pan lo trovate sulla sponda del Serpentine, il lago che divide i Giardini di Kensington dal più selvatico Hyde Park; sta poco più giù dell’Italian Fountain, e francamente potrebbe tornarsene all’Isolachenonc’è, è molto più bella la statua di Alice a Central Park.

Un’altra delusione di questo posto è rappresentata dal cartello riguardante la fauna del laghetto, che ti elenca fra le specie presenti la bellissima anatra mandarina, e invece puoi passarci la giornata a cercarla, e quella stronza non si fa vedere. Secondo me l’ultima è finita nella pentola di uno dei tanti ristoranti cinesi della zona.

L’ultima grande delusione è rappresentata dal Princess Diana Memorial Playground, un grande parco giochi pieno di meraviglie, fra cui voglio ricordare il tepee degli indiani e il galeone dei pirati, accessibile ad un prezzo ragionevole, ma ahimè, solo ai bambini e agli adulti che li accompagnano. Il fastidio di non avere mai un figlio quando serve!

Per il resto il parco è più curato del suo vicino di fronte, il laghetto rotondo è sempre al sole (oddio, per quanto si possa essere sempre al sole in Inghilterra) ed è un piacere sedersi a guardare gli uccelli, e laggiù in fondo c’è il Kensington Palace, che è più bello dei bagni pubblici di Hyde Park.

Peter Pan e Wendy ricordano i vecchi tempi ai Giardini di Kensington

(continua)

Foto del Subcomandante Marzia.

Tutti i diritti riservati.
Guarda che non scherzo.
Sono tutti cazzi tuoi.
No, davvero.
Tu non hai idea.


e al dio degli inglesi non credere mai..

Leaving home ain’t easy
Se fosse stato per me prenotavo l’albergo la sera prima e mi facevo la borsa la mattina, ma ho una fidanzata che non si fida della mia memoria, e non vuole rischiare di perdere questa ghiotta occasione di tenermi fuori dai piedi per due giorni di fila, perciò mi trovo la mattina di sabato 8 settembre 2007 a non avere niente da fare, solo aspettare l’ora di uscire di casa per recarmi a Londra, Inghilterra, ad assistere al concerto dei Police, proprio quei Police là, quelli di Donstensoclostumì, e Solonli, e Messegginebàttol.

Mi sembra che trenta canzoni siano poche per un viaggio così importante, e decido di buttarne nel tuttofonino altrettante.

Alla fine devo correre come un disperato per arrivare ad Arquata in tempo per il treno, ma ce la faccio, e alle dieciemmezza, Beatles nelle orecchie, scendo le scale di Milano Centrale, diretto con piglio deciso alla Borsa Del Fumetto, dove intendo trascorrere un’oretta buona a scroccare fumetti.

È più forte di me, se so che c’è una fumetteria nei paraggi ci devo entrare, anche per non comprare niente, non so, forse sono attratto dall’odore della carta.

Quando esco l’ora è passata in fretta, ma non mi sono limitato a scroccare, la borsa si è appesantita parecchio, e ora ho un sacco di cose da leggere in volo. Posso partire davvero.

Prima però il pranzo, si è fatta l’ora, e non intendo restare a stomaco vuoto fino all’arrivo oltremanica. Trovo un kebabbaro indiano pizzaiolo a tempo perso che per una cifra ragionevole mi prepara un kebab fra i più buoni che mi siano capitati. Lo prendo in piatto, così posso starmene seduto fra gli aromi speziati che impregnano le pareti a leggermi l’ultimo Ratman, e poi via, bus navetta per Linate.


Fly me to the Moon
L’ultima volta che ho preso un aereo mi sono trovato a passare ore e ore di noia nella sala d’attesa pubblica di un aeroporto, solo per scoprire, una volta varcato il cancello dell’imbarco, che al di là esiste un’immensa zona franca piena di prodotti detassati che aspettano solo che tu ci metta le mani.

Stavolta non intendo ripetere l’errore, e appena posso mi infilo nella zona franca.

Non c’è un cazzo! Solo file di poltroncine e negozi di profumi, neanche l’ombra di un negozio di elettronica, videogiochi, tuttalpiù sesso mercenario. E io ci devo passare altre due ore! Come farò?

Finisco di leggermi Martha Washington Salva Il Mondo e faccio un giro.

Quello laggiù in fondo che si staglia nella solitudine di una sala d’attesa come un monolite nero fra le rocce cos’è? Ma è una postazione internet! Posso scrivere due cazzate sul mio blog per ingannare l’attesa!

Schiaccio due bottoni e una voce femmiline difficilmente italiana mi chiede di pagare e proseguire. Infilo fiducioso un euro, e non succede niente, solo la stessa voce di prima mi ripete di pagare e proseguire. Smanaccio un po’, cerco di aprire il cassettino delle monete, prendo e riaggancio la cornetta, schiaccio esasperatamente il tasto eject, ma la voce sempre uguale della signorina di prima mi chiede di pagare e proseguire. Pagare ho pagato, e mi hai inculato, brutta bagascia! Allora proseguo, maledicendo le macchinette degli aeroporti e chi ce le ha messe.

Ci chiamano all’aereo, arriva il camioncino che ci farà percorrere venti metri fino alla pista, ma della signorina che dovrebbe aprirci le porte nessuna traccia. Alla fine arriva anche lei, trafelata, e si incazza con una collega che le ha chiesto dove fosse finita. Saliamo sul salsiccione alato, e sono dal finestrino come avevo chiesto, ma sopra l’ala, puttanazza eva!

Meno male che ho mangiato prima di partire, perché il tramezzino stitico che mi offre Alitalia basta appena a grattarmi lo stomaco.


London Calling

Che bello arrivare a Londra, immergersi in quella cultura così diversa dalla nostra, stupirsi come ogni volta di tutta la gente in fila indiana, di quante razze
convivano serenamente ignorandosi, di quanto cazzo costa il biglietto della Tube! 4 paunz! Neanche mi portassero in centro in braccio!

Meglio 4 paunz di tuba che 16 di Heathrow-Express-fiftìn-minuz-tu-de-senter-ov-de-siti!

E poi io scendo a Paddington, non ci metterò mica un’ora.

Ci metto quaranta minuti, e quando esco alla luce del sole,high street kensington o di quel surrogato di astro che cerca di illuminare quella fetta di mondo, riconosco il quartiere in cui abitavo, ed è un’emozione. Ancora più grande la provo ad aprire la porta del piccolo b&b dove lavoravo/abitavo, e appena annuso l’odore di moquette, tappezzeria e legno così familiare mi riaffiorano di colpo tutti i ricordi, e mi chiedo “Ma che cazzo ci sono venuto a fare in questa topaia?”.

Vabbè, oramai è tardi per recriminare, sono dentro. Alla reception mi accoglie Maria, la proprietaria, una signora coreana molto socievole, che mi fa un sacco di feste (per quante feste possa fare una coreana naturalizzata inglese, più o meno quante ne farebbe un gatto siamese incrociato con una faina) e mi chiede come me la passo.

In cinque minuti, terminate le cortesie di rito, svesto i panni dell’ex dipendente per indossare quelli del cliente, e mi liquida. Meglio.

Il mio compagno di viaggio, Israillo, è già arrivato da Gerusalemme, è stravolto, e mi viene incontro in strada, in una perfetta citazione dell’Alba Dei Morti Viventi.

Vabbè, ma non c’è tempo per svenire, Londra ci aspetta!


Saturday Night’s Alright For Fighting
Abbiamo appuntamento con Matteo e Katia a Piccadilly. Sono con degli amici che hanno proposto di andare a vedere la partita Italia-Francia in un pub. Sepoffà, e poi nei pub si mangia anche, mi immagino seduto a un tavolo con una birra e un piatto di quelle porcherie strafritte a cantare poopoppoppoppoppoopooo insieme a connazionali ubriachi.

Guido il mio amico Inglesillo attraverso le linee della Tuba con una sicurezza che non ci si aspetterebbe dopo tanti anni che non frequento più questa città, ma cosa vuoi farci, certe cose ti entrano nel sangue, non te le scordi più, e in men che non si dica ci troviamo sotto uno svincolo a Edgware Road, a trecento metri da dove eravamo partiti, in mezzo alla miglior teppaglia che la città sappia generare. Semplice distrazione, dico, e riprendiamo la strada giusta, arrivando con solo un quarto d’ora di ritardo sotto la statua dell’Eros.

Gli altri ovviamente sono già lì, Katia si è mimetizzata da inglese e col cappottino sembra uscita da un film dei Beatles; Matteo ha scelto anche lui di ispirarsi a una pellicola britannica, ma ha cannato completamente e ricorda Austin Powers.

Il locale lo conoscono gli amici locali, ma quando ci arriviamo scopro di conoscerlo anch’io, quando stavo a Londra era quello che evitavo come la peste, lo Sports Cafè.

È come un pub, ma pieno di schermi sintonizzati sui maggiori avvenimenti sportivi della giornata. In giro per i due piani puoi trovare delle McLaren che allora stavano in vetrina, ma quella sera è impossibile vederle, il pub è stracolmo di italiani, e ovviamente di francesi. Il volume è altissimo, al piano di sopra prendiamo una birrona ciascuno e assistiamo all’inizio della partita.

L’Italia gioca male, la Francia forse peggio, l’incontro è di una noia mortale, l’unica nota interessante è la rivalità fra tifoserie, che si combatte a cori “Allez la France” e “Fratelli D’Italia Poopoppoppoppoppoopooo”. Magari non finisce neanche a coltellate, d’altronde è solo un’amichevole. Io comunque ci metto il mio impegno a rompere le palle al gruppo in mezzo al quale mi trovo, ma evidentemente nessuno capisce una parola di quel che dico, o sono troppo superiori per ribattere.

La fame ha il sopravvento, andiamo a mangiare all’Aberdeen Angus Steakhouse, dove prendo un’enorme T-Bone Bistecc, che di veramente enorme ha il prezzo, ma vaffanculo, una volta tanto me la godo. E poi la bisteccona non è male, sono le patatine fritte che hanno visto tempi migliori.

Dopo la cena il gruppo si ricompatta e andiamo in una vineria. Anche qui mi rendo conto di come i prezzi in città siano del tutto fuori scala rispetto alle altre capitali europee.

Poi Narcolessillo non mi ce la fa più, e anch’io sono piuttosto provato, e ci congediamo. L’indomani ci aspetta una giornatona intensa.


Market Square Hero
La maledetta T-Bone del ristorante mi galoppa nello stomaco tutta la notte, riempiendomi i sogni di bisonti imbizzarriti, tanto che alle otto e mezza, pur avendo dormito poco e camminato tanto, sono già sveglio. Il mio collega Influenzillo sta peggio di me, per una rinite che lo affligge da quando cercò di attraversare a nuoto lo Stretto di Bering per sfuggire a un matrimonio con una kamchatkese, e dopo dieci minuti siamo già alla caffetteria dell’hotel per un’abbondante colazione a base di niente col pane. Da quando sono andato via io le colazioni le prepara il signor Chris, un greco simpaticissimo che appena mi vede mi parla del “Signor Prodi”. Quando lavoravo lì mi chiedeva del “Signor Papa”, come se fossimo stati parenti. Ah, le risate che mi facevo con Chris quando lavoravo in quell’albergo!

Per evitare di ridere troppo salutiamo alla svelta e decidiamo di fare colazione altrove, ma Matteo fa sentire il suo richiamo, e ci ricorda che in tarda mattinata andranno a visitare la Tate Gallery.

D’altra parte Scialacquillo mi aveva proposto di passare la domenica pre-concerto a Camden, per comprare qualche cazzata da portare a casa.

La scelta è fra una giornata spesa ad ammirare capolavori e una in un merdoso pulciaio colorato a scansare orde di punkabbestia. Qualche anno fa avremmo avuto dei dubbi, ma crescendo impari a scegliere con saggezza, e non ti fai più guidare dall’istinto.

Allora, a Camden mi sono comprato un cappellino in sostituzione di quello vecchio che ho perso chissà dove, un cartello da appendere alle nuove Cappe e un vecchio lp per il Subcomandante, ho pranzato in un pub sulla strada principale evitando le offerte dei vari cinesi da bancarella, non mi sono comprato nessuna delle magliette da alien(at)o in vendita da Cyberdog, né quelle fluorescenti, né (ahimè) quelle col led lampeggiante e le scritte appiccicati davanti.

Non solo, sono riuscito a infilarmi in una fumetteria aperta e a non comprarmi niente, ho evitato al mio amico Disgustillo di comprarsi dei sottobicchieri in resina veramente atroci, ho resistito di fronte alla maglietta della squadra di football del West Ham, e di fronte a quella fighissima dell’omino seduto sul cesso con le cuffiette nelle orecchie e la scritta I Pooed.

C’è però mancato poco che mi comprassi la t-shirt “Nobody knows I’m a lesbian”.


Sound Of Silence
Verso le due il mio amico Ansietillo comincia a sentirsi il macaco da concerto arrampicarglisi addosso, e preme perché si torni indietro. Molliamo lì tutte le belle cose che c’eravamo ripromessi di prendere al secondo giro e torniamo in albergo a posare la paccottiglia/prendere i biglietti.

Un Tubista (cioè colui che lavora nella Tube) ci consiglia di andare a prendere il treno per Twickenham alla stazione di Waterloo, e così facciamo. Non sono mai stato su un treno inglese, l’unica cosa che ricordo di essi è che tendevano a schiantarsi prima della stazione di Paddington, causando un fracco di morti, minimizzati poi dalla stampa e dal governo.

Partiamo puntuali, ma come aspettarsi qualcosa di diverso da un treno inglese? battersea power stationQuando transitiamo dietro il London Eye, che vediamo sbucare dai tetti laggiù in fondo, faccio un rapido calcolo e mi metto a esclamare “Battersea! Battersea!”. Il mio amico Sorpresillo non capisce di che parlo, ma appena riconosce le quattro ciminiere dell’enorme struttura industriale adagiata sulla riva del Tamigi comincia a gridare anche lui “Enimols! Enimols!”. Eh già, è l’edificio che compare nella copertina di Animals, Pink Floyd. Un ottimo aperitivo prima del concerto di un altro gruppone storico.

La via più breve fra due punti, si sa, è una linea retta, tranne sulla linea ferroviaria che unisce Londra a Twickenham, dove per arrivare a destinazione facciamo un largo giro e finiamo per prenderla da dietro. Si vede che il macchinista non aveva avvisato il capostazione del suo arrivo, e vuole fargli una sorpresa. Nel frattempo dal finestrino passano scorci di cultura british, casette basse, campi da rugby, partite di cricket. Non vediamo nessun bidè, anche questo tipico di chi arriva in Inghilterra.

Dalla stazione al concerto viviamo sulla nostra pelle l’organizzazione rigorosa di questo straordinario popolo di beoni: ci saranno duemila persone che procedono ordinate sul marciapiede verso lo stadio, e all’arrivo neanche una transenna, solo tre individui tre che a gesti invitano a disporsi sulla sinistra, cosa che tutti fanno senza fiatare. In un attimo siamo dentro, nessun controllo, neanche una piccola perquisizione. Le norme antiterrorismo vigono solo per chi arriva all’aeroporto, una volta in territorio britannico sei libero di fare un po’ il cazzo che vuoi.

Fanclebbillo si butta secco sul banchetto del merchandise, e prima che io possa dire Taumatawhakatangihangakoauauotamateapokaiwhenuakitanatahu si è già comprato la maglietta, il cappellino, il body per la bimba, la canottiera per la moglie, le pantofole di lana per la nonna, il catetere per il nonno, il guinzaglio estensibile per il cane, la ruota per il criceto, il magnete per il frigo, lo spinterogeno per la macchina, l’allungapene a manovella per un non meglio identificato “collega”, ma dagli sguardi imbarazzati qualche dubbio mi e venuto.

Io mi limito alla maglietta, che da sola costa quanto ho pagato il biglietto per Capossela l’anno scorso, ma tanto Capossela chissà quando ci torna a Genova..

dentroMatteo e Katia ci raggiungono davanti allo stand degli hotdog chilometrici. Me ne compro uno, sa di castagne, ma sempre meglio di quelli che vendono all’Ikea, che hanno il sapore di cera e per infilarli nel panino ce li devi avvitare.

Sotto le gradinate c’è tanto spazio come in un posteggio, centinaia di donne in fila indiana ne coprono del tutto la superficie, facendo un trenino lunghissimo che non serve a ballare la samba, ma a fare la coda per andare in bagno. Ringrazio ancora una volta di non essere nato donna, e mi servo dei cessi per uomini, dove la coda non esiste.

Ancora una volta la disciplina inglese mi lascia senza parole. I bagni sono puliti, i rotoli di carta per asciugarsi le mani sono pieni e al loro posto, e sui lavandini ci sono addirittura le saponette!!


The Greatest Band You’ve Never Heard Of
Il concerto comincia alle 20.15, come da programma, e tutti assistono seduti come se fosse un’opera lirica. Gli unici in piedi sono quelli che alla seconda canzone sciamano per andare a prendersi una birra, e gli irriducibili che si alzano stando al proprio posto. Anche sul prato hanno disposto delle sedie, e neanche su tutta la superficie, ci sono ampi spazi vuoti ai lati, non so se per ragioni di sicurezza o perché coi prezzi così alti non contavano di riempire lo stadio. Quelli che ci sono sono tutti comunque pieni, e se provi a cambiare posto scoppia la rivoluzione. Durante una canzone io e il mio amico Ballerillo andiamo verso il palco saltellando, e veniamo respinti con decisione da un anziano guardiano.

Non dura tanto, nonostante eseguano una ventina di canzoni, sarà che tranne Roxanne che la tirano all’esasperazione le altre sono tutte molto brevi. Sono bravissimi, sono maturati parecchio e si sente. Andy Summers da solo suona per tutti gli altri due.

I momenti topici sono stati quando Copeland ha fatto il pazzesco in Can’t Stand Losing You, quando hanno fatto Hole In My Life e Voices Inside My Head, che sono due pezzi che adoro.live

Invisible Sun molto asciutta con l’assolo di chitarra riverberata in mezzo rende parecchio, Walking In Your Footsteps non me l’aspettavo, ma potevo tranquillamente continuare ad aspettare, tanto che durante il pezzo andiamo a prenderci la birra.

Truth Hits Everybody e Next To You sono due splendide occasioni mancate, le interpretano più lente, e senza quel ritmo punk dell’originale non valgono granché.

All’inizio dei bis un mucchio di gente se ne va. Ma come? Hai aspettato venticinque anni per vederli dal vivo e adesso non aspetti neanche la fine del concerto?

Alle undici il concerto è finito, ce ne veniamo via intruppati lungo un viale fino ai pullman navetta, che sono gratuiti e ci portano alla metro, che è gratuita anche lei e ci porta all’hotel, dove ci aspettano addirittura quattro ore di sonno prima della partenza verso casa.


Back In USSR
Dormire quattro ore dopo un concerto e una giornata a camminare mi fa un effettaccio, al risveglio mi sento come Lazzaro un minuto prima di essere resuscitato.

Il mio amico Ansiolillo è in paranoia per il terrore di non riuscire a fare il check in in tempo, siccome la metro è chiusa optiamo per il treno. Vado a fare il biglietto alla macchinetta, e perdo subito 10 paunz. Vabbè che non me ne volevo riportare a casa, ma buttarli così mi fa proprio incazzare. Vado all’ufficio reclami aperto tutta la notte e reclamo. La signora dietro il vetro mi fa lasciare l’indirizzo di casa, ma non è che 10 sterle nella cassetta della posta fra una settimana o un mese mi faranno sentire più ricco. Se mi arrivano con tante scuse le appendo alle Cappe, se mi arriva un biglietto omaggio di pari valore per le ferrovie britanniche telefono al ministro dei trasporti e sto al telefono l’equivalente di 10 paunz a insultargli la mamma.

Arriviamo in tempo, ci salutiamo di fronte al suo imbarco e me ne vado in zona franca, sperando di trovarci qualcosa di più che a Linate.

In effetti c’è ogni ben di dio, ignoro il negozio di whisky perché non ho voglia di portarmene una bottiglia in treno fino a casa, ma ci vuole tutta. In compenso al negozio di elettronica trovo una panasonic lumix zoom 10x a un trecento euri, che mi sembra sia parecchio meno del prezzo italiano. Per conferma mi attacco a una postazione internient dove infilo un paund senza che nulla avvenga.

È giusto, un ciclo che si chiude, moneta mangiata di qua, moneta mangiata di là, tutto il mondo è paese, tutte le postazioni internet degli aeroporti fregano i soldi.

Alla fine decido di non comprarmi la macchina fotografica, che ora come ora non me la posso permettere, e giungo a un compromesso acquistando una memory stick più capiente di quella che possedevo.

All’imbarco con me entra un tizio con segretaria che mi ricorda troppo un politico italiano per non provare un moto di repulsione. Cioè, il mio amico Incontrillo all’aeroporto si imbatte in Ivano Fossati e io devo accontentarmi di un maledetto politico? Mai, che ne so, un nobel per la pace..

Cambio subito pensiero, non è bello desiderare di incontrare Gandhi appena prima di imbarcarsi su un aeroplano!

Durante il volo mi offrono lo snack. Data l’esperienza nefasta del tramezzino dell’andata, scelgo la fetta di torta della nonna. Mi va male anche stavolta, non dovrebbero permettere a una vecchietta con l’alzheimer di mettersi a cucinare!

A Linate ho un’altra prova della differenza di cultura fra i due popoli di questo racconto. Per salire sulla navetta che va in stazione bisogna fare a gomitate. Se non sei capace non sali.

Non ho l’indole del lottatore, e dopo che resto giù anche dalla seconda mi arrendo e vado a prendermi un autobus.

Essendo diretto a Genova e l’unico presente oltre al controllore che parla inglese, devo spiegare a due ragazzi estoni come raggiungere la meta del mio viaggio. Li scorto fino in stazione e alla biglietteria, spiego loro quale treno prendere, dove scendere, e me ne vado a mangiare dallo stesso kebabbaro del viaggio di andata.

Una volta a casa tutto è più facile, aspetto il ritorno del Subcomandante e mi addormento, tanto che quando arriva e non trova niente di pronto per cena mi cazzia pesantemente. Però si vede che le sono mancato, infatti mi ricazzia per un’altra cosa che non ricordo, poi ancora perché non ho portato fuori il cane, ma poi mi dà anche una carezzina leggera leggera e se ne va a dormire.

Come sono fortunato ad avere una ragazza così affettuosa, sono proprio contento di non essere scomparso nella metropolitana londinese ed essermi rifatto un’esistenza in un piccolo villaggio del Sussex insieme a una venditrice di cheddar.

Magari la prossima volta..