Archivi categoria: new york

Diario americano – Irene

L’ultima puntata del diario americano, che mi sembra che ce lo siamo menato abbastanza con questo viaggio, e le foto, e i giudizi che uno può essere d’accordo oppure no, ma tanto finché non ci vai te ne devi stare di quel che leggi, ma è anche vero che oramai ci vanno tutti a New York, tranne te haha, sei uno sfigato che non è neanche stato una volta a New York haha, che ridere.

Io però a New York ho visto cose che pochi possono vantarsi di avere visto. Ho visto Irene.

Tutto comincia il giorno prima, quando trascino Marzia a vedere Coney Island con la scusa di andare a fare i turisti in un vecchio luna park un po’ desolato. In realtà voglio andarci per poterle cantare una canzone di Tom Waits, perché va bene che non mi ricordo da quanto stiamo insieme e il nostro anniversario e a dirla tutta ho anche delle grosse difficoltà sul suo compleanno, però a parte questi dettagli insignificanti è il mio angolo di universo preferito e l’unico dove mi sento davvero a casa, e ogni tanto mi fa piacere celebrarlo.

È una giornata bellissima, c’è il sole e la metropolitana è piena di newyorkesi in ciabatte che vanno in spiaggia.

La passeggiata di Coney Island è ampia, lunghissima e tutta di legno, e il luna park sta proprio fra questa e i brutti palazzi alle spalle, ma non ci vuole un grande sforzo per ridurre il proprio campo visivo alla ruota panoramica e dimenticarsi della città lì dietro. È un bel posto, quando ci riesci. C’è il mare pulito, la spiaggia di sabbia, i moli, e poi ci sono questi banchetti che vendono hamburger e le panchine e i gazebo e proprio non capisci perché ci siano questi individui con la telecamera che invece inquadrano l’orizzonte.

È per Irene, mi dice Marzia, sta arrivando.
Ah già, Irene. Le televisioni non parlano che di questo uragano che dovrebbe abbattersi su Manhattan e raderla al suolo, annegarla, farla a pezzi, come in un qualunque film catastrofico hollywoodiano. Il sindaco ha già predisposto l’evacuazione delle zone a rischio, la chiusura della metropolitana per la prima volta nella storia della città e la sospensione del servizio di autobus. Non si parla di coprifuoco, ma è come se, che se non ci sono i mezzi pubblici e i negozi sono tutti sprangati e piove pure cosa esci a fare?

Per il momento però è una mattina bellissima e ce la godiamo tutta. Io faccio anche un giro sul Cyclone, le montagne russe più antiche della città, tutte di legno, che quando ci sei sopra e il carrellino ti sbatacchia a destra e a sinistra te lo ricordi fin troppo bene, e anche quei dieci metri scarsi di altezza ti riempiono di terrore.

Ce ne veniamo via felici come due bambini che sono stati alle giostre e ridiamo di quei gonzi che stanno lì ad aspettare la fine del mondo.

Nel frattempo, sul filo dell’orizzonte alle nostre spalle, un puntino nero si avvicina minaccioso come il fotocane.

Il resto della giornata fila via tranquillo facendo shopping, che poi è la maniera migliore di vivere New York, dove le cose costano un terzo meno che da noi e i negozi sono un terzo più interessanti.

Una delle cose che li rendono interessanti, quel giorno, è il fatto che tutte le vetrine sono state “rinforzate” con del nastro adesivo appiccicato a x, utilissimo, pare, in caso di uragani. Si racconta di palazzi rasi al suolo completamente tranne una vetrina che il lungimirante commesso aveva riempito di scotch. La sensazione, passando per la via, è piuttosto quella di trovarsi al Raduno Internazionale Degli Informatori di Fox Mulder.

Alcuni negozi sono già chiusi, altri hanno blindato le vetrine con pannelli di legno o sono impegnati nell’opera, e ovunque ci sono tizi col martello che battono, sotto una pioggia sottile che quand’è arrivata, prima non c’era, e guarda quel cane com’è diventato più grosso.

Torniamo a casa incolumi, e ci prepariamo al peggio, come tutti; nell’eventualità che taglino la corrente e l’acqua scendiamo al supermercato a comprare un paio di bottiglie, ma gli scaffali sono vuoti, la fobia dell’isolamento ha già attecchito e i newyorkesi si sono lanciati all’assalto, raccogliendo scorte di viveri come se dovessero restare chiusi in casa fino al Giorno Del Giudizio.

Beh, è anche vero che per la televisione è previsto per l’indomani, ma semmai sarebbe una ragione in più per non caricarsi il cestino di viveri. E che viveri, poi! A quanto pare nessuno ha spiegato agli abitanti di New York come prepararsi a un’emergenza, in coda alle casse vedi gente piena di bottiglie d’acqua, e va anche bene, ma le casse di coca cola e patatine le giustifico solo se intendi aspettare l’apocalisse sparandoti l’intera serie di Sentieri, e le scatolette di conserve non se le prende nessuno? E le patate? Non quelle nei sacchetti, dico proprio le patate intere, ci passano davanti senza guardarle e si avventano sui pacchi da trentasei di merendine. Poi dicono che sono obesi.

Il giorno dopo ci svegliamo sul set di Io Sono Leggenda.

Piove, ma l’uragano che doveva abbattersi sulla città è stato declassato a tempesta tropicale. I telegiornali non parlano d’altro, ovunque ci sono inviati speciali coi piedi a mollo e l’impermeabile sbattuto dal vento (che è bello forte, seppure non ommioddiomoriremotutti), si aggiorna costantemente la conta dei morti e dei dispersi, che è ancora ferma a zero, ma non temete, cambierà in fretta.

Usciamo, che a Ronco siamo abituati a climi peggiori. La città è una meraviglia, la pioggia non disturba granché e le strade sono deserte. Cioè, passa qualche macchina, più che altro taxi, c’è qualche curioso sul marciapiede, ma è la vita che ti aspetti di incrociare in un paesino di provincia la domenica mattina, non certo sulla Quinta Strada.
Ci spingiamo fino a Times Square incontrando pochi curiosi, facciamo un sacco di foto alle vetrine sbarrate, ai sacchi di sabbia davanti ai portoni, alle avenue deserte.
Anche il punto più affollato della città è mezzo vuoto, i turisti intontiti stanno a fissare le insegne dei teatri accese che si riflettono sull’asfalto bagnato e si domandano se era il caso di mettere una città in quarantena. “E adesso come ce li spendiamo i nostri soldi?” sembrano dire.

I miei compagni di avventura si sono rotti le balle di ciabattare nell’acqua e chiamano un taxi, ma io ho ancora foto da fare e a casa mi annoio, ci dividiamo dandoci appuntamento a casa più tardi.

Il telefono mi squilla in continuazione, sono tutti i parenti in Italia che stanno guardando il telegiornale, e la notizia di apertura è che oggi New York verrà distrutta, annegata, spazzata via e i suoi resti bruciati e poi saccheggiati e i pochi superstiti stuprati e uccisi. E questo su la7, figurati al tg1. Rispondo solo ai primi messaggi, poi decido che mi si è scaricato il telefono, o che sono morto annegato bruciato e stuprato, per quel che vale.

Mi spingo a piedi fino a Wall street incontrando cinque persone in tutto, il toro dorato sulla Broadway è tutto per me, ben disposto a farsi fotografare, Zuccotti Park è ancora senza accampati, gli edifici del potere sono deserti. Finisco a South Street Seaport, una zona molto carina e molto turistica sotto il ponte di Brooklyn, e anche lì sono da solo. Risalgo lentamente passando fra l’East River e ancora Broadway, trovo un negozio di dvd gestito da una banda di muddafacca nigganigganigga che per dieci dollari ti lascia uscire con mezzo negozio e non ti punta la pistola in faccia tenendola di sbieco come i gangsta.
A Midtown ci sono due ragazzi che si passano una palla da rugby in mezzo a un incrocio, sotto gli occhi divertiti di un portiere d’albergo, che dopo un po’ si aggrega. Siamo dietro Union Square, tanto per rendere l’idea.

Resterei in giro ancora un po’, ma il messaggio successivo è di Marzia, sono a casa e mi stanno aspettando. Hanno comprato Munchkin Zombies.
Cinque minuti e sono là.

E questo è praticamente tutto, anche se restiamo in città altri due giorni le cose degne di nota sono poche, torna il sole, andiamo ancora un po’ in giro, facciamo altre foto e ci compriamo dei vestiti.
Dall’ufficio del nostro ospite si gode di un’ottima vista su Manhattan, ma per accorgertene devi salire sulla scrivania, e il Chrysler Building non si può visitare oltre l’atrio, ma ne vale comunque la pena. Da Lush vendono un prodotto che si chiama Caca Marron, chissà se si trova anche in Italia.

Prima di andare via, l’ultimo giorno, siamo seduti su una panchina di Washington Square a goderci il sole. Irene se n’è andata senza lasciare traccia, a parte le stazioni della metro, che adesso sono belle pulite. C’è un quartetto jazz che suona, sono molto bravi, la gente si ferma ad ascoltare. Seduto poco più in là c’è anche Miles Davis, sembra divertirsi.


Diario americano – Impara l’arte e vai da un’altra parte

E poi viene il giorno dopo, quando si decide che l’arte non è mai abbastanza e si va a vedere anche il Metropolitan Museum, che sta dentro Central Park e comprende tanta di quella roba che uno non ce la fa mica a vederlo tutto in un giorno.
Beh, intanto vi dico subito che il Louvre è più grosso e più bello, così ci leviamo il dente, però il MET comprende anche opere d’arte moderna che al Louvre non ce le trovi, e una sezione medievale piena di spade e armature che ti vien voglia di urlare “Lannisteeer!” e uccidere Boromir.
L’ingresso è nell’Upper East Side, un quartiere che mi dicono essere pieno di celebrità e di gente danarosa, così intanto che andiamo mi guardo in giro per vedere se ne adocchio una.
Non ne incontro, però rischio di calpestare parecchi chihuahua al guinzaglio, che in quel quartiere a quell’ora di mattina sono tutti in giro a fare la cacca.

Se c’è una cosa peggiore di schiacciare una cacca di cane, beh, credetemi, è schiacciare un chihuahua mentre la sta facendo. Voglio dire, una cacca si limita a sporcarti la suola, non ti azzanna anche una caviglia e si divincola e ti rimorde il polpaccio e ulula e attira su di te anche l’ira e le ombrellate della padrona cicciona, che si sa che i chihuahua vanno in coppia con le signore ciccione, così alla fine ti ritrovi con un piede dolorante, lividi sparsi ovunque e le scarpe sporche di merda.

Il museo, l’ho detto, ha una parte molto ampia di reperti antichi, gli stessi che se hai già visto il museo che ho nominato poche righe fa o il suo cugino londinese ormai conosci a memoria. Provo comunque, timidamente, a chiedere a Marzia se ha voglia di vedere almeno la sezione egizia, ma vengo minacciato con un khopesh e mi trovo costretto a rinunciare.
Una cosa che ho apprezzato molto di questo museo è la collezione di dipinti antichi, che comprende una bella fetta di opere utilizzate da me e gli altri due stronzi per ARTErnativa, che non sto a spiegarvi cosa sia perché tanto mi leggete in quattro, uno dei due stronzi di cui sopra e altri tre iscritti alla rubrica.
La sezione moderna invece è ricca di cose che non ho capito, qualche Warhol e alcuni bulacchi di Picasso, che arrivati a questo punto sto cominciando a detestare.
C’è un’installazione con delle panchine su cui stanno sedute persone di gesso, è grossa, in mezzo a un corridoio, subito dietro un angolo, e se hai la fortuna di passarci davanti mentre nei paraggi transita una comitiva di orientali non meglio specificati puoi assistere alla buffa scena di una tizia che si fionda, letteralmente, a sedercisi sopra, come se fosse arrivata fino lì a piedi dall’altro emisfero o avesse sognato per tutta la vita di trovare un giorno una panchina occupata da un uomo di gesso in mezzo al corridoio di un museo. Altrettanto buffa è la reazione dei guardiani che, colti alla sprovvista dallo scatto della turista, le si gettano addosso con pochissima della gentilezza che normalmente riservano ai visitatori.

Di questo giorno non ho altro da raccontare, la parte alta di Central Park è carina, c’è questo grosso lago che poi è un bacino idrico che una volta dava da bere alla città, poi Jacqueline Kennedy Onassis ci è annegata dentro e l’ha avvelenato e ha causato un’epidemia di tifo che ha sterminato più della metà dei cittadini e tutti gli indiani d’America, tanto che per mostrarli ai turisti si è dovuto usare quelli delle riserve, e i loro territori sono stati usati per costruirci dei pozzi di petrolio che hanno reso gli Stati Uniti ricchissimi, e quando si sono prosciugati ci hanno messo dentro dei missili atomici con cui minacciare Cuba e diventare la più grande potenza mondiale, e dopo la fine della Guerra Fredda ci hanno costruito dei mcdonalz con cui ingrassare tutti i terroristi che pianificavano attentati e invece sono morti per il colesterolo altissimo, tranne uno che era più furbo degli altri e mangiava solo verdura bollita e infatti ha buttato giù le Torri Gemelle, che difatti quando sono stato a New York non le ho viste.
Il Guggenheim non l’ho visto neanche lui, ed è un peccato, perché da fuori pare che somigli a un grosso gabinetto, ma dentro è pieno di quadri indovina un po’ di chi.

Il giorno dopo invece siamo andati a Ellis Island, e questa invece ve la devo proprio raccontare, perché se vi trovaste a New York e decideste di andare un po’ a vedere questo museo dell’immigrazione è bene che sappiate cosa troverete una volta arrivati là.

Ah, c’erano anche delle vecchie valigie.

Traghetto di ritorno sotto la pioggia, che pare che stia arrivando un uragano, figurati, un uragano a New York, ma che gli fai paura ai niuiorchesi? Ma va, va.
Andiamo a pranzare in centro, che di porcherie sulle isole ne abbiamo già avuto abbastanza a Staten Island, e soddisfiamo la mia passione per il cinema entrando al Kat’s Deli, il ristorante reso famoso da Harry Ti Presento Sally.

L’atmosfera all’interno non è quella tranquilla del deli americano (ve l’ho già spiegato cos’è un deli, si?), qui c’è uno svango di gente in coda per mangiare, perché pare si mangi molto bene, e un altro svango in piedi a fare fotografie o semplicemente a guardarsi intorno, perché il Kat’s Deli è pure un bel posto, pieno di cose appese da guardare, cartelli da leggere e vecchie fotografie.
E poi ci sono quelli che vogliono rifare la scena del film e si siedono al tavolino e cominciano a uggiolare, che se entri in quel momento e non sai di cosa si tratta pensi subito a un attacco generale di colite e cambi immediatamente ristorante.
Doveste capitarci anche voi durante uno di quei momenti gioiosi non fatevi impressionare e ordinate il pastrami, è straordinario.
Dopo pranzo andiamo a cercare Keith Haring e la Keith Haring Foundation.
È successo che due mesi prima di noi Lucilla e Alessandro siano stati in città a fare le vacanze, e si siano dimenticati di visitare il museo dedicato all’artista americano di cui lei è un’appassionata ammiratrice, così la mia fidanzata dallo spirito competitivo ha voluto andarci, fotografarlo e far schiattare d’invidia la sua amica distratta, wo-hoo!.
Solo che il museo di Keith Haring non esiste.
Eh già, la Keith Haring Foundation non contiene quadri, è un ufficio al terzo piano di una palazzina, che gestisce fondi a favore dei bambini malati di aids.
Non molto wo-hoo, vero?
Però l’ingresso dell’edificio e tutto il pianerottolo del terzo piano sono stati disegnati da lui.
Wo-hoo.
E ci hanno regalato delle spille.
Wo-hoo.

E poi via di nuovo in giro per la città che non dorme mai, e neanche noi, che il mal di piedi ci devasta, ma quanti chilometri abbiamo fatto? La prossima vacanza che facciamo invece dell’adattatore per la corrente, che tanto non me lo ricordo mai, mi porto un contapassi.
In un altro punto della città dalle parti di Chelsea troviamo un murale di un altro artista che considero straordinario, stavolta brasiliano, pensa te.
Si tratta di Os Gemeos, dei tizi che avevo già incontrato al museo di arte contemporanea di Lisbona, la scorsa estate, e ancora (in collaborazione con Blu, di cui suggerisco l’imperdibile sito) sulla strada verso l’aeroporto, stessa città.

Il casino di raccontare New York è che non ce la fai ad andare veloce e saltare direttamente alle cose interessanti, perché ce ne sono ad ogni angolo. Posso evitare di soffermarmi sul negozio di costumi di carnevale in cui Marzia si fa ritrarre con la parrucca e il cappello da barbudo, ma devo raccontare del finale di giornata, due ore e passa ad aspettare il tramonto appostati come paparazzi ai giardinetti sotto il Manhattan Bridge, a Brooklyn, che c’è uscita anche la foto della locandina di C’Era Una Volta In America, e lì dietro ci hanno girato anche la scena della discoteca di La 25ma Ora, di Spike Lee, ma non lo sapevo, ma tanto è uguale perché non è che Rosario Dawson sta lì fuori ad aspettarmi, a quell’ora va dal parrucchiere, me l’ha scritto con un sms che custodisco gelosamente dentro un calzino. È per quello che quando cammino zoppico un po’, la storia della ferita di guerra in Vietnam è una balla.

E comunque questo diario americano si è protratto anche troppo, con la prossima puntata lo concludo e basta.


Diario americano – MoMA e Central Park

Uno non può andare a New York senza vedere i suoi musei più famosi, sarebbe come andare a Parigi e non mangiare la baguette, o almeno credo. Cioè, non è che uno a Parigi per forza la baguette, però al Louvre ci vai, e allora a New York puoi anche evitarti l’hot dog al furgoncino per strada, che tanto sa di ceralacca come quello dell’ikea, però al MoMA e al Metropolitan ci devi andare, non ci sono cazzi, perciò così abbiamo fatto anche noi, ci siamo dati due musei in due giorni e il tempo che avanzava l’abbiamo passato a Central Park.

Cominciamo dal MoMA, che è una sigla che sta per Museum of Modern Art, e si trova sulla 53ma, la stessa via dove stavamo noi. Una bella comodità, esci di casa, giri a sinistra, attraversi qualche incrocio e ci sei. Però è ancora chiuso. E alla tua fidanzata fanno male i piedi, perché le All Star che si è comprata il giorno prima le fanno venire le bolle. Allora vai in giro per negozi di scarpe. Io a New York ricordo soprattutto i negozi di scarpe. Li ho girati per qualunque ragione, perché costano poco, perché sono grandi, perché ci trovi dei modelli che invece da noi no, perché mi fanno male i piedi e ho bisogno di scarpe, perché ho bisogno di scarpe anche quando non mi fanno male i piedi, perché mi sa che oggi piove e allora infiliamoci un po’ qui dentro, perché abbiamo camminato tanto e infiliamoci un po’ qui dentro di nuovo, e qualche volta anche perché uh guarda che bella vetrina entriamo a dare un’occhiata?

Se avessi visitato tanti negozi di fumetti quanti ne ho frequentati che vendevano scarpe adesso sarei il fortunato possessore della collezione completa dell’uomoragno acquistata un numero alla volta.

Comunque anche i negozi di scarpe prima o poi finiscono, e nel frattempo il MoMA ha aperto.

Il biglietto costa 20 dollari, secondo wikipedia è il più costoso della città, ma dice anche che è il miglior museo d’arte moderna del mondo e non è vero, che il migliore è a Ronco Scrivia, l’ho inaugurato io nel mio giardino ed è stato premiato come miglior museo d’arte moderna del mondo da una giuria di artisti di fama internazionale che però adesso non mi ricordo come si chiamavano, ma me lo sono scritto su un biglietto, se serve posso cercarlo.

Appena entri c’è questo giardino con delle sculture, dedicato alla fondatrice del museo, la signora Abby Aldrich Rockefeller, moglie del pupazzo che negli anni ’80 fece scalpore a Fantastico in compagnia del suo socio, il ventriloquo Moreno. Una volta raggiunta la celebrità il duo si separò e il corvo in frac si trasferì in America dove prese moglie e investì l’immensa fortuna guadagnata nel nostro Paese nella costruzione di un complesso di edifici sulla Quinta Strada.

Il povero ventriloquo non fu altrettanto fortunato, e dopo aver tentato la carriera di arbitro ai mondiali di Corea finì in un brutto giro di spaccio internazionale di droga.

Il giardino del museo non ospita alcuna opera del famigerato duo, ma una roba di Yoko Ono che però non abbiamo visto perché ci sta sulle balle lei e la sua voce strozzata, e Mark Chapman ha sparato alla metà sbagliata della coppia.

Siamo saliti invece all’ultimo piano con l’intenzione di scendere fino al pianterreno ed evitare così le truppe di bambini in gita.

Appena esci dall’ascensore ti imbatti in Christina’s World, un’opera abbastanza disturbante se pensi che la ragazza ritratta nel campo è la vicina di casa del pittore, affetta da poliomielite, che si trascina verso casa. La visione diventa ancora più fastidiosa quando vieni a sapere che per usarla come modella l’autore andava a prenderla tutti i giorni con la scusa di portarla al cinema e poi la mollava in mezzo al campo, si sedeva alle sue spalle con pennelli e tela e aspettava che si muovesse. Se la ragazza non collaborava la stuzzicava con un bastoncino, o le tirava delle pietre. Terribile, vero? Cioè, una volta passi, due magari ci caschi ancora, ma poi lo capisci che tanto al cinema non ti ci porta.

Proseguendo nella visita si arriva ai pezzi grossi dell’esposizione, sale enormi ricolme di capolavori dove non sai da che parte cominciare e giri inebetito con la bocca aperta piegata un po’ di lato e l’occhio vitreo. Non c’è un’opera inferiore alle altre su cui riposare gli occhi, è un fuoco di fila di titoli che non ci puoi credere, dici ma c’è anche quello? E quello? E pensa, perfino quello! E via così per ore.

Per dire, ti piace Picasso? Ce n’è tanto che per due giorni ho fatto la cacca cubista.

Oppure lo Sgabello Biuso di Duchamp, un oggetto che permetteva di sedersi in luoghi molto distanti fra loro, ma non ebbe il successo che meritava a causa della concorrenza di una nota casa, la Ford, che ne rubò il progetto e lanciò un modello più lussuoso che comprendeva il volante, i sedili in pelle, i fanali e il clacson.

E poi De Chirico, Modigliani, le ninfee di Monet, l’autoritratto con scimmia di Frida Kahlo, quello di quando non si drogava più di Van Gogh, gli orologi molli di Dalì, Warhol.. C’è una concentrazione talmente massiccia di opere famose nei piani più alti del museo che visitare il resto sembra perfino superfluo, oppure sarà che la mia conoscenza dell’arte moderna si ferma ai fondamentali, ma il resto delle sale mi è scivolato via senza grossi entusiasmi, compresa l’incredibile sezione elettronica in cui puoi giocare con le installazioni multimediali, tipo il video degli Arcade Fire.

Dopo una dose massiccia di storia dell’arte bisogna riposare i nostri cervelli poco abituati a tanto sforzo, e quale luogo migliore di Central Park?

Una sala giochi, per esempio, ma non ne ho trovate.

Central Park è.. beh, è un parco, con gli alberi e i prati e i sentieri e le panchine come ogni parco del mondo. Però è grosso. Hai presente un parco grosso? Ecco, Central Park è più grosso. È il doppio. Alle informazioni ti danno una mappa e ti dicono tu sei qui, se vuoi vedere tipo la fontana delle barchette devi andare di là e poi girare a destra al platano.

Ora non dico che sia il parco cittadino più grosso del mondo, probabilmente non lo è, se avessi una connessione internet funzionante puttanazzaeva farei una verifica, ma da qualche giorno Ronco Scrivia è tagliato fuori dalla realtà, devo per forza andare a naso.

Buffo che mi sia riferito a realtà parlando di internet, dite che ho bisogno di un medico?

Insomma, probabilmente il Bois De Boulogne a Parigi è più esteso di Central Park, ma io sto raccontando di New York, perciò stattene.

Decidiamo quindi di visitare il parco in due giorni, dopo i musei. Alla fine della visita al MoMA ci dedichiamo alla sua parte per me migliore, quella sud.

È la metà di parco più ricca, e immagino anche la più frequentata, c’è un sacco di roba da vedere, e ci sono questi enormi massi che sporgono dal terreno su cui la gente va a sedersi.

La prima cosa che facciamo entrando è andare a vedere Strawberry Fields, il giardino costruito in omaggio a John Lennon.

Nell’ultima parte della sua vita Lennon e la zoccolona che si trascinava dietro si trasferirono a New York, al Dakota Building, un palazzone tetro dove Polansky ha girato Rosemary’s Baby. Se pensi che davanti a quello stesso palazzo Lennon c’è anche morto sparato, che la zoccolona infesta ancora oggi gli ascensori del Dakota e che poco più in là sorge il grattacielo scelto da Zuul per farci la sua abitazione, beh, in questa zona di New York aleggia abbastanza sfiga da far crollare il valore di qualunque immobile.

Di fronte al Dakota c’è questo giardinetto rotondo con un mosaico per terra che dice Imagine e i turisti accorrono a frotte. Ci trovi i devoti con la chitarra che lasciano i fiori, ma quando lo visitiamo noi ci sono solo macchine fotografiche e un matto che gira in tondo al mosaico bestemmiando contro chiunque e prendendo a calci le foglie. Tutto sommato preferisco così.

Un altro punto interessante della metà sud del parco è la zona conosciuta come The Ramble, un boschetto fitto dove si incontrano gli ornitologi di ogni tipo, da quelli coi binocoli a quelli col fard. La macchina fotografica appesa al collo mi qualifica come appartenente alla prima categoria, e infatti vengo avvicinato da un gruppetto di tizi col binocolo in mano appostati su una roccia che dà sul laghetto. Sono a caccia del rarissimo Baltimore Oriole, ricercato per tutta la vita perfino da George Harrison, cui il blackbird di Paul McCartney non era mai andato giù del tutto.

“È questo?”, chiedo mostrando una foto che ho scattato cinque minuti prima. Il tizio coi binocoli mi guarda con odio. Uno si stacca dal gruppo e si tuffa di testa nel laghetto delle papere.

Ma non c’è solo il Baltimore Oriole, per il parco si aggira un falco che pare abbia nidificato su un palazzo della Quinta, e ovunque ci sono i cardinali rossi, molto apprezzati perché del tuo otto per mille non se ne fanno niente, e soprattutto una specie di piccioni dal petto rosso, che non ho idea a quale razza appartengano, ma li ho subito ribattezzati pettigrossi.

Dall’altra parte del laghetto sorge un ristorante che oltre a darti da mangiare ti noleggia la barca a remi per fare il romanticone inmezzo all’acqua con la fidanzata e magari andare per fratte dove credi non ti veda nessuno, ma cosa credi, che gli ornitologi siano davvero lì per vedere i passeri?

Di fronte al ristorante dei tizi fanno picchetto e distribuiscono volantini e picchiano sui tamburi facendo un casino che sembra di essere a Times Square. Sono ex dipendenti che hanno stilato una lista lunga così di porcherie commesse dal proprietario dell’esercizio e invitano la gente a non noleggiare la barca da lui, che è un bastardo.

Com’è come non è ogni volta che ci muoviamo io e il Subcomandante Marzia becchiamo uno sciopero. Secondo me lei riceve le segnalazioni sul gps del telefonino e mi ci porta apposta.

 

Bethesda Terrace è quella spianata accanto al laghetto in cui sorge la fontana rotonda, sai quella dove i bambini fanno navigare le loro barchette? Quella dove rapiscono il figlio di Mel Gibson che poi lui va in televisione e dice che se lo possono tenere che lui riscatto non ne paga e i rapitori gli restituiscono il figlio però a pezzi e il film finisce con Mel Gibson che piange con un orecchio del figlio in mano, che poi ne hanno girato una versione diversa perché gli americani sono dei bacchettoni e può essere quella che avete visto al cinema voi, non è difficile capirlo, la versione che dico io dura un quarto d’ora.

Anche le barchette di Bethesda Fountain sono a noleggio, ma qui nessuno picchia sui tamburi per convincerti a boicottare anche questo noleggiatore, si vede che lui è onesto, o più probabilmente i suoi dipendenti sono piccoli come le barchette e li tiene chiusi a protestare in una scatola da scarpe.

L’altra attrazione locale è la statua di Alice, su cui si arrampicano felici i bambinetti. È un piacere osservarli la mattina presto, quando il bronzo della scultura è umido e un po’ scivoloso e i pargoli d’un tratto perdono la presa e si sfasciano i dentini sul Bianconiglio. Ti fa ricredere sulle bruttezze del mondo.

Sennò puoi sempre guardare le baby sitter.

Usciamo dal parco belli ritemprati e ci infiliamo nell’Apple Store sulla piazza, quello col cubo di vetro, che però quando ci andiamo noi è tutto fasciato perché stanno sostituendo i cristalli.

Ci infiliamo giusto, che una volta arrivati in fondo e buttato un occhio alla massa pazzesca di gente ci ricordiamo che a noi piace di più android e usciamo di corsa.appeto music

Lì vicino c’è FAO Schwartz, il negozio di giocattoli che ospita il tappeto musicale con cui si sollazza Tom Hanks in Big, andiamo lì.

Bello è bello, ma resto un po’ deluso, non ci sono montagne di giochi da tavolo da provare, giusto un paio di marionette con cui facciamo gli stronzi, e poi Capitan America all’ingresso non mi fa neanche l’autografo. Molto meglio il suo collega Spiderman che ho incontrato a Lucca anni fa.

La giornata volge al termine, o almeno è quanto sostengono i nostri piedi. Ci trasciniamo fino a Rockfeller Center, ma il negozio dell’NBC ha appena chiuso. Seduti su una panchina raccogliamo le forze per arrivare a casa, e un tizio molto nero con un cappello molto bianco che lo fa sembrare Samuel L. Jackson mi si siede accanto e mi chiede da dove vengo.

 

“Italy”, rispondo. Dice che c’è stato anche lui. Dicono tutti chde ci sono stati, ogni americano con cui parlo è stato in Italia e ha una conoscenza tale che potrebbe venire a fare il ministro per il turismo. Considerato che quel posto da noi lo occupa la Brambilla non è un’idea tanto malvagia, tutto sommato.

Anche Samuel Jackson conosce a menadito ogni città dello Stivale e mi chiede di essere più preciso.

“Genoa”, rispondo. E lo guardo. Fa la faccia che fanno tutti gli americani quando dico Genoa. Quella che significa “Non sapevo che esistesse dell’altra Italia oltre Venezia e Roma”.

Gli chiedo se ha presente il tizio sulla colonna di Columbus Circle, quello per cui lui adesso è seduto sotto il Rockfeller Center con un basco bianco in testa e non in mezzo alla savana a ricorrere un’antilope, ecco, quel tizio è nato a Genova.

Mi guarda come se lo pigliassi per il culo, e già me lo vedo a tirar fuori l’AK47 “accept no substitutes” e puntarmelo in faccia. Scuote la testa e mi chiede se ho intenzione di fermarmi a lungo.

“A week”, gli rispondo.

E lui si accende.

Mi dice, con tutto l’entusiasmo di cui è dotato, di fiondarmi subito a vedere The Book Of Mormon, un musical in scena nel quartiere dei teatri. Dice che è divertente, di più, che “you’ll laugh the shit out of you, man!” e che non posso assolutamente andarmene da New York senza averlo visto.

È stato così convincente che qualche giorno dopo, quando sono andato a vedere Stomp, ho avuto seriamente paura di trovarmelo davanti armato.


Diario americano – Chinatown, palazzi e stazioni

Com’è come non è mi trovo a scrivere il diario della mia vacanza newyorkese a cavallo del decennale dell’attacco alle Torri Gemelle. Che faccio, racconto di nuovo che ci sono stato e c’era il cantiere? Racconto che poi ci sono tornato per infilarmi da Century 21, che è un negozio di abbigliamento che ci sta di fronte e che è così affollato che se gli aerei si fossero piantati lì contro avrebbero fatto il doppio dei morti? Oppure mi prendo una pausa dalla narrazione e mi incolonno dietro il lungo serpentone di giaculanti col mio bel cero in mano e do il mio contributo non richiesto?

Facciamo che invece vi parlo di quando sono tornato da Washington e ci siamo infilati a Chinatown.

La fermata della metro a Canal Street dà su uno stradone piuttosto anonimo e molto trafficato, pieno di negozietti di abbigliamento, elettronica o cianfrusaglie che ricorda molto da vicino Via Gramsci a Genova. Se non siete pratici del capoluogo ligure metteteci pure una via analoga della vostra città piena di cineserie tutto a cinque euri. Se non avete neanche quella non so cosa dirvi, provate a sostituire una decina di negozi della via più periferica che avete con altrettante cineserie, ma se il risultato non è lo stesso non prendetevela con me, io miracoli non ne so fare.

Ma dicevamo di Canal Street, che se uno pensa che Chinatown sia tutta lì potrebbe rimanere deluso, risalire sulla metro e filare via verso nuove e più eccitanti destinazioni, però sbaglierebbe, perché la Lonely Planet, o come la chiamiamo fra noi turisti scammurriati “La Santa”, te lo dice chiaro di avventurarti nelle strade laterali, che sono più interessanti. Ochei, ti dice anche di non andare in giro da solo a Porto o rischi di morire malissimo, e poi la cosa più pericolosa che ti può capitare è di scivolare giù per un marciapiede verticale e fermarti dentro un tram sotto lo sguardo assonnato dei fantomatici “loschi figuri” (li chiama proprio così, loschi figuri, si vede che l’edizione italiana l’ha tradotta Cecco Angiolieri).

Ma stavamo sempre dicendo di Canal Street e delle sue vie laterali, che abbiamo percorso dopo, perché prima c’era da assaggiare la tipica colazione americana: pancakes con lo sciroppo d’acero.

In un deli cinese.

Il deli è quel tipico locale americano che puzza di linoleum unto dove puoi mangiare qualunque tipo di cibo in grado di schiantarti il fegato, dall’hamburger che cola grasso sulle patatine rifritte al riso colloso su cui sono stati avvitati alla meglio dei pezzetti di verdura per dargli un aspetto più invitante. Ci sono stati anche dei deli che sono entrati nella storia per ragioni diverse dal record di infrazioni presso l’ufficio di igiene, e ce ne sono parecchi in cui l’aspetto ricorda da vicino quello di un luogo salubre, ma sono eccezioni alla regola, il deli è sporco e ci si mangia male, punto.

Quello di Canal Street in cui ci sediamo a prendere la seconda colazione è il classico locale fetente con la saliera appiccicosa sul tavolino coperto dalla tovaglia di plastica unta, a venti centimetri dal cuoco messicano che frigge patatine e arrostisce salsiccia.

Per mostrarmi coraggioso con la mia fidanzata ordino anche del bacon come condimento, e quello che mi arriva insieme ai tre frittelloni ne ha tutto l’aspetto, un nastro di carne bianca e rossa fatta saltare in padella proprio come la farei io in casa.

Esattamente come la farei io in casa, facendomi i cazzi miei per un’ora davanti al computer e scordandomela sul fuoco finché il fumo non mi facesse lacrimare gli occhi.

È un po’ come mangiare le pringles ingoiandole intere, o dei vetri, tipo. Però magari all’esofago una scartavetrata ogni tanto fa bene, vai a sapere.

Lo sciroppo d’acero è una di quelle cose di cui senti sempre raccontare, così buono, lo trovi solo lì, da provare per forza, come la Dr. Pepper e le cupcakes, sono in America mi tolgo la soddisfazione, no?

La Dr. Pepper in realtà l’ho assaggiata a Washington, e ho capito come mai in Italia l’hanno messa sul mercato tipo per venti minuti e poi l’hanno ritirata di corsa. Lo sciroppo d’acero è una roba densa che sembra miele mescolato col propoli, forse fa bene per il mal di gola, ma io lo venderei negli stessi negozi della Dr. Pepper.

La via in cui ci infiliamo subito non ha l’aspetto molto cinese, ci sono un sacco di ristoranti italiani e un tizio sulla porta di un negozio indossa una maglietta che dice “cannoli eating competition”. Siamo a Mulberry Street, tutto ciò che rimane del quartiere mammapizzamandolino della città. Non è grande, non è neanche brutta, è un concentrato di stereotipi italiani su una superficie di qualche centinaia di metri, una specie di parco tematico dell’italianità più becera, e neanche tanto aggiornato, se devo dire, per esempio non c’è il tamarro con gli occhiali da sole che sbraita nel telefonino ultra sofisticato bevendosi una ceres coi piedi in un paio di ciabatte di prada appoggiato al suv in doppia fila.

La strada accanto a Mulberry Street si chiama Mott Street, ed è talmente cinese che i cinesi che vengono a visitarla quando tornano a casa loro si sentono spaesati. Non c’è un’insegna in inglese, un negozio occidentale, un banchetto di hot dogs, ovunque ti giri cassette di litchis, quei frutti con la buccia borchiata da non confondere coi leeches, altrettanto commestibili, ma dall’aspetto meno invitante, e poi secchi di rane vive e bianchetti secchi, laboratori di massaggi e agopuntura, soia da appagare qualunque mortaccio, riproduzioni a basso costo di qualunque cosa ti venga in mente compresa tua madre.

In mezz’ora vediamo tanta Cina da toglierci la voglia di oriente per parecchi anni, portiamo via le stanche membra e ci dirigiamo verso la meta successiva della giornata, l’Impero Stato Palazzo.

Avevamo già provato a salirci il primo giorno, ma si avvicinava il tramonto e c’era una coda che faceva il giro dell’edificio. Stavolta entriamo subito, l’atrio è vuoto, saliamo le scale mobili per la biglietteria e finalmente ci troviamo in coda. Per fare il biglietto ci vuole poco, dieci minuti e via, ma subito al di là comincia la coda per gli ascensori, e sono cazzi, perché l’attesa minima parte da 45 minuti, durante i quali ti puoi leggere tutti i pannelli informativi su come l’edificio sia stato modificato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, puoi leggerti un po’ di storia di come l’abbiano tirato su ‘sto gigante, in un’epoca in cui la prevenzione degli infortuni si faceva stando a casa, e puoi scoprire che nonostante i ritmi serrati (è stato costruito in tredici mesi, dico tredici mesi, cinque piani alla settimana) alla fine ci siano stati solo cinque morti, di cui uno investito da un camion e un altro coinvolto in un’esplosione. Puoi scoprire anche che il World Trade Center non si è inventato niente, l’Impero Stato Palazzo è arrivato prima anche lì.

Da settembre 2001 è tornato ad essere il palazzo più alto della città, e quando sei sulla terrazza te lo fa pesare parecchio:

“Ma guarda la gente per strada com’è piccola!”

“Si, è il raduno dei nani, ne ha parlato il telegiornale stamattina. Guarda là invece, le persone normali”

“Uh si, sono molto più alte. Che delusione.”

Dal lato sud, proprio accanto al Flatiron Building, che da lassù è ancora più bello, tutto schiacciato sul suo fazzoletto di terra, si eleva una sontuosa loggia massonica con un compasso disegnato sulla facciata grosso come casa mia. Hai capito Liciogelli?

Vabbè, poi non è che puoi stare tutto il giorno appollaiato lassù a fare le fote, dopo due tre giri di terrazza ce ne veniamo via.

 

Sulla strada per Grand Central Station sbattiamo dentro Sniffen Court, un vicoletto privato diventato famoso per essere sulla copertina di Strange Days dei Doors. Mi faccio una foto a memoria, ma senza i baffoni e un mimo accanto ho un bel cantare pippol ar streing, non ci somigliamo neanche un po’.

 

 

La stazione principale di New York è la più grande del mondo per numero di banchine, significa che quando sei sul binario 11 e l’unica obliteratrice funzionante è al binario 126 fai prima a prendere il treno dopo. L’atrio principale lo conoscono tutti, è quello grande con l’orologio in mezzo che abbiamo visto in un mucchio di film. Ci sono due terrazzini da cui si fa la classica foto con la gente, e quando ci siamo stati noi c’era un signore sudamericano con una grossa canon, prestatagli dal figlio, e non la sapeva usare. Ma tipo niente, né messa a fuoco né tempi di scatto, era solo in grado di schiacciare lì, però voleva fare una foto con l’orologio a fuoco e le persone intorno mosse. E indovina a chi ha chiesto aiuto.

Io non parlo spagnolo, ma la mia fidanzata si, però non era in grado di spiegargli il meccanismo, così io lo spiegavo a lei in italiano, lei lo traduceva alla buona in spagnolo, questo continuava a non capire e io ci mettevo del mio in inglese. Alla fine gli ho preso la macchina, gli ho fatto la foto e l’ho mandato a cagare.

La prossima volta vi racconto dei musei niuiorchesi, che ce la passiamo veloci, che lo so che non siete gente che ci piacciono i quadri, ma due righe ci vogliono.


Diario americano – Washington

Sveglia alle 5, madonne, zaino in spalla e l’aria fresca di Midtown fino alla sede dell’Onu. Di fronte ci sono le torri di Tudor City, dove Sam Raimi ha fatto svolazzare a profusione il suo Spiderman, dall’altra parte Queens è immerso nella bruma e sembra perfino un bel posto. Recuperiamo la macchina e partenza. Sarà la città che non dorme mai, ma in giro alle sei e mezza c’è davvero poca gente.

Attraversiamo il New Jersey fino in Pennsylvania, ma giusto per lasciare Marzia alle porte di Philadelphia, in un paesino pieno di villette nascoste dagli alberi dove l’unico rumore sono le cicale. Quando esci da Manhattan ti accorgi di quanto sia rumorosa quella città, anche quando sei in casa si sente sempre il ronzio perenne dei condizionatori del palazzo, per strada è una cacofonia di clacson, ci sono quei camion col muso in fuori che hanno delle trombe che abbattono i muri, poi arrivi in un posto dove si sentono le cicale e l’aria è fredda e umida e sa di bosco e pensi che vabbè, però in un casino del genere non ci potresti mai vivere.

Ma bando alle bande, bisogna lasciare il Subcomandante nelle mani della sua amica e partire, che questa è una vacanza da uomini. Via di nuovo verso Washington, che dovrebbe distare due ore, ma capita un piccolo imprevisto. Questo.

Immaginate un’autostrada a tre corsie dritta e piatta invasa da un biscione di harley-davidson che avanzano ai trenta all’ora con sopra barbuti sovrappeso. Milleottocento. Un’armata, un battaglione di ciccioni in bandana che salutano gli automobilisti fermi nella carreggiata opposta, e la cosa incredibile è che gli automobilisti costretti a rallentare rispondono al saluto e sembrano contenti di quello spettacolo improvviso che sta facendo loro perdere più di mezz’ora.

In Italia sarebbero stati ricevuti da una pioggia di sputi e consigli professionali per le loro madri, ma qui no, sono tutti felici di questa banda di scavezzacollo al colesterolo e scendono dalla macchina contenti e fanno loro ciaociao e se li ammirano felici. Che fosse un corteo commemorativo l’ho saputo dopo, e mi sono anche spiegato l’entusiasmo, ma in quel momento è stato uno spettacolo da non credere. E comunque, undici settembre o no, non so quanto siano stati felici quelli che seguivano il corteo a passo d’uomo, e avevano davanti un interminabile viaggio fino a New York.

Una cosa che noti viaggiando in autostrada sono le targhe. Ogni stato ha la sua, con tanto di motto stampato sopra. Quello di New York ricorda essere The Empire State, le macchine del North Carolina hanno scritto dietro First In Flight, con tanto di aereo dei fratelli Wright disegnato sullo sfondo. Sulle targhe del District Of Columbia c’è scritto Taxation Without Representation, che sembra una frase polemica, ma lo è davvero, e rimanda a una questione abbastanza spinosa. In pratica lo stato in cui risiede il governo non è uno stato, ma un distretto federale, creato appositamente per ospitare il governo, e i suoi abitanti non hanno diritto di essere rappresentati al Congresso. La frase riprende uno slogan del 1750 che fu tra le ragioni della Guerra di Indipendenza americana, e che citava “No taxation without representation”: i coloni non volevano essere tassati dal governo inglese senza avere una rappresentanza diretta in parlamento a Londra. Allora imbracciarono le armi, oggi scrivono slogan polemici sulle targhe, come cambiano i tempi..

Ma dicevo delle targhe, che è una faccenda divertente. Tu puoi viaggiare e studiarti la storia americana dagli slogan scritti sui bagagliai. Il Kentucky ricorda di essere “The bluegrass state”, come se ci fosse da vantarsi, il Wyoming non ha mai trovato niente di cui andare fiero e non ha nessuno slogan, ma lo capisco, se fossi lo Stato natale di Dick Cheney farei di tutto anch’io per non farmi notare.

Un’altra caratteristica delle targhe americane sono le personalizzazioni. In autostrada ne vedi a pacchi, soprattutto quando un’orda di motociclisti nell’altra corsia ti obbliga a lunghe code. Lobsta, Boysfan, Gooool sono solo alcune e neanche le più cretine che mi siano capitate.

E poi siamo arrivati a Washington.

Una città costruita per essere capitale, la sede del potere giuridico e legislativo e amministrativo e sticazzi. Uno se pensa alle capitali che ha visitato fin lì si trova spiazzato, che Washington è diversa da tutte quante, e soprattutto quando arrivi da quel gigantesco frullatore che è New York non puoi fare a meno di notare l’enorme differenza di questo posto. Ochei, NY non è l’America, ma neanche questo posto si può dire che le somigli, a meno che l’America non sia un grosso museo.

Tutti gli edifici bassi, nessuno che superi i tre piani, strade larghissime e quasi vuote, un’atmosfera sonnacchiosa che ricorda casa mia, palazzoni austeri con pochi negozi. Molliamo i bagagli e la macchina e ci incamminiamo verso la zona dei musei, ma essendo già le due e non avendo mangiato niente accettiamo l’invito di una cameriera elegante e ci piazziamo sotto l’ombrellone di un ristorante molto fico che però fa solo hamburger e birroni. Un pub ripulito, insomma.

Mentre mangiamo noto che il piano regolatore cittadino prevede anche delle vie di evacuazione, indicate da cartelli appositi. Non ci vuole una grande fantasia per capire che non sono state progettate per scappare da un incendio, ed è il momento in cui realizzo davvero dove mi trovo: nel centro del potere, quello vero, da cui dipendono tutti gli altri. Il cortile della casa di Galactus, il divoratore di mondi.

A conferma del mio ragionamento noto qua e là dei cartelli che indicano come nel tale palazzo sia stato costruito un rifugio antiatomico.

Washington è una città costruita a tavolino, un po’ come Brasilia, ma a differenza di quest’ultima il piano regolatore non è ispirato a un aeroplano. A giudicare dall’estensione della metropolitana uno potrebbe pensare che sia stata ispirata piuttosto da una grossa minchia: immaginate che la città copra la superficie di un campo da calcio, i treni sotterranei arrivano solo fino alla metà sinistra e la zona dei musei si estende sul cerchio di centrocampo; nella parte destra del campo c’è il resto dell’abitato, che sarà anche interessante, ma ci passano solo gli autobus, e il vostro albergo sta dalla parte di qua, tipo in mezzo alla gradinata, e già così la stazione della metro più vicina è sulla bandierina del calcio d’angolo. Insomma, una scarpinata della madonna.
Dal viale da cui proveniamo arriviamo dritti davanti alla Casa Bianca, di cui però conosciamo meglio il lato posteriore, quello con la facciata rotonda. Ci sono dei tizi accampati sul marciapiede che protestano e pochissima polizia, perlomeno pochissima visibile: sono sicuro che se accennassi a tirar fuori un’arma verrei abbattuto prima di pensare bang.

Dietro il giardino del presidente si estende il prato più ampio che abbia mai visto, su cui sorge, lì davanti, il monumento a George Washington, e laggiù in fondo, ma proprio in fondo, quello ad Abramo Lincoln.

Il primo sorge su una collina ed è uno dei simboli più celebri dell’impero americano; è lungo ed eretto e si vede da tutta la città. Per fortuna il progetto originale di circondarlo da un basso colonnato non è stato mantenuto, che già così le allusioni si sprecano. Chissà cosa ne pensava Freud.

Dando le spalle al memoriale di Lincoln, andando verso il Campidoglio, si arriva al viale dei musei, e lì c’è da ridere. Ne visitiamo tre, due di arte e uno di testosterone, e ci sarebbe da parlarne per ore solo per decidere quale mi sia piaciuto di più. Vi rimando ai siti, molto dettagliati e con tanto di catalogo delle opere esposte, e poi ditemi se esagero.

Comunque Hopper è il mio pittore preferito, non ci sono cazzi, e trovarmi davanti questo è stato uno dei momenti più emozionanti della vacanza, roba che neanche il cowboy nudo, guarda.

Dopo i musei i memoriali, sempre a piedi, figurati, vuoi mica rinunciare a una bella camminata? Che ti fregano, parti per vedere quello a Lincoln e finisci in quello ai caduti in Vietnam, e ti viene subito da guardarti intorno per cercare un veterano che ti regali uno zippo con scritto “Fuck communism”. Poi torni indietro e ti viene voglia di passare a vederne un altro che è di strada, ma a quel punto ce ne sarebbe di strada alla strada anche un altro, e questi memoriali sono come le ciliegie, però alla fine hai i piedi che ne meriterebbero uno per loro.
La metropolitana di Washington è corta, passa subito sotto la strada e ha dei bei soffitti a cassettoni. Però la fermata più vicina all’albergo resta a puttane e mi pare che abbiamo già camminato abbastanza, no?

Il giorno dopo un altro museo d’arte e la stanza dei bambini più grande del mondo, tanto che riesce a contenere un bombardiere, un concorde e uno shuttle. E la mia erezione.


Diario americano – Downtown

Il venerdì si annuncia carico di aspettativa, che la sera si parte per la capitale e bisogna presentarsi bene, le capitali sono un posto dove la gente è più elegante, prova a girare per Roma o Parigi o Londra e poi confrontale con Busalla o Bidet Sur La Seine o Dangtown, non c’è storia, meglio mantenere un basso profilo e andare a letto presto.

Nel frattempo andiamo a vedere Downtown.
Al capolinea del World Trade Center non ci sono le torri gemelle, ma un grosso cantiere di quello che dovrebbe diventare il palazzo più alto della città, salvo improvvisi affollamenti all’aeroporto.

Il progetto sembra interessante, due piscine a marcare le fondamenta dei palazzi distrutti, un parco tutto intorno, un giro di appalti da sperare in un altro attentato, magari a Queens, che non si riesce proprio a rivalutarlo.
La stazione che collega Manhattan col New Jersey verrà costruita da Calatrava, almeno sulla carta sembra un gran bel progetto, bisogna vedere quando finirà. Per ora il cantiere è parecchio indietro, dell’edificio principale se n’è costruito solo metà, e l’unico modo per completare tutto entro l’undici settembre è con la computer grafica.

Da Ground Zero bisognerebbe andare a Wall Street, giusto per restare in tema, ma in realtà in mezzo c’è il Museo Nazionale Degli Indiani Americani che sta proprio a Battery Park e parla degli indiani. Essendo parte degli Smithsonian è gratuito, ma a dire il vero non contiene molto: per indiani si intendono tutti i popoli che hanno abitato il continente da un polo all’altro e per ognuno c’è giusto una vetrina o due. È tutto su un piano, in un’ora te lo giri tutto.

Dal museo al parco, che sorge nel punto dove i cittadini erano soliti incontrare i mercanti olandesi che venivano a vendere batterie di pentole. Una stele commemorativa all’ingresso del parco ricorda ancora quei momenti felici, interrotti con la nascita delle televendite.

Vicino alla stele c’è una sfera metallica tutta ammaccata, è un monumento che stava sotto le torri gemelle e che è stato recuperato dalle macerie. Intatto. Ne parlarono anche i giornali, lo chiamarono il miracolo di Ground Zero: un oggetto di quelle dimensioni colpito in pieno dal crollo di due grattacieli e neanche un graffio. Purtroppo gli operai che si incaricarono di trasferirlo a Battery Park erano degli inetti, lo caricarono su un’ape senza fissarlo e alla prima buca rotolò per terra. Per percorrere i pochi isolati che separano Ground Zero dal parco ci misero una settimana, e all’arrivo la sfera si presentava con l’aspetto attuale.

A sinistra del parco parte il traghetto di Staten Island, un servizio gratuito che collega Manhattan all’isola che sta davanti e che permette ai residenti della periferia di venire a lavorare in centro e di odiare le orde di turisti che quotidianamente sgomitano per salire a bordo, così tanti che neanche sui barconi dall’Albania. Si perché il traghetto offre una splendida vista di Ellis e Liberty Island, e vale la fatica di imbarcarsi.
L’isola in cui ti scaricano non la visitiamo, quindi non so se valga da sola il viaggio, ci limitiamo a un pranzo veloce da uno dei tanti ispanici davanti al porto, che mi dà tanto riso e fagioli che il viaggio di ritorno dura la metà grazie alla propulsione extra che ci metto io.

Da Battery Park comincia la Broadway, che uno di solito associa ai teatri, i musical, luci e balletti, ma in realtà si tratta di una strada che attraversa Manhattan fino alla sua estremità settentrionale, venti chilometri più avanti, e la zona dei teatri si limita a quella specie di set di Blade Runner che è il quartiere intorno a Times Square. Il resto è piuttosto vario, a seconda della parte di città che attraversa.
La sua sezione più bassa attraversa il Financial District ed è chiamata Canyon Degli Eroi, perché ci fanno sfilare i personaggi che hanno compiuto qualche impresa talmente memorabile da meritarsi una parata dedicata, o per dirla col suo nome, una ticker-tape parade. Le ticker-tape machines erano delle telescriventi utilizzate dagli agenti di borsa per conoscere il flusso dei mercati. C’era questo nastro di carta che usciva ticchettando, appunto, e tu scorrendolo ti informavi sull’andamento delle azioni. Per capirci, è quella che consulta felice Gomez Addams quando scopre che le sue azioni sono precipitate e ha perso un sacco di miliardi. Durante le sfilate gli agenti di borsa si sbarazzavano della cartaccia accumulata lanciandola dalle finestre come stelle filanti. Naturalmente l’attività frenetica della finanza cittadina faceva si che si producessero quintali di striscioline e quindi le ticker-tape parades divennero un’abitudine, si celebrava chiunque, dal generale medagliato della battaglia di Sticazzi all’uomo che per primo percorreva la Broadway a piedi in meno di una settimana senza uccidere la moglie che si fermava davanti a ogni negozio di scarpe.
Ogni persona celebrata nelle parate viene ricordata da una striscia di cemento sul marciapiede della Broadway. Ce ne sono più di duecento, compresi degli italiani, sono sicuro di essere inciampato su De Gasperi e il Subcomandante Marzia ad un certo punto ha commentato con una certa ironia “Guarda un po’, l’eroe!”. Sono andato a vedere, naturalmente era Wojtyla.

 

 

Prima di tornare a casa ci facciamo mezzo ponte di Brooklyn, che è diviso in due corsie, una pedonale e una ciclabile, e se passi di là senza la bicicletta i pedoni ti guardano come se fossi un riccio in mezzo all’autostrada, e non ti ci vuole molto a capire come mai, quando senti il campanello alle spalle è troppo tardi.

 

Alle cinque rientriamo per organizzare la partenza, ma tocca rimandarla, perché insieme al padrone di casa arriva una tempesta con un vento che alla Statua Della Libertà si è spenta la fiaccola, giuro, l’hanno fatto vedere al telegiornale. E non è ancora niente, considerato che una settimana più tardi è venuta a farci visita l’uragano Irene.

Giocare fino a tardi alla playstation in un appartamento di Manhattan è una di quelle cose da provare una volta nella vita: non è in alcun modo differente dal giocarci a Ronco Scrivia, ma chissà perché è più divertente.


Diario americano – Flatiron district

Qui bisogna che ci diamo una botta se vogliamo vedere tutto quello che ci siamo prefissi, il 2012 è vicino e poi non si può più, che ai maya io non ci credo, ma gli americani sicuramente e ho paura che l’anno prossimo chiudano tutta l’America in un’astronave e abbandonino il pianeta in cerca di fortuna, compresi gli speculatori di Wall Street che li hanno messi in ginocchio, al limite se lo dovessero rifare li sparano nello spazio. È questa la ragione che mi spinge a saltare giù dal letto alle sei e mezza come se dovessi andare a spaccare il mondo, vai, porcodue!

Usciamo comunque alle nove, che siamo due pigri di merda, ma nel frattempo posso sedermi sul divano a guardare l’East River.

Il Flatiron Building, pochi lo sanno, è la sede dei Boys, la più recente creazione di Garth Ennis, un fumetto molto violento e molto ironico che racconta quel che non sappiamo dei supereroi. La New York che fa da sfondo alle storie è molto simile a quella reale, salvo che l’undici settembre ha risparmiato le Torri Gemelle a danno del ponte di Brooklyn, e questo fa si che un lettore possa girare la città in cerca di luoghi descritti, lo stesso tipo di turismo cinematografico su cui ho già impostato la vacanza fin dalla sua preparazione.  Della sensazione che si prova a vedere una vignetta dal vivo ha già parlato Scott Ronson nelle sue ottime cronache americane, quindi vado avanti.

Se scendete dalla metro a Chelsea e vi avvicinate lungo la 23rd potete sbattere nel Chelsea Hotel,residenza storica di celebrità e teatro di un altrettanto celebre delitto: fu proprio qui che Nancy Spungen, fidanzata del bassista dei Sex Pistols Sid Vicious, venne trovata pugnalata il 12 ottobre 1978. Si parlò molto della cosa, se ne fece un film, ma la verità venne fuori solo molti anni dopo, ad uccidere Nancy fu il Professor Plum nella sala da biliardo con la chiave inglese. Quel che se ne fece del cadavere non ci riguarda.

Il Flatiron Building è tanto bello fuori quanto anonimo dentro, perlomeno il lato che ti lasciano visitare. I palazzi americani hanno tutti il portiere, un tizio ben vestito che ti osserva quando entri nella hall e non ti stacca gli occhi di dosso finché non te ne vai. A seconda di quant’è abituato ai turisti ti può lasciar pascolare o chiederti subito cosa vuoi, ma se provi ad avventurarti per le scale immagino che sia lì apposta per abbatterti davanti agli ascensori. Almeno questo è lo scopo dei portieri del palazzo in cui stiamo, e mi è sufficiente per non tentare di salire ai piani in nessun edificio in cui mi intrufolo, Flatiron compreso. Peccato, perché sono sicuro che salendo migliora parecchio.

Il vecchio Ferro da Stiro è in pratica anche l’unica tappa della giornata, visto che ci ronziamo intorno per un’ora, ma è un vecchio signore elegante, difficile tirarsene via prima che ti abbia raccontato di quand’era giovane e le macchine avevano le ruote di legno e tutto intorno erano casette basse e nei locali si suonava il charleston e la vuoi una mela cotta e ti ho già raccontato di quand’ero giovane e le macchine avevano le ruote di legno?

Una volta venuti via di lì ci facciamo un goodburger, che sarebbe l’hamburger che ti danno in una delle tante catene, molto buono davvero. Di fronte al ristorante i dipendenti Verisign, una specie di telecom locale, sono in sciopero contro i tagli aziendali, ed espongono cartelli che invitano gli automobilisti a suonare il clacson per manifestare la loro solidarietà. Questo rende il nostro pranzo un po’ rumoroso.

A Union Square, poco lontano da lì, delle anziane signore invitano i passanti a votare per una migliore ripartizione del denaro pubblico secondo un sistema intelligente: in pratica ti danno una bustina con delle monete e ti chiedono di infilarle in contenitori cilindrici su cui sono applicate etichette che dicono “spese militari”, “istruzione”, “cultura” e via dicendo. Una di loro si incarica di registrare le percentuali di voto su un quaderno che poi immagino spediranno a chi di dovere, o conserveranno da sfogliare nelle fredde serate invernali insieme ai nipotini.
Quando scoprono che siamo italiani indovinate di chi ci parlano, scuotendo la testa? Vi aiuto, non è l’ultimo fidanzato della Pellegrini.

Finiamo la giornata in un grande magazzino di Union Square a fare qualche foto dalla vetrata al quarto piano. Come ci sia voluto tutto il giorno è un mistero che non so spiegare, ma la sera c’è da andare a teatro!

Appuntamento a Chelsea, al McKittrick Hotel, un edificio trasformato fino a ottobre in un set dove si tessono le cupe trame di Sleep No More, decisamente lo spettacolo più accattivante cui abbia mai partecipato: arrivi e ti mettono una maschera bianca col becco, da signore veneziano, ti dicono di non parlare con nessuno e ti infilano in un ascensore dopo averti separato dagli amici; quando si aprono le porte non c’è l’orgia di Eyes Wide Shut, ma un edificio su quattro piani in cui sono stati ricavati giardini, stanze, uffici, un manicomio, un salone da ballo e un mucchio di altri ambienti tetri in cui sei libero di girare e mettere le mani. Letteralmente. Puoi aprire cassetti, armadi (in uno c’è anche un passaggio segreto), leggere le lettere e raccogliere indizi per legare insieme le scene cui assisti in giro per l’edificio. Devo dire che, per mio limite, le scene fra attori sono state l’aspetto negativo di tutto lo spettacolo: lentissime, prive di dialogo e quasi sempre risolte in una specie di balletto con i protagonisti che saltano sui mobili; inoltre la libertà di muoversi all’interno della scena diventa un ostacolo per gli altri spettatori, che spesso si trovano a dover sgomitare per capire cosa stia succedendo. Dovessi rivederlo, e lo rivedrei volentieri, eviterei di ciondolare per il palazzo finendo per caso in qualche situazione, ma seguirei un personaggio dall’inizio e guarderei la storia attraverso i suoi occhi. Magari la fattucchiera, che mi ha già baciato una volta, metti che ci esca qualcosa di interessante.

La notte sogno omicidi al rallentatore, ma perlomeno Godzilla non c’è.