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Lolanda – Leiden, Amsterdam e ritorno

Mentre le donne sono impegnate nell’esplorazione dell’ennesimo supermercato io e Andrea ci riposiamo al bar di fronte. Ho con me il picino, così proviamo a collegarci a una rete wi-fi. Secondo lui i locali ne sono tutti forniti, e chiediamo alla cameriera se quel bar è uno dei tanti.
“Mi spiace, non sono di queste parti”, è la risposta.

Senza connessione stiamo a guardare fuori dalla finestra, e vediamo Michela stramazzare in mezzo alla via, vittima del ghiaccio. Scendiamo anche noi, ma senza ammucchiarci, e torniamo a casa, dove terminiamo la serata allietati da un racconto di Andrea a tema medico: quello di oggi si intitola “le meraviglie del riflesso gastrocolico”.

04/01/2010

Mi sveglio in piena notte dentro un buco, il materassino si è sgonfiato e mi ha fagocitato. Non mi metto a rigonfiarlo nel silenzio della casa, anche perché temo sia bucato, lo tolgo e dormo sul pavimento. Sogno di essere calpestato dalla banda dell’esercito compresa la grancassa, e la mattina sono una rosa.

Dopo la colazione scendiamo in giro per Leiden, e la prima tappa la facciamo al bar sotto casa. Io vorrei visitare le meraviglie della città, di cui ho tanto sentito parlare: la bancarella delle aringhe, il negozio di giochi da tavolo e quello di fumetti. Marzia mi porta a vedere dei mulini ghiacciati, dei canali ghiacciati, e quando ci raggiunge sua cugina esploriamo il supermercato Vroom. A fondo. Tipo tre ore più i supplementari, pranzo dentro e altri due tre giri per riambientarci gradualmente al freddo esterno, dove nel frattempo è scoppiata una tormenta di neve.

Io scappo prima, vado da solo a cercarmi i negozi, ma quello di fumetti è chiuso, quello di giochi da tavolo è stato ceduto, e la bancarella delle aringhe ha i sigilli della polizia perché ci è morto dentro qualcuno. Un cartello avvisa che alla riapertura le aringhe saranno vendute col 70% di sconto.

I prezzi olandesi sembrano mediamente più bassi, verrebbe voglia di approfittarne. Mi infilo in un negozio per skaters spacciandomi per giovane, attratto da un paio di cuffiette fighe che vorrei regalare al Subcomandante per fare carriera, ma costano quanto un trapianto di retina al mercato clandestino. Le regalerò un pacchetto di ciungai e camminare.

Non c’è altro da ricordare nella giornata, torniamo a casa stanchissimi e io vengo anche aggredito da Gattino, ma me la cavo con un’escoriazione profonda al piede destro guaribile in un paio di settimane portandomi immediatamente al pronto soccorso e pregando la madonna di Chihuahua, la protettrice delle escoriazioni ai piedi causate dai gatti sanguinari.

05/01/2010

Contrariamente alle nostre abitudini riusciamo a uscire di casa prima di mezzogiorno, e ci concediamo un’appagante colazione al bar sotto casa, un piccolo baretto figo della catena Bagels & Beans. Abitassi qui sarebbe una meta fissa ogni mattina, anche se non ci posso leggere gli articoli di Adamoli su Repubblica.

Prendiamo il treno per Amsterdam, che l’ultimo giorno vogliamo dedicarlo alla città, e come sempre restiamo delusi appena scendiamo dalla stazione: troppe macchine, gente, casino. Come già nella vacanza siciliana, quando lasciammo la tranquillità di Cefalù per la bolgia di Palermo, ci sentiamo spaesati dopo aver vissuto due giorni in una specie di presepe; il primo istinto è di tornare in stazione, fanculo alla missione di reclutamento. Il Subcomandante è mortificato più di me, era partita per mettere su un esercito e si è trovata a girare supermercati e cianfrusaglierie. Che andrebbe anche bene, non sa resistere alle cianfrusaglierie, ma almeno sperava di riuscire ad assoldare almeno un caporale fra un cappellino e una tovaglia.

Facendoci coraggio a vicenda ci inoltriamo nella via dei negozi di fronte alla stazione, percorrendola tutta dovremmo arrivare prima o poi al museo di Van Gogh, che se dobbiamo restare in questo casino di città almeno che ne valga la pena. A dire il vero io sono un bell’ipocrita di merda, che della pittura mi importa una sega, e vorrei vedere le donnine in vetrina, ma il quartiere a luci rosse è da un’altra parte, e devo fare finta di niente. Lungo il cammino però allungo il collo in ogni vicolo, sperando di sbirciare almeno una tetta.

L’odore di erba fa pensare a un pagliaio, ma molto più allegro. Ci sono parecchi italiani, chi con la canna d’ordinanza, chi col cellulare, entrano ed escono dai negozi mescolandosi con la gente del posto. Qui i miei compatrioti si sentono a casa, non perché riescano a comportarsi più civilmente che altrove, ma perché con tutti gli sconvolti che ci sono passano inosservati.

I negozi sono tutti identici, ad Amsterdam come a Leiden, o a Londra, e mi sa anche a Tokio: le stesse insegne campeggiano ovunque, e dentro ci trovi sempre le stesse cose. C’è la catena di articoli di lusso e quella di merce a basso costo, quella di saponi e quella di brioches, i cappelli, le scarpe, i cacciaviti, tutto standardizzato e ripetuto in serie in ogni strada o centro commerciale del mondo. Quello che distingue un po’ Amsterdam dalle altre località è la presenza costante di smart shops, quei negozietti che vendono chilum, ma ancora per poco, ormai stanno aprendo anche loro in altri Paesi, moltiplicandosi come funghi. Allucinogeni.

Il museo di Van Gogh è interessante, ma poco fornito, e le opere più importanti si trovano altrove. Per fortuna le ho già viste quasi tutte qua e là, e i dipinti esposti meritano comunque una visita. Un paio di volte resto lì a bocca spalancata per un quarto d’ora a contare ogni pennellata sulla tela, fino a scivolare dentro il dipinto e immaginarmi di essere in un campo di Arles, alla fine dell’Ottocento.

Invece quando esco dal museo sono ancora ad Amsterdam, e ne ho le balle piene, oltretutto ha cominciato a nevischiare, c’è pieno di ragazzotti in cerca di emozioni lisergiche e figa in serie, il Subcomandante mugugna e dobbiamo ancora fare la spesa. Sulla via per la stazione ci compriamo l’aringa, un trolley, due formaggette e visitiamo un paio di negozi pazzeschi di abbigliamento.

Torniamo a Leiden e facciamo ancora in tempo a visitare il negozio di giochi, dove mi compro Spank The Monkey, un gioco di carte che riempirà le nostre serate all’ECLN. Non ho visto le fighe in vetrina, ma alla fine va bene così.

Michela ha preparato la pastasciutta al sugo di funghi e pancetta, e la nostra vicina ci ha spedito un paio di foto di quei due bastardi di El Bastardo e Morelia Toñita a pranzo da lei. Altro che difendere il castello dagli imperialisti! Quando torniamo a casa gliela facciamo vedere, scrocconi che non sono altro!

06/01/2010

“Chissà se la befana mi ha lasciato qualcosa nella calza”, penso appena mi sveglio, alle quattro del mattino. Probabilmente no, le ho addosso da quando sono partito, se solo provasse ad avvicinarsi cadrebbe dalla scopa. La casa è silenziosa, anche Gattino sembra essersi dimenticato di noi. Ci vestiamo e usciamo quatti quatti, poi in strada trasciniamo i bagagli sull’acciottolato facendo un casino che sembra una corsa di camion della spazzatura.

All’aeroporto facciamo il check-in alle macchinette, dove ti permettono anche di scegliere il posto; ne prendo due più avanti possibile, perfino i piloti sono seduti alle nostre spalle, speriamo di non patire il freddo durante il volo.

A differenza della Malpensa, dove le poltroncine sono poche ed essenziali, qui puoi sbragarti in salottini sparsi per il terminal, oppure sulle chaises-longues appartatenegli angoli silenziosi. A quest’ora di mattina è tutto silenzioso, la maggior parte dei negozi sono chiusi, facciamo colazione in un bar dove riesco a farmi rapinare per un succo d’arancia che sa di segatura e un espresso prelevato direttamente dal serbatoio di un 737. Ci sono anche degli atleti in tuta rossa, forse una squadra di calcio, ma non ne riconosco neanche uno.

A bordo siamo seduti in due in un posto da tre. Per approfittare di tutto quello spazio mi tolgo le scarpe e mi allungo su due sedili, in una posizione invero scomodissima. Poi mi tolgo anche le braghe, ma il Subcomandante mi obbliga a rispettare il decoro.

C’è una lampadina che non funziona, o così sostiene il comandante. Bisognerà sostituirla e ciò comporterà un ritardo di circa mezz’ora. Già che son lì col cacciavite in mano spero che riattacchino anche la turbina qui a destra, che loccia un po’.

Mi faccio odiare dalla hostess che distribuisce caffè brodoso chiedendole un tè, e quando me lo porta mi dice che quello scaracco che galleggia nel bicchiere è in realtà una spruzzata di latte, all’inglese. Neanche con l’ingrediente segreto la mia bevanda riesce a somigliare a qualcosa di bevibile. Osservo Marzia che sorseggia il suo caffè, e mi chiedo se la ritroverò ancora viva all’atterraggio.

Finalmente ci mettiamo in moto, l’aereo comincia a rollare sulla pista, lentamente, e rolla, rolla, rolla ancora. Ma quanto cazzo rolla? Va bene che siamo ad Amsterdam, ma mi sembra che si esageri..

Capisco che qualcosa non va quando le hostess chiedono ai passeggeri una colletta per pagare al casello: torneremo a casa in autostrada!

Due ore più tardi arriviamo al confine con la Germania senza troppi problemi, tranne quando il pilota ha cercato di superare un camion e per non scontrarlo con l’ala è praticamente uscito di strada.
Per lo stessa ragione non ci si può fermare a nessun autogrill, e a bordo ci si arrangia come viene, si creano lunghe code davanti alla toilette e ci sono i soliti furbi che cercano di saccheggiare l’armadietto dei sandwich. Però è divertente, sembra di essere sul pullman della scuola, sui sedili in fondo ci si passano delle canne e qualche coppia attacca a pomiciare, e in business class hanno tirato fuori una chitarra e strimpellano pezzi dei Beatles.

Prima o poi arriviamo a Milano, ringraziamo il pilota e le hostess e andiamo a prendere il treno. Appena saliti l’odore di pisciazza ci commuove: siamo tornati a casa! Davanti a noi si siede una ragazza col cappello bianco, che si scappera per tutto il viaggio. Veniamo avvicinati anche da una tizia che vuole il latte in polvere per il figlio, da uno scarcerato ieri che ha i documenti per dimostrarlo e deve fare il biglietto, dal vecchietto chiacchierone, dal sordomuto che vende pupazzetti fatti da lui in Cina, da quello che si è perso, da quello che non sa dove deve scendere, da quello che non sa dove deve timbrare, da quello di prima che quando ha capito dove doveva scendere ormai eravamo ripartiti e vuol sapere cosa c’è dopo.

“Dopo Rogoredo?”, gli chiedo.
“Dopo la vita. Salterò dal treno in corsa e non è detto che sopravviva.”
“Scherzi? Alla velocità con cui ci muoviamo puoi tranquillamente fare una passeggiata lungo i binari e risalire con tutta calma.”

La neve ci saluta dalle parti di Voghera, e fino a casa sta lì fuori ad aspettare che scendiamo per ghermirci le scarpe, ma è neve familiare, il suo freddo lo conosciamo bene e sappiamo affrontarlo. Siamo a casa, ricominciamo a brontolare per le solite magagne, la stufa, il lavoro, il disordine, la cena, i gatti..

Alla fine l’ECLN conta tanti membri quanti erano prima, sono lo zoccolo duro, ci si può fidare di loro.

..Però a quei due bastardi la casa della Lella gliela faccio vedere io gliela faccio..

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mi ha detto mio cuggino che siccome che.. Hostel

Mio cuggino, che di cinema se ne intende perché a sei anni gli hanno regalato il Cinevisor Mupi, mi ha raccomandato di andare a vedere Hostel, dicendo che è uno dei film più disturbanti degli ultimi anni, e che durante la proiezione metà del pubblico in sala è uscito perché non riusciva a reggere il disgusto.
Attirato da tali premesse non mi è parso vero di accettare l’invito di Alberto, da sempre appassionato al cinema splatter, e del Subcomandante, che quando non guarda film truculenti va a mettere la faccia nella sabbia del gatto per non perdere l’abitudine allo schifo.

Alla biglietteria regalavano sacchetti per il vomito con scritto Hostel sopra. Alberto, da buon feticista, ne ha presi una trentina. “Così so cosa regalare agli amici per Natale”, mi ha confidato. “Ne prendo anch’io qualcuno da regalare agli amici!”, gli ho risposto, e ne ho raccattato sette otto. Mentre non guardava, sei li ho buttati nel cestino: io non ce li ho tutti quegli amici.

il mio dentista non fa mica così però

Comincia il film. Tre giovani turisti ad Amsterdam a caccia di emozioni si impasticcano e vanno a mignotte. Venti interminabili minuti di vuoto cerebrale. Poi un tipo col nasone suggerisce loro di andare a Bratislava, dove c’è un posto pieno di donne vogliose che li faranno impazzire, e i tre mentecatti si mettono in marcia, seguendo il bastone da rabdomante che tengono fra le cosce.
Da notare che fino ad allora li abbiamo visti fare esattamente le stesse cose lì ad Amsterdam, ma siamo già a un punto della pellicola in cui ci stiamo chiedendo se la sceneggiatura l’abbia scritta qualcuno o sia stata composta tirando su bigliettini da un sacchetto.

Non vi racconto cosa succede dopo, per non rovinarvi la sorpresa. Anzi si, ve lo racconto, tanto non c’è nessuna sorpresa, è tutto talmente ovvio che rimpiangerete Dazeroadieci di Ligabue per la sua imprevedibilità.

Succede che sul treno incontrano un signore con gli occhiali che mangia l’insalata con le mani, ammicca alla loro idea di andare a Bratislava, decanta le doti delle ragazze locali e inculca nei tre sbarbatelli l’idea del paradiso in terra. I tre minchioni arrivano all’ostello, sono irretiti da tre sciantose e per altri dieci minuti si riciclano le immagini del primo tempo, tette e culi e pasticche. Poi uno sparisce. Dov’è, dove non è, gli altri due si preoccupano, vanno a cercarlo, trovano la banda di bambini violenti, visitano il museo della tortura dove non succede assolutamente niente, tornano all’ostello, ritrovano le tizie di prima, vanno di nuovo in discoteca, e ne sparisce un altro.
E’ prigioniero del signore del treno, che gli trapana una coscia, ma sarebbe stato molto più splatter se gli avesse piantato l’attrezzo in una rotula, e poi avesse tirato per liberare la punta dall’osso, mentre la giovane vittima urla, in un tripudio di sangue.
Invece la tanto attesa scena stomachevole si conclude con un primo piano del ragazzo che ulula di dolore, e rimpianto per un’occasione mancata.
Nel frattempo il terzo giuovinotto, quello sopravvissuto, torna all’ostello e ripete la trafila di prima, poi incontra le due sciantose e si fa accompagnare a una fabbrica in disuso, dove dovrebbero trovarsi gli altri due. Lo catturano subito e lo legano alla sedia, e arriva un idiota con la mascherina e l’asma che vuole farlo a pezzi con la motosega. Gli taglia due dita senza alcuna emozione, poi scivola sul sangue e si trancia una gamba. Il giuovane eroe, che fra parentesi somiglia a uno che si chiama Tamagno, riesce a liberarsi e scappa. Scopre di trovarsi nel ritrovo di un club per miliardari sadici, dove uno paga e fa a pezzi la giovane vittima innocente. L’ostello è il luogo in cui si intortano i giuovani innocenti e li si trasformano in carne da immolo. Vi ricorda qualcosa tutto ciò? Bravi, Lucignolo e il Paese Dei Balocchi. E pensare che a me Pinocchio è sempre stato sulle palle.
Ma torniamo al nostro ciuchino, che nel frattempo si è liberato e ha salvato una povera giapponese cui il sadico di turno aveva estratto un occhio. Lui non sopporta di vederla così, con l’occhio penzolante, e glielo taglia con un paio di forbici. Lei ringrazia e insieme fuggono.
Giungono in paese dove investono e uccidono le due sciantose e il nasone di Amsterdam (???), scappano dalla polizia, che per far capire che fa parte del complotto ha istituito un posto di blocco e si è messa a bastonare un vecchio. Così, senza ragione, ma cosa c’è di sensato in questo film? Stai zitto e aspetti che finisca.
Arrivano in stazione, si nascondono, ma la giapponese si vede allo specchio e si rende conto di essere sfigurata. Poverina, era convinta che farsi strappare un occhio desse un certo fascino perverso al suo viso, tipo quelli che si fanno mettere un brillante nell’incisivo.
Non resiste alla delusione, e si butta sotto il treno. Il giuovinotto gagliardo invece lo prende, e ci trova il signore di prima, che ripete il siparietto di quando l’avevano conosciuto. Non quello in cui ammicca alle bellezze di Bratislava, l’altro, quello in cui mangia con le mani. Lo so, è una stronzata, ma vi giuro che non me la sono inventata io.
Il giuovinotto lo segue fino alla stazione successiva e lo ammazza nei cessi, poi risale e guarda malinconico fuori dal finestrino. Fine.

Ochei, l’amore e l’amicizia sono due valori sacrosanti, ma la prossima volta che la mia ragazza e un mio amico si mettono d’accordo per andare al cinema io sto a casa, non ci sono cazzi.