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il giorno in cui Spassky si mangiò una merda

Quei maledetti dei miei amici, uno non è padrone di dire una cosa, così, tanto per fare il pazzesco, che loro subito a segnarselo, e a sbattertelo in faccia alla prima occasione.
In quella particolare situazione mi ci ero infilato per la ragione più stupida, il solito sovraccarico ormonale che a noi uomini fa dire cose stupide, convinti di apparire fichi. Una donna non lo farebbe mai, risponderebbe in modo garbato e poi sfogherebbe le proprie frustrazioni andando a comprare delle scarpe.
Era stata una di loro la causa di tutto, una donna. Mi aveva lasciato un commento sul blog chiedendomi di andare a votare un gioco demente su un sito altrettanto ignorante, una specie di Grande Fratello della rete. Questo mi aveva toccato ancor più nel profondo, il Grande Fratello stava al mio elevato intelletto come gli aforismi dei cioccolatini stavano al Dolce Stil Novo. La prosopopea era solo uno dei miei difetti, e neanche il più evidente, ma da quando avevo rinunciato ad avere rapporti nessuno faceva caso alle modeste dimensioni del mio pisello, così la fama che mi accompagnava era solo quella di un gran presuntuoso.
Fu così che non potei proprio ignorare un messaggio del genere, una donna sconosciuta veniva sul mio blog a chiedermi di partecipare a un gioco ignobile e degradante, non seppi trattenermi e le risposi come ho già accennato, con una stupidaggine esagerata e volutamente volgare, da “vero uomo”.
Naturalmente la donna in questione non lo lesse mai, era capitata sul mio blog per puro caso, spargendo qua e là i suoi inviti, goffa ed erratica come un folgoratore, mai più vi sarebbe tornata.
Ma tornarono i miei amici, anzi, quei bastardi dei miei amici, che lessero il mio commento, e subito attaccarono la solfa: “scommetto che non ce l’hai il coraggio”, “sei un quaquaraquà”, “ormai l’hai detto e devi farlo”, e via di seguito.
Non so se l’ho detto, ma nella lista dei miei difetti, oltre alla supponenza e al pisello piccolo, occupa un posto d’onore anche la permalosità. Esiste la parola permalosità? Non credo, ma sono certo che chiarisca bene il concetto, sono permaloso come una scimmia con la cravatta, mi offendo per un nonnulla. E comunque me ne frega un cazzo se non esiste, va bene?
Si, sono permaloso, ne hanno fatto le spese in tanti, persone che hanno commesso il solo errore di parlare senza riflettere, gli amici investiti da una grandinata di brutte parole (permaloso, supponente, microdotato e tendente al turpiloquio), ex fidanzate e fidanzate in corso, per questo immediatamente trasformatesi in ex.
E ti pare che gli amici si lasciano sfuggire un’occasione simile per farmela pagare con gli interessi? Eccoli là, a provocarmi nell’unico modo capace di funzionare, provocandomi.
Me lo sono ripetuto centinaia di volte, sono un cretino, sono un cretino, sono un cretino, e quando mi hanno fatto sedere di fronte a quel piatto me lo sono ripetuto ad alta voce, SONO UN CRETINO, SONO UN CRETINO, SONO UN CRETINO!
Nel piatto c’era una grossa merda arrotolata, come quelle dei cartoni animati di Arale, solo che questa non sorrideva. Non so se fosse di cane, temevo di scoprire che l’aveva appena scodellata Alberto. Lui sarebbe capacissimo di farlo, me lo immaginavo in bagno, a raccogliere il suo prodotto in un sacchetto di plastica, e ridere come un bimbo. Cercai di pensare ad altro, l’idea di mangiare una parte di Alberto mi faceva ancora più schifo che pensare che quella parte gli era uscita dal culo. Mi concentrai sulla merda di cane, pensai al cibo per cani, all’osso per cani, ai biscottini Ciappi. Ecco, i biscottini Ciappi, nel loro sacchetto giallo e rosso, quelli non mi disgustavano troppo. Pensai che forse mangiare qualcosa derivato dai biscottini Ciappi sarebbe stato più semplice.
Gli amici erano tutti intorno a me, ridevano come dei pazzi. Andrea mi porse forchetta e coltello, Alberto il tovagliolo. E una mentina. “Per dopo”, aggiunse.
Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi, avevo gli occhi serrati, con una mano mi tappavo il naso, con l’altra affondavo la forchetta in quella sostanza maleodorante. Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi, la forchetta trovò una leggera resistenza sull’esterno, quindi scivolò fino in fondo. Anche a occhi chiusi potevo immaginare la merda dividersi senza sbriciolare, sprigionare quel caratteristico odore di.. beh, di merda.
Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi!
Una lacrima mi scivolò lungo la guancia, soffocai un gemito, non volevo dare soddisfazione ai miei spettatori. Aprii la bocca e mangiai.
Non mi permisi di sentire alcun sapore, buttai giù il boccone intero, tanto non era da masticare. Deglutii tre quattro volte per togliermi ogni residuo dalla bocca, sperai di non sentire alcun sapore.
Se qualcuno volesse chiedermi di cosa sa la merda, ecco, non me lo chieda. Perché quel giorno tutte le mie speranze di cavarmela a buon mercato furono travolte dal sapore peggiore che abbia mai sentito in tutta la vita. Non è come sentire l’odore di merda, no, niente affatto! E’ cento, mille volte peggio, è la cosa più disgustosa che si possa immaginare, roba che a confronto il caffè autoscaldante è una delizia per gourmet.
Naturalmente vomitai, e continuai a vomitare per tutto il giorno e la sera. E nei giorni seguenti, ogni volta che ripensavo a quel che avevo fatto, per settimane.
L’unica soddisfazione me la diedero gli amici. Fino all’ultimo non avevano creduto che l’avrei fatto, quando misi la forchetta in bocca restarono talmente scioccati che ancora oggi, mi dicono, si svegliano in piena notte madidi di sudore, urlando. Andrea non ha più una vita sociale, per dormire deve ubriacarsi fino a svenire. Alberto una vita sociale non ce l’aveva neanche prima, ma ora è stato abbandonato dalla fidanzata, e anche i genitori hanno perso fiducia in lui.
Ci godo, così imparano, e se sperano che li perdoni si sbagliano, me l’hanno fatta troppo grossa. Piuttosto mi mangio una merda.


viva la revoluciòn!

Conobbi il Subcomandante una sera d’inverno, in un locale fumoso frequentato da rivoluzionari, ubriaconi e mentecatti. Nella prima categoria non ero mai riuscito a entrare, ma non mi lamentavo, due su tre è sempre un ottimo risultato.

Ero seduto al banco, a bere la versione mentecatta di un whisky da intenditori, una roba che sapeva di ciupaciupa e pancetta affumicata, prodotta in qualche distilleria clandestina di Orgosolo. Per rientrare anche nella categoria degli ubriaconi me n’ero già scolati due, e fu per questo che non mi meravigliai quando quello strano personaggio si avvicinò e mi disse, con voce sicura: “Tu sei Andrea”.

“Andrea è lui”, dissi indicando il mio compagno di bevute, che non c’era più da almeno un paio d’ore. Si era sentito male ed era stato ricoverato d’urgenza per una lavanda gastrica, ma non me n’ero ancora reso conto, Andrea era sempre stato un tipo molto silenzioso.

“Allora tu sei Pablo”, mi disse il Subcomandante senza battere ciglio. Abituato a frequentare subumani di ogni tipo, non si era scomposto di fronte alla mia obiezione, doveva aver visto ben altro. Seppi più tardi che era ubriaco come un cocomero al rum, e il mio amico Andrea l’aveva visto esattamente dove gliel’avevo indicato.

Interpellato a proposito, anche il mio amico Andrea giurò di essere stato esattamente dove io e il Subcomandante l’avevamo immaginato, cosa che gli procurò larga ammirazione nella compagnia.

“Si, sono Pablo”, ripetei mentre veniva raccontato l’aneddoto qui sopra. “E tu chi sei?”, replicai.

“Sono il Subcomandante Marzia, e questa subdonna qui accanto è la mia amica Patrizia”.

Mi resi conto in quel momento che c’era qualcuno con lui, fino ad allora l’avevo scambiata per uno sgabello. Era una ragazza di corporatura minuta, una subdonna, come l’aveva chiamata il mio nuovo amico, se non altro per la statura.

“Piacere”, le dissi, “Piacere”, mi rispose con una vociona baritonale. “Mi sembra giusto”, pensai, “essendo bassa non può che avere una voce da basso”.

Seppi durante la conversazione con i due strani personaggi che il Subcomandante aveva letto tutti i miei articoli di politica economica, da “La Politica Economica” a “Una Politica Economica”, fino al meno conosciuto “L’Economia, con l’apostrofo”, e che condivideva le mie teorie sulla suddivisione delle ricchezze del Paese fra i meno abbienti a partire da me. Anche lui, mi disse, si batteva per un mondo migliore, in cui tutti possano arrivare a guadagnare abbastanza e non debbano più chiedergli i soldi dell’affitto.

“Sogno un mondo in cui non ci siano più differenze fra le persone, in cui siano tutti uguali, un mondo in cui se ceno al ristorante e il cameriere mi chiede chi pagherà il conto io possa rispondere ‘chiunque!’. Per simboleggiare la mia lotta ho adottato un sistema originale”
“Giri col passamontagna sulla faccia?”, gli chiesi.
“No, con la carta d’identità scaduta. Il passamontagna è per nascondere l’herpes”.

Mi disse che nella sua battaglia c’era bisogno di gente come me, con degli ideali e tanta voglia di lottare. Mi resi conto che stava di nuovo parlando con Andrea.

“Ehi Subcomandante, io sono quell’altro!”
“Ah si, giusto. Ma anche tu puoi unirti, se vuoi. Hai degli ideali?”
“Beh, ho un abbonamento del Genoa”
“Grandioso! Un visionario! Proprio quello che ci serve, gente che crede ancora nell’utopia! Unisciti a noi, non te ne pentirai”

Fu così che mi aggregai alla lotta del Subcomandante ai potenti, ai corrotti, a coloro che tengono il mondo stretto nel loro pugno e lo spremono. Quella sera giurai che finché a pagare per l’avidità di pochi saranno i piccoli, i deboli, gli indifesi, finché ci sarà bisogno di rivoluzionari che si mettano controvento col loro pugno alzato, io lo sosterrò, darò il mio piccolo contributo alla sua causa, mi batterò al suo fianco perché l’ingiustizia venga punita.

Finora il mio impegno si è tradotto in:

Pagare metà dell’affitto, perché al mondo non siamo ancora tutti uguali, e finora il padrone di casa riesce a riconoscerci e a venirci a cercare se tardiamo;

Dare da mangiare al gatto, che non so se sia anche lui sposato alla causa, ma ha l’appetito di un drappello di patrioti dopo una settimana in prima linea, e molla delle sotte che sembrano mine antiuomo;

Lavare i piatti: secondo il Subcomandante i lavori umili rafforzano lo spirito, e lui dice di avere una specie di allergia al detersivo che non so bene;

Fare la spesa, ma non alla Coop, che ultimamente è troppo poco rivoluzionaria, e comunque costa un casino;

Scarrozzarlo in macchina a destra e sinistra, che prendere la patente significherebbe sottostare alle regole imposte da questa società massificatrice.

Non mi lamento, il cuoco del campo è un sudamericano ispirato, prepara piattini deliziosi e mentre spignatta canta le canzoni di Silvio Rodriguez. Però certe volte, quando mi allontano quatto quatto per farmi una partitella alla pleistescio, e il Subcomandante mi agguanta per un orecchio e mi ricorda che devo ancora rimettere a posto la spesa, mi domando se quella sera non mi sarebbe convenuto trovarmi in un’altra bettola di quart’ordine, e incontrare magari il Bianconiglio. Sono sicuro che col Cappellaio Matto ci saremmo passati delle serate straordinarie, e da quel che mi dicono Alice è una gran gnocca.