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Diario americano – MoMA e Central Park

Uno non può andare a New York senza vedere i suoi musei più famosi, sarebbe come andare a Parigi e non mangiare la baguette, o almeno credo. Cioè, non è che uno a Parigi per forza la baguette, però al Louvre ci vai, e allora a New York puoi anche evitarti l’hot dog al furgoncino per strada, che tanto sa di ceralacca come quello dell’ikea, però al MoMA e al Metropolitan ci devi andare, non ci sono cazzi, perciò così abbiamo fatto anche noi, ci siamo dati due musei in due giorni e il tempo che avanzava l’abbiamo passato a Central Park.

Cominciamo dal MoMA, che è una sigla che sta per Museum of Modern Art, e si trova sulla 53ma, la stessa via dove stavamo noi. Una bella comodità, esci di casa, giri a sinistra, attraversi qualche incrocio e ci sei. Però è ancora chiuso. E alla tua fidanzata fanno male i piedi, perché le All Star che si è comprata il giorno prima le fanno venire le bolle. Allora vai in giro per negozi di scarpe. Io a New York ricordo soprattutto i negozi di scarpe. Li ho girati per qualunque ragione, perché costano poco, perché sono grandi, perché ci trovi dei modelli che invece da noi no, perché mi fanno male i piedi e ho bisogno di scarpe, perché ho bisogno di scarpe anche quando non mi fanno male i piedi, perché mi sa che oggi piove e allora infiliamoci un po’ qui dentro, perché abbiamo camminato tanto e infiliamoci un po’ qui dentro di nuovo, e qualche volta anche perché uh guarda che bella vetrina entriamo a dare un’occhiata?

Se avessi visitato tanti negozi di fumetti quanti ne ho frequentati che vendevano scarpe adesso sarei il fortunato possessore della collezione completa dell’uomoragno acquistata un numero alla volta.

Comunque anche i negozi di scarpe prima o poi finiscono, e nel frattempo il MoMA ha aperto.

Il biglietto costa 20 dollari, secondo wikipedia è il più costoso della città, ma dice anche che è il miglior museo d’arte moderna del mondo e non è vero, che il migliore è a Ronco Scrivia, l’ho inaugurato io nel mio giardino ed è stato premiato come miglior museo d’arte moderna del mondo da una giuria di artisti di fama internazionale che però adesso non mi ricordo come si chiamavano, ma me lo sono scritto su un biglietto, se serve posso cercarlo.

Appena entri c’è questo giardino con delle sculture, dedicato alla fondatrice del museo, la signora Abby Aldrich Rockefeller, moglie del pupazzo che negli anni ’80 fece scalpore a Fantastico in compagnia del suo socio, il ventriloquo Moreno. Una volta raggiunta la celebrità il duo si separò e il corvo in frac si trasferì in America dove prese moglie e investì l’immensa fortuna guadagnata nel nostro Paese nella costruzione di un complesso di edifici sulla Quinta Strada.

Il povero ventriloquo non fu altrettanto fortunato, e dopo aver tentato la carriera di arbitro ai mondiali di Corea finì in un brutto giro di spaccio internazionale di droga.

Il giardino del museo non ospita alcuna opera del famigerato duo, ma una roba di Yoko Ono che però non abbiamo visto perché ci sta sulle balle lei e la sua voce strozzata, e Mark Chapman ha sparato alla metà sbagliata della coppia.

Siamo saliti invece all’ultimo piano con l’intenzione di scendere fino al pianterreno ed evitare così le truppe di bambini in gita.

Appena esci dall’ascensore ti imbatti in Christina’s World, un’opera abbastanza disturbante se pensi che la ragazza ritratta nel campo è la vicina di casa del pittore, affetta da poliomielite, che si trascina verso casa. La visione diventa ancora più fastidiosa quando vieni a sapere che per usarla come modella l’autore andava a prenderla tutti i giorni con la scusa di portarla al cinema e poi la mollava in mezzo al campo, si sedeva alle sue spalle con pennelli e tela e aspettava che si muovesse. Se la ragazza non collaborava la stuzzicava con un bastoncino, o le tirava delle pietre. Terribile, vero? Cioè, una volta passi, due magari ci caschi ancora, ma poi lo capisci che tanto al cinema non ti ci porta.

Proseguendo nella visita si arriva ai pezzi grossi dell’esposizione, sale enormi ricolme di capolavori dove non sai da che parte cominciare e giri inebetito con la bocca aperta piegata un po’ di lato e l’occhio vitreo. Non c’è un’opera inferiore alle altre su cui riposare gli occhi, è un fuoco di fila di titoli che non ci puoi credere, dici ma c’è anche quello? E quello? E pensa, perfino quello! E via così per ore.

Per dire, ti piace Picasso? Ce n’è tanto che per due giorni ho fatto la cacca cubista.

Oppure lo Sgabello Biuso di Duchamp, un oggetto che permetteva di sedersi in luoghi molto distanti fra loro, ma non ebbe il successo che meritava a causa della concorrenza di una nota casa, la Ford, che ne rubò il progetto e lanciò un modello più lussuoso che comprendeva il volante, i sedili in pelle, i fanali e il clacson.

E poi De Chirico, Modigliani, le ninfee di Monet, l’autoritratto con scimmia di Frida Kahlo, quello di quando non si drogava più di Van Gogh, gli orologi molli di Dalì, Warhol.. C’è una concentrazione talmente massiccia di opere famose nei piani più alti del museo che visitare il resto sembra perfino superfluo, oppure sarà che la mia conoscenza dell’arte moderna si ferma ai fondamentali, ma il resto delle sale mi è scivolato via senza grossi entusiasmi, compresa l’incredibile sezione elettronica in cui puoi giocare con le installazioni multimediali, tipo il video degli Arcade Fire.

Dopo una dose massiccia di storia dell’arte bisogna riposare i nostri cervelli poco abituati a tanto sforzo, e quale luogo migliore di Central Park?

Una sala giochi, per esempio, ma non ne ho trovate.

Central Park è.. beh, è un parco, con gli alberi e i prati e i sentieri e le panchine come ogni parco del mondo. Però è grosso. Hai presente un parco grosso? Ecco, Central Park è più grosso. È il doppio. Alle informazioni ti danno una mappa e ti dicono tu sei qui, se vuoi vedere tipo la fontana delle barchette devi andare di là e poi girare a destra al platano.

Ora non dico che sia il parco cittadino più grosso del mondo, probabilmente non lo è, se avessi una connessione internet funzionante puttanazzaeva farei una verifica, ma da qualche giorno Ronco Scrivia è tagliato fuori dalla realtà, devo per forza andare a naso.

Buffo che mi sia riferito a realtà parlando di internet, dite che ho bisogno di un medico?

Insomma, probabilmente il Bois De Boulogne a Parigi è più esteso di Central Park, ma io sto raccontando di New York, perciò stattene.

Decidiamo quindi di visitare il parco in due giorni, dopo i musei. Alla fine della visita al MoMA ci dedichiamo alla sua parte per me migliore, quella sud.

È la metà di parco più ricca, e immagino anche la più frequentata, c’è un sacco di roba da vedere, e ci sono questi enormi massi che sporgono dal terreno su cui la gente va a sedersi.

La prima cosa che facciamo entrando è andare a vedere Strawberry Fields, il giardino costruito in omaggio a John Lennon.

Nell’ultima parte della sua vita Lennon e la zoccolona che si trascinava dietro si trasferirono a New York, al Dakota Building, un palazzone tetro dove Polansky ha girato Rosemary’s Baby. Se pensi che davanti a quello stesso palazzo Lennon c’è anche morto sparato, che la zoccolona infesta ancora oggi gli ascensori del Dakota e che poco più in là sorge il grattacielo scelto da Zuul per farci la sua abitazione, beh, in questa zona di New York aleggia abbastanza sfiga da far crollare il valore di qualunque immobile.

Di fronte al Dakota c’è questo giardinetto rotondo con un mosaico per terra che dice Imagine e i turisti accorrono a frotte. Ci trovi i devoti con la chitarra che lasciano i fiori, ma quando lo visitiamo noi ci sono solo macchine fotografiche e un matto che gira in tondo al mosaico bestemmiando contro chiunque e prendendo a calci le foglie. Tutto sommato preferisco così.

Un altro punto interessante della metà sud del parco è la zona conosciuta come The Ramble, un boschetto fitto dove si incontrano gli ornitologi di ogni tipo, da quelli coi binocoli a quelli col fard. La macchina fotografica appesa al collo mi qualifica come appartenente alla prima categoria, e infatti vengo avvicinato da un gruppetto di tizi col binocolo in mano appostati su una roccia che dà sul laghetto. Sono a caccia del rarissimo Baltimore Oriole, ricercato per tutta la vita perfino da George Harrison, cui il blackbird di Paul McCartney non era mai andato giù del tutto.

“È questo?”, chiedo mostrando una foto che ho scattato cinque minuti prima. Il tizio coi binocoli mi guarda con odio. Uno si stacca dal gruppo e si tuffa di testa nel laghetto delle papere.

Ma non c’è solo il Baltimore Oriole, per il parco si aggira un falco che pare abbia nidificato su un palazzo della Quinta, e ovunque ci sono i cardinali rossi, molto apprezzati perché del tuo otto per mille non se ne fanno niente, e soprattutto una specie di piccioni dal petto rosso, che non ho idea a quale razza appartengano, ma li ho subito ribattezzati pettigrossi.

Dall’altra parte del laghetto sorge un ristorante che oltre a darti da mangiare ti noleggia la barca a remi per fare il romanticone inmezzo all’acqua con la fidanzata e magari andare per fratte dove credi non ti veda nessuno, ma cosa credi, che gli ornitologi siano davvero lì per vedere i passeri?

Di fronte al ristorante dei tizi fanno picchetto e distribuiscono volantini e picchiano sui tamburi facendo un casino che sembra di essere a Times Square. Sono ex dipendenti che hanno stilato una lista lunga così di porcherie commesse dal proprietario dell’esercizio e invitano la gente a non noleggiare la barca da lui, che è un bastardo.

Com’è come non è ogni volta che ci muoviamo io e il Subcomandante Marzia becchiamo uno sciopero. Secondo me lei riceve le segnalazioni sul gps del telefonino e mi ci porta apposta.

 

Bethesda Terrace è quella spianata accanto al laghetto in cui sorge la fontana rotonda, sai quella dove i bambini fanno navigare le loro barchette? Quella dove rapiscono il figlio di Mel Gibson che poi lui va in televisione e dice che se lo possono tenere che lui riscatto non ne paga e i rapitori gli restituiscono il figlio però a pezzi e il film finisce con Mel Gibson che piange con un orecchio del figlio in mano, che poi ne hanno girato una versione diversa perché gli americani sono dei bacchettoni e può essere quella che avete visto al cinema voi, non è difficile capirlo, la versione che dico io dura un quarto d’ora.

Anche le barchette di Bethesda Fountain sono a noleggio, ma qui nessuno picchia sui tamburi per convincerti a boicottare anche questo noleggiatore, si vede che lui è onesto, o più probabilmente i suoi dipendenti sono piccoli come le barchette e li tiene chiusi a protestare in una scatola da scarpe.

L’altra attrazione locale è la statua di Alice, su cui si arrampicano felici i bambinetti. È un piacere osservarli la mattina presto, quando il bronzo della scultura è umido e un po’ scivoloso e i pargoli d’un tratto perdono la presa e si sfasciano i dentini sul Bianconiglio. Ti fa ricredere sulle bruttezze del mondo.

Sennò puoi sempre guardare le baby sitter.

Usciamo dal parco belli ritemprati e ci infiliamo nell’Apple Store sulla piazza, quello col cubo di vetro, che però quando ci andiamo noi è tutto fasciato perché stanno sostituendo i cristalli.

Ci infiliamo giusto, che una volta arrivati in fondo e buttato un occhio alla massa pazzesca di gente ci ricordiamo che a noi piace di più android e usciamo di corsa.appeto music

Lì vicino c’è FAO Schwartz, il negozio di giocattoli che ospita il tappeto musicale con cui si sollazza Tom Hanks in Big, andiamo lì.

Bello è bello, ma resto un po’ deluso, non ci sono montagne di giochi da tavolo da provare, giusto un paio di marionette con cui facciamo gli stronzi, e poi Capitan America all’ingresso non mi fa neanche l’autografo. Molto meglio il suo collega Spiderman che ho incontrato a Lucca anni fa.

La giornata volge al termine, o almeno è quanto sostengono i nostri piedi. Ci trasciniamo fino a Rockfeller Center, ma il negozio dell’NBC ha appena chiuso. Seduti su una panchina raccogliamo le forze per arrivare a casa, e un tizio molto nero con un cappello molto bianco che lo fa sembrare Samuel L. Jackson mi si siede accanto e mi chiede da dove vengo.

 

“Italy”, rispondo. Dice che c’è stato anche lui. Dicono tutti chde ci sono stati, ogni americano con cui parlo è stato in Italia e ha una conoscenza tale che potrebbe venire a fare il ministro per il turismo. Considerato che quel posto da noi lo occupa la Brambilla non è un’idea tanto malvagia, tutto sommato.

Anche Samuel Jackson conosce a menadito ogni città dello Stivale e mi chiede di essere più preciso.

“Genoa”, rispondo. E lo guardo. Fa la faccia che fanno tutti gli americani quando dico Genoa. Quella che significa “Non sapevo che esistesse dell’altra Italia oltre Venezia e Roma”.

Gli chiedo se ha presente il tizio sulla colonna di Columbus Circle, quello per cui lui adesso è seduto sotto il Rockfeller Center con un basco bianco in testa e non in mezzo alla savana a ricorrere un’antilope, ecco, quel tizio è nato a Genova.

Mi guarda come se lo pigliassi per il culo, e già me lo vedo a tirar fuori l’AK47 “accept no substitutes” e puntarmelo in faccia. Scuote la testa e mi chiede se ho intenzione di fermarmi a lungo.

“A week”, gli rispondo.

E lui si accende.

Mi dice, con tutto l’entusiasmo di cui è dotato, di fiondarmi subito a vedere The Book Of Mormon, un musical in scena nel quartiere dei teatri. Dice che è divertente, di più, che “you’ll laugh the shit out of you, man!” e che non posso assolutamente andarmene da New York senza averlo visto.

È stato così convincente che qualche giorno dopo, quando sono andato a vedere Stomp, ho avuto seriamente paura di trovarmelo davanti armato.

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viva la revoluciòn!

Conobbi il Subcomandante una sera d’inverno, in un locale fumoso frequentato da rivoluzionari, ubriaconi e mentecatti. Nella prima categoria non ero mai riuscito a entrare, ma non mi lamentavo, due su tre è sempre un ottimo risultato.

Ero seduto al banco, a bere la versione mentecatta di un whisky da intenditori, una roba che sapeva di ciupaciupa e pancetta affumicata, prodotta in qualche distilleria clandestina di Orgosolo. Per rientrare anche nella categoria degli ubriaconi me n’ero già scolati due, e fu per questo che non mi meravigliai quando quello strano personaggio si avvicinò e mi disse, con voce sicura: “Tu sei Andrea”.

“Andrea è lui”, dissi indicando il mio compagno di bevute, che non c’era più da almeno un paio d’ore. Si era sentito male ed era stato ricoverato d’urgenza per una lavanda gastrica, ma non me n’ero ancora reso conto, Andrea era sempre stato un tipo molto silenzioso.

“Allora tu sei Pablo”, mi disse il Subcomandante senza battere ciglio. Abituato a frequentare subumani di ogni tipo, non si era scomposto di fronte alla mia obiezione, doveva aver visto ben altro. Seppi più tardi che era ubriaco come un cocomero al rum, e il mio amico Andrea l’aveva visto esattamente dove gliel’avevo indicato.

Interpellato a proposito, anche il mio amico Andrea giurò di essere stato esattamente dove io e il Subcomandante l’avevamo immaginato, cosa che gli procurò larga ammirazione nella compagnia.

“Si, sono Pablo”, ripetei mentre veniva raccontato l’aneddoto qui sopra. “E tu chi sei?”, replicai.

“Sono il Subcomandante Marzia, e questa subdonna qui accanto è la mia amica Patrizia”.

Mi resi conto in quel momento che c’era qualcuno con lui, fino ad allora l’avevo scambiata per uno sgabello. Era una ragazza di corporatura minuta, una subdonna, come l’aveva chiamata il mio nuovo amico, se non altro per la statura.

“Piacere”, le dissi, “Piacere”, mi rispose con una vociona baritonale. “Mi sembra giusto”, pensai, “essendo bassa non può che avere una voce da basso”.

Seppi durante la conversazione con i due strani personaggi che il Subcomandante aveva letto tutti i miei articoli di politica economica, da “La Politica Economica” a “Una Politica Economica”, fino al meno conosciuto “L’Economia, con l’apostrofo”, e che condivideva le mie teorie sulla suddivisione delle ricchezze del Paese fra i meno abbienti a partire da me. Anche lui, mi disse, si batteva per un mondo migliore, in cui tutti possano arrivare a guadagnare abbastanza e non debbano più chiedergli i soldi dell’affitto.

“Sogno un mondo in cui non ci siano più differenze fra le persone, in cui siano tutti uguali, un mondo in cui se ceno al ristorante e il cameriere mi chiede chi pagherà il conto io possa rispondere ‘chiunque!’. Per simboleggiare la mia lotta ho adottato un sistema originale”
“Giri col passamontagna sulla faccia?”, gli chiesi.
“No, con la carta d’identità scaduta. Il passamontagna è per nascondere l’herpes”.

Mi disse che nella sua battaglia c’era bisogno di gente come me, con degli ideali e tanta voglia di lottare. Mi resi conto che stava di nuovo parlando con Andrea.

“Ehi Subcomandante, io sono quell’altro!”
“Ah si, giusto. Ma anche tu puoi unirti, se vuoi. Hai degli ideali?”
“Beh, ho un abbonamento del Genoa”
“Grandioso! Un visionario! Proprio quello che ci serve, gente che crede ancora nell’utopia! Unisciti a noi, non te ne pentirai”

Fu così che mi aggregai alla lotta del Subcomandante ai potenti, ai corrotti, a coloro che tengono il mondo stretto nel loro pugno e lo spremono. Quella sera giurai che finché a pagare per l’avidità di pochi saranno i piccoli, i deboli, gli indifesi, finché ci sarà bisogno di rivoluzionari che si mettano controvento col loro pugno alzato, io lo sosterrò, darò il mio piccolo contributo alla sua causa, mi batterò al suo fianco perché l’ingiustizia venga punita.

Finora il mio impegno si è tradotto in:

Pagare metà dell’affitto, perché al mondo non siamo ancora tutti uguali, e finora il padrone di casa riesce a riconoscerci e a venirci a cercare se tardiamo;

Dare da mangiare al gatto, che non so se sia anche lui sposato alla causa, ma ha l’appetito di un drappello di patrioti dopo una settimana in prima linea, e molla delle sotte che sembrano mine antiuomo;

Lavare i piatti: secondo il Subcomandante i lavori umili rafforzano lo spirito, e lui dice di avere una specie di allergia al detersivo che non so bene;

Fare la spesa, ma non alla Coop, che ultimamente è troppo poco rivoluzionaria, e comunque costa un casino;

Scarrozzarlo in macchina a destra e sinistra, che prendere la patente significherebbe sottostare alle regole imposte da questa società massificatrice.

Non mi lamento, il cuoco del campo è un sudamericano ispirato, prepara piattini deliziosi e mentre spignatta canta le canzoni di Silvio Rodriguez. Però certe volte, quando mi allontano quatto quatto per farmi una partitella alla pleistescio, e il Subcomandante mi agguanta per un orecchio e mi ricorda che devo ancora rimettere a posto la spesa, mi domando se quella sera non mi sarebbe convenuto trovarmi in un’altra bettola di quart’ordine, e incontrare magari il Bianconiglio. Sono sicuro che col Cappellaio Matto ci saremmo passati delle serate straordinarie, e da quel che mi dicono Alice è una gran gnocca.