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sansteva

Santostefano è quel giorno che non sa di niente fra la colossale mangiata di natale e la monumentale ciucca di capodanno. Tutti i negozi sono chiusi, tutti gli amici sono chiusi (nei negozi?), non si esce perché non si sa dove andare, in casa non si sa cosa fare e più di uno il giorno di santostefano ha cominciato a drogarsi per vedere cosa succedeva e poi non è stato più capace di smettere. Sono sicuro che quelli che si ammazzano prima di natale lo fanno perché consapevoli di non poter reggere l’infinito nulla di un santostefano. Io per fortuna ho un gatto che attira l’attenzione su di sé mostrandomi che le pisciate sul letto non sono la cosa peggiore che riesce a combinarmi. In effetti il Punitore di Garth Ennis con le pagine zuppe è una tragedia a cui non ero preparato. Grazie, João, per questa nuova consapevolezza, se un giorno sarò un uomo migliore sarà merito tuo. Peccato che non potrai godertelo, perché per allora sarai diventato un paio di guanti.
Non è giusto soffrire soli, mal comune mezzo gaudio dicono, perciò adesso vado a prendere il sassofono e mi esercito un paio d’ore sulle note lunghe, così anche i vicini potranno condividere con me questo giorno infelice.

la desolazione di santostefano

Una volta non era così. Mi ricordo di un anno in cui mi svegliai la mattina dopo i bagordi del 25 con un barattolo aperto di funghetti sott’olio in grembo, una grossa macchia di unto che si allargava sul maglione nuovo e i passi minacciosi di mia moglie nella stanza accanto. Naturalmente il maglione me l’aveva regalato lei, e altrettanto naturalmente la macchia non sarebbe andata via mai più. Saltai giù dal divano facendo volare il gatto che mi dormiva ignaro sulle ginocchia, e mandandolo a rovinare su un presepe in cristallo veramente brutto, ma anche veramente caro, che ci aveva regalato sua madre l’anno prima, e avevamo dovuto esporre per pagare il fio della sua visita di lì a pochissimo. Sapete quel luogo comune per cui raddoppiare le colpe dimezza la punizione? È falso. Federica, mia moglie, sapeva riconoscere il suono di una madonnina di cristallo che si sfascia su una piastrella in gres porcellanato, anche attraverso una porta e diversi metri di corridoio, e i suoi passi acceleravano improvvisamente nella direzione del salotto, la sua voce rauca da tabagista incallita mi presentava un trailer del film che stava per andare in onda:
“Checcazzo hai rotto adesso?”

una roba così, per capirci

Adesso. Lascia intendere che non era la prima cosa che rompevo, e che la sua pazienza era già stata messa alla prova, come sottolineato da quell’esclamazione così scurrile. Se fossimo in una serie televisiva sarebbe il momento del flashback, e se la serie televisiva fosse prodotta dal canale HBO il flashback comincerebbe con una scena di sesso molto esplicita. Purtroppo il mio blog non è finanziato da reti via cavo americane specializzate in softporno, quindi niente scena di sesso, ma in fondo è una fortuna, perché il flashback serve ad introdurre il personaggio di mia suocera.

Alla signora Violetta Francioso non ero mai stato simpatico, neanche prima che mi beccasse a letto con sua figlia. Questione di pelle, non si può essere simpatici a tutti, e quella volta che ci eravamo insultati per un parcheggio sotto casa sua non aveva aiutato, ma che fosse la madre della mia ragazza lo avevo scoperto solo un minuto più tardi quando avevamo fatto la stessa strada fino allo stesso portone, perciò per me non conta. Per lei evidentemente si, perché è una donna rancorosa, e questo suo astio nei miei confronti non mi aveva reso le cose più facili quando il mio rapporto con Federica era peggiorato. Ultimamente il nostro matrimonio sembrava finito in un vicolo cieco, ci si parlava poco, e spesso per rinfacciarsi stupidaggini, e si passava un mucchio di tempo separati: se io ero in cucina a leggere lei stava in salotto davanti alla televisione, appena spuntavo di là lei si ricordava di avere l’armadio da riordinare in camera da letto. Le distanze sono un concetto relativo anche in un appartamento condominiale lontano dal centro, quando non vai d’accordo col tuo coinquilino.
Non lo so perché ci eravamo allontanati fino a quel punto, forse non c’erano più argomenti di cui parlare, forse non c’erano mai stati e avevamo sempre fatto finta di non saperlo perché stare da soli ci sembrava un destino peggiore. Non lo so, e neanche m’interessa, le storie finiscono e cambiare è giusto e necessario, e anche in quei giorni aspettavo che il nostro malato terminale tirasse finalmente le cuoia per raccogliere i miei stracci e andarmene verso una nuova vita più soddisfacente. “Non potevi prendere tu la decisione?”, mi chiederà qualcuno. No, sono un vigliacco, e poi farsi lasciare ti mette in una posizione di vantaggio nella spartizione dei beni comuni, e quell’appartamento era davvero confortevole.

La signora Violetta Francioso per come la ricordo.

Insomma, l’unica persona convinta che le cose fra me e Federica potessero continuare era proprio l’ultima che avrei visto a difendere la santità della nostra unione: la signora Violetta, mia suocera. Si era invitata a pranzo da noi quel giorno per cercare di salvare un matrimonio in crisi, o impedire a quella cretina della figlia di rompere per prima, rinunciando così ai vantaggi di cui sopra.
E fu così che mi ritrovai in piedi in mezzo al salotto con una macchia indelebile sul cuore, le schegge pericolose di una donna che mi detestava e la tempesta perfetta appena dietro la porta. C’è gente che si è sparata in faccia per molto meno.

La prima cosa che mia moglie vide fu il gatto: le si fiondò in mezzo alle gambe soffiando come un cobra e mandandola a sbattere contro lo stipite della porta. Lasciava una scia di zampette rosse sul pavimento, doveva essersi tagliato con una scheggia; per come la vedevo io se il gatto era ferito la colpa era di quella cicciona malvestita e dei suoi soprammobili letali. Uno a zero per me.

La vista del sangue fece dimenticare a Federica la ragione per cui mi aveva raggiunto in salotto, si precipitò dietro alle impronte rosse come Pollicino, lasciandomi il tempo di pensare a una via di fuga.

Mi levai il maglione e lo usai per raccogliere i cocci in un unico mucchietto. Ce n’erano ovunque, sul divano, sul tappeto, pezzi di Sacra Famiglia erano volati fin sotto la finestra, non proprio ciò che il Papa intende quando parla di “diffondere il verbo”, ma ognuno fa quel che può, no?
Usando l’ex-regalo della mia quasi ex-moglie come un guanto raccolsi il mucchio di vetri e mi affacciai in corridoio con circospezione: nessuno. La porta di casa era aperta, forse stava correndo dal veterinario col gatto sanguinante in braccio. Meglio, potevo sbarazzarmi del corpo del reato senza testimoni.
Feci quattro passi verso la cucina, ma ne uscì Federica, e quasi ci sbattemmo contro. Aveva il gatto in braccio, gli aveva fasciato una zampa. Lo sguardo di lei cadde su ciò che io tenevo in grembo, e a vederci da fuori, uno davanti all’altra, io che guardo un involto nelle mani di mia moglie, lei che guarda il mio, tutti e due agitati e scompigliati, dovevamo essere proprio ridicoli. Però la signora Violetta non stava ridendo. Era apparsa come dal nulla nella cornice della porta aperta, e ci fissava come un arbitro di boxe pochi attimi prima di dare il via al match.

Ecco, quello fu un santostefano felice. Cioè, no, nella classifica dei miei momenti più imbarazzanti sta subito sotto quell’altra volta in cui la signora Violetta scelse il momento sbagliato per entrare in una stanza. Ripensandoci è incredibile come quella donna riuscisse sempre ad entrare in scena nel momento peggiore, doveva avere una specie di sesto senso: “Il mio senso di suocera sta pizzicando! Spalanchiamo questa porta e vediamo cosa succede qui dietro!”
Però a distanza di anni non posso dire che quello fu un brutto giorno di santostefano, perché una volta rassicurati i vicini e i carabinieri che avevano chiamato, convinti che ci stessimo ammazzando, finì tutto per il meglio: Federica se ne andò in lacrime, sua madre se ne andò in lacrime, il gatto non so, credo che se sia andato alla chetichella e da allora non ho più visto nemmeno lui.

Adesso ho un altro gatto, vivo in un altro appartamento e sono tornato a trascorrere degli orrendi santistefani piovosi in cui non succede niente, talmente niente che arrivo a rimpiangere quei bei momenti carichi di tensione. Quasi quasi mi risposo.


The Cure @ Heineken Jammin’ Festival – 07/07/2012

I biglietti
Vent’anni fa, più o meno, stavo a Milano al Forum di Assago, che adesso si chiama Qualcosaforum, a seconda di chi paga lo sponsor: è stato Filaforum, Datchforum, Mediolanumforum e Tuamadreforum, quando si era messa a praticare il treperdue sulla tangenziale lì di fronte.

Era l’ultima sera di ottobre (how appropriate!), e su un palco che ricordava un tempio greco c’erano i Cure che portavano in giro il loro ultimo album. Li avevo appena scoperti grazie alle cassette del mio amico Darkillo, e avevamo comprato secchi il biglietto. Il 1992 è stato un anno pazzesco per la mia formazione live, in pochi mesi mi ero già sparato gli U2, i Dire Straits e Gianni Drudi, e la paghetta che mi passavano i genitori era pure bassa! Altri prezzi, signora mia!

Fu un concerto incredibile, ero in prima fila, conoscevo tutte le canzoni a memoria, c’era quella dietro di me che mi piantava continuamente le borchie del braccialetto sulla schiena.. avrei potuto morire lì ed essere appagato lo stesso.

Qualche mese fa sono lì che guardo pornazzi su internet e ad un certo punto viene fuori che i Cure celebreranno il ventennale del tour di Wish riportandolo in giro per l’Europa, e che verranno a suonare all’Heineken Jammin’ Festival il 7 luglio. Le acrobazie della signorina in video smettono di essere interessanti ben prima dei canonici venti secondi, e mi precipito su ticketone a comprare i biglietti, sperando che i maledetti bagarini non li abbiano già comprati tutti. Ci sono! Ne prendo due a scatola chiusa, la mia fidanzata non li ha mai visti i Cure, figurati se non le interessano.

Insomma, non vi sto a raccontare tutto quello che ho fatto da quel momento a ieri, sennò viene lunga, diciamo che alle quattro e mezza ci siamo messi in macchina io, il Subcomandante e Intercontinentillo, che nel frattempo è tornato dall’America per le vacanze e si è aggregato, e siamo partiti alla volta di Rho, dove si teneva l’HJF, che per chi non capisce gli acronimi è il festival che ho citato poche righe fa, ma dovreste stare più attenti.

Terra di nessuno
Viaggiamo bene e veloci, anche la temuta tangenziale la affrontiamo senza incidenti, e alle sei siamo nel posteggio P2 della Fiera di Milano sotto un sole che ammazzerebbe i pitoni. Dov’è il concerto? Di là, ci dice uno, indicando l’orizzonte che balugina lontano.

La fiera è grande e l’HJF sta proprio dietro, e per arrivarci bisogna girarci intorno. Lungo il tragitto incontriamo il padre di Branduardi, venuto a comprare un topolino per due soldi:

“Ma non ti sembrano tanti due soldi per un topolino?”
“Posso permettermelo, ho venduto un’opera a Brecht e ne ho ricavati tre, due li investo nel topolino e me ne rimane ancora uno da giocarmi alle macchinette!”

Poi entriamo nel mercato dei napoletani, una selva di bancarelle che vendono tutte la stessa maglietta e tizi che trascinano conche piene di birre ghiacciate.

“Signò, la vuole una birra?”
“Ma secondo te in un posto che si chiama Heineken Festival ne avranno birre?”
“Eh ma l’Aineche sa di piedi, io tengo Labbècs!”

Poi c’è la tizia che ti chiede se vuoi fare la pubblicità al nuovo smartfodellasamsu, ti infila dentro un telefono di cartone e ti fa dire “Samsungalacsi Essetrè, disain foriùma!”. Ti fa leggere un cartello dove c’è scritto proprio così, “foriùma”, e mi verrebbe voglia di partecipare e tirar fuori dalla tasca il mio Samsungalacsi Essedue che si pianta tutti i giorni e dire “samsungalacsi esserròtto!” e tirarglielo contro la telecamera, ma lei non ne può niente poverina.

Poi ci sono i cazzo di bagarini che ti vengono incontro con mazzette di biglietti in mano come le banconote di Krusty, e Marzia li allontana gentilmente dicendo no grazie, quando bisognerebbe buttarli per terra e prenderli a calci e offendere le loro madri per tutte le volte che non hai potuto comprare un biglietto degli U2 perché dopo venti minuti da che sono in vendita se li sono razziati tutti per rivenderseli al triplo fuori dai cancelli. Quando diventerò imperatore del mondo li metterò tutti nella categoria Bastardi Che Devono Morire Male, me lo segno.

Sole e un tappeto sintetico. L’inferno dev’essere pressappoco così.


HJF

Seguendo la scia di cadaveri calcificati dal sole arriviamo alla piana di asfalto in cui si tiene il festival. Il palco è lontanissimo laggiù in fondo, ci arriviamo facendo le soste obbligate secondo importanza, banchetto delle magliette ufficiali, cessi chimici, porchettaro, e ci sistemiamo a ridosso della transenna che ci separa dal Pit, che non è il marito di Angelina Jolie, ma un recinto per cui occorreva pagare dieci euri di più. Oltre quello c’è l’area Vip, un altro recinto che sta davanti al palco, pieno di persone senza reni, cornee e anima.

Il posto che occupiamo non è affatto male: il sole sta calando e la temperatura è accettabile, davanti a noi non c’è una ressa mostruosa a impedirci di respirare e il palco non è neanche lontanissimo, strizzando un po’ gli occhi si riescono a vedere perfino i megaschermi.
Inganniamo l’attesa mangiando panini di un materiale stranissimo, che in bocca ricorda la gommapiuma, ma che una volta ingoiato diventa uguale al marmo. La birra invece la riconosci subito, è proprio come diceva il tizio fuori, sa di calzino di lupetto dopo che si è tolto le scarpe sul locale per Torino alla fine di un’estenuante gita al Monte di Portofino.

Alle nostre spalle dei nazisti con un pitbull al guinzaglio facevano avanti e indietro sfidandoci a scavalcare.

Dopo una mezz’ora cominciano a suonare i New Order, che sarebbero i membri dei Joy Division che non si sono impiccati in cucina, quelli che un giorno hanno inventato la musica dance, poi si sono sciolti, poi si sono rimessi insieme senza dirlo al bassista e dandosi anche di gomito al pub ripensando alla faccia che avrebbe fatto vedendoli su un palco.

La loro esibizione è quella che ti aspetteresti da un gruppo che non ti sei mai cagato quand’erano in cima alle classifiche e li accomunavi ai Pet Shop Boys e agli altri discotecari del cazzo, ma che adesso infili nelle playlist di grooveshark sospirando di nostalgia: una figata elettronica danzereccia e peccato solo che ci sia questa transenna potevo spendere dieci euri di più e stare di là che c’è più largo e guarda come ci sballano quelle due tizie mezze nude la prossima volta non faccio il taccagno, me lo segno anche questo.

Nel frattempo lo spazio alle nostre spalle è andato riempiendosi, e quando cominciamo a sentire le campane che annunciano l’inizio del gruppo principale abbiamo una marea di corpi alle spalle e non posso fare a meno di pensare a The Walking Dead, e vorrei avere con me un’ascia. No, l’ascia è perché sono un misantropo di merda e odio le persone, anche quelle vive.

La scaletta (for fans only)

Cominciamo! Vent’anni dopo Wish sono di nuovo a un concerto dei Cure!
No, aspetta, veramente ci sono stato altre due volte a un concerto dei Cure, nel 1996 e nel 2000.
Ma stavolta è il tour di Wish! Come vent’anni fa!
No, aspetta, dice Espertillo che in realtà non è il tour di Wish, fanno solo una carrellata di vecchi successi, ma devo aspettarmi un po’ di tutto.
Ma ormai è troppo tardi per richiedere i soldi indietro!

Robert Smith è talmente ciccione che hanno dovuto costruire un megaschermo apposta per contenerlo.

L’apertura è da brividi, o da Disintegration, che è comunque un album da brividi: Plainsong, Pictures Of You e Lullaby, una dietro l’altra, e già pensi che vale la pena di esserci, che un attacco così è quasi meglio di quello del’92, quando al posto di Plainsong fecero Open e High. Quasi meglio, perché Open è un capolavoro e mancherà nel concerto di stasera.

High arriva di seguito, come quarta canzone, e non ho ancora smesso di cantare, meglio che mi facciano riprendere fiato, e infatti fanno The End Of The World, quella nuova che nel video gli va giù la casa e quando l’ho visto ho pensato che i Cure non hanno più niente da dire, ma i video sono ancora carini.

Torniamo indietro con un altro classico da Disintegration, Lovesong, che tutto il pubblico apprezza, e poi mettiamo lì un altro pezzo nuovo che mi cago poco, Sleep When I’m Dead.

La chitarra allegra di Push fa mille giri prima di essere accompagnata dalla voce di Robert Smith, che sembra divertirsi un sacco, si agita come l’orsetto ciccione, si asciuga la faccia con la manica della camicia, riprende a ballare con la chitarra appesa al collo, e da lontano la sua silhouette sul palco è iconografica come quella di Indiana Jones col cappello in testa. E’ una lezione di storia della musica quella a cui stiamo assistendo, una di quelle più divertenti.

Il gruppo ha preparato una scaletta furba, e non ci fa smettere di agitarci: dopo Push è la volta di In Between Days e Just Like Heaven, sempre senza sosta, cominciamo ad avere il fiatone. Anche Ballerillo è provato, che certi ritmi non li regge più neanche lui che è una bestia da concerti. Le uniche che non sembrano sentire la stanchezza sono le due tizie di prima, che continuano a ballare come forsennate. Una è sempre più nuda, si è calata i pantaloncini fino a mostrare la nasella e indossa gli occhiali da sole nonostante il sole sia sparito dietro il palco.

Per fortuna che il telefono ha anche una fotocamera che funziona con la batteria scarica

Finalmente un pezzo di Wish: From The Edge Of The Deep Green Sea. Non so gli altri, ma per me è una delle canzoni più belle che abbiano mai scritto, le chitarre distorte creano un tappeto denso, da affondarci i piedi; chiudo gli occhi e mi dimentico di dove sono, ci vediamo fra sette minuti e quarantaquattro secondi.

Torno alla vita sulle note di un pezzo che non conosco, bello pieno. È nuovo (almeno per me), si chiama The Hungry Ghost, non è male.

Il blocco successivo di canzoni lo associo alla copertina del Greatest Hits, quella col vecchio in bianco e nero, e ai suoni sintetici che riempivano il disco: Play For Today, A Forest, Primary, quasi nello stesso ordine della raccolta, e The Walk, che stava sul lato B.

Da notare che fino a qui il concerto è stato sempre tiratissimo, una canzone dietro l’altra, nessuna sosta, giusto un paio di battute del cantante, peraltro incomprensibili, data la sua passione per il borbottio. E tutte suonate alla grande, belle cariche di suoni, da quel palco si sprigiona un’energia che raramente mi è capitato di percepire ad un concerto. Per dire, a quello di Guccini no.

Effetti bizzarri e pure inutili, ma tanto al buio non è che puoi fare ste gran fote.

Friday I’m In Love viene accolta da un boato, credo che la conoscano anche i tizi della sicurezza che vigilano affinché nessuno scavalchi dall’area zozzoni micragnosi dove stiamo noi a quella zozzoni e basta, detta anche Pit.
Ogni tanto qualcuno ci prova a scavalcare, e si fa malissimo sbattendo sulle transenne, che dal nostro lato sono delle lastre di metallo piuttosto semplici, ma dietro hanno un sacco di paletti inclinati e sgabelli e uncini e credo che fossero un progetto scartato da Aegon Il Conquistatore quando disegnò il Trono di Spade.

I pochi che sopravvivono all’impresa si perdono immediatamente nella folla, ma c’è qualcuno che non ce la fa e viene catturato dal temibile guardiano. Quando questo accade cominciano le atrocità (sconsiglio la lettura del paragrafo che segue alle persone sensibili):

Il guardiano si mette davanti all’immigrato clandestino e gli fa: “Hai scavalcato?”
L’immigrato si fa piccolo piccolo, che il guardiano è veramente un bestione, e mormora con un filo di voce “ssi”, non cercando neanche di vendergli una scusa, che potrebbe farlo imbestialire ancora di più.
Il guardiano lo fissa con gli occhi dell’orco e dalla sua bocca grondante sangue gli fa: “Vabbè, stai lì.”, e se ne va.
L’immigrato resta un po’ stordito dalla sorpresa di avere ancora tutti gli arti al proprio posto, poi aspetta che il guardiano si volti e scappa tra la folla.

Nel frattempo Friday I’m in Love è finita, ma il momento Wish continua con Doing The Unstuck e Trust. La prima è un po’ meno gioiosa che nel disco, la seconda me lo mena uguale preciso.

Ma è proprio l’atmosfera del concerto che si è fatta più cupa con l’approssimarsi delle tenebre, sta cominciando il Momento Pipponi.

Il gruppo ha lasciato indietro le canzoncine pop, e adesso vira sul dark pesante: Want, Wrong Number, One Hundred Years e Disintegration. Alla fine Robert Smith abbandona il palco in lacrime (sic, che per chi oltre gli acronimi non sa neanche il latino vuol dire “per davèro!”), che si vede che si è depresso anche lui. Le due tizie nel Pit continuano a ballare anche dopo che la musica è finita, mi sa che c’è qualcosa che non va.

Momento Pippone

La pausa è breve, neanche il tempo di gridare fuorifuor e sono di nuovo tutti lì, allegri come se niente fosse successo, e sfornano tre reperti: Shake Dog Shake, Bananafishbones e The Top, che il cantante introduce dicendo che è solo la seconda volta che la fa dal vivo; in realtà è la quarantunesima, ma si vede che le altre 39 volte l’ha fatta in playback.

Stavolta la canta davvero, e benissimo pure, e quando grida “Please come back” alla fine si allontana dal microfono e la voce arriva flebile e pensi che questa qui è proprio una stronza ad averlo lasciato da solo laggiù in fondo e fai come ti dice, non lo senti che ti chiede di tornare? Tutta intera, specifica, che a pezzi con ‘sto caldo vai subito a male.

Escono di nuovo, neanche il tempo di dire fuorif che sono di nuovo lì, allegri come se il concerto stesse per finire, e ti sparano l’ultima raffica di pezzoni per chiudere in allegria, tutti amici, ciao è stato bello, ci rivediamo presto: Dressing Up, The Lovecats, The Caterpillar, Close to Me, Just One Kiss, Let’s Go to Bed, Why Can’t I Be You? e Boys Don’t Cry.

Abbandoniamo il terreno lasciandoci alle spalle una distesa di bicchieri di plastica e cartacce e due tizie mezze nude che ballano ormai sfinite, sbattendo i loro corpi imbottiti di acido contro i passanti che sfollano. Ieri sera suonavano i Prodigy, secondo me sono lì da allora.

Quando è partita The Lovecats abbiamo ballato un casino. Cioè, un casino di più del casino di prima.

Stamattina ho visto un’intervista dove Robert Smith dice che si è divertito tantissimo, è stato uno dei concerti più belli che ha fatto in Italia, ma col cazzo che ci torna, e se Katia non è venuta a vederlo peggio per lei, la prossima volta al matrimonio si dà malata.


and through foggy London town the sun was shining everywhere (4)

Baker Street
Al 221B c’è il museo di Sherlock Holmes, una volgare trappola per turisti piena di non voglio neanche sapere che cosa sul tema “brillanti investigatori con la pipa”, perciò va da sé che il telefilm con Martin Freeman è girato in un altro posto che non è il 221B e non è neanche Baker Street.

Io ci capito giusto perché al numero accanto hanno aperto il Beatles Store e la mia fidanzata DEVE andarci, e quando dico DEVE interpretatelo come uno di quei dogmi su cui si basa l’universo, tipo “l’uomo DEVE respirare per vivere” o “Pablo non DEVE lavare i piatti sennò li rompe”.

Il Beatles Store è completamente diverso dal museo di Sherlock Holmes, questo infatti è una volgare trappola per turisti piena di cose che ho visto con i miei occhi sul tema Beatles: ci sono le tazze, le magliette, le mutande, i magneti da frigo, i portachiavi, le cravatte, gli orologi, le cartoline.. Avete presente quei negozi di cianfrusaglie per turisti dove vostra madre compra i regali per vostra zia? Ecco, sostituite lo Union Jack con la copertina di Yellow Submarine e vi sarete fatti un’idea parecchio precisa di cosa vendono lì dentro.

Di fronte al Beatles Store, incoraggiati dal teorema di Barnum e dallo share di trasmissioni come Il Grande Fratello, gli stessi proprietari del Beatles Store hanno aperto un negozio dedicato ai miti del rock’n’roll. Inutile che vi dica cosa contiene, sono sicuro che lo immaginate benissimo da soli.

Abbey Road
E dopo il Beatles Store ti pare che ci facciamo mancare la visita alle strisce pedonali più famose del pianeta?

A Abbey Road si trovano gli Abbey Road Studios, dove i Beatles incisero quasi tutti i loro dischi; di fronte agli studi di registrazione c’è l’attraversamento pedonale che fa da copertina a Abbey Road, quello dove ci sono loro quattro che attraversano e Paul McCartney è scalzo. Tutti i giorni da allora milioni di persone calpestano quelle strisce avanti e indietro, si fermano in mezzo e si fanno la foto (generalmente scalzi perché fa più Beatles), alimentando l’odio profondo degli automobilisti che sono costretti a passare di lì. Immaginate di dover passare in macchina davanti a una scuola per andare a lavorare, e tutte le mattine prima delle otto si formi una coda a causa degli studenti che arrivano dal marciapiede di fronte. È un bel fastidio, ma di breve durata, no? Ora immaginate che la scuola sia aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, e che invece di un migliaio di studenti ne contenga sessanta milioni, e che in qualunque momento della giornata voi passiate di lì ce ne siano una decina in mezzo alla strada che vi obbligano a fermarvi, ma che quando siete fermi non attraversino, stiano lì a pensarci su, facciano due passi e poi tornino indietro, o si arrestino a metà.

L’attraversamento di Abbey Road mi ha fatto ricredere sulla proverbiale pazienza degli inglesi.

Hampstead
Da Abbey Road avremmo dovuto tornare indietro per arrivare a Highgate in metropolitana, ma essendo più o meno alla stessa altezza dal centro decidiamo di prendere un autobus e proseguire nella stessa direzione. Finiamo così a Hampstead, un paese che con Londra ha pochissimo in comune, pur essendo così vicino da avere una sua fermata della metropolitana.

Tutti gli edifici sono costruiti in mattoni rossi, c’è pochissimo traffico, una sensazione di quiete che se ad un certo punto incontrassi Biff Tannen e la sua banda di scagnozzi non ci troveresti niente di strano, salvo che loro stavano in America, ma cosa ne sai che ad un certo punto non siano andati a farsi le ferie nel vecchio continente, in fondo Ritorno Al Futuro ti mostra solo un periodo molto breve della storia di Hill Valley, magari a telecamere spente il bullo della scuola ha preso e se n’è venuto in Europa ed è stato anche in Italia, e si è fatto fotografare di sera a Venezia mentre piscia su una gondola. Comunque Hampstead sembra avere degli affitti piuttosto cari, ho fatto una ricerca, e peccato perché gironzolando per le stradine silenziose abbiamo anche trovato una casetta col giardino scammurriato che avrebbe fatto proprio al caso nostro. E pazienza, vorrà dire che quando sarò in pensione me ne andrò a svernare in Portogallo.

The Horseshoe
28, Heath Street
All’ora di pranzo cerchiamo un locale nei paraggi e ci infiliamo in questo ristorante arioso, che si vanta di cucinare la carne migliore di quella regione che non mi ricordo quale sia, ma che pare faccia della carne buonissima, tipo che non ne hai mai mangiata di più buona. Io nel dubbio prendo un’insalata. Marzia invece si fida e al primo morso la vedo che comincia a mugolare in un modo che in tanti anni di vita insieme non l’ho mai vista, e infatti ci resto anche un po’ male, poi mi fa assaggiare un pezzetto di hamburger e cacchio, è veramente buonissimo. Vabbè, la prossima volta che vengo a Londra devo tornare in questo posto e ordinare una bistecca. Cominciano ad essere tante le cose da fare la prossima volta che vengo a Londra, mi sa che dovrò venire una volta apposta solo per farle tutte.

 

Hampstead Heath / Parliament Hill
Secondo la Santa Lonely Planet questo parco gigantesco è un ritrovo per coppie omosessuali. Lo diceva anche di una zona di Central Park. Lo dice di tutti i parchi cittadini dall’aspetto più selvatico, si vede che la vegetazione incolta libera dalle inibizioni, oppure gli autori delle guide sono dei frustrati visionari, vai a sapere.

Che siate in cerca di emozioni o no questo parco merita una visita, anche perché da qualche parte lì in mezzo dev’esserci la grossa villa in cui è stato girata una scena di Notting Hill, e potrete togliervi lo sfizio di gironzolare in crinolina e ombrellino parasole, sentendovi come in un libro di Henry James. Se non trovate la villa non fa niente, potete sempre ripiegare sulla visibilissima Parliament Hill, che è una specie di sfondo del desktop di Windows senza le icone ma con un paio di panchine. Dalla vetta la vista della città è notevole, ma tira un vento che se aprite la giacca a mò di vela potete tornare in centro senza prendere la metro. Mary Poppins faceva così, poi le è stata affibbiata la nomea di strega e sono nate un sacco di leggende terribili sul suo conto, tipo che dava i bambini in pasto allo spazzacamino mannaro, ma all’inizio era solo un’incauta signora di Hampstead che ha aperto l’ombrello nel posto sbagliato.

Highgate
Il cimitero di Highgate è una delle cose più fighe che si possano vedere in fatto di cimiteri. L’idea che hai appena attraversato il cancello è di trovarti in mezzo alla foresta amazzonica e di avere scoperto i resti di un’antica città. È il giardino inglese, bellezza: prendi un terreno incolto, togli le spine, mettici delle panchine, dimenticatene per dieci anni.

Dentro il cimitero di Highgate si possono incontrare celebrità che non ci crederesti, come Douglas Adams, l’autore della Guida Galattica Per Autostoppisti, o Alexander Litvinenko, l’agente segreto russo al centro dell’intrigo internazionale che tenne banco nel nostro Paese qualche anno fa.

(Piccola divagazione: perché le spie hanno sempre nomi evocativi come James Bond e Tara Chace, e a noi tocca invece Mario Scaramella?)

La nostra visita al cimitero non riguarda nessuna di queste celebrità, noi vogliamo andare a commemorare Karl Marx. Perché, a dire il vero, non lo so, io l’unico Marx che conosco ha i baffi e fa l’assistente di Dylan Dog, ma la mia fidanzata ci tiene e non mi costa niente farla contenta.

Il cimitero però non collabora, e dopo una lunga scarpinata attraverso Parliament Hill e il parco di Hampstead si fa trovare chiuso. Ma tipo sprangato. Che non c’è neanche un morto, neanche quelli da poco, al posto del cimitero ci hanno tirato su un condominio bruttissimo che quando ci passi vicino emette il tipico verso del drogato da giardinetti. Si vede che non è orario di apertura, stiamo un po’ a ciondolare intorno al cancello del cimitero per vedere se si apre e poi ce ne andiamo tristi come due che ci hanno lasciato dentro un parente giusto ieri.

Magari poi a provare dall’entrata superiore si trovava anche aperto, ma la gita nel parco comincia a farsi sentire, e la differenza fra noi e quelli che stanno dentro è ancora troppa per azzerarla con altri inutili sforzi. Pigliamo un autobus e andiamo a Camden Town.

Camden Town
Come ho già scritto riguardo a Portobello Road, anche Camden Town è un bel cesso di posto, pieno di negozi che ti vendono sempre lo stesso ciarpame e di italiani dall’accento fastidioso che strepitano davanti alle vetrine, però rispetto al suo predecessore è parecchio colorato, molto più esteso e offre una discreta selezione di cibi esotici. Però resta una merda. E anche i cibi esotici, dai, roba da festa dell’unità, ma con in più le cuoche cinesi che ti allungano pezzi di involtino primavera strillandoti dietro che devi assaggiare assaggiare tutto buono prova prova, che dopo la quarta vorresti infilarle la testa nella friggitrice.

Una volta mi divertivo ad andare da Cyberdog, che è un negozio di abbigliamento per discotecari in acido, ma in dodici anni da che l’ho scoperto non ha mai cambiato una vetrina. Si è spostato in un negozio più grande, ma la roba che vende è sempre la stessa di quando ci sono entrato la prima volta, che due palle.


la carogna del lunedì

21/03/2011, a dirla tutta un lunedì mattina, quindi un post breve, che il lunedì mattina si va a lavorare incarogniti, e forse è questa la ragione per cui mi sento come un appartamento vuoto, col cartello affittasi appeso alla fronte e tutte le persiane chiuse a rimbombare il silenzio. Si, probabilmente è quello, e non l’effetto della prolungata esposizione a me stesso senza gli scudi termici e i deflettori da astrocaccia che la presenza di Marzia mi garantisce. Perché quando sono da solo mi trasformo in una specie di riassunto dei Fantastici Quattro, divento invisibile anche ai vicini, mi allungo a prendere la parte di casa che ho a portata di braccio senza alzarmi dalla sedia, mi si infiammano gli occhi per le eterne sessioni di videogiochi e a non lavarmi la pelle si ricopre di un roccioso strato di sporcizia.

Al di là delle considerazioni fumettistiche, oggi dovrebbe essere una bella giornata, che quando tornerò a casa la troverò abitata da creature con cui posso parlare. No, meglio, da cui posso aspettarmi una risposta. E pazienza se mi aspetterà una scudisciata per aver lasciato la casa in condizioni tali da far ribrezzo a un libico di ritorno dal Giappone, sarà bello riaverla in giro a lamentarsi. Un po’ meno sarà dover preparare cene socialmente accettabili a orari prestabiliti, che l’unico vantaggio del vivere soli è il panino improponibile delle cinquemmezza, che ti fa un po’ da pranzo e un po’ da cena.


il Fantastico Quattro

21/03/2011, a dirla tutta un lunedì mattina, quindi un post breve, che il lunedì mattina si va a lavorare incarogniti, e forse è questa la ragione per cui mi sento come un appartamento vuoto, col cartello affittasi appeso alla fronte e tutte le persiane chiuse a rimbombare il silenzio. Si, probabilmente è quello, e non l’effetto della prolungata esposizione a me stesso senza gli scudi termici e i deflettori da astrocaccia che la presenza di Marzia mi garantisce. Perché quando sono da solo mi trasformo in una specie di riassunto dei Fantastici Quattro, divento invisibile anche ai vicini, mi allungo a prendere la parte di casa che ho a portata di braccio senza alzarmi dalla sedia, mi si infiammano gli occhi per le eterne sessioni di videogiochi e a non lavarmi la pelle si ricopre di un roccioso strato di sporcizia.

Al di là delle considerazioni fumettistiche, oggi dovrebbe essere una bella giornata, che quando tornerò a casa la troverò abitata da creature con cui posso parlare. No, meglio, da cui posso aspettarmi una risposta. E pazienza se mi aspetterà una scudisciata per aver lasciato la casa in condizioni tali da far ribrezzo a un libico di ritorno dal Giappone, sarà bello riaverla in giro a lamentarsi. Un po’ meno sarà dover preparare cene socialmente accettabili a orari prestabiliti, che l’unico vantaggio del vivere soli è il panino improponibile delle cinquemmezza, che ti fa un po’ da pranzo e un po’ da cena.


pollo ai peperoni

Il pollo ai peperoni non è il piatto più indicato per la cena, almeno non se si intende dormire entro le successive ventiquattro ore comodamente sdraiati in un letto. Dato lo stato di pesantezza in cui ti lascia sarebbe necessario addormentarsi in una posizione meno orizzontale, così da agevolare lo stomaco nel suo lavoro, già tanto difficile. Per esempio in piedi come i cavalli potrebbe essere una posizione conveniente, o appesi a una gruccia nell'armadio.

Una buona passeggiata dopo il pasto aiuta la digestione. La maratona di New York è particolarmente indicata per smaltire le porzioni bibliche che mi sono trangugiato poco fa. Sempre che corra da qui fino alla linea di partenza, naturalmente.
È che mi sento come se lo stomaco si fosse vestito da palombaro, con scafandro e scarponi di piombo, e si stesse immergendo in qualche abisso oceanico. Se chiudo gli occhi li vedo quei pesci orribili con la mandibola di fuori, piantati davanti a me a fissarmi con quelle bocce luminescenti che hanno ai lati della testa. Anche se li apro davanti a uno specchio li vedo, e in più sono spettinati e con la barba lunga, e si lamentano, dicono che no, il secondo piatto non avrebbero dovuto mangiarlo.

Di andare a dormire non se ne parla, mi rivolterei nel letto tutta la notte, alternando stati di veglia nervosa a brevi sonni costellati da incubi, ma di quelli brutti, tipo che lavoro ancora alla fabbrica di materassi e sono sposato con la mia collega, ma non quella un po' zoccola con le belle tette, sua sorella il cinghiale coi baffi, una specie di Maurizio Costanzo con la permanente alle setole. Neanche uno zombi che venga a salvarmi in quei sogni lì, mi sveglio sudato con un grido strozzato in gola: “Come sarebbe che non hai preso la pillola??”

Mioddio. Piuttosto che affrontare simili demoni passerei la notte sveglio, ma a fare cosa? I videogiochi me lo menano da un po', i porno neanche quello, mi tocca fare da solo, e in entrambi i casi dopo un paio di minuti compare la scritta game over.

Potrei scrivere, il libro è finito, ma ho già un altro progetto fra le mani, la storia di uno che.. no, un momento, non vi aspetterete mica che ve lo racconti, vero? Filate a comprarvi Acapistrani, piuttosto! Ce l'avete già? Traducetemelo in inglese, che ci faccio un ebook e mi ritiro a scrivere romanzi digitali invece di andare a lavorare in macchina.

Ma lo sapete che da casa mia al posto di lavoro ci vogliono venticinque minuti se esco di casa alle settemmezza, ma solo dieci se esco alle setteventicinque? Escono tutti di casa insieme da queste parti, e in un attimo intasano la strada, che è stretta e attraversa tre centri abitati piuttosto affollati prima delle otto di mattina. Quindi ho da scegliere, o arrivo alle otto in punto rischiando il ritardo o arrivo alle sette e trentacinque e sto a rompermi le balle fino alle otto insieme ai miei colleghi che sono bravi, ma basta.

Non ve ne ho ancora parlato dei miei colleghi? Dunque, c'è Muttley, un quarantacinquenne perennemente accigliato come il cane di Dick Dastardly, ha in antipatia tutti i suoi colleghi tranne me, in particolar modo odia Bradipo, che sfotte tutto il giorno facendogli il verso quando non lo vede. È bravo nel suo lavoro, è sicuramente quello che ci mette più impegno e si guadagna le lodi del titolare, che però non sopporta. Vive con la madre, non ha fidanzate né cellulare, esce il sabato sera con gli amici e vanno al pub sotto casa, a parlare di bici.

Poi c'è Bradipo, un ventierottenne pigro, grassottello e antipatico, col quoziente intellettivo di un fisico quantistico dopo che gli è passato sopra il pullman del fan club di Max Pezzali di ritorno da un concerto. Non parla praticamente con nessuno, tranne col suo telefono, con cui passa tutto il tempo prima e dopo il lavoro, spesso anche durante. Trascorre il resto delle sue giornate ciondolando dietro ai macchinari dove nessuno possa disturbarlo. È in grado di raggiungere stati di alienazione mistica osservando per ore un cestino uscire da una centrifuga e infilarsi in quella accanto. Se gli chiedi cosa sta facendo davanti a una macchina che va da sola ti risponde che controlla che non si fermi. Pare essere stato assunto per quello, e infatti non ha voglia di fare altro, ma la sua vera ambizione è lavorare in magazzino. Il magazzino esercita su di lui un fascino particolare, quando ha la possibilità di passarci del tempo cambia completamente aspetto, diventa veloce, estroso, intelligentissimo. Peccato che in magazzino ci lavori già io e l'idea di passare del tempo con un tale imbecille mi ripugni, così ogni volta lo spedisco via a calci nel culo e il suo talento si perde nell'oblio.

Il terzo personaggio ha la mia età e si chiama Atarumoroboshi. È un pazzo con due soli hobby, l'aeromodellismo e i cartoni animati porno giapponesi. Di entrambi conosce tutto, ma solo i secondi, quando te ne parla, gli fanno tremare la voce e muovere le mani come pinzette. Neanche lui, come Muttley, ha mai avuto una fidanzata, e questo lo ha portato a idealizzare la sua donna ideale in una ragazza vestita da scolaretta, con due tette come pentole a pressione Ariston formato ospedale da campo, gli occhi da manga e la possibilità di pilotarla tramite telecomando entro un raggio di due chilometri. Da quando Bradipo è entrato a far parte del gruppo l'aeromodellismo è un po' calato nei suoi interessi, ora nutre una curiosità viscerale verso il nuovo collega, che esamina minuziosamente da lontano, per poi commentarne il comportamento con Muttley. Lo odia in un modo che solo certi medici possono capire, ma secondo me la notte se lo sogna in topless, mentre gli svolazza attorno con un'antenna ficcata nel culo.

A completare il quadretto c'è Droopy, un ometto dell'età di Muttley, all'apparenza il più normale. Ha una famiglia in continua espansione, ogni anno fa almeno due figli, va in ferie, fa il pendolare, sul lavoro non ha grossi problemi con nessuno, pare andare d'accordo perfino con Bradipo. L'unica peculiarità su di lui è che vive a Civitanova Marche e tutte le mattine si smazza 560 chilometri per venire a lavorare. Quando gli chiedi perché non si trova un posto più vicino ti mostra il suo sorriso triste e se ne va.

Ecco, io lavoro in un posto così, e quando mi sveglio la mattina mi ritaglio venti minuti mezz'ora per frugarmi nella testa e trovare le parole. La mattina ci riesco meglio, perché nel sonno le parole ti scivolano tutte sul lato della testa che appoggi al cuscino, e quando è poco che sei sveglio riesci ancora ad acchiapparle prima che tornino a nascondersi nelle pieghe dei pensieri. Quando torno da lavoro è un casino scrivere, che il baccano che fanno le macchine mi fa un sacco di confusione in testa, e i miei colleghi mi fanno venir voglia di star zitto.

Come adesso, che l'unico rumore che si sente è il ticchettare delle dita sulla tastiera e quello della legna nella stufa. Il calore della cucina ce lo dividiamo io e Frida, come un segreto fra compagni di banco. È bello essere qui, stasera, ad ascoltare questo silenzio ticchettante. Fa venir voglia di mangiarsi dell'altro pollo coi peperoni.


mercoledimattina

Quello nello specchio ha una faccia da psicoticopatico preoccupante, con quella barba folta e i capelli sparati, hai voglia a passarti le mani in testa, tuttalpiù diventa uno psicotico pettinato, di quelli che c'è da averne paura doppia. Bisogna capirlo, viene da una giornataccia in cui ha schiacciato un parassita, ha pagato la multa di un altro, ha aspettato sei mesi per fare una visita e tutto senza neanche tornare a casa dal lavoro. Una volta fra le mura familiari, poi, ha cucinato un niente insipido e se n'è andato a dormire come i vecchietti.

E si che ne avrebbe avute da ridere, che il suo primo romanzo è finito. Pri-mo-ro-man-zo, che Spassky è un esercizio di stile di quando si correva dietro alle compagne di scuola e ci si mostrava con la penna e il quaderno a quadretti perché faceva più figo. Non serviva a un cacchio uguale, ma vuoi mettere lo sciallo? Poi romanzo è una parolona, si legge in due ore, tuttalpiù romanzetto, ma no, vaffanculo, è un romano, ed è pure scritto bene, il protagonista è disegnato a pennino, ci sarebbe da parlarne di uno così. È il mio solito problema, mio o di quello nello specchio, ma più mio, lui al limite ha dei imelborp: tendo a sminuire il mio lavoro, e già che ci siamo anche ad evitare lo scontro, che ieri il parassita non era da offendere e andarmene, era da offendere e spiegargli perché lo stavo offendendo, ma spiegarglielo lentamente e in maniera ancora più offensiva, come pestare uno scarafaggio con le ciabatte e dirgli “aspetta lì che vado a mettermi gli anfibi”.

È che poi mi passa e mi dispiace infierire, solo che mi passa per poco, poi mi rimonta e mi incazzo anche per quello che avrei dovuto e non ho, e allora torno a casa nervoso e cucino di merda.
No, cucino sempre di merda, ma quello è un discorso a parte, e poi posso sempre dare la colpa a Marzia che mi lascia i piatti da lavare e mi fa perdere tempo, e a Jack che vuole uscire e mi fa perdere tempo, e al 44° Parallelo che in questi giorni ci lascia al freddo e mi tocca accendere la stufa ed è altro tempo che se ne va.

È un dato di fatto, se abitassi in un paese più caldo, in una tenuta con quaranta chilometri quadrati di parco e avessi uno stuolo di domestici a lavarmi i piatti sono sicuro che non cucinerei di merda, quindi non è colpa mia se mangi male, prenditela col deshtino porcobbashtardo che ci vuole male a tutti e due. Tre, che a Jack sarebbe tanto piaciuto vivere in una tenuta con quaranti chilometri quadrati di parco tutto intorno.