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Porto 2012 (Duedidue, come il titolo di un romanzo di De Carlo, ma qui alla fine non muore nessuno)

“Cioè? Una vacanza di un giorno e mezzo e ci dovevi scrivere sopra due post?”

“C’ero anch’io in vacanza e non mi hai neanche nominato!”

“Lascia scrivere di viaggi a chi ne è preposto!”

“Ma si chiama Porto o Oporto?”

“Ganancioso você mesmo!”

“Non sono Paul McCartney!”

Le reazioni alla prima parte di questo viaggio sono state innumerevoli, chi mi ha ringraziato di avere raccontato ancora di quel paese meraviglioso che è il Portogallo, chi si è lamentato perché deve ancora finire di leggere il racconto del viaggio precedente, mai concluso, e vuol sapere se alla fine Lucilla è Paul McCartney oppure no, chi è capitato per sbaglio su queste pagine cercando pornazzi di Holly Michaels e ha subito cliccato altrove.

Quella che segue è la seconda e ultima parte del mio recente viaggio portoghese, dove racconterò delle cantine, della funicolare e della coscia di maiale.

29/9

La prima colazione la faccio in solitaria in un baretto di Rua das Flores, attratto più dal vecchietto al tavolino che dalle delizie servite, che peraltro non ci sono, ma non fa niente, peggio della sbobbazza servita in ostello credo sia impossibile. Mi siedo al banco e ordino un caffè e un pastel de nata: il barista con lo scazzo mi serve un buon primo e una roba tutta spiegazzata e fredda che dovrebbe essere il secondo. E per radio ci sono i Take That. Vabbè, ci ho provato, la prossima volta scelgo un bar senza vecchietti davanti.

L’alternativa non era un bar senza vecchietti, comunque, ma uno bloccato da una folla di ragazzetti con birra e ghettoblasta, evidentemente ancora in giro dalla sera precedente, che io la colazione a birra l’ho vista fare solo a gente con grossi problemi di alcolismo, e allora lo vedi anche tu che quello col vecchietto è ancora la scelta migliore.

La seconda colazione la prendo col gruppo, che nel frattempo si è alzato e riunito nella sontuosa hall dell’ostello.
Ci infiliamo in una pasteleria in fondo a Rua Das Flores, che sfoggia una ragnatela di crepe dove fino al giorno prima stava una vetrina, e probabilmente è per questo che le commesse hanno una faccia che pensi che sia il caso di ordinare alla svelta, mangiare e andare prima che ti menino.

Un altro caffè, un altro pastel, una roba panosa dolce ricoperta del solito tuorlo d’uovo. Alessandro ci casca di nuovo e prende la pesantezza: quando l’inghiotte si apre la porta del locale ed entra l’avvocato del suo stomaco con una citazione per danni.

Al momento di pagare dobbiamo aspettare due ragazzine che si sono comprate un frigo di Super Bock, e non sono neanche le dieci, e stavo appunto dicendo dei problemi di alcolismo.

Foto di gruppo con gatto

Bisogna digerire, che i dolci portoghesi non sono una passeggiata per nessuno, e il modo migliore dicono sia fare due passi, quindi approfittiamo della giornata bellissima e andiamo a piedi fino al ponte di Arrabida, e da lì in traghetto ad Afurada. Il marciapiede è bello largo e pieno di pescatori che tirano su balene, e di ciclisti che tirano su i pedoni perché la pista ciclabile non c’è e se non cammini rasente al muretto ti arrotano, ma il fiume è bello da guardare, e questa parte di città fuori dal centro storico non sarà granché medievale, ma non è del tutto orrenda. Vabbè, tranne quel palazzo lì che proprio non si può vedere.

Passiamo di là donando un euro a un vecchio, bianco per antico pelo, che ci grida di rimando qualcosa in portoghese che non so tradurre, ma che suona così: “O céu nunca vereis, desesperados! Por mim à treva eterna, na outra riva, sereis ao fogo, ao gelo transportados!”.

Ce n’è di gente strana, lascia perdere..

Non è ancora ora di pranzo, ma il mercato del pesce emana profumi che rendono il digiuno una scelta complicata. In un mercatino nel posteggio di fronte c’è un banchetto che vende formaggi e salumi, e ci facciamo tagliare del prosciutto da infilare nel panino. Il banchettaro taglia sei fette spesse un dito e le pesa con cotenna e tutto perché è un astuto venditore, poi ci presenta il conto ed è il momento ilare della giornata: sei etti di crudo affumicato e tre ciabatte a neanche sette euri.

Lucilla e il brontosauro

Dopo il panino col brontosauro sarei anche a posto, ma vuoi rinunciare alla Taberna do São Pedro? È la ragione principale del nostro viaggio a Porto!

Mi faccio, nell’ordine, un’insalata, quattro sardone alla griglia, una patata bollita e due birre, ma sono finiti i tempi in cui con 3.50 ti facevi un piatto di pesce, ora ce ne vogliono addirittura sei, e alla fine il mio conto personale ammonta a nove e spicci. Che scandalo.

Vabbè, bisogna tornare indietro, ma se riattraversiamo poi ci tocca arrivare alla Ribeira e fare il ponte per raggiungere le cantine, che sono la nostra meta successiva, nonché la ragione principale del nostro viaggio a Porto. Si, ma da questo lato non ci sono gli autobus, come si fa?

Provo a chiedere a una vecchietta, che però quando le dico “desculpe, a che oras passau l’autobus por Gaia?” mi guarda come se fossi cretino e se ne va.

Ce la rifacciamo a piedi, tanto è ancora una bella giornata e si cammina volentieri.

Marzia e Paola non ci hanno seguito, hanno ripreso il traghetto per andare a visitare i fantomatici giardini liberty di cui avevamo letto nella Santa Lonely Planet, e che dovrebbero trovarsi a metà strada fra lì e il centro storico. Scopriremo in seguito che di liberty non hanno niente, e sono popolati da pavoni carnivori ghiotti di turisti. Buon per noi che abbiamo preferito infilarci da Ramos Pinto per una visita alle cantine.

La nostra guida è una ragazza dall’espressione simpatica, parla un inglese comprensibile più a noi che agli stessi anglofoni, e non dà neanche troppo l’impressione di odiarci tutti come la sua collega hostess della Tap, o la maggior parte dei camerieri del suo paese. A un americano sessantenne del Connecticut, che la subissa di domande cretine, mostra un sorriso credibile e ride perfino, quando questo si sente incoraggiato a fare lo spiritoso, come se gli americani sessantenni del Connecticut avessero una vaga idea di cosa sia l’umorismo, che la volta che un americano sessantenne del Connecticut si è avvicinato di più al concetto di umorismo ha invaso l’Afghanistan. Il resto della cumpa è composto perlopiù da anziani beoni che vogliono arrivare prima possibile all’assaggio finale.

Il giro è comunque interessante, Ramos Pinto era un vecchio volpone che sapeva vendere, e il suo vecchio ufficio è una meraviglia, su tutto campeggia una cassaforte a due ante che vorresti indossare un cappello a tesa larga e farla saltare con la dinamite, per poi scappare a cavallo inseguito dagli agenti della Pinkerton.

La cantina di Ramos Pinto

Sembra arrivato il momento di provare la nuova funicolare, che dalla passeggiata ti porta in cima al ponte Dom Luis I, tanto a Gaia non c’è altro da fare, e per tornare a mangiare da Casa Adao è presto. Il biglietto costa solo 5 euri, e comprende un assaggio gratuito in un’altra cantina, e chi siamo noi per rifiutare un altro assaggio gratis? Ci infiliamo decisi nei vicoli dietro il lungofiume, scoprendo che quella parte della città è in realtà un set cinematografico: davanti è molto appariscente, dietro fa stracagare.

La cantina ha un aspetto recente, dev’essere sul mercato da poco. Immagino che a Porto non ci siano molte alternative per un lavoro indipendente, o apri una cantina oppure organizzi gite in motoscafo sul Douro, ma in quel caso ti auguro di morire male, che se c’è una cosa irritante è vedere questi barconi da corsa sfrecciare avanti e indietro facendo un casino pauroso e rovinando tutta la bellezza di quell’angolo di mondo, che è davvero uno degli angoli più belli del pianeta. Il vino non è niente di che, e insieme non ci danno i promessi lupini. Per quanto mi riguarda possono anche andare a organizzare gite in motoscafo sul Douro.

Saliamo sulla funicolare che siamo un po’ cotti e ci lanciamo in una sessione fotografica delirante, tutti che fotografano tutto, soprattutto sé stessi, e facendo oscillare la cabina in modo preoccupante.

L’appuntamento con le due disperse dovrebbe essere davanti São Bento, ma non ce n’è traccia. Ci si presentano due opzioni, o sono state rapite o si sono infilate da Zara. “Che vogliamo fare?”, ci chiediamo, “Aspettiamo ancora un po’ o cominciamo a mettere via i soldi per un eventuale riscatto?”.

“Io dovrei ritirare”, fa Antonio, la cui consorte è stata inserita nell’elenco dei dispersi.

“Allora potremmo cercare un bancomat, e ce n’è uno proprio vicino al negozio dei souvenirs orrendi”, risponde ghignando Lucilla, che soffre di una strana malattia che la obbliga a comprare ovunque magneti da frigo.

Ci spostiamo quindi dall’altra parte della strada e cominciamo a passare in rassegna una serie di riproduzioni in plastica di attrazioni del Portogallo, tutte prodotte da un’azienda che dopo averle stampate e colorate le sbatte in un forno e le scalda finché non perdono la loro forma originaria.

Resto per un po’ indeciso se buttare via i miei soldi su una miniatura della francesinha, il piatto tipico portoghese a forma di animale spiaccicato sull’asfalto, o su quella della Torre dos Clerigos sciolta dal raggio della morte, poi un messaggio di Marzia mi riporta a più miti consigli: non sono state rapite, erano da Zara, e un po’ mi spiace, che pagare un riscatto costava meno.

Ci riuniamo in ostello, e dopo una breve sosta in camera per mollare chi i sacchetti e chi la cacca, ci consultiamo per la cena. Su tripadvisor vengono proposti diversi ristoranti mai provati, e optiamo per uno che si chiama tipo Alfasud. Si trova vicino alla chiesa di Trindade, sopra Aliados, la grossa piazza del municipio. Quindi per questo viaggio basta Ribeira. Vabbè.

Non era Alfasud, era Antùnes, che sta in una stradina insignificante a metà fra la decadenza del centro storico e lo squallore di una periferia. La specialità del ristorante è il pernil de porco, che traduciamo frettolosamente in stinco di maiale, stupendoci delle sue dimensioni quando ce ne presentano in tavola uno, smezzato fra me e Alessandro.

“Ragazzi, questo non può essere un maiale, quale mostro ha uno stinco grosso come un casco da motociclista?”

Plesiosauro al forno

Non è maiale, è il segreto dell’economia portuense, come scopro qualche tempo dopo, consultando un libro. In pratica funziona così, i pescatori prendono il mare, catturano un plesiosauro e, dopo averlo macellato, lo dividono fra i ristoranti della città. Alcune parti della coda vengono servite con le patate e si chiamano pernil de porco, con le pinne carnose si fanno i prosciutti, che poi ritrovi al banchetto dei salumi del mercato di Afurada, e dalla carne del collo più tenera si ricava il bacalhau.

A questo punto devo aprire una parentesi e raccontare un episodio risalente a due anni fa, durante la nostra visita precedente.

A quei tempi Lucilla aveva sviluppato una sorta di psicosi nei confronti delle patate fritte tagliate a rondelle. Sosteneva che erano più buone, si cucinavano meglio e non so più quali cazzi, e ogni volta che si andava al ristorante, cioè sempre, le chiedeva al cameriere, spiegandogli a gesti che non voleva quelle a bastoncino, ma quelle rotonde. Potete immaginare la faccia di un tizio che vede una donna straniera agitarglisi davanti, parlargli in una lingua incomprensibile ed esibirsi in una serie di gesti palesemente scurrili. Alla fine la malcapitata riceveva comunque le patatine a bastoncino, e andava su tutte le furie. L’ultimo giorno di vacanza, in un ristorante di Lisbona, si risolse ad acchiappare per il bavero il cameriere e a trascinarlo fino al tavolo accanto, per mostrargli il piatto di patate fritte a rondelle che era stato servito a un signore coi baffi.

“Voglio quelle, capito? Quelle! Occhei? Occhei? Quelle!”

Naturalmente ci trattarono malissimo per tutta la cena, e non oso immaginare quali fluidi organici finirono nelle nostre ordinazioni prima di essere servite.

Insomma, presentarsi con Lucilla in un ristorante portoghese era una cosa che ci riempiva di apprensione, nonostante il suo fidanzato ci avesse garantito che nei due anni trascorsi da quell’episodio si era messa in terapia, ed era migliorata parecchio:

“Il medico che l’ha seguita è riuscito ad eliminare il suo comportamento maniacale quasi del tutto”, ci aveva raccontato all’aeroporto di Milano. “Ora presenta un’ossessione maniacale per i magneti da frigo, ma almeno non rischio la denuncia ogni volta che si va a cena fuori.”

In effetti Lucilla appare mansueta, nonostante ai tavoli vicini vengano servite porzioni mastodontiche di patate fritte a rondelle non sembra farci caso, ordina un’orata al forno con le foglioline di insalata e sorride compiaciuta al cameriere.

Tutto sembra procedere senza intoppi, finché ad Antonio arriva il bacalhau, che quasi non si vede, completamente immerso nelle patate fritte.

Sul tavolo cala il silenzio, tutti guardano Lucilla, Lucilla fissa il piatto di Antonio, Alessandro sbianca, Marzia cerca di allontanare i camerieri dalla sala.

“Ne.. ne vuoi una?”, chiede Antonio con un filo di voce.

“No, grazie Antonio”, replica Lucilla in un tono assolutamente normale, come se gli avesse detto “le tre e un quarto”, e tutti riprendiamo a respirare.

Poi si alza.

“Lucilla, dove vai? Tutto bene?”, le chiediamo allarmati.

“Vado a prendere una boccata d’aria”, replica, ed esce. La ritroveremo in ostello molto più tardi, seduta sul letto, con la bocca piena di magneti da frigo.

Nel frattempo la cena va avanti, il cameriere somiglia a Diego Milito quand’è arrivato al Genoa, coi capelli leccati dalla mucca e la faccia da ragazzino sfigato. Ci vengono serviti i dolci, che sono una cosa agghiacciante come ormai ci aspettiamo tutti: Alessandro prende una vecchia conoscenza coi biscotti e la crema, io e Antonio ordiniamo la goiabada, che è la sostanza più densa dell’universo, anche più dell‘inertron. Avete presente la cotognata? La goiabada è più densa. Avete presente la ghisa? La goiabada è più pesante. Avete presente il Mar Morto? La forchetta nel Mar Morto si immerge più facilmente che nella goiabada. Perlomeno è buona, ma ci vuole un bicchiere di digestivo per mandarla giù, e il padrone del ristorante che mi ha visto terminarla viene a congratularsi di persona e mi offre una brocca di stravecchio che ci vogliamo in sei a finirla.

E poi anche questo viaggio è finito ed è ora di tornare a casa. Ci mettiamo la sveglia prestissimo, poi la rimettiamo presto, che il mio telefono è ancora impostato sull’ora italiana e alle quattro non devi andare da nessuna parte, poi chiediamo alla ragazza alla reception di chiamarci un taxi, ma non è capace a trovare il numero e ci chiede se lo vogliamo davvero.

“No, volevamo fare gli spiritosi!”, ribatte acida Marzia, cui non è andata giù la doppia levataccia.

Alla fine dobbiamo comunque andare in metro, che la ragazza della reception sta cercando il numero ancora adesso.

La biglietteria alla stazione di São Bento non accetta né banconote né lusinghe, vuole gli spicci, ma non ne abbiamo, perciò decidiamo di fare i portoghesi, che quando ti ricapita di poterti sentire veramente uno di loro? Che poi lo so che è un detto che non ha niente a che vedere con questo popolo, ma mi faceva ridere, l’ho detta.

Il Portogallo che mi sono portato a casa.

 

L’ultimo pastel de nata all’aeroporto spero che non fosse davvero l’ultimo perché l’ho scaldato nel microonde ed è venuto fuori una merda.


Porto 2012

Sarà che a noi i posti affollati non piacciono granché, o che la luce del Portogallo rende tutto più gradevole, fatto sta che ci siamo messi via due soldini e siamo partiti per un fine settimana nella città più portoghese di tutto il Portogallo, Porto.

Non era la prima volta, già due anni fa passammo una splendida settimana in giro per le strade ripide del suo centro storico, fra il lungofiume della Ribeira e i profumi del Mercado do Bolhão.

Il bagaglio è composto da due trolley, uno di abiti e roba che normalmente ci si porta in viaggio, l’altro contenente aggeggi elettronici e un asciugamano che non si sa mai, come insegna Douglas Adams. Chi dovesse fregarmelo si guadagnerebbe l’equivalente di uno stipendio. Alla Malpensa ci comunicano che dovrà essere caricato nella stiva, perché l’aereo è piccolissimo, tipo un apino con le ali, e il pilota ha già dovuto lasciare a terra il suo secondo per mettersi in cabina la valigia di una signora di Parma. Considerato che non ci penso neanche a mettere un computer, due macchine fotografiche e un lettore mp3 nelle mani dei portabagagli di Milano, finisco per tenere tutto in mano e lascio nella stiva un trolley vuoto. L’asciugamano me lo lego in testa tipo turbante.

L’apino con le ali della Tap Portugal

L’aereo è veramente minuscolo, trentasette posti a sedere, ma è comodo e non ti fanno le menate per il bagaglio a mano, come per esempio un’altra compagnia a caso con un’arpa disegnata sulla coda. E se proprio devo dirla tutta non ti rompono neanche il cazzo ogni cinque minuti per tutto il viaggio con annunci per comprare qualunque cosa,  dai grattaevinci (ma ti pare, i grattaevinci sull’aereo, e allora perché non mi metti anche due slotmachine al posto dei cessi) ai peluscini a forma di aereo con l’arpa disegnata sulla coda, ai biglietti del treno per Catanzaro.

Delle due hostess di bordo una sembra il cavallo di Guernica su cui un vandalo abbia disegnato un rossetto viola con un pennello cinghiale; ha questa macchia viola intorno alla bocca che le conferisce un aspetto da carnefice pop, e quando ti chiede se vuoi qualcosa da mangiare non puoi fare a meno di pensare a Warhol, o a Dalì; l’altra hostess è carina, ma ha uno scazzo cosmico, si vede che nella precedente occupazione faceva la cameriera.

Quando ci mostra le vie d’uscita lo fa di fretta, come se la cosa non la riguardasse e fosse solo lì a sostituire un’amica che è andata un momento in bagno. Il messaggio che trasmette non è “prestami attenzione se ti preme la vita”, è più “mi hanno detto che dovrebbe esserci un’uscita anche da quella parte”. In realtà non gliene frega niente, è stanca di vivere e ci odia tutti; probabilmente sta meditando di sabotare uno dei prossimi voli e schiantarsi sui Pirenei.

Sui voli Tap si mangia bene, il pranzo a bordo consiste di una ciotola di riso con pollo e pancetta, un panino, una porzione di burro salato e mezza mela a pezzetti, più una bevanda a scelta. Grazie al coraggioso sacrificio della mia amorevole fidanzata riesco a barattare un’altra porzione di riso con qualche pezzetto di mela, e innaffio tutto con una lattina di sagres. Avevo espresso il desiderio di celebrare il mio compleanno bevendone una, ma questa non vale, dal finestrino non si vede il Douro.

Dal finestrino non si vede niente, per la verità, giusto un po’ di azzurro in alto se strizzi gli occhi.

Poi all’improvviso le nuvole si diradano e sotto c’è il Portogallo. Scendiamo rapidi e riconosciamo i primi ponti, la Ribeira, il Dom Luis I. È un’emozione che francamente non mi aspettavo. Sono felicissimo di essere di nuovo qui.

Il meglio di Porto al finestrino: la Ribeira, la Sè, il ponte.

Atterriamo, recuperiamo il bagaglio in un momento e usciamo a prendere un taxi. L’aeroporto è piccolo e quasi deserto, perlomeno quando arriviamo noi. Il taxi è già lì che ci aspetta, gli spiego l’indirizzo e si parte. La periferia è squallida come tutte le periferie del mondo, ma già a Trindade si capisce che sta per succedere qualcosa. Girato l’angolo ci troviamo giù per la piazza di Aliados e i miei compagni di viaggio non trattengono un gemito di gioia. Io sono quasi commosso. È pazzesco quanto questa città mi sia rimasta nel cuore, davvero.

Davanti all’ostello ci congiungiamo agli altri due membri del gruppo, arrivati in mattinata, Paola e Antonio; sbrighiamo le formalità di reception e molliamo i bagagli. La camera è un buco di merda peggio di quella di Lisbona, ma dal terrazzino ti affacci su Rua das Flores, che è un bel vedere, con le sue case ricoperte di piastrelle. E poi sono solo due notti, chi se ne frega! Il tempo di posare le valigie e siamo di nuovo per strada ad affrontare la prima di innumerevoli salite.

Prima tappa alla Livraria Lello, che conosciamo per avere visto le foto su internet: è tutta di legno, un capolavoro di liberty, con una vetrata sul soffitto che noti solo se alzi gli occhi e poi ti chiedi perché non l’hai notata prima, e gli scaffali decorati e pieni di libri antichi, ma soprattutto una scala pazzesca che sale fino a metà, si raddoppia, torna indietro, si riunisce e risale, coi gradini arrotondati colorati di rosso, come un ruscello che venga giù da chissà dove in mezzo al negozio. Le foto sono proibite, e quasi è un sollievo, che non mi sento in grado di fermare tanta meraviglia nello spazio limitato di una cornice. Per compensare ciò che non potrò portarmi via tocco tutto, i corrimano, la balaustra, il corpo sinuoso della scala, ma non basta mica. Dovrei comprarmi un libro fotografico dedicato al negozio, solo che costano una fortuna, un semplice segnalibro te lo danno per due euri e mezzo, capace che per una pubblicazione di venti pagine ti partano quindici venti euri come niente. Senti Lello, hai un bel negozio, ma sei un avido, vaffanculo.

Dopo la cultura è il momento di riempirsi la pancia: il bar panificio pasticceria davanti alla Igreja dos Clerigos è ricolmo di meraviglie proprio come lo ricordavo. Due pasteis de nata e un bicchiere di succo d’arancia per me, quattro frittelline di carne per la fidanzata, una roba gigantesca e inquietante per gli ultimi aggregati, che sinceramente non so dove trovino il coraggio di mangiarla, io neanche ci avvicinerei le mani a una roba così, metti che mi morde.

È sufficiente un’immagine per convincere la BCE a cancellare il debito portoghese? In questo caso credo di si.

Ormai tra l’arrivo, la sosta in ostello e quel minimo di nutrimento non è più ora di fare i turisti, la giornata è praticamente agli sgoccioli, e poi Porto l’abbiamo già girata tutta nella visita precedente; molto meglio, perciò, dedicarsi subito allo shopping, e mi ricordo che c’era un bel negozietto appena fuori dal Mercado do Bolhao dove due anni fa comprammo la nostra bottiglia di porto.

C’è ancora, si chiama Comer E Chorar Por Mais, che è un modo di dire portoghese che sono sicuro che saprete tradurre anche da soli (me lo auguro, almeno, che io non ne sono capace). È un negozio fondato addirittura nel 1912, ma nel frattempo ha cambiato proprietario, e quello che ci offre assaggi di tutto quello che c’è in vendita non è una riproduzione locale della mummia di Tutankhamon, ma un simpatico signore sui sessanta. Cerchiamo di ripagare la sua gentilezza uscendo con una borsa di salami e formaggi da nutrirci per qualche mese, ma ci ho lasciato le pere secche, ne soffro un po’.

Ultima meta la Ribeira, che poi è la ragione principale per cui siamo tornati a Porto. Non esiste una sensazione altrettanto magica di guardare la zona del lungofiume dalla sponda di Gaia, con quelle case colorate ammassate una sull’altra e il ponte come un mostro di metallo pronto a mangiarsele.

Vabbè, si, quando ti portano il conto mentre stai riverso sul tavolo del ristorante a cercare di digerire la quantità spaventosa di pesce che ti sei cacciato in bocca, e scopri che hai speso poco più di dieci euri provi qualcosa che ci si avvicina molto.

Però è qui che desideravo bermi la mia sagres, seduto al tavolino di un baretto sovrastante il lungofiume, a guardare le barche, e il ponte, e Gaia dall’altra parte del fiume, e la gente che passeggia sotto di me, e ancora il ponte, e Gaia, ammazza se è brutta Gaia, e il ponte, che belin, è proprio imponente, e il cameriere che si fa i cazzi suoi e io intanto vorrei un’altra birra.
Non ci andiamo adesso a bere la sagres, che è quasi ora di cena: stiamo un po’ a ciondolare davanti al Douro, poi attraversiamo il ponte giusto in tempo per goderci il tramonto sulla città vecchia, e andiamo a cena da Casa Adao.

Il proprietario è un signore piccoletto con dei grossi occhiali e il fare un po’ burbero, molto disponibile e piuttosto divertente quando si mette a insegnare a Marzia la pronuncia corretta di não, per dire no invece di nave. Dopo averci servito un polpo grigliato da sfamarci una portaerei ci annega nella ginja e poi torna un’altra volta a servirci le ciliegie sciroppate da mangiarci insieme, solo che fa casino e le rovescia tutte addosso a Paola.

Usciamo gonfi come bibini, ma la notte è giovane, c’è ancora tempo per un caipirão, il liquore tipico portoghese, ci spiega il cameriere, e c’è da chiedersi come abbia fatto un popolo capace di eleggere a bevanda nazionale una roba che sa di fluimucil a non essersi ancora estinto.

(continua e finisce nel prossimo numero, come Martin Mystère)


Diario portoghese 7 – Gialloporto

Riassunto delle puntate precedenti:
A parte che se volete sapere cos’è successo ve lo leggete, che basta scorrere col mouse verso il basso, non è difficile neanche per dei ritardati come voi, ma ho deciso di mettere un riassunto perché avevo lasciato la storia a metà di un punto in cui era facile perdersi per chiunque, figurarsi per dei decerebrati come i miei lettori. Non vi ci abituate, la prossima volta invece del riassunto capace che ci metto un quiz a domanda multipla, giusto per vedere se siete stati attenti. Siete delle bestie.Dicevo il riassunto: Preso il porto di Porto andiamo in stazione a vedere due orari, che c’è da partire, e già che ci siamo cerchiamo una bottiglia di roba bevibile, che quella che abbiamo nel sacchetto è una sbobbazza da turisti.L’imponente edificio si trova dietro Praça da Libertade, in una zona bombardata dalla crisi e da quella misteriosa voglia di scappare che ha contagiato la città: tutti i negozi chiusi, tutti i palazzi vuoti. Di fronte all’ingresso un leone di pietra sbadiglia di noia a dover sorvegliare una facciata piena di finestre sfondate. Un po’ più in là un palazzo suggerisce di recarsi da lui per comprare bene e a poco prezzo, ma sbirciando le vetrine al pianterreno ti accorgi che dentro non c’è nient’altro che polvere e ragnatele.Il piazzale della stazione è delimitato da un corrimano in pietra, su cui un distinto signore si appoggia per osservare il viavai dei tram. Ha lo sguardo severo, forse giudica frettoloso quest’abbandono del quartiere, ogni tanto si infila in bocca uno spicchio d’arancia per meglio sopportare la solitudine.
Quando gli passo vicino rigurgita una pallina di bolo arancione giù dal muretto e si mette a sputazzare semi e sugo con un rumore liquido. Entro velocemente in stazione.L’atrio è sontuoso, tutto ricoperto di azulejos, decorazioni liberty, un bell’orologio in ferro battuto, i barboni se lo devono proprio godere un posto così.
Troviamo l’ufficio informazioni e ne chiediamo alcune per il nostro viaggio dell’indomani a Viana Do Castelo, dove si tiene una delle feste più importanti del Paese.
L’impiegato deve aver passato la giornata ripetendo sempre quello, perché appena gli siamo davanti ci mette in mano un foglio con tutti gli orari utili e inutili, prima ancora che apriamo bocca.
Bene! Lodi sperticate all’efficienza portoghese, che non paga sugli autobus ma ci fa prendere il treno! Andiamo a cercare una bottiglieria!

Dalla stazione giriamo di là, poi andiamo in su verso una strada che non conoscevamo, poi di nuovo in là, e di colpo ci troviamo in un viale pedonale pieno di gente, baretti, negozi di marca, ristoranti, cinema.. La via dello struscio! Ecco perché Porto è sempre deserta, vengono tutti qui!

Ormai è ora di chiusura e metà dei negozi hanno le serrande abbassate, ma c’è ancora molto viavai, la strada è lunghissima, ci vuole un po’ perché si svuoti. Maledizione, abbiamo scoperto l’isola del tesoro a libro ormai concluso, questa volta Jim Hawkins dovrà tornare a mani vuote dalla sua povera mamma. Domani andremo via senza aver fatto neanche un giro in questa parte di città così spendereccia. La lista delle cose da fare nella prossima visita in Portogallo si sta allungando.

Prendiamo una via laterale e arriviamo di fronte al Mercado do Bolhão, e proprio lì accanto notiamo una vetrina piena di leccornie, formaggi di capra, prosciutti affumicati e bottiglie di porto.
Il gestore è un signore molto disponibile che ci fa assaggiare un mucchio di roba mentre la commessa impacchetta la bottiglia di Ramos Pinto che cercavamo. Ecco un altro negozio da tornare a visitare in futuro.

Si è fatta l’ora di cena, contattiamo i nostri amici per darci appuntamento in piazza e andiamo prepararci.
Poco dopo siamo di fronte al McDonalds Imperial di Porto a guardare Alessandro con facce interrogative.

“Come sarebbe che sta male? Cosa le è successo?”
“Abbiamo passato la giornata a visitare cantine, ci saremo scolati tre bottiglie di porto in due. La poverina non regge l’alcool.”
“Ha vomitato?”
“Tantissimo. E faceva dei versi orrendi tipo BUAARGH! SBLEEEEUGH!”
“Ma che schifo!”
“E questo è niente! Quando ha cercato di tenere la bocca chiusa per limitare il rumore sono venuti fuori dei sibili gorgoglianti che mi hanno fatto temere di essermi fidanzato con una creatura inventata da Lovecraft, roba tipo HSSGLGLGLSSSRRRGHSSSGLGLRGH! Senza contare che per la pressione ha spruzzato tutto attraverso i denti, imbrattando le pareti del bagno in un modo che solo a pensarci mi viene voglia di andare a dormire da un’altra parte! Persino il barbone che dorme con noi si è lamentato, ed è uno abituato a vivere duramente.”
“Ma se sapeva di non reggere l’alcool perché ha bevuto così tanto?”
“Ma ha bevuto pochissimo, giusto mezzo bicchiere, il resto me lo sono calato io. Eppure è bastato quello per farla uscire di testa, prima si è messa a ridere e a cantare stornelli in romanesco in mezzo alla cantina, non vi dico la figura, poi ha insultato il cameriere perché insieme al vino ci voleva anche i popcorn. Figuratevi questo, nella cantina più esclusiva della città una romana ubriaca gli chiede i popcorn, come pensate che possa aver reagito?”
“Le ha ricordato chi è il suo presidente del consiglio, suppongo.”
“No, ha fatto finta di non vederla. Si è messo a fissare un punto del locale e ci ha ignorati per il resto della degustazione.”
“Tipico dei camerieri portoghesi. E poi?”
“E poi basta, quando sono riuscito a schiodarla da lì l’ho trascinata fuori.”
“Ha dato ancora in ecandescenze?”
“No, poi le è venuta la ciucca triste e si è messa a piangere, ha detto che nessuno la capisce, che non ha più l’età per fare la scema, che vuole adottare un gattino e Lazio merda.”
“Scusa ancora una cosa, Alessandro..”
“Dimmi pure”
“Perché sei tutto sporco di sangue?”

Dopo un paio di giri a vuoto optiamo per un ristorante dietro la piazza, un posto mediocre che sta accanto a uno superlussuoso e a una bettola ignobile. Il cameriere è fin troppo gentile, quasi servile nei suoi modi, probabilmente ci odia, anche perché Alessandro gli sta gocciolando sangue sul pavimento da quando siamo entrati.

20/8

Dacci oggi la nostra agonia quotidiana

È il giorno della gita fuori porta, appuntamento in stazione per andare a Viana Do Castelo, dove si tiene la festa annuale di Nossa Senhora De Agonia. Si tratta di una processione, un pellegrinaggio o romaria, come lo chiamano qui. Ci sono donne col foulard in testa e la vetrina dell’orefice appesa al collo, ci sono dei tizi mascherati da giganti, ci sono le bancarelle che vendono prosciutto affumicato, ma soprattutto ci sono i tamburi. A decine, a centinaia, i tamburi sono ovunque, e li senti da lontano col loro incalzare minaccioso, come un battaglione di Uruk-Hai.

La nostra mattina invece comincia col suono più amichevole della macchinetta del caffè del bar in faccia alla stazione. È buono il caffè in Portogallo, non so se l’ho già detto. Il mio preferito è il Delta. Il barista è organizzatissimo, ha coperto il banco di tazzine, ognuna col suo cucchiaino e la sua bustina di zucchero, solo che Marzia vuole due bustine, e ne prende una da un piattino vuoto. A quel punto il barista, che nota l’incongruenza nel programma, si gratta la testa perplesso, quindi sposta una bustina da un altro piatto, ma non risolve il problema. Ne prende una da un terzo piattino e la pone al posto di quella che ha tolto, ma ancora non va. Non si capacita di come possano esserci tanti piattini, tante tazzine, tanti cucchiaini e una bustina di zucchero in meno. Alla fine decide di tirar via tutto dal banco e ricominciare da capo, ma a quel punto noi siamo già andati via.

Arriva della musica dalla stazione, e che sarà? È anche venerdì mattina, non il momento migliore per mettersi ad ascoltare la radio a quel volume che distorce tutto.
Avvicinandoci realizziamo che non viene dalla stazione, ma da un pulmino parcheggiato davanti pieno di bandiere rosse al vento: sono i comunisti portoghesi che distribuiscono volantini. Nella mia vita ho già avuto a che fare coi socialisti di Velletri, ora mi mancano solo i democristiani del Punjab.

Alessandro e Lucilla ci aspettano davanti alla biglietteria, anche loro col volantino rosso in mano. Non c’è niente da fare, per un italiano incontrare un comunista è come trovarsi di fronte un panda nano, lo tratta con ogni riguardo per paura che gli si estingua davanti.

C’è ancora un po’ di tempo prima del treno, giusto quello che occorre per una bella colazione a base di.. “quel tortino lì che mi sembra tanto gustoso”.
Gustoso lo è, niente da dire, ma la carne tritata alle sette e mezza è un ostacolo un po’ difficile da superare.

Il treno portoghese è diverso da quelli italiani, intanto per cominciare funziona, tutto, non una carrozza si e due no, e poi ha le porte che si aprono, i sedili interi, e nonostante questi bonus riesce anche a rispettare gli orari.

Durante il viaggio, che dura un’ora e mezza, si riempie all’inverosimile, tanto che ad un certo punto il controllore deve aprire uno spazio extra in testa al convoglio, dove di solito si tengono le merci ingombranti, tipo le biciclette, o le bare, nel caso di funerale in treno locale, che ultimamente va un casino, ne hanno parlato anche su una di quelle riviste di trend, che è il termine con cui si definisce una moda legata alle ferrovie, trend.

Fra i vari personaggi che vanno alla romaria di Viana notiamo una signora col testone vestita da materasso e la ragazza di Pippo, che è una che conosco io che sta con uno del mio paese, perciò la cosa andrebbe classificata come gossip locale, ma trovandoci su un treno che fa tutte le fermate ci sta.

“Senti un po’..”, mi dice Marzia ad un certo punto, distogliendomi dall’osservazione dei passeggeri,
“Non ti sembra che Lucilla abbia qualcosa di strano?”

La guardo perplesso, poi guardo Lucilla, che è seduta un po’ più in là e dorme col cappuccio della felpa tirato su, poi riguardo Marzia.

“Si, ora che me lo fai notare quel cappuccio la fa sembrare uno degli avvoltoi di guardia al castello del Principe Giovanni, nel Robin Hood della Disney.”
“Ma no, guarda meglio!”

Riguardo meglio, ma continuo a non vedere niente di strano.

“Ha il push-up?”, azzardo.
“Secondo me non è lei.”
“Come non è lei? E chi dovrebbe essere?”
“Ieri sera Alessandro è venuto al ristorante da solo, dicendo che lei stava male, ed era tutto sporco di sangue.”
“Si, ha detto che si è ferito radendosi.”
“Ma non si era fatto la barba! Non ti sembra una cosa strana?”
“No, anch’io di solito mi ferisco radendomi e poi non mi faccio la barba, perdo tanto tempo a ricucirmi le ferite che non me ne resta più per fare altro.”
“Io credo invece che l’abbia uccisa e poi sostituita con un sosia!”
“Quando torniamo a casa ti tolgo la televisione, vedi troppo Chilavisto!”

Al momento di scendere passiamo per il compartimento extra di cui sopra, che alla fine del viaggio ospitava fra le settanta e le ottocentoventi persone, ha raggiunto una temperatura e un tasso di umidità che neanche in India e quando si aprono le porte ed entra l’aria più fredda dell’esterno comincia a piovere.


Diario portoghese 8 – Viana Do Castelo

Alla stazione di Viana c’è un bel sole, e la fiumana di gente che attraversa i binari fa pensare a qualche apocalisse in corso, però allegra, che durante le apocalissi di solito piove. Tutti sciamano giù per il viale, salutando le due statue dei ballerini che se ne stanno piantate in mezzo all’ingresso e fan sempre lo stesso passo, uno di qua e l’altra di là, che ballo sia poi io non l’ho mica capito. Tutti sciamano e vanno a sistemarsi lungo la strada decorata a luminarie, che sta per cominciare la processione, e così facciamo anche noi.

Appena voltato l’angolo ci finiamo dritti in mezzo, un casino di uomini coi tamburi, donne con lo scialle colorato, personaggi dalla sessualità incerta mascherati da giganti col testone di cartapesta, tutti lì a girare intorno come prima di una gara; gli orchestrali si aggiustano i cerotti sulle dita, che martellare per ore sul tamburo ti fa venire delle vesciche grosse che sembrano pomodori, le donne si dividono per colore, quelle con lo scialle rosso parlano male di quelle con lo scialle verde, quelle gialle criticano le viola, le uniche fuori dal coro sono le nere, che portano appeso al collo più oro di un rapper americano, e se lo rimirano soddisfatte. A chiudere la processione c’è una banda musicale vera, di quelle con gli strumenti da banda, gli ottoni e i legni, ma la grancassa non c’è, colta da complesso di inferiorità si è data malata.

Poi comincia. Di colpo, siamo lì che facciamo le foto al trombettista col dito in bocca e questi cominciano a muoversi tutti insieme, se ne vanno e intanto serrano le fila, si dividono, le rosse con le rosse, le gialle con le gialle, le viola in fondo che stanno sul cazzo a tutti, solo le nere restano ferme, i gioielli che portano addosso le rallentano troppo e finiscono inghiottite dal susafono.

Marzia non fa che strattonarmi e indicarmi Lucilla: “Guarda!”, mi dice, “Fuma il sigaro! Non l’ha mai fumato il sigaro prima!”, e io “E lasciala in pace, è in vacanza, è normale che si conceda qualche libertà!”.

Lei non si arrende, e cinque minuti più tardi è di nuovo lì a tirarmi per la maglietta:

In bagno è entrata dalla parte degli uomini, l’ho vista!”
Si vede che quelli delle donne erano occupati”
Tu non mi credi!”
Ma si che ti credo”, rispondo con la testa in un pastel de nata.

Per convincermi che non sta fantasticando chiede a Lucilla quale sia il piatto più tipico della sua città, e lei risponde “poenta e osei”.

Visto?”, mi fa.
Non lo so, non sono pratico delle specialità gastronomiche delle città italiane”, replico.
Ma come non lo sai? Lucilla è romana! Questa parla veneto! E fuma il sigaro, e usa il bagno degli uomini, cosa devo fare per convincerti?”
Aspetta, siamo arrivati in piazza!”

Eh si, nel frattempo siamo arrivati in piazza, ampia, con una fontana al centro e una torre merlata a ricordare che in Portogallo il medioevo è sempre presente, come la sofferenza.
gigantones ci hanno preceduto e se ne stanno seduti a un tavolino del bar ciondolando il capoccione e bevendo caffè in tazza grande, e al centro si stanno radunando anche i gruppi coi tamburi.
Ci sediamo in prima fila, proprio davanti a una banda di bombos, stupiti da tanta fortuna, ma appena comincia realizziamo il tragico errore: nessuno si siede in prima fila, lì il fragore dei tamburi è insopportabile, peggio di una rubrica di libri recensiti da Fabrizio Corona. Quando tutti i gruppi attaccano a suonare e ci sfilano davanti mi salta un’otturazione, ad Alessandro si frantumano gli occhiali, Lucilla perde il parrucchino, Marzia mi sgomita furiosamente.
Resistiamo mezz’ora al nostro posto, finché non ci rendiamo conto che ci si stanno sbriciolando anche le viscere, quindi cediamo il posto a chi stava dietro. Non dimenticherò mai l’espressione di terrore che la signora alle mie spalle aveva in faccia quando mi sono alzato.

Andiamo a mangiare?”
Dai! Cosa suggerisce la guida?”
Al diavolo la guida, andiamo a farci un polpettone di aspirine!”

È la prima volta in vita mia che utilizzo l’espressione “al diavolo”, capisco perché i miei compagni di viaggio mi guardino allibiti. Forse l’esposizione prolungata a quell’orgia di tamburi deve avere danneggiato qualcosa nel mio cervello.

Che diamine, anche a voi sarà capitato di proferire esclamazioni vetuste, no?”

Ommioddio!

Forse è il caso di rivolgersi ad un cerusico..”

OMMIODDIO!!

Questa volta è Marzia a salvare la situazione, suggerendo di posticipare la visita medica a dopo pranzo, metti che sia solo fame.
Suggerisco di allontanarci dal centro, in lontananza si vedono le gru dell’area portuale, là troveremo ristoranti economici poco frequentati.

Certo, e per essere ancora più sicuri di non trovare ressa potremmo andare a mangiare in una zona malfamata, o in mezzo all’autostrada! Sono sicuro che al casello non ci va nessuno a cercare un ristorante!”, mi rimbrotta Alessandro, per nulla impietosito dal dramma interiore che sto vivendo.
Naturalmente quando parlo di dramma interiore mi riferisco al fatto di non avere ancora pranzato.

E allora conduci tu, se il mio pensiero ti appare così peregrino!”

Ci fermiamo a un ristorante dall’aspetto molto turistico, coi tavolini sul marciapiede, non perché suggerito dalla guida, ma semplicemente perché le donne della comitiva non sanno resistere alla presenza di un gatto che gira fra i commensali. Facciamo un cenno al cameriere e ci sediamo a un tavolo ancora da sparecchiare. Aspettiamo.
Mezz’ora dopo stiamo ancora aspettando, ma il pane lasciato dai clienti di prima è terminato, e anche la mezza bottiglia di vino comincia a mostrare il fondo. Rifacciamo un cenno al cameriere, che reagisce con l’antico metodo di difesa dei camerieri portoghesi, sceglie un punto all’orizzonte e lo fissa con insistenza finché non ci arrendiamo.
A quel punto ci alziamo e andiamo a cercare un altro ristorante.

O Margâo è molto meglio, la salada de mariscos è gustosa e il melão che ordina Lucilla è così grosso che negli Stati Uniti gli fanno fare il Superbowl. C’è da dire che anche lì mi aspetto un servizio eterno, e anzi, quasi ci spero, che andartene dopo aver ripulito il tavolo è un’attività vantaggiosa, una volta superato lo scoglio morale.
Sulla via verso il centro Alessandro si fa tentare da un dolce dall’aspetto succulento che si rivela una bomba a base di rosso d’uovo e zucchero. Terminerà di digerirlo suo figlio, un martedì sera di fine novembre, venticinque anni più tardi.

L’immancabile saccente guida ci ricorda che prima di andarcene dobbiamo assistere alla celebre processione sul fiume, con tutti i pescherecci addobbati a festa che risalgono dalla foce per accompagnare la statua del patrono, fra gli applausi del pubblico festante.

Ma dobbiamo proprio seguire la guida? Io ancora devo vedere gli uomini di cui parla all’inizio, quelli che si ubriacano fino allo svenimento.”
Mi no go visto gnanca i canal come a Venesia!”
Ma no, quelli sono ad Aveiro. Marzia, piantala di darmi gomitate!”

La riva del fiume è a gradoni di cemento, un’ottima tribuna per assistere alle manifestazioni che da queste parti si tengono una domenica si e una no, tipo gare di motoscafo, caccia alla tinca, lancio del sasso o della zia; ci sistemiamo su quelli più bassi, stranamente lasciati liberi dagli autoctoni.
Altrettanto stranamente non colleghiamo il fatto alla botta di fortuna avuta in piazza, neanche due ore prima, ci buttiamo sui posti liberi esclamando vacheculo e siamo anche belli contenti e ci diamo di gomito e ci mettiamo quasi venti minuti per renderci conto del perché quei posti erano liberi. Manca completamente l’aria sul fiume. Non c’è una bava di vento, neanche quella brezzolina che fa muovere all’ellera i suoi corimbi, increspa gli specchi d’acqua, fa fremere le piume delle starne e dissolve i peti. Il sole è a picco sulle nostre teste, si riflette nell’acqua e ci acceca, ogni goccia di sudore che scaturisce dai pori ci evapora negli occhi e tutto questo vapore ristagna intorno a noi dando all’ambiente l’aspetto di un piatto di ravioli cinesi. Fa caldo sul fiume, lo sento io, lo sentono i miei amici e lo sentono pure le decine di persone assiepate, ma loro lo sentono meno, che sono state furbe e si sono messe più su, dove un po’ d’aria passa e la sopportazione è più lieve. E ce n’è da aspettare, ogni tanto scende qualcuno su una barca verso la foce, ma non risale più, non risale nessuno dalla foce, è tutto immobile all’orizzonte, salvo qualche salva di botti che scuote il cielo e disegna nuvolette nere, forse è il preludio alla processione, ma più probabilmente è un drago nascosto dietro il molo che si mangia le barchine impavide e poi rutta a scoppio.
Facciamo per andarcene, ma una signora con lo scialle ci dice nel suo idioma gutturale che le barche stanno arrivando, e ci risediamo.
Fa sempre più caldo, la nebbia che sale dai nostri corpi è salata e non dona alcun ristoro, dalle barche che scendono qualcuno intona motivetti allegri accompagnandosi con la fisarmonica, ma tutto è distorto in quell’afa opprimente, e alle nostre orecchie anche il canto più festoso giunge trasformato in una nenia lugubre.
Ci rialziamo, decisi ad andar via, ma la vecchina di prima ci indica l’orizzonte, dice “eccoli”. Proviamo a strizzare gli occhi, ma non vediamo una sega.
Scrolliamo le spalle e ci sediamo ancora, e il caldo è di nuovo su di noi, come un’incudine, come un bulletto di scuola media che ci picchia sul coppino, come le tasse, come le canzoni estive che ti ritornellano in testa per mesi e non le puoi scacciare, come le mosche.
Basta, adesso andiamo via davvero, ci alziamo e puntiamo la folla, ma la vecchina, sempre lei, mi prende per un braccio e dice no, restate, adesso arrivano, non sentite i motori festosi della processione che si avvicina?
No”, le rispondo, e la butto in acqua con un calcio. Vaffanculo.

La mancata processione è l’ultimo scalino di una giornata faticosa. Il viaggio di ritorno ci vede accasciati sui sedili come profughi, e la cena che ci concediamo è più la celebrazione della partenza di Lucilla e Alessandro il giorno a venire che una voglia reale di stare fra la gente.
Scegliamo un posto conosciuto e frugale, quel Filha Da Mãe Preta dove siamo già stati due giorni prima, l’outlet del ristorante figo che sta sulla passeggiata, il retrobottega di cui è cameriere il cugino di Cristiano Ronaldo.
Ci concediamo il brindisi d’addio, anche se ci rivedremo in capo a due giorni a Coimbra, ma non si sa mai, metti che domani vengono investiti da un pullman di turisti americani ubriachi, o nella notte qualche barbone fuori di testa li faccia a pezzi con un’ascia arrugginita e muoiano di tetano. Lascia perdere, c’è sempre un’ottima ragione per concedersi un brindisi d’addio.
Al momento di salutarci, in piazza, osservo la nostra coppia di amici attraversare la strada, ed è lì che ricevo l’illuminazione.

Opporc..”
Cosa?”
Non ho ancora deciso, pensavo a caputtana.”
No, dicevo cosa succede?”
Ma li hai visti mentre attraversavano la strada?”
Boh, si.”
Erano sulle strisce!”
E allora?”
E Lucilla era scalza!”
Si, mi ha detto che le facevano male i piedi e così si è tolta le scarpe.”
Quella non è Lucilla!”
Ma se è tutto il giorno che te lo dico! È veneta, fuma il sigaro, e a guardare bene ha pure i baffi!”
È Paul McCartney!”


Diario portoghese 7 – Gialloporto

Riassunto delle puntate precedenti:
A parte che se volete sapere cos’è successo ve lo leggete, che basta scorrere col mouse verso il basso, non è difficile neanche per dei ritardati come voi, ma ho deciso di mettere un riassunto perché avevo lasciato la storia a metà di un punto in cui era facile perdersi per chiunque, figurarsi per dei decerebrati come i miei lettori. Non vi ci abituate, la prossima volta invece del riassunto capace che ci metto un quiz a domanda multipla, giusto per vedere se siete stati attenti. Siete delle bestie.

Dicevo il riassunto: Preso il porto di Porto andiamo in stazione a vedere due orari, che c’è da partire, e già che ci siamo cerchiamo una bottiglia di roba bevibile, che quella che abbiamo nel sacchetto è una sbobbazza da turisti.

L’imponente edificio si trova dietro Praça da Libertade, in una zona bombardata dalla crisi e da quella misteriosa voglia di scappare che ha contagiato la città: tutti i negozi chiusi, tutti i palazzi vuoti. Di fronte all’ingresso un leone di pietra sbadiglia di noia a dover sorvegliare una facciata piena di finestre sfondate. Un po’ più in là un palazzo suggerisce di recarsi da lui per comprare bene e a poco prezzo, ma sbirciando le vetrine al pianterreno ti accorgi che dentro non c’è nient’altro che polvere e ragnatele.

Il piazzale della stazione è delimitato da un corrimano in pietra, su cui un distinto signore si appoggia per osservare il viavai dei tram. Ha lo sguardo severo, forse giudica frettoloso quest’abbandono del quartiere, ogni tanto si infila in bocca uno spicchio d’arancia per meglio sopportare la solitudine.
Quando gli passo vicino rigurgita una pallina di bolo arancione giù dal muretto e si mette a sputazzare semi e sugo con un rumore liquido. Entro velocemente in stazione.

L’atrio è sontuoso, tutto ricoperto di azulejos, decorazioni liberty, un bell’orologio in ferro battuto, i barboni se lo devono proprio godere un posto così.
Troviamo l’ufficio informazioni e ne chiediamo alcune per il nostro viaggio dell’indomani a Viana Do Castelo, dove si tiene una delle feste più importanti del Paese.
L’impiegato deve aver passato la giornata ripetendo sempre quello, perché appena gli siamo davanti ci mette in mano un foglio con tutti gli orari utili e inutili, prima ancora che apriamo bocca.
Bene! Lodi sperticate all’efficienza portoghese, che non paga sugli autobus ma ci fa prendere il treno! Andiamo a cercare una bottiglieria!

Dalla stazione giriamo di là, poi andiamo in su verso una strada che non conoscevamo, poi di nuovo in là, e di colpo ci troviamo in un viale pedonale pieno di gente, baretti, negozi di marca, ristoranti, cinema.. La via dello struscio! Ecco perché Porto è sempre deserta, vengono tutti qui!

Ormai è ora di chiusura e metà dei negozi hanno le serrande abbassate, ma c’è ancora molto viavai, la strada è lunghissima, ci vuole un po’ perché si svuoti. Maledizione, abbiamo scoperto l’isola del tesoro a libro ormai concluso, questa volta Jim Hawkins dovrà tornare a mani vuote dalla sua povera mamma. Domani andremo via senza aver fatto neanche un giro in questa parte di città così spendereccia. La lista delle cose da fare nella prossima visita in Portogallo si sta allungando.

Prendiamo una via laterale e arriviamo di fronte al Mercado do Bolhão, e proprio lì accanto notiamo una vetrina piena di leccornie, formaggi di capra, prosciutti affumicati e bottiglie di porto.
Il gestore è un signore molto disponibile che ci fa assaggiare un mucchio di roba mentre la commessa impacchetta la bottiglia di Ramos Pinto che cercavamo. Ecco un altro negozio da tornare a visitare in futuro.

Si è fatta l’ora di cena, contattiamo i nostri amici per darci appuntamento in piazza e andiamo prepararci.
Poco dopo siamo di fronte al McDonalds Imperial di Porto a guardare Alessandro con facce interrogative.

Come sarebbe che sta male? Cosa le è successo?”
Abbiamo passato la giornata a visitare cantine, ci saremo scolati tre bottiglie di porto in due. La poverina non regge l’alcool.”
Ha vomitato?”
Tantissimo. E faceva dei versi orrendi tipo BUAARGH! SBLEEEEUGH!”
Ma che schifo!”
E questo è niente! Quando ha cercato di tenere la bocca chiusa per limitare il rumore sono venuti fuori dei sibili gorgoglianti che mi hanno fatto temere di essermi fidanzato con una creatura inventata da Lovecraft, roba tipo HSSGLGLGLSSSRRRGHSSSGLGLRGH! Senza contare che per la pressione ha spruzzato tutto attraverso i denti, imbrattando le pareti del bagno in un modo che solo a pensarci mi viene voglia di andare a dormire da un’altra parte! Persino il barbone che dorme con noi si è lamentato, ed è uno abituato a vivere duramente.”
Ma se sapeva di non reggere l’alcool perché ha bevuto così tanto?”
Ma ha bevuto pochissimo, giusto mezzo bicchiere, il resto me lo sono calato io. Eppure è bastato quello per farla uscire di testa, prima si è messa a ridere e a cantare stornelli in romanesco in mezzo alla cantina, non vi dico la figura, poi ha insultato il cameriere perché insieme al vino ci voleva anche i popcorn. Figuratevi questo, nella cantina più esclusiva della città una romana ubriaca gli chiede i popcorn, come pensate che possa aver reagito?”
Le ha ricordato chi è il suo presidente del consiglio, suppongo.”
No, ha fatto finta di non vederla. Si è messo a fissare un punto del locale e ci ha ignorati per il resto della degustazione.”
Tipico dei camerieri portoghesi. E poi?”
E poi basta, quando sono riuscito a schiodarla da lì l’ho trascinata fuori.”
Ha dato ancora in ecandescenze?”
No, poi le è venuta la ciucca triste e si è messa a piangere, ha detto che nessuno la capisce, che non ha più l’età per fare la scema, che vuole adottare un gattino e Lazio merda.”
Scusa ancora una cosa, Alessandro..”
Dimmi pure”
Perché sei tutto sporco di sangue?”

Dopo un paio di giri a vuoto optiamo per un ristorante dietro la piazza, un posto mediocre che sta accanto a uno superlussuoso e a una bettola ignobile. Il cameriere è fin troppo gentile, quasi servile nei suoi modi, probabilmente ci odia, anche perché Alessandro gli sta gocciolando sangue sul pavimento da quando siamo entrati.

20/8

Dacci oggi la nostra agonia quotidiana

È il giorno della gita fuori porta, appuntamento in stazione per andare a Viana Do Castelo, dove si tiene la festa annuale di Nossa Senhora De Agonia. Si tratta di una processione, un pellegrinaggio o romaria, come lo chiamano qui. Ci sono donne col foulard in testa e la vetrina dell’orefice appesa al collo, ci sono dei tizi mascherati da giganti, ci sono le bancarelle che vendono prosciutto affumicato, ma soprattutto ci sono i tamburi. A decine, a centinaia, i tamburi sono ovunque, e li senti da lontano col loro incalzare minaccioso, come un battaglione di Uruk-Hai.

La nostra mattina invece comincia col suono più amichevole della macchinetta del caffè del bar in faccia alla stazione. È buono il caffè in Portogallo, non so se l’ho già detto. Il mio preferito è il Delta. Il barista è organizzatissimo, ha coperto il banco di tazzine, ognuna col suo cucchiaino e la sua bustina di zucchero, solo che Marzia vuole due bustine, e ne prende una da un piattino vuoto. A quel punto il barista, che nota l’incongruenza nel programma, si gratta la testa perplesso, quindi sposta una bustina da un altro piatto, ma non risolve il problema. Ne prende una da un terzo piattino e la pone al posto di quella che ha tolto, ma ancora non va. Non si capacita di come possano esserci tanti piattini, tante tazzine, tanti cucchiaini e una bustina di zucchero in meno. Alla fine decide di tirar via tutto dal banco e ricominciare da capo, ma a quel punto noi siamo già andati via.

Arriva della musica dalla stazione, e che sarà? È anche venerdì mattina, non il momento migliore per mettersi ad ascoltare la radio a quel volume che distorce tutto.
Avvicinandoci realizziamo che non viene dalla stazione, ma da un pulmino parcheggiato davanti pieno di bandiere rosse al vento: sono i comunisti portoghesi che distribuiscono volantini. Nella mia vita ho già avuto a che fare coi socialisti di Velletri, ora mi mancano solo i democristiani del Punjab.

Alessandro e Lucilla ci aspettano davanti alla biglietteria, anche loro col volantino rosso in mano. Non c’è niente da fare, per un italiano incontrare un comunista è come trovarsi di fronte un panda nano, lo tratta con ogni riguardo per paura che gli si estingua davanti.

C’è ancora un po’ di tempo prima del treno, giusto quello che occorre per una bella colazione a base di.. “quel tortino lì che mi sembra tanto gustoso”.
Gustoso lo è, niente da dire, ma la carne tritata alle sette e mezza è un ostacolo un po’ difficile da superare.

Il treno portoghese è diverso da quelli italiani, intanto per cominciare funziona, tutto, non una carrozza si e due no, e poi ha le porte che si aprono, i sedili interi, e nonostante questi bonus riesce anche a rispettare gli orari.

Durante il viaggio, che dura un’ora e mezza, si riempie all’inverosimile, tanto che ad un certo punto il controllore deve aprire uno spazio extra in testa al convoglio, dove di solito si tengono le merci ingombranti, tipo le biciclette, o le bare, nel caso di funerale in treno locale, che ultimamente va un casino, ne hanno parlato anche su una di quelle riviste di trend, che è il termine con cui si definisce una moda legata alle ferrovie, trend.

Fra i vari personaggi che vanno alla romaria di Viana notiamo una signora col testone vestita da materasso e la ragazza di Pippo, che è una che conosco io che sta con uno del mio paese, perciò la cosa andrebbe classificata come gossip locale, ma trovandoci su un treno che fa tutte le fermate ci sta.

“Senti un po’..”, mi dice Marzia ad un certo punto, distogliendomi dall’osservazione dei passeggeri,
“Non ti sembra che Lucilla abbia qualcosa di strano?”

La guardo perplesso, poi guardo Lucilla, che è seduta un po’ più in là e dorme col cappuccio della felpa tirato su, poi riguardo Marzia.

“Si, ora che me lo fai notare quel cappuccio la fa sembrare uno degli avvoltoi di guardia al castello del Principe Giovanni, nel Robin Hood della Disney.”
“Ma no, guarda meglio!”

Riguardo meglio, ma continuo a non vedere niente di strano.

“Ha il push-up?”, azzardo.
“Secondo me non è lei.”
“Come non è lei? E chi dovrebbe essere?”
“Ieri sera Alessandro è venuto al ristorante da solo, dicendo che lei stava male, ed era tutto sporco di sangue.”
“Si, ha detto che si è ferito radendosi.”
“Ma non si era fatto la barba! Non ti sembra una cosa strana?”
“No, anch’io di solito mi ferisco radendomi e poi non mi faccio la barba, perdo tanto tempo a ricucirmi le ferite che non me ne resta più per fare altro.”
“Io credo invece che l’abbia uccisa e poi sostituita con un sosia!”
“Quando torniamo a casa ti tolgo la televisione, vedi troppo Chilavisto!”

Al momento di scendere passiamo per il compartimento extra di cui sopra, che alla fine del viaggio ospitava fra le settanta e le ottocentoventi persone, ha raggiunto una temperatura e un tasso di umidità che neanche in India e quando si aprono le porte ed entra l’aria più fredda dell’esterno comincia a piovere.


Diario portoghese 6 – Panorama atlantico

C’è questa passeggiata sul lungofiume che parte dal porto e arriva a quella spiaggia di cui sopra, è una bella strada larga, pianeggiante, con un sacco di panchine, scommetto che a percorrerla in primavera è anche piacevole. Sotto il sole d’agosto è una tortura, non c’è neanche un albero a farti ombra, arriviamo a metà che sudiamo come gli ultimi classificati alla maratona di New York, quelli che neanche la gioia di essere arrivati in fondo, quelli che puzzano e basta.

E la fame aumenta, così torniamo indietro e ci infiliamo in quella trattoria che abbiamo visto in mezzo al paese, quella che non sembra un posto da turisti, la Taberna do São Pedro.
In effetti turisti non ce n’è, ma il locale è pieno. Buon segno.

Ci sediamo in un angolo e la cameriera ci porta subito una bella insalata. Alle nostre spalle, fuori dal locale, due uomini si danno da fare intorno a un grosso barbecue su cui buttano a cuocere il pesce. È una cosa che noti in paese, tutti hanno un piccolo braciere fuori dalla porta dove mettono a cucinare le sarde, qui la pesca dà veramente da vivere a tutti.

Rispettiamo la tradizione locale e ordiniamo pescato alla griglia (anche perché non c’è altro): sardinhas per Marzia e calamari per me. Ed è l’epifania. Un pesce così buono non l’abbiamo mai mangiato, soprattutto mai a questo prezzo, tre euri e mezzo. Va bene, non è eviscerato, ma in Portogallo il pesce si serve così dappertutto, e ha un sapore di mare che ci fa pulire i piatti in un secondo e poi cercare la cameriera per il bis. Pigliamo anche un’orata in due, e il prezzo non cambia, alla fine di tre piatti di pesce, un antipasto, un’acqua e una bottiglia di vino spendiamo 24 euri, ed è il pranzo migliore della vacanza.

A questo punto non resta che andare a vedere quest’oceano di cui tutti parlano, no?

Dalla parte della passeggiata abbiamo già visto che è lunga e noiosa, la faremo nei prossimi giorni, quando avremo una macchina. Per il momento si può tornare al traghetto e proseguire nella direzione iniziale fino alla foce del Douro, saranno cinque minuti di autobus.

Il traghetto non c’è ancora, ma non siamo soli ad aspettarlo, c’è un tizio dall’aria alcolica con un grosso sacchetto pieno di sarde che ciondola nei paraggi. È sulla sessantina, la panza e il parlare trascinato raccontano molto su come ami spendere i suoi pomeriggi. Mi si avvicina e mi domanda un euro per attraversare il fiume, poi cerca di ricambiare donandomi il suo sacchetto pieno di pesce fresco. E cosa me ne faccio di due chili di sarde? Per un attimo sono tentato di accettare, poi alla fine no grazie, che non ho neanche un frigo dove metterle. Se ne va sbuffando verso il primo bar, e di lui non so altro.

Una volta sbarcati sulla riva opposta prendiamo un autobus fino alla spiaggia all’estuario del fiume.

Eccolo lì”, dico a Marzia, “L’oceano.”
E lei subito: “Il Pacifico è più bello!”
E allora vattene sul Pacifico!”
Non posso, non ho la patente e a quest’ora non ci sono treni!”

Le chiedo se vuole scendere a bagnarsi i piedi, ma dice che no, preferisce camminare sul molo e guardare i pescatori che sfidano le onde per procurarsi il cibo in una lotta impari contro la natura selvaggia.
Il primo che incontriamo ha piantato la canna nel muro e se ne sta allungato a prendere il sole.

Tira vento sul molo, tiene lontano il caldo opprimente dei pomeriggi portoghesi, che con tutte le piastrelle che stanno intorno a riflettere i raggi solari pare certe volte di stare in un microonde. Sarebbe da passarci il pomeriggio qui a guardare l’orizzonte, immaginando di veder spuntare qualcosa da quella distesa d’acqua. La Corsica, magari.

Retrocediamo lentamente verso la spiaggia, superando un capannello di uomini intenti ad osservare la sfida dell’anno fra Gei Ar col cappello di paglia e un anonimo portoghese, a briscola.

Superiamo il Jardim do Passeio Alegre, un parco in stile liberty dove fotografo l’orinatoio più bello che abbia mai visto (e ci si può immaginare la scena di un tizio con una macchina fotografica appostato all’uscita dei bagni pubblici), superiamo un sacco di barche con e senza pescatori al seguito, superiamo la zona vivace della passeggiata e finiamo in quella desolata e caldissima, niente più da fotografare, ci accasciamo sul marciapiede e aspettiamo o eletrico che ci porti indietro.

Sul Muro dos Bacalhoeiros, ai margini della Ribeira, ci concediamo una sosta presso un circolo di velisti o pescatori o giocatori di freccette, sinceramente non ricordo. Quello che ricordo bene invece è il cameriere, che mi ha fatto assaporare per la prima volta dal mio arrivo in terra lusitana il sapore acido dell’incomunicabilità.

IO – Cosa vuoi bere?
MARZIA – Qualcosa di analcolico, una bibita gassata magari.
IO – Uma cerveja e.. algo.. con gas?
CAMERIERE – Mgrrr?
MARZIA – Quella roba rossa che ho bevuto ieri al bar!
IO – Come si chiamava?
CAMERIERE – Mgrrr?? Raurr!
MARZIA – Non mi ricordo! Va bene anche un tè!
IO – Un tè!
CAMERIERE – Raurr! Groarr aruarr! Mrrr!
IO – Tè! Tea! Ice tea!
CAMERIERE – Raurgh!! Graaah!! Mgrraaa!! Roooaarrrr!!
IO – D
uas cervejas! Duas! Duas! Mamma mia!

Eppure da bambino immaginavo il mio incontro con un personaggio di Guerre Stellari come un momento di gioia! Ma forse non era Chewbacca pelato, doveva essere qualche comparsa della nuova trilogia.

Guida all’acquisto intelligente

Allora, cosa ci resta da vedere?”
Ci sarebbe..”
Cosa?”
Beh..”
Beh?”
Ecco..”
Un’altra chiesa? Ma tu sei malato!”
Ma è quella barocca! A te il barocco piace! Ti ricordi a Palermo?”
Come minimo ci sarà da pagare.”
E poi in questa dice Alessandro che ci sono i diorami sanguinolenti e le statue dell’orrore!”
Uff. Vabbè.”

Sette euri. No, dico. Che Marzia il diorama sanguinolento me lo voleva fare in faccia. Poi non è neanche il prezzo, fossero stati due era uguale, ti girano le balle pagare per entrare in chiesa, anche se hanno un bel dirti che ci restaurano, che ci mantengono, l’istituto cattolico ha delle entrate che manco la british petroleum, e inquina parecchio di più, e a me dargli dei soldi non mi va bene. E poi non sono due euri, sono sette, e con sette euri alla Taberna do São Pedro ci mangi un’orata e un piatto di calamari che sembra li abbiano tirati su dal mare direttamente sulla piastra, e ti danno pure tante patate bollite da farti venire la pellagra.
Comunque entriamo, che i soldi per l’arte son sempre ben spesi.

Ben spesi una bella merda!”, ribadisce ancora una volta la vocina della mia coscienza.

Ben spesi, poi, effettivamente una bella merda, che dentro a parte il diorama coi mori che fanno a fette quattro cinque martiri cristiani e un altro tizio con un albero che gli esce dalla pancia non è che ci sia ‘sta gran baroccheria da vedere, sebbene la guida ne parli come di un capolavoro di qui e di là, ma abbiamo già visto che la Santa non è da prendere proprio sempre alla lettera.

Con l’ultima chiesa dichiariamo terminata la visita della città. Lo sappiamo che ci sono ancora un mucchio di cose, musei, altre chiese, tutta la parte moderna, parchi, o Estádio do Dragão, che da quando ho scoperto che la squadra di calcio cittadina è stata fondata nel 1893 ne sono subito diventato tifoso, ma ce li terremo per la prossima visita, che tanto a Porto ci torniamo secco.

Andiamo invece a comprare il porto, che domani si va via col treno e si torna tardi, e dopodomani si va via con la macchina e si torna più, perciò o si piglia adesso o ce lo si piglia dove non si dice.
Torna giù alla Ribeira, arifai il ponte, percorri di nuovo il lungofiume di Gaia fin da Ramos Pinto. E trovalo chiuso. Nooo! Il dramma! E ora?

Marzia suggerisce di andare da Càlem, che è sempre indipendente e continua a darle quest’idea di giovane cantina rivoluzionaria che si ribella alle potenti multinazionali e perciò da sostenere, solo che lì c’è da fare la gita alle cantine e sembra obbligatoria, e non ne abbiamo per le balle. E poi ci devono essere i nostri amici in giro per bevute a scrocco, e lo sappiamo come va a finire, che ci incontriamo davanti a una distesa di bicchieri e bevi questo e assaggia quello e tu l’hai provato quest’altro e alla fine ci distruggiamo come e più che se fossimo andati da soli. No no, lascia perdere, chiediamo se si può comprare senza fare tutto il giro e stiamocene.

Da Càlem funziona così: appena entri ti implotonano in base al paese d’origine e ti fanno fare il giro dello stabilimento con una guida molto preparata. Prima ti fanno camminare per ore attraverso tunnel bui e umidi e pieni di pipistrelli, dicendoti che l’odore di muffa che senti sono le botti più antiche, quelle dove si conserva il vino più pregiato, e tu fai aaa e vorresti scattare una foto ricordo a quell’oscurità puzzolente, ma non te lo lasciano fare, che si rovina la stagionatura, ti dicono; in realtà stai camminando per una fogna dismessa sotto il Douro e l’odore che senti sono infiltrazioni vecchie di secoli e qualche topo morto da quarant’anni; una volta tornato alla luce ti portano in una stanza con un ritratto gigante di Nonno Càlem, il fondatore della cantina, un tizio coi baffoni e il cappello da contadino fotografato in piedi nella sua vigna mentre tiene in mano un rastrello. Nessuno ha mai usato rastrelli in una vigna, che se c’è uno strumento inutile in una vigna è un rastrello, ma la foto l’hanno scattata l’anno scorso e hanno pensato che faceva agricolo. Ti portano al cospetto di Nonno Càlem, dicevo, e c’è una che ti tiene fermo in piedi per un’ora e venticinque a raccontarti la storia della cantina, dal fondatore in avanti, in spagnolo. O in portoghese, se capisci lo spagnolo. O in olandese, se parli entrambe le lingue e mastichi anche un po’ di inglese. Pare che a una comitiva di giapponesi poliglotti, ferratissimi in tutte le lingue europee, abbiano propinato una spiegazione in un raro dialetto delle steppe caucasiche infilandoci in mezzo delle parole inventate sul momento.

Alla prova finale ci arrivano in pochi, in genere uno su sette otto: ti portano al negozio e finalmente ti fanno assaggiare il vino. Tutto. Ci sono ventiquattro qualità diverse di porto, più i vini da tavola per un totale approssimativo di novanta etichette, e te le fanno assaggiare tutte, una dopo l’altra, senza darti il tempo di respirare, ti strappano via il vuoto dalle mani e te ne danno uno pieno, e stanno lì e ti guardano severi finché non lo hai trangugiato, e fanno anche taptaptap col piede per metterti più a disagio. È la politica della cantina per evitare che il culto del vino venga rovinato dalle masse di turisti. Perché lo sanno che la maggior parte dei visitatori vuole solo bere del porto a scrocco e della visita alle botti e della fase di produzione non gliene frega niente, così loro estremizzano tutto, trasformano un’innocua gita scolastica in un percorso iniziatico per veri appassionati. Solo ai più degni sarà permesso di accedere al Sancta Sanctorum e accostare le labbra al Graal.
E a quelli che vogliono comprarsi una bottiglia, ovviamente, difatti a noi ci fanno passare dalla porta sul retro e in un attimo ci troviamo davanti alle casse, con un impiegato gentile che ci domanda cosa ci interessa.

L’idea sarebbe di prendere quel dieci anni che abbiamo assaggiato da Ramos Pinto, ma a scatola chiusa non si prende niente, che già ci hanno infinocchiato quelli dell’ostello di Lisbona che ci hanno fatto pagare in anticipo tutte le notti a venire, stavolta chiediamo di assaggiarlo.
Ci portano al bar e una signorina che ha già versato tanto vino da farsi venire il gomito del tennista beone ci porge due calici di Càlem dieci anni.

Secondo te com’è?”
Secondo te?”
L’ho chiesto prima io.”
Te lo devo proprio dire?”
Dai.”
E’ una merda.”
Già.”
E adesso come facciamo? Non possiamo uscire senza comprare niente, e se ci obbligano a fare il giro punitivo che dura il doppio di quello normale e comprende anche l’interrogazione alla fine?”
Prendiamone una bottiglia piccola, alla fine la sbolognamo a qualcuno.”
Ochei dai. Poverini però.”
Chi, Càlem?”
No, quelli che gli regaliamo la bottiglia.”

Ce la caviamo con un’elegante confezione mignon che la imbelinerei nel fiume appena usciti, a pensare che quello di Ramos Pinto è ormai inarrivabile, chiuso dietro una solida cancellata.
Però la città è piena di bottiglierie! Potremmo comprarcelo in un negozio!
Marzia applaude alla mia idea, e animati da nuovo spirito ci arrampichiamo per l’ennesima volta su per la salita verso la stazione di São Bento, che c’è da vedere un po’ a che ora partire domani.


Diario portoghese 5 – Questi posti davanti al mare

19/08/2010

Instant Carmo
È una nuova mattina nella città di Porto, il sole tarda a mostrarsi, ma non ci preoccupiamo, l’ha fatto anche ieri, lo fa tutti i giorni in questa città vista oceano, poi pensi che pioverà, esci pesante e dopo un quarto d’ora ci sono trentasei gradi e tutte le piastrelle che ci sono appiccicate ai muri ti riflettono il sole negli occhi, e passi il resto della giornata cieco e sudato. Poi verso le tre, tremmezza muori disidratato.

In questa cupa mattina io e il Subcomandante Marzia abbiamoancora da vedere delle robe, così usciamo prestissimo dalla stanza, tipo le novemmezza, e andiamo a fare colazione, poi rompiamo ogni indugio e usciamo. Per fare la seconda colazione.
E si perché con tutte le pastelerie che ci sono in giro non puoi prenderti almeno un krapfen gigante, una roba con la panna, qualcosa..

Alla fine del pranzo, che le calorie assunte con un dolcetto basterebbero a tener su una squadra di calcio, scarpiniamo fino all’Igreja do Carmo, che non è lontana da dove ci troviamo.

La Santa Guida è rimasta affascinata dalle pareti esterne decorate ad azulejos, merita la visita!”, mi dice la fidanzata, stranamente disponibile verso il clero. Non discuto, si vede che la cena della sera precedente le ha abbattuto le difese immunitarie.

Le dura il tempo di arrivarci davanti e scoprire che la chiesa ha una sorella siamese da cui è separata solo per un vicoletto strettissimo: la Igreja dos Carmelitas.

Eccheccazzo, una non gli bastava?”, protesta, ma entriamo lo stesso. La vista degli azulejos ha un effetto rilassante su di lei, devo ricordarmelo quando torneremo a casa, magari ci arredo la cucina, così la smette di strillare se rovino la cena.

La chiesa all’interno è spoglia, tranne l’altare superaccessoriato, pesante come il trucco di una soubrette, e per entrare devi superare la prova tossico.
C’è infatti in strada un tizio chiaramente segnato dagli stupefacenti che fa la guardia ai passanti, ostentando noncuranza come può farlo uno che vive la sua vita in grassetto maiuscolo: sta appoggiato a un palo cercando di fischiettare e butta la testa velocemente di qua e di là per vedere se qualcuno si avvicina alla chiesa. Appena ne becca uno parte come un razzo e si fionda ad aprirgli la porta, mostrandogli contemporaneamente il bicchierino per l’elemosina. L’ingresso della chiesa ha due porte, e per evitare che il potenziale cliente imbocchi quella senza portinaio il nostro amico marcione lo invita bruscamente a passare dalla sua parte.
Se passi di là lo stesso non succede niente, ti aspetta all’uscita e ripete la scena.

Eletrica salsa (ba-ba ba-ba)
Ci allontaniamo ignorandolo e puntiamo verso il fiume, tanto per cambiare, ma stavolta da una via diversa, che dovrebbe portarci più a valle. Abbiamo deciso infatti di andare a visitare il borgo di S
ão Pedro da Afurada, luogo di pescatori che immagino pieno di graziose casette di legno e strade di pietra, con gatti e reti stesi al sole, uomini cui il mare e il sale hanno disegnato la faccia come la mappa di un tesoro, bar tenebrosi da cui senti venir fuori le più truci canzonacce, donne di malaffare, coccodrilli con una sveglia nella pancia, botteghe di protesi a forma di uncino.
Sono tutto eccitato, ho già in programma di comprarmi una pinta di rum e dividerla con quattordici individui in un’impresa di pompe funebri, ma se non dovessero esserci bottiglierie ad Afurada non importa, sono sicuro che almeno un jolly roger riuscirò a portarmelo via, anche a costo di tirarlo giù dal pennone.

Cammina cammina arriviamo sulla strada che costeggia il fiume. Siamo un po’ oltre la Ribeira, ma non così vicini a dove vogliamo andare. Davanti a noi si erge massiccio il vecchio deposito dei tram, ora adibito a museo. Qualcuno ci ha detto che è bello, la Santa Guida ne parla bene, ma vuoi mettere un tram con un giro di chiglia? Non esiste, voglio i miei pirati!
C’è una fermata dell’autobus con due controllori che ci spiegano la strada per il borgo di pescatori: dobbiamo prendere il tram fino al ponte da Arràbida e poi cercare un passaggio per attraversare il fiume. S
ão Pedro da Afurada è subito di là.

Un passaggio? Non mi ci vedo proprio a fare il navistop”, protesto.
Ma no, vedrai che ci sarà un traghetto”, mi rassicura Marzia, ma ormai mi sono fatto il mio film sulla pirateria, e sono convinto che qualunque battello diriga su Afurada sia carico di gaglioffi pronti a rapinarci.
Piantala! Non ci sono pirati ad Afurada!”
Essì, stai a vedere che hanno tutti windows originale!”
Nessuno di quelli con la benda sull’occhio, almeno!”
Staremo a vedere..”

Ci sono diversi autobus che portano in quella direzione, ma la cosa che vediamo sferragliarci incontro non appartiene alla categoria dei mezzi su gomma. È giallo, piccolo e panciuto, diresti che la fermata precedente l’abbia fatta dentro un cartone animato, e ogni volta che fa una curva hai l’impressione che debba ribaltarsi sulla schiena come una tartaruga.
È il vecchio tram che abbiamo incontrato sotto la Igreja dos Clerigos, e che adesso ci porterà alla nostra destinazione. Per i portoghesi il tram si chiama o elétrico, come fai a non volergli bene a un popolo che parla così?

Sul tram non c’è molta gente, possiamo sederci vicino al finestrino e scattare qualche foto del paesaggio, ma la vera attrazione sarebbe l’interno, perfettamente conservato, ancora con gli spaghi appesi al soffitto per suonare il campanello della fermata.
Non che fuori ci sia molto da vedere, dall’Atlantico sta venendo su un nebbione da paura, il Douro è immerso in una coltre bianca che ci impedisce di vedere perfino il ponte.
Capiamo di essere arrivati alla nostra fermata quando il tram supera il suo pilone di cemento, e a quel punto scendiamo.
E non c’è niente.
Ochei, c’è un bar su una palafitta che ha l’aria di essere piuttosto fico, oltre che chiuso, e alle nostre spalle dei brutti palazzi aspettano di essere completati, ma a parte l’aspetto di periferia dismessa non c’è altro, solo una banchina con una signora seduta a pulire un pescione e un altro tizio seduto per terra che dondola i piedi sull’acqua.
Nessuno dei due ha la benda sull’occhio.
Nessuno dei due ha la gamba di legno.
Nessuno dei due ha pappagalli sulle spalle.
Maledizione.

Questi posti davanti al mare
Nel nostro portoghese stentato chiediamo notizie del traghetto, e la signora, senza voltarsi, sempre col coltello in mano, ci indica la nebbia.

Vuol dire che il traghetto è stato inghiottito dalla nebbia con tutto l’equipaggio e che presto faremo la stessa fine anche noi. Scappiamo!”
Ma no, idiota, vuol dire che sta arrivando, non lo vedi? Eccolo!”

Infatti il traghetto arriva, col suo borbottio placido attracca e fa scendere i passeggeri. Da qualche parte ne spuntano altri che attendono di salire, un paio sono gli stessi che ho appena visto scendere, si vede che a casa non hanno la televisione e si divertono così, facendo avanti e indietro. Il biglietto costa un euro e c’è solo un canale, alla lunga gli conviene abbonarsi a sky.
Sale anche la signora, che si piazza sul ponte e ricomincia a far andare il coltellaccio. Ma non ce l’ha una cucina dove fare questi lavori? Si vede che qui il traghetto è un po’ come la piazza del paese, ci si ritrovano quelli senza cucina, quelli senza televisione, e a giudicare dai giornali che adocchio in cabina deve svolgere anche le funzioni di edicola.
Sono quotidiani sportivi, cosa che mi fa pizzicare il senso di ragno. Ci trovo un paio di notizie che mi fanno sentire odore di casa, ma niente di più; torno a sedermi sul ponte e scatto qualche foto al nulla.
La traversata dura qualche minuto, ed è il tempo sufficiente perché la nebbia sparisca. Quando arriviamo di là è una bella giornata di sole, i pescherecci stanno rientrando in porto e non c’è nessuna faccia da bandito per strada, nessuno che canti canzonacce, niente di niente.

Afurada è un paesino di case basse dall’aspetto moderno, parecchio anonimo, disposte in lunghe file ordinate. C’è qualche negozietto, c’è un piccolo mercato, un paio di ristoranti, ma niente di più.
I pescherecci si, quelli sono interessanti, circondati dai curiosi e da uno stormo di gabbiani in preda a un’agitazione frenetica. Stanno scaricando secchi di pesce, prevalentemente sardine, e i pennuti saltellano qua e là in attesa di potersi buttare sugli scarti. Una volta terminato lo scarico i pescatori se ne vanno e i gabbiani assaltano il battello: in mezzo alle reti ammucchiate sul ponte sono rimasti piccoli pesci, qualche granchio, che vengono subito contesi a beccate. Gridano e si pestano e fanno un gran casino: alla fine li ho trovati i miei pirati, non hanno la benda sull’occhio ma in quanto a uncini sono ben accessoriati.
Però che delusione queste strade tutte pulite e piastrellate, dove ritrovare un po’ dell’antico spirito?

Guarda che è un borgo di pescatori, non di pirati. Sei tu che ti fai dei film!”, mi rimprovera la fidanzata.
Perché, forse che i pirati non andavano a pesca?”, replico, seccato.
I pirati abbordavano le navi, che pesca!”
E cosa mangiavano, oro? Pescavano, te lo dico io! In ogni covo di pirati c’erano dei pescatori, quindi per il principio zero della termodinamica in un villaggio di pescatori devono trovarsi anche dei pirati, è lapalissiano!”
Il principio di che?”
Non lo so, vaneggio.”
Ma vaneggi male! Se fosse come dici tu allora i pirati avevano anche bisogno di vestiti, quindi in ogni città in cui ci sia un negozio di abbigliamento dovrebbero esserci dei pirati! Sarebbero ovunque, scusa!”
Mai affermato il contrario.”
E allora perché non consideri anche Genova una città di pirati?”
Certo che lo è, e lo dimostrano i prezzi nelle vetrine. O i ristoranti, vai un po’ a vedere quanto ti mettono una pizza e poi dimmi se Genova non è una città di pirati.”
Però a Genova non cerchi persone con la benda sull’occhio e il pappagallo sulla spalla.”
Perché in un centro così grande lo stereotipo del pirata si è disperso nella folla, è come il succo di arancia concentrato che ti danno all’ostello di Lisbona: se ci aggiungi un po’ d’acqua è buono, se ce ne metti troppa come fanno loro ottieni un liquido torbido dal sapore disgustoso che mai più ti farebbe pensare all’arancia, sebbene sia l’ingrediente principale.”
Hmm..”

Parlando e camminando arriviamo senza accorgerci a un edificio sul limitare dell’abitato, con una selva di bastoni a reggere delle corde: è il lavatoio pubblico, lo dimostrano le tante vasche all’interno, i panni stesi ovunque a sbattere al vento e soprattutto la signora incazzata che sfrega una maglietta sulla pietra e smadonna in portoghese. È un bel quadro da incorniciare questa donna che lavora coi mutandoni appesi dietro di sé e l’oceano sullo sfondo. Peccato per l’audio.

Senza la nebbia possiamo vedere bene l’orizzonte che credevamo già atlantico, e provare disappunto nello scoprire che non è affatto così. Una diga foranea imbriglia la foce del Douro, impedendo al mare di entrare a fare casino, ma anche a noi di inebriarci di infinito, e a Marzia questa cosa proprio non va giù. Dice che lei ha nuotato nel Pacifico, ma l’Atlantico lo ha sempre solo visto in televisione, e prima di tornare a casa vuole pucciarci i piedi dentro, anche a costo di andare fino al bagnasciuga a piedi.

In che direzione è questo maledetto oceano?”

Le indico una lingua di sabbia che emerge in fondo alla strada. Con tutta probabilità oltre le dune c’è l’Atlantico. O un posteggio.

E allora andiamo! O hai fame?”
No no, è ancora presto, andiamo pure a vedere l’oceano”

In realtà sono le undici e mezza e ho una fame che mangerei una tonnara. Girando per il paese abbiamo comprato un pezzo di pane locale dall’aspetto invitante, ma pesa come se fosse impastato col granito, ogni boccone che mando giù precipita nello stomaco con rumore di ghiaiaio.