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di quando ho visitato una tomba etrusca

Succede che sono caduto in un buco. Non sto a spiegare come e perché, il punto è che ci sono e devo tirarmene fuori, così ieri sera sono andato a fare una prova di improvvisazione al Teatro Della Gioventù, dove per tutto luglio si tengono queste lezioni one shot senza iscrizione, paghi e provi e se vuoi torni.

“Perché l’improvvisazione e non per esempio l’autoaiuto, che ti farebbe tanto meglio?”, si chiederà qualcuno. Perché i gruppi di autoaiuto si riuniscono il pomeriggio e io il pomeriggio lavoro, e poi perché voglio uscire dal buco, non allargarlo.

È che a me l’improvvisazione piace, e domani dovrei anche cominciare questo corso di un mese presso la mia scuola di riferimento, ma son successe delle cose che alla fine non lo so mica se il corso lo faccio, che se vai a fare una cosa che ti diverte e tieni i musi tutta la sera forse è meglio se vai a fare dell’altro. Io poi non so fingere di essere felice, mi sgamano subito.

Insomma che vado a fare questa roba, ma siccome non sono convinto staziono per un po’ vicino all’entrata e mi guardo intorno per annusare l’aria. Ci sono due tizie, Pleurite e Gas Intestinali, che mostrano più o meno la mia età, seppure appartengano a un altro sistema solare e quindi non si può dire con certezza. Passa una ragazza molto carina e spero tanto che si infili nel cortile del teatro, ma tira dritto e mi lascia di nuovo lì con la mia faccia da meh.

Arrivano due signore sui tardi cinquanta e loro si che entrano, ed entra anche una mamma con figlio ventenne, e due reduci della battaglia di Solferino, e la mummia di Tutankhamon, e ci sarebbe anche una di quelle vecchiette che si spostano col girello, ma per fortuna rende l’anima a dio sul marciapiede e almeno quella ce la siamo evitata.

Mi avvicino lo stesso, attratto dal cicaleccio che proviene dal cortile, magari c’è un’altra entrata, penso, e intanto che effettuo la mia manovra discreta si apre una porta e ne esce l’insegnante, una mia coetanea discretamente carina, che cerca di far passare in secondo piano il fatto di essere un’attrice di teatro. Va in giro tutta vestita di bianco e vaporosa, e ride e gesticola e parla con la voce affettata, e proprio non lo indovineresti mai che di mestiere fa l’attrice di teatro, e magari è anche brava, però io sono più impostato sullo sticazzi, e quell’odore di mela cotta che aleggia intorno mi ha già fatto venire voglia di andarmene, e difatti mi giro e sto scivolando via col telefono in mano per cercare di aggiustare la serata, ma sbatto dentro Marcella.

Marcella è una mia ex compagna al corso di portoghese, ed è quella che mi ha parlato di queste lezioni, e mi piglia per un braccio e mi riporta dentro, che tanto cos’hai da perdere e vedrai che ti diverti, e in effetti divertirmi è una cosa che mi servirebbe, e insomma entro e pago e faccio il corso.

Viene fuori che le ragazze giovani e carine si riducono a me, e ho detto tutto, ma l’atmosfera da unitre è allegra, e c’è affiatamento e qualche bella risata me la faccio, e quando salgo sul palco con una signora bassina ci troviamo subito in sintonia e facciamo una bella figura, e anche la mia autostima se ne torna a casa soddisfatta. Beata lei, io per finire in positivo esco a metà di un esercizio di gruppo che si sta rivelando un bagno di sangue, che contare fino a due è un compito gravoso quando superi i cinquanta, e vado a visitare un laboratorio di odontoiatria e mi faccio una birra con Medusa, che è sempre bello avere degli amici su cui contare in quella scala di necessità che va dall’alleggerimento della coscienza alla ricostruzione dell’arcata dentaria.

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mi-tap

Pre-mi-tap

Per la seconda volta da quando frequento il Club Dei Sociopatici ho vinto la mia naturale ritrosia e ho partecipato a un mitàp, che sarebbe quella cosa dove gli affiliati si incontrano in una città e si presentano: “ciao a tutti sono Antonio, sto su tumblr da sei anni e questa è la prima volta che esco di casa e parlo con qualcuno”, “mi chiamo Katia, ho una dipendenza da gif di gattini e pornografia”, “sono Rino, suono l’ukulele”.

La volta scorsa sono andato fino a Bergamo per incontrare i miei simili, quest’ultimo era più vicino, ma non si può dire che sia andata meglio, perché la città in cui si svolgeva il mitàp era Milano. Non so se avete presente il rapporto che hanno i genovesi con Milano, la gente di riviera e quella dell’entroterra come me, coi milanesi.

Diciamo una roba così, ma con Casalino (quello al centro) che dice uè figa:

Non mi dilungherò oltre su quest’antica diatriba, non vorrei offendere qualcuno, magari un milanese si incazza e viene a cercarmi e arriva alla prima curva di Serravalle Scrivia e pensa che in fondo la vendetta non è una ragione sufficiente per rischiare la vita sui tornanti micidiali della A7, esce al casello e si fionda all’outlet, come tutte le domeniche.

Io comunque parto con le migliori intenzioni, perdo la mattinata a smadonnare sull’impasto dei biscotti che non vuol saperne di stare attaccato, e alla fine parto con un sacchetto pieno di brasadè alla quellagranputtana, che non è il nome originale della ricetta, ma se l’è guadagnato sul campo.

Il lettore mp3 mi lascia prima di Tortona, ho scordato di caricarlo, e per il resto del viaggio mi sintonizzo su Radio3, che mi offre interessanti aneddoti con cui arricchire le mie conversazioni:

– l’uso corretto dell’apostrofo;
– lo sapevate che lo scacciapensieri esiste anche in Russia e si chiama рана языка?
– tutto quello che avreste sempre voluto sapere su Antonín Dvořák, ma non avete mai osato chiedere.

…………………..

Arrivo a Famagosta, che mi ha suggerito una dei sociopatici di cui sopra, scambio la macchina con un vagone della metro e mi porto in centro, puntuale come la tua ragazza quel giorno in cui le hai detto “credo sia la prima volta che arrivi in orario a un appuntamento” e lei “perché non voglio stare con te un minuto di più, è finita, ciao”.
Davanti alla statua del tizio a cavallo, fuori dal Duomo, non c’è nessuno.
Cioè, c’è un casino di gente, ma nessuno che riesca a identificare come sociopatico.
No, non è corretto neanche così, perché ci sono decine di personaggi che portano addosso i segni di una vita di solitudine, primo fra tutti un turista giapponese armato di cavalletto per farsi le foto da solo.

“Scusa, ma che ne sai? Magari sua moglie era in giro per negozi e lui non aveva voglia di accompagnarla e si è portato dietro il cavalletto e ne ha approfittato per farsi un paio di autoscatti!”
“Cazzo vuoi, la storia è mia e il giapponese lo gestisco io, va bene? Si chiama Masahiro Matsumoto, è l’uomo più solo del Giappone e se ne ho voglia poi ti racconto, ma adesso devo parlare del mitàp.”

Inquadro un gruppetto di diciotto-ventenni e tremo. Avevo letto che l’età media era più bassa che a Bergamo, ma se sono loro me ne vado senza farmi riconoscere!
Un po’ più in là arriva un gruppetto di tizi con delle antenne rosse di carta crespa, e sto per lanciarmi a capofitto giù per le scale della metro.
Aspetto, giusto per sicurezza, ed entrambi i gruppetti si allontanano. Allora chiamo l’organizzatrice, che ha un nickname come tutti i sociopatici di tumblr, ma che per ragioni di privacy chiamerò Irene. O Ilaria, non mi ricordo.

“Ciao, sono Pablo, sono seduto sotto il cavallo, sto gesticolando come un forsennato verso nessuno in particolare e c’è un giapponese col cavalletto che mi si è appena messo accanto per farsi una foto”
“Ciao, sono Irene! O Ilaria, non mi ricordo! Ti sono di fronte a neanche un metro, vieni che ti presento agli altri!”

Mi-tap

Comincia così, con me e il mio sacchetto di brasadè che veniamo introdotti al quartetto già presente, ci stringiamo la mano, parlottiamo del più e del meno e aspettiamo che arrivi altra gente. Quando siamo un numero abbastanza cospicuo ci spostiamo al mi-tap vero e proprio, che si tiene in un posto con delle colonne romane che si chiama, pensa un po’, Colonne Di Un Santo Che Però Adesso Scusa Ma Non Mi Viene. Vista da qui Milano sembra perfino piacevole.

Qualcuno ha i biscotti e li fa girare, qualcuno i biscotti non li ha portati, allora raccoglie della ghiaia e prova a bossarsela, quello che si chiama Tiresia, ma che per questioni di privacy chiamerò Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro estrae da uno zaino d’amianto tre arbanelle: una contiene della roba bianca in un liquido verde, una della roba bianca in un liquido rosso e una della roba bianca in una pasta marroncina. L’ultimo decido subito che si tratta di un feto extraterrestre in formalina, e te lo assaggi te, ma gli altri due mi incuriosiscono proprio. Cosa sarà mai?

Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro apre quello verde e dal tappo si dissolve nell’aria una nuvoletta turchese: “Questi sono zuccherini al mojito!”
“Uuuh! Aaah!”

Straordinari, un concentrato di alcool che ti picchia nel naso come il Frecciarossa, solo più puntuale!

Poi Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro apre quello rosso, e la terra trema, si sente un lamento lontano, le porte della chiesa alle nostre spalle sbattono fortissimo, uno strano bagliore sul suo volto gli dipinge un’espressione luciferina, ma probabilmente è solo suggestione: “questi sono al peperoncino.”

No, illusione stocazzo, quell’uomo è il Male incarnato, dovete fermarlo! Vi rendete conto che mentre noi siamo qui a raccontarci scemenze c’è un criminale che produce zuccherini imbevuti di peperoncino e li offre agli incauti? Lo sapete che dopo il primo avevo la lingua talmente infuocata che ho dovuto infilarla in gola a una ragazza per evitare che si sciogliesse? E la ragazza era un tizio col giubbotto di pelle che si chiama Valarfuckingmorghulis! E gli è pure piacuto, mi ha toccato il culo!

Poi sono arrivate le facce conosciute, che per questioni di privacy chiamerò Marianna, Federica e Ristoratrice Parmense Con L’Hobby Del Parkour In Bici Sennò È Troppo Facile, e la serata si è subito animata, tutti che abbracciavano tutti, tette che abbracciavano tutti, ingegneri aeronautici che offrivano biscotti, zuccherini dati alle fiamme, sesso orale nel senso che se n’è parlato molto.

Vabbè, andiamo a mangiare, e dove, sui Navigli, minchia fin là, ma se è qui dietro, e va ben.
Coda al buffet, saltano fuori gli ukuleles che iniziano a intonare il loro canto di morte, arriva altra gente, provo a spiegare a Irene! O Ilaria, non mi ricordo! che faccio un po’ di fatica a comunicare con le persone, che sai, è un momento che non mi riesce molto di spiegarmi, ma è un momento che non mi riesce molto di spiegarmi, e dopo dieci minuti la ragazza si scogliona e se ne va. Allora mi metto a parlare di fumetti con quello che per ragioni di privacy chiamerò Ragazzo Bergamasco Con Buffe Basette Che Lavora In Fumetteria E Si Chiama Marco e di concerti col suo amico che però scusa ma non mi ricordo più come ti chiami, ma che per ragioni di privacy fingerò di ricordare e nominerò Luca.

C’è anche una ragazza dal sorriso molto dolce che ci troviamo a raccontarci cose senza importanza, ed è lì che cerco di sfruttare gli insegnamenti di Radio3 e per rompere il ghiaccio le racconto che il compositore ceco Antonín Dvořák nutriva una passione sfrenata per le locomotive e i piccioni, ma non riuscì mai a fonderle in un unico hobby perché i suoi adorati pennuti volavano via dai binari quando lo sentivano arrivare.
Ovviamente se ne va senza avermi neanche detto il suo nome, maledizione. Ma tanto per ragioni di privacy non avrei potuto scriverlo, limitandomi a chiamarla Ragazza Dai Capelli Rossi E Dal Cappotto Che Ricorda Un Arredamento Anni 70.

Di nuovo in quel posto con le colonne, e siamo ancora di più, ci sediamo per terra, parapiglia, non scatta il gioco della bottiglia, a mezzanotte scappo sennò mi chiude la metro e a Famagosta ci torno davvero. Vengo a sapere dopo che appena sono andato via si sono spogliati tutti e hanno cominciato un’orgiona generale.

Ringraziamenti in ordine sparso

Irene! O Ilaria, non mi ricordo! che ha organizzato tutta questa roba, e non era facile; Elena, che voglio vedere le sue foto e suoi video. E anche quelli del mitàp; Ilaria, che non è Irene e mi ha spiegato come arrivare e dove lasciare la macchina, ed è una ragazza molto gentile e sul suo tumblr mette le cose di pornografia, che è sempre bello da vedere; Federica, un nome che mi fa sbandare e lo so io perché, e in questo caso appartiene a una ragazza che ha da mostrare più di quel che dice, e mi piacerebbe vederla in un’altra città, magari insieme a Marianna, che parla poco, ma sono sicuro che è una cosa passeggera; Rino e i suoi consigli su un possibile mitàp genovese (magari in primavera però, che adesso piove sempre); Valarfuckingmorghulis che non ha detto neanche a me come si chiama, ma ha apprezzato i miei brasadè; Dettaglio che vive a Genova, e credo sarebbe un ottimo compagno di bevute. Fatti vivo, vecio; chi mi ha parlato e chi mi ha notato senza parlarmi, chi ha cominciato a seguirmi e chi mi ha scritto per dirmi che cazzo avrebbe voluto esserci. A Catastrofe e a Mizaralcor, che non vengono ai mitàp, ma sono i miei tumbleri preferiti; agli altri, che non ricordo, scusate, devo togliere le polpette dal forno.

La prossima volta non so dove sarà, ma sarò fra amici.

 


eskimo

Amici. Cinque lettere che raccolgono una letteratura infinita, fatta di emozioni impossibili da raccogliere. Una parola breve, spesso sopravvalutata, che il giorno in cui ti siedi lì, davanti alla stufa, una sera di gennaio, stasera o fra vent’anni, e scorri all’indietro i fotogrammi della tua vita, ha un peso. Più di quell’altra parola di cinque lettere, su cui sono sorti movimenti poetici, e hanno cessato di muoversi poeti, quell’amore tante volte idealizzato che ha rovinato l’esistenza di un sacco di persone intelligenti.

E non parliamo di quell’altra parola, che lettere ne ha solo quattro, che da sola smuove eserciti e carri di buoi..

(Stasera splinder mi manda a capo con una riga intera di stacco, non so quanto riuscirò a sottostare ai capricci di un server tirannico senza decidere di fanculizzarlo ed emigrare altrove)

Restiamo sulla parola di cui sopra, che tenere i pensieri legati è già difficile di suo, senza bisogno che me li dirotti da solo. Dicevo che gli amici te li fai, li perdi, li ritrovi e li sostituisci un po’ come fai coi vestiti. Ma come quella vecchia maglietta che comprasti al concerto quindici anni fa, ce ne sono alcuni che indossi di rado, per non rovinarli, perché sono preziosi.

Ho la fortuna di poter chiamare amici molte persone, incontrate nel corso degli anni, una volta in cui si è creato quel legame particolare, scattato su un film che amavamo entrambi, o sull’essere stati investiti dallo stesso modello di camion quella sera là, quando tirava un vento che portava via le madonne e lei ci aveva detto che non era più il caso. Si è creata subito quell’aria viziata del salotto con le poltrone un po’ sfondate sotto il culo e la puzza di fumo, quando i discorsi vengono via facili che sembrano già scritti e l’orologio gira che non te ne accorgi, e siamo entrati a far parte dello stesso circolo, in cui abbiamo continuato a ritrovarci, a scoprire il gusto di cambiare argomento e continuare a trovarci d’accordo, fino a calzarci a vicenda come un paio di scarpe comode.

Però ci sono certi, che non te lo ricordi neanche più quando vi siete conosciuti, magari era un giorno dopo la scuola, che tua mamma e sua mamma si sono fermate per strada a parlare di chissà quali cazzi, e voi due, alti come i loro ginocchi, vi scrutavate torvi da dietro le gonne, o abitavate sulla stessa strada e uscivate a giocare, e l’altezza era sempre la stessa, sotto la cintura; ci sono certi che te lo ricordi la prima volta che vi siete conosciuti, eravate un po’ più alti, ma alla fine non è importante quando, ma quanto, quanto avete condiviso negli anni che separano il te stesso adulto e diciamo responsabile da quell’altro te che si innamorava della villeggiante con le lentiggini e andava a piangere sulla spalla dell’amico.

Ci sono amici e amici, pochi cazzi. Ci sono amici che vanno bene per una birra, ci sono amici che conosci tardi e ti porterai fino alla tomba, ce ne sono altri che perdi per strada che non hai neanche trent’anni, ma ci sono quei due, tre, che incrociano la tua vita nel momento in cui un amico in più fa la differenza, e non ti mollano mai. Puoi incontrarli una volta all’anno, possono abitare dall’altra parte del mondo, ma quando te li ritrovi seduti accanto il tempo si cancella, e la conversazione riprende esattamente da dove l’avevate lasciata, meraviglioso decoupage mnemonico, e siete gli stessi di sempre, e lo sarete sempre.

Ho la fortuna di avere molti amici, di poter tirare su il telefono e organizzare una serata splendida, di poter passare un mucchio di tempo a dire cazzate, fare progetti, condividere sensazioni, mi basta un telefono e un giorno che metta d’accordo tutti. E’ una consapevolezza che tante volte uno non ci pensa, ma non è mica da poco.

Stasera però mi mancano i miei amici, quegli amici là. Quelli che uscivamo tutte le sere e magari ci annoiavamo a girare da un pub all’altro senza trovare il posto che davvero ci appartenesse, e alla fine ci trovavamo alle due a casa mia a farci gli spaghetti e a vuotare una bottiglia di mio padre. Quelli che suonava il telefono e dall’altra parte c’era la crisi nera, e si prendeva e si andava e si passava la giornata a fare avanti e indietro per il paese, che magari pioveva pure, e ci si dicevano sempre le stesse cose, che solo con gli anni impari che l’unica risposta possibile è “Trovatene una furba” e tanto alcool. Quelli che non c’è locale che regga il confronto con la panchina del campetto. Quelli che stasera avrei voluto che non finisse mai, anche se lo so che il valore di un momento così sta proprio nella sua rarità.

A presto...ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta..

Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità…

Perchè a vent’ anni è tutto ancora intero, perchè a vent’ anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’ età,
oppure allora si era solo noi non c’ entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…


mi ha detto mio cuggino che siccome che.. Hostel

Mio cuggino, che di cinema se ne intende perché a sei anni gli hanno regalato il Cinevisor Mupi, mi ha raccomandato di andare a vedere Hostel, dicendo che è uno dei film più disturbanti degli ultimi anni, e che durante la proiezione metà del pubblico in sala è uscito perché non riusciva a reggere il disgusto.
Attirato da tali premesse non mi è parso vero di accettare l’invito di Alberto, da sempre appassionato al cinema splatter, e del Subcomandante, che quando non guarda film truculenti va a mettere la faccia nella sabbia del gatto per non perdere l’abitudine allo schifo.

Alla biglietteria regalavano sacchetti per il vomito con scritto Hostel sopra. Alberto, da buon feticista, ne ha presi una trentina. “Così so cosa regalare agli amici per Natale”, mi ha confidato. “Ne prendo anch’io qualcuno da regalare agli amici!”, gli ho risposto, e ne ho raccattato sette otto. Mentre non guardava, sei li ho buttati nel cestino: io non ce li ho tutti quegli amici.

il mio dentista non fa mica così però

Comincia il film. Tre giovani turisti ad Amsterdam a caccia di emozioni si impasticcano e vanno a mignotte. Venti interminabili minuti di vuoto cerebrale. Poi un tipo col nasone suggerisce loro di andare a Bratislava, dove c’è un posto pieno di donne vogliose che li faranno impazzire, e i tre mentecatti si mettono in marcia, seguendo il bastone da rabdomante che tengono fra le cosce.
Da notare che fino ad allora li abbiamo visti fare esattamente le stesse cose lì ad Amsterdam, ma siamo già a un punto della pellicola in cui ci stiamo chiedendo se la sceneggiatura l’abbia scritta qualcuno o sia stata composta tirando su bigliettini da un sacchetto.

Non vi racconto cosa succede dopo, per non rovinarvi la sorpresa. Anzi si, ve lo racconto, tanto non c’è nessuna sorpresa, è tutto talmente ovvio che rimpiangerete Dazeroadieci di Ligabue per la sua imprevedibilità.

Succede che sul treno incontrano un signore con gli occhiali che mangia l’insalata con le mani, ammicca alla loro idea di andare a Bratislava, decanta le doti delle ragazze locali e inculca nei tre sbarbatelli l’idea del paradiso in terra. I tre minchioni arrivano all’ostello, sono irretiti da tre sciantose e per altri dieci minuti si riciclano le immagini del primo tempo, tette e culi e pasticche. Poi uno sparisce. Dov’è, dove non è, gli altri due si preoccupano, vanno a cercarlo, trovano la banda di bambini violenti, visitano il museo della tortura dove non succede assolutamente niente, tornano all’ostello, ritrovano le tizie di prima, vanno di nuovo in discoteca, e ne sparisce un altro.
E’ prigioniero del signore del treno, che gli trapana una coscia, ma sarebbe stato molto più splatter se gli avesse piantato l’attrezzo in una rotula, e poi avesse tirato per liberare la punta dall’osso, mentre la giovane vittima urla, in un tripudio di sangue.
Invece la tanto attesa scena stomachevole si conclude con un primo piano del ragazzo che ulula di dolore, e rimpianto per un’occasione mancata.
Nel frattempo il terzo giuovinotto, quello sopravvissuto, torna all’ostello e ripete la trafila di prima, poi incontra le due sciantose e si fa accompagnare a una fabbrica in disuso, dove dovrebbero trovarsi gli altri due. Lo catturano subito e lo legano alla sedia, e arriva un idiota con la mascherina e l’asma che vuole farlo a pezzi con la motosega. Gli taglia due dita senza alcuna emozione, poi scivola sul sangue e si trancia una gamba. Il giuovane eroe, che fra parentesi somiglia a uno che si chiama Tamagno, riesce a liberarsi e scappa. Scopre di trovarsi nel ritrovo di un club per miliardari sadici, dove uno paga e fa a pezzi la giovane vittima innocente. L’ostello è il luogo in cui si intortano i giuovani innocenti e li si trasformano in carne da immolo. Vi ricorda qualcosa tutto ciò? Bravi, Lucignolo e il Paese Dei Balocchi. E pensare che a me Pinocchio è sempre stato sulle palle.
Ma torniamo al nostro ciuchino, che nel frattempo si è liberato e ha salvato una povera giapponese cui il sadico di turno aveva estratto un occhio. Lui non sopporta di vederla così, con l’occhio penzolante, e glielo taglia con un paio di forbici. Lei ringrazia e insieme fuggono.
Giungono in paese dove investono e uccidono le due sciantose e il nasone di Amsterdam (???), scappano dalla polizia, che per far capire che fa parte del complotto ha istituito un posto di blocco e si è messa a bastonare un vecchio. Così, senza ragione, ma cosa c’è di sensato in questo film? Stai zitto e aspetti che finisca.
Arrivano in stazione, si nascondono, ma la giapponese si vede allo specchio e si rende conto di essere sfigurata. Poverina, era convinta che farsi strappare un occhio desse un certo fascino perverso al suo viso, tipo quelli che si fanno mettere un brillante nell’incisivo.
Non resiste alla delusione, e si butta sotto il treno. Il giuovinotto gagliardo invece lo prende, e ci trova il signore di prima, che ripete il siparietto di quando l’avevano conosciuto. Non quello in cui ammicca alle bellezze di Bratislava, l’altro, quello in cui mangia con le mani. Lo so, è una stronzata, ma vi giuro che non me la sono inventata io.
Il giuovinotto lo segue fino alla stazione successiva e lo ammazza nei cessi, poi risale e guarda malinconico fuori dal finestrino. Fine.

Ochei, l’amore e l’amicizia sono due valori sacrosanti, ma la prossima volta che la mia ragazza e un mio amico si mettono d’accordo per andare al cinema io sto a casa, non ci sono cazzi.


il giorno in cui Spassky si mangiò una merda

Quei maledetti dei miei amici, uno non è padrone di dire una cosa, così, tanto per fare il pazzesco, che loro subito a segnarselo, e a sbattertelo in faccia alla prima occasione.
In quella particolare situazione mi ci ero infilato per la ragione più stupida, il solito sovraccarico ormonale che a noi uomini fa dire cose stupide, convinti di apparire fichi. Una donna non lo farebbe mai, risponderebbe in modo garbato e poi sfogherebbe le proprie frustrazioni andando a comprare delle scarpe.
Era stata una di loro la causa di tutto, una donna. Mi aveva lasciato un commento sul blog chiedendomi di andare a votare un gioco demente su un sito altrettanto ignorante, una specie di Grande Fratello della rete. Questo mi aveva toccato ancor più nel profondo, il Grande Fratello stava al mio elevato intelletto come gli aforismi dei cioccolatini stavano al Dolce Stil Novo. La prosopopea era solo uno dei miei difetti, e neanche il più evidente, ma da quando avevo rinunciato ad avere rapporti nessuno faceva caso alle modeste dimensioni del mio pisello, così la fama che mi accompagnava era solo quella di un gran presuntuoso.
Fu così che non potei proprio ignorare un messaggio del genere, una donna sconosciuta veniva sul mio blog a chiedermi di partecipare a un gioco ignobile e degradante, non seppi trattenermi e le risposi come ho già accennato, con una stupidaggine esagerata e volutamente volgare, da “vero uomo”.
Naturalmente la donna in questione non lo lesse mai, era capitata sul mio blog per puro caso, spargendo qua e là i suoi inviti, goffa ed erratica come un folgoratore, mai più vi sarebbe tornata.
Ma tornarono i miei amici, anzi, quei bastardi dei miei amici, che lessero il mio commento, e subito attaccarono la solfa: “scommetto che non ce l’hai il coraggio”, “sei un quaquaraquà”, “ormai l’hai detto e devi farlo”, e via di seguito.
Non so se l’ho detto, ma nella lista dei miei difetti, oltre alla supponenza e al pisello piccolo, occupa un posto d’onore anche la permalosità. Esiste la parola permalosità? Non credo, ma sono certo che chiarisca bene il concetto, sono permaloso come una scimmia con la cravatta, mi offendo per un nonnulla. E comunque me ne frega un cazzo se non esiste, va bene?
Si, sono permaloso, ne hanno fatto le spese in tanti, persone che hanno commesso il solo errore di parlare senza riflettere, gli amici investiti da una grandinata di brutte parole (permaloso, supponente, microdotato e tendente al turpiloquio), ex fidanzate e fidanzate in corso, per questo immediatamente trasformatesi in ex.
E ti pare che gli amici si lasciano sfuggire un’occasione simile per farmela pagare con gli interessi? Eccoli là, a provocarmi nell’unico modo capace di funzionare, provocandomi.
Me lo sono ripetuto centinaia di volte, sono un cretino, sono un cretino, sono un cretino, e quando mi hanno fatto sedere di fronte a quel piatto me lo sono ripetuto ad alta voce, SONO UN CRETINO, SONO UN CRETINO, SONO UN CRETINO!
Nel piatto c’era una grossa merda arrotolata, come quelle dei cartoni animati di Arale, solo che questa non sorrideva. Non so se fosse di cane, temevo di scoprire che l’aveva appena scodellata Alberto. Lui sarebbe capacissimo di farlo, me lo immaginavo in bagno, a raccogliere il suo prodotto in un sacchetto di plastica, e ridere come un bimbo. Cercai di pensare ad altro, l’idea di mangiare una parte di Alberto mi faceva ancora più schifo che pensare che quella parte gli era uscita dal culo. Mi concentrai sulla merda di cane, pensai al cibo per cani, all’osso per cani, ai biscottini Ciappi. Ecco, i biscottini Ciappi, nel loro sacchetto giallo e rosso, quelli non mi disgustavano troppo. Pensai che forse mangiare qualcosa derivato dai biscottini Ciappi sarebbe stato più semplice.
Gli amici erano tutti intorno a me, ridevano come dei pazzi. Andrea mi porse forchetta e coltello, Alberto il tovagliolo. E una mentina. “Per dopo”, aggiunse.
Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi, avevo gli occhi serrati, con una mano mi tappavo il naso, con l’altra affondavo la forchetta in quella sostanza maleodorante. Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi, la forchetta trovò una leggera resistenza sull’esterno, quindi scivolò fino in fondo. Anche a occhi chiusi potevo immaginare la merda dividersi senza sbriciolare, sprigionare quel caratteristico odore di.. beh, di merda.
Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi!
Una lacrima mi scivolò lungo la guancia, soffocai un gemito, non volevo dare soddisfazione ai miei spettatori. Aprii la bocca e mangiai.
Non mi permisi di sentire alcun sapore, buttai giù il boccone intero, tanto non era da masticare. Deglutii tre quattro volte per togliermi ogni residuo dalla bocca, sperai di non sentire alcun sapore.
Se qualcuno volesse chiedermi di cosa sa la merda, ecco, non me lo chieda. Perché quel giorno tutte le mie speranze di cavarmela a buon mercato furono travolte dal sapore peggiore che abbia mai sentito in tutta la vita. Non è come sentire l’odore di merda, no, niente affatto! E’ cento, mille volte peggio, è la cosa più disgustosa che si possa immaginare, roba che a confronto il caffè autoscaldante è una delizia per gourmet.
Naturalmente vomitai, e continuai a vomitare per tutto il giorno e la sera. E nei giorni seguenti, ogni volta che ripensavo a quel che avevo fatto, per settimane.
L’unica soddisfazione me la diedero gli amici. Fino all’ultimo non avevano creduto che l’avrei fatto, quando misi la forchetta in bocca restarono talmente scioccati che ancora oggi, mi dicono, si svegliano in piena notte madidi di sudore, urlando. Andrea non ha più una vita sociale, per dormire deve ubriacarsi fino a svenire. Alberto una vita sociale non ce l’aveva neanche prima, ma ora è stato abbandonato dalla fidanzata, e anche i genitori hanno perso fiducia in lui.
Ci godo, così imparano, e se sperano che li perdoni si sbagliano, me l’hanno fatta troppo grossa. Piuttosto mi mangio una merda.


e alla ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già

Il 2005 sarà ricordato dalla gran parte di noi come l’anno in cui la vita ci ha tirato su dalla sedia e ci ha fatti ripartire con un gran calcio in culo. I grandi cambiamenti nella compagnia si sono sprecati, lauree, gravidanze, convivenze e rotture, tutti per un verso o per l’altro siamo stati toccati dalla Grande Rivoluzione. 

Tutti tranne Matteo, lui sembrava esente da ogni scossone al proprio status da un paio d’anni, quando si era lasciato con la ragazza dopo un buon lustro di amori e promesse di eternità.
Il lavoro lo aveva da un po’, uno di quelli con un ottimo stipendio, che non ti fanno venir voglia di sfogliare gli annunci economici, la casa l’aveva comprata subito, si pagava il mutuo senza problemi e gli usciva l’extra per le ferie ogni anno. Qualche ragazza occasionale, nessuna con cui costruirsi un futuro, ma non ce l’aspettavamo neanche.
Non ci aspettavamo niente, eravamo distratti dalle nostre faccende, e ci sarebbe voluto un titolo a otto colonne perché notassimo ciò che stava accadendo a Matteo, sconvolgimenti tali da rendere la gravidanza di Francesca una questione banale come comprare il pane la mattina.

Il primo a saperlo è stato naturalmente Alessandro, lui e Matteo sono amici da prima che arrivassimo tutti, sono il nucleo originario, il big bang da cui è nata la compagnia in cui ho pascolato dagli anni della scuola.
Mi ha chiamato con una voce che se fosse stata un animale sarebbe stata un branco di cavalli in fuga da una stalla in fiamme. Mi sono spaventato, ho temuto che Francesca avesse avuto qualche complicazione.

– L’hai ancora sentito Matteo? – mi ha nitrito nell’orecchio.
– No, perché? – ho risposto sollevato.
– Ah.. No.. Niente.. Così.. Beh, ti chiamerà lui sicuro.
– Cosa mi deve dire? È successo qualcosa?
– No.. Cioè.. Aspetta, te lo dirà lui. Ciao.

Aspetta. Come se fosse facile aspettare, con una pulce nell’orecchio grossa come una castagna d’india. E non potevo neanche chiamarlo, avrei dovuto rivelargli che Alessandro aveva parlato, e non sono cose che si fanno, fra amici. C’è il rischio che poi uno non si confidi più, e allora di chi sparli poi?

Poi è stata la volta di Marzia. Mi ha accolto sulla porta senza parlare, e ho capito tutto.

– Che bastardo! – ho sibilato.
– Non ti ha ancora chiamato?
– No! E io che credevo che fossimo amici! L’ha detto prima a te che a me! Non ci posso credere!
– Vabbè, non farne un dramma, non è il caso!

Non farne un dramma dice. Mi ha scavalcato nella graduatoria delle amicizie e non ne devo fare un dramma. Non lo sa che potrei lasciarla per una cosa del genere.
Prima di dire altro conto fino a dieci.

– ..Ventisette ventotto ventinove e trenta. Cosa ti ha detto?
– Mi ha fatto giurare di non dirlo a nessuno, scusa.

L’ho lasciata, cos’altro potevo fare? Mi ha scavalcato e non mi ha neanche raccontato cosa le ha detto Matteo, lasciarla era il minimo. Però non gliel’ho detto subito.

– Ha paura che possiate capire male, a saperlo da altri.

Il pensiero che Matteo volesse diventare donna si faceva strada in me, lo sgomento è stato tale che ho perdonato Marzia e ci siamo rimessi insieme. Lei di tutto questo non ne ha saputo niente, ovvio.
Cos’altro poteva essere successo di tanto radicale, se non un’operazione per cambiare sesso?
A pensarci bene ci stava, dai, avevamo sottovalutato il trauma che aveva subito quando (Felicia.. Deborah.. Come si chiamava quella decerebrata con cui stava? Per la compagnia era La Mongoloide..) ..quando La Mongoloide lo aveva lasciato, ma sembrava aver superato la crisi, aveva avuto diverse ragazze, alcune anche piuttosto intelligenti, una sapeva sbucciare le uova sode prima di mettersele in bocca, un’altra articolava frasi di senso compiuto, una terza era addirittura in grado di tacere. Insomma, sembrava che ne fosse venuto fuori alla grande.
Certo, degli amici veri come eravamo noi, avrebbero dovuto capirlo subito, quell’improvvisa passione per gli scrittori sudamericani, il cinema francese, erano chiari sintomi di un problema latente. E quei discorsi che ci faceva ultimamente, sul senso della vita, della morte, sull’aumento indiscriminato della verdura.. Era diventato gay, senza dubbio, e lo stava raccontando tutti meno che a me!

Ho aspettato la sua telefonata assemblando mattoncini lego di rancore. Quando il telefono ha squillato avevo già costruito il corpo centrale e l’ala sinistra del Louvre.
Ho cercato di dissimulare, ma qualcosa nelle mie parole, o nel tono, deve avermi tradito, perché mi ha risposto stupito.

– E chi è che vuole diventare donna?
– E allora che cazzo è questa storia del cambiamento epocale?
– Vado in un monastero, mi faccio frate cappuccino.

Non ho capito subito, il primo pensiero è andato alla colazione col cornetto, e mi è venuta fame.

– Scusa, puoi ripetere?
– Ho deciso di diventare frate cappuccino. Volevo salutarvi tutti prima di partire. Dovrò entrare in seminario, poi prenderò i voti e abbraccerò l’ordine.
Mi ha raccontato della sua conversione, di avere scoperto la fede alla comunione di un suo cuginetto, Dio l’ha chiamato, ne ha parlato col parroco e si è convinto che la sua vera strada richiede di indossare il saio.

– I sandali ce li hai già?

Va bene, è una domanda cretina, ma se fosse diventato donna non avrei saputo chiedergli altro che “come stai sui tacchi?”. Cosa vuoi chiedere a un tuo amico che la prossima settimana cambierà completamente vita e si chiuderà in un monastero, che la prossima volta che vi vedrete non gli offrirai una birra ma gli comprerai un calendario? Io non so niente di frati, di parroci, di ordini religiosi. Io ho preso la cresima insieme agli scappellotti del vescovo perché facevo casino, e sono contento così, che abbracciare la fede, quella vera, richiede dei sacrifici che non sarei capace di sopportare. Ma queste sono cose che un uomo abbagliato dalla fede non le vede più, le scavalca senza pensarci, ti dice che se vuoi puoi, che se ci pensi bene lo capisci anche tu.
Sarà, ma io non me la sento di spiegare alla mia ragazza che se vuole può, è una comunistaccia mangiabambini, e quando mi si accoccola vicino, la notte, mi piace addormentarmi sul rumore del suo respiro, il suo profumo nel naso, senza preoccuparmi di dover rispettare nessun voto, né ora né mai. A Matteo auguro tutto il bene possibile, ognuno è padrone di trovare la serenità dove vuole, e ci sono droghe molto più dannose. Per me, prima di andare a dormire spengo sempre il cellulare, casomai Dio dovesse chiamarmi, non si sa mai.