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The Cure @ Heineken Jammin’ Festival – 07/07/2012

I biglietti
Vent’anni fa, più o meno, stavo a Milano al Forum di Assago, che adesso si chiama Qualcosaforum, a seconda di chi paga lo sponsor: è stato Filaforum, Datchforum, Mediolanumforum e Tuamadreforum, quando si era messa a praticare il treperdue sulla tangenziale lì di fronte.

Era l’ultima sera di ottobre (how appropriate!), e su un palco che ricordava un tempio greco c’erano i Cure che portavano in giro il loro ultimo album. Li avevo appena scoperti grazie alle cassette del mio amico Darkillo, e avevamo comprato secchi il biglietto. Il 1992 è stato un anno pazzesco per la mia formazione live, in pochi mesi mi ero già sparato gli U2, i Dire Straits e Gianni Drudi, e la paghetta che mi passavano i genitori era pure bassa! Altri prezzi, signora mia!

Fu un concerto incredibile, ero in prima fila, conoscevo tutte le canzoni a memoria, c’era quella dietro di me che mi piantava continuamente le borchie del braccialetto sulla schiena.. avrei potuto morire lì ed essere appagato lo stesso.

Qualche mese fa sono lì che guardo pornazzi su internet e ad un certo punto viene fuori che i Cure celebreranno il ventennale del tour di Wish riportandolo in giro per l’Europa, e che verranno a suonare all’Heineken Jammin’ Festival il 7 luglio. Le acrobazie della signorina in video smettono di essere interessanti ben prima dei canonici venti secondi, e mi precipito su ticketone a comprare i biglietti, sperando che i maledetti bagarini non li abbiano già comprati tutti. Ci sono! Ne prendo due a scatola chiusa, la mia fidanzata non li ha mai visti i Cure, figurati se non le interessano.

Insomma, non vi sto a raccontare tutto quello che ho fatto da quel momento a ieri, sennò viene lunga, diciamo che alle quattro e mezza ci siamo messi in macchina io, il Subcomandante e Intercontinentillo, che nel frattempo è tornato dall’America per le vacanze e si è aggregato, e siamo partiti alla volta di Rho, dove si teneva l’HJF, che per chi non capisce gli acronimi è il festival che ho citato poche righe fa, ma dovreste stare più attenti.

Terra di nessuno
Viaggiamo bene e veloci, anche la temuta tangenziale la affrontiamo senza incidenti, e alle sei siamo nel posteggio P2 della Fiera di Milano sotto un sole che ammazzerebbe i pitoni. Dov’è il concerto? Di là, ci dice uno, indicando l’orizzonte che balugina lontano.

La fiera è grande e l’HJF sta proprio dietro, e per arrivarci bisogna girarci intorno. Lungo il tragitto incontriamo il padre di Branduardi, venuto a comprare un topolino per due soldi:

“Ma non ti sembrano tanti due soldi per un topolino?”
“Posso permettermelo, ho venduto un’opera a Brecht e ne ho ricavati tre, due li investo nel topolino e me ne rimane ancora uno da giocarmi alle macchinette!”

Poi entriamo nel mercato dei napoletani, una selva di bancarelle che vendono tutte la stessa maglietta e tizi che trascinano conche piene di birre ghiacciate.

“Signò, la vuole una birra?”
“Ma secondo te in un posto che si chiama Heineken Festival ne avranno birre?”
“Eh ma l’Aineche sa di piedi, io tengo Labbècs!”

Poi c’è la tizia che ti chiede se vuoi fare la pubblicità al nuovo smartfodellasamsu, ti infila dentro un telefono di cartone e ti fa dire “Samsungalacsi Essetrè, disain foriùma!”. Ti fa leggere un cartello dove c’è scritto proprio così, “foriùma”, e mi verrebbe voglia di partecipare e tirar fuori dalla tasca il mio Samsungalacsi Essedue che si pianta tutti i giorni e dire “samsungalacsi esserròtto!” e tirarglielo contro la telecamera, ma lei non ne può niente poverina.

Poi ci sono i cazzo di bagarini che ti vengono incontro con mazzette di biglietti in mano come le banconote di Krusty, e Marzia li allontana gentilmente dicendo no grazie, quando bisognerebbe buttarli per terra e prenderli a calci e offendere le loro madri per tutte le volte che non hai potuto comprare un biglietto degli U2 perché dopo venti minuti da che sono in vendita se li sono razziati tutti per rivenderseli al triplo fuori dai cancelli. Quando diventerò imperatore del mondo li metterò tutti nella categoria Bastardi Che Devono Morire Male, me lo segno.

Sole e un tappeto sintetico. L’inferno dev’essere pressappoco così.


HJF

Seguendo la scia di cadaveri calcificati dal sole arriviamo alla piana di asfalto in cui si tiene il festival. Il palco è lontanissimo laggiù in fondo, ci arriviamo facendo le soste obbligate secondo importanza, banchetto delle magliette ufficiali, cessi chimici, porchettaro, e ci sistemiamo a ridosso della transenna che ci separa dal Pit, che non è il marito di Angelina Jolie, ma un recinto per cui occorreva pagare dieci euri di più. Oltre quello c’è l’area Vip, un altro recinto che sta davanti al palco, pieno di persone senza reni, cornee e anima.

Il posto che occupiamo non è affatto male: il sole sta calando e la temperatura è accettabile, davanti a noi non c’è una ressa mostruosa a impedirci di respirare e il palco non è neanche lontanissimo, strizzando un po’ gli occhi si riescono a vedere perfino i megaschermi.
Inganniamo l’attesa mangiando panini di un materiale stranissimo, che in bocca ricorda la gommapiuma, ma che una volta ingoiato diventa uguale al marmo. La birra invece la riconosci subito, è proprio come diceva il tizio fuori, sa di calzino di lupetto dopo che si è tolto le scarpe sul locale per Torino alla fine di un’estenuante gita al Monte di Portofino.

Alle nostre spalle dei nazisti con un pitbull al guinzaglio facevano avanti e indietro sfidandoci a scavalcare.

Dopo una mezz’ora cominciano a suonare i New Order, che sarebbero i membri dei Joy Division che non si sono impiccati in cucina, quelli che un giorno hanno inventato la musica dance, poi si sono sciolti, poi si sono rimessi insieme senza dirlo al bassista e dandosi anche di gomito al pub ripensando alla faccia che avrebbe fatto vedendoli su un palco.

La loro esibizione è quella che ti aspetteresti da un gruppo che non ti sei mai cagato quand’erano in cima alle classifiche e li accomunavi ai Pet Shop Boys e agli altri discotecari del cazzo, ma che adesso infili nelle playlist di grooveshark sospirando di nostalgia: una figata elettronica danzereccia e peccato solo che ci sia questa transenna potevo spendere dieci euri di più e stare di là che c’è più largo e guarda come ci sballano quelle due tizie mezze nude la prossima volta non faccio il taccagno, me lo segno anche questo.

Nel frattempo lo spazio alle nostre spalle è andato riempiendosi, e quando cominciamo a sentire le campane che annunciano l’inizio del gruppo principale abbiamo una marea di corpi alle spalle e non posso fare a meno di pensare a The Walking Dead, e vorrei avere con me un’ascia. No, l’ascia è perché sono un misantropo di merda e odio le persone, anche quelle vive.

La scaletta (for fans only)

Cominciamo! Vent’anni dopo Wish sono di nuovo a un concerto dei Cure!
No, aspetta, veramente ci sono stato altre due volte a un concerto dei Cure, nel 1996 e nel 2000.
Ma stavolta è il tour di Wish! Come vent’anni fa!
No, aspetta, dice Espertillo che in realtà non è il tour di Wish, fanno solo una carrellata di vecchi successi, ma devo aspettarmi un po’ di tutto.
Ma ormai è troppo tardi per richiedere i soldi indietro!

Robert Smith è talmente ciccione che hanno dovuto costruire un megaschermo apposta per contenerlo.

L’apertura è da brividi, o da Disintegration, che è comunque un album da brividi: Plainsong, Pictures Of You e Lullaby, una dietro l’altra, e già pensi che vale la pena di esserci, che un attacco così è quasi meglio di quello del’92, quando al posto di Plainsong fecero Open e High. Quasi meglio, perché Open è un capolavoro e mancherà nel concerto di stasera.

High arriva di seguito, come quarta canzone, e non ho ancora smesso di cantare, meglio che mi facciano riprendere fiato, e infatti fanno The End Of The World, quella nuova che nel video gli va giù la casa e quando l’ho visto ho pensato che i Cure non hanno più niente da dire, ma i video sono ancora carini.

Torniamo indietro con un altro classico da Disintegration, Lovesong, che tutto il pubblico apprezza, e poi mettiamo lì un altro pezzo nuovo che mi cago poco, Sleep When I’m Dead.

La chitarra allegra di Push fa mille giri prima di essere accompagnata dalla voce di Robert Smith, che sembra divertirsi un sacco, si agita come l’orsetto ciccione, si asciuga la faccia con la manica della camicia, riprende a ballare con la chitarra appesa al collo, e da lontano la sua silhouette sul palco è iconografica come quella di Indiana Jones col cappello in testa. E’ una lezione di storia della musica quella a cui stiamo assistendo, una di quelle più divertenti.

Il gruppo ha preparato una scaletta furba, e non ci fa smettere di agitarci: dopo Push è la volta di In Between Days e Just Like Heaven, sempre senza sosta, cominciamo ad avere il fiatone. Anche Ballerillo è provato, che certi ritmi non li regge più neanche lui che è una bestia da concerti. Le uniche che non sembrano sentire la stanchezza sono le due tizie di prima, che continuano a ballare come forsennate. Una è sempre più nuda, si è calata i pantaloncini fino a mostrare la nasella e indossa gli occhiali da sole nonostante il sole sia sparito dietro il palco.

Per fortuna che il telefono ha anche una fotocamera che funziona con la batteria scarica

Finalmente un pezzo di Wish: From The Edge Of The Deep Green Sea. Non so gli altri, ma per me è una delle canzoni più belle che abbiano mai scritto, le chitarre distorte creano un tappeto denso, da affondarci i piedi; chiudo gli occhi e mi dimentico di dove sono, ci vediamo fra sette minuti e quarantaquattro secondi.

Torno alla vita sulle note di un pezzo che non conosco, bello pieno. È nuovo (almeno per me), si chiama The Hungry Ghost, non è male.

Il blocco successivo di canzoni lo associo alla copertina del Greatest Hits, quella col vecchio in bianco e nero, e ai suoni sintetici che riempivano il disco: Play For Today, A Forest, Primary, quasi nello stesso ordine della raccolta, e The Walk, che stava sul lato B.

Da notare che fino a qui il concerto è stato sempre tiratissimo, una canzone dietro l’altra, nessuna sosta, giusto un paio di battute del cantante, peraltro incomprensibili, data la sua passione per il borbottio. E tutte suonate alla grande, belle cariche di suoni, da quel palco si sprigiona un’energia che raramente mi è capitato di percepire ad un concerto. Per dire, a quello di Guccini no.

Effetti bizzarri e pure inutili, ma tanto al buio non è che puoi fare ste gran fote.

Friday I’m In Love viene accolta da un boato, credo che la conoscano anche i tizi della sicurezza che vigilano affinché nessuno scavalchi dall’area zozzoni micragnosi dove stiamo noi a quella zozzoni e basta, detta anche Pit.
Ogni tanto qualcuno ci prova a scavalcare, e si fa malissimo sbattendo sulle transenne, che dal nostro lato sono delle lastre di metallo piuttosto semplici, ma dietro hanno un sacco di paletti inclinati e sgabelli e uncini e credo che fossero un progetto scartato da Aegon Il Conquistatore quando disegnò il Trono di Spade.

I pochi che sopravvivono all’impresa si perdono immediatamente nella folla, ma c’è qualcuno che non ce la fa e viene catturato dal temibile guardiano. Quando questo accade cominciano le atrocità (sconsiglio la lettura del paragrafo che segue alle persone sensibili):

Il guardiano si mette davanti all’immigrato clandestino e gli fa: “Hai scavalcato?”
L’immigrato si fa piccolo piccolo, che il guardiano è veramente un bestione, e mormora con un filo di voce “ssi”, non cercando neanche di vendergli una scusa, che potrebbe farlo imbestialire ancora di più.
Il guardiano lo fissa con gli occhi dell’orco e dalla sua bocca grondante sangue gli fa: “Vabbè, stai lì.”, e se ne va.
L’immigrato resta un po’ stordito dalla sorpresa di avere ancora tutti gli arti al proprio posto, poi aspetta che il guardiano si volti e scappa tra la folla.

Nel frattempo Friday I’m in Love è finita, ma il momento Wish continua con Doing The Unstuck e Trust. La prima è un po’ meno gioiosa che nel disco, la seconda me lo mena uguale preciso.

Ma è proprio l’atmosfera del concerto che si è fatta più cupa con l’approssimarsi delle tenebre, sta cominciando il Momento Pipponi.

Il gruppo ha lasciato indietro le canzoncine pop, e adesso vira sul dark pesante: Want, Wrong Number, One Hundred Years e Disintegration. Alla fine Robert Smith abbandona il palco in lacrime (sic, che per chi oltre gli acronimi non sa neanche il latino vuol dire “per davèro!”), che si vede che si è depresso anche lui. Le due tizie nel Pit continuano a ballare anche dopo che la musica è finita, mi sa che c’è qualcosa che non va.

Momento Pippone

La pausa è breve, neanche il tempo di gridare fuorifuor e sono di nuovo tutti lì, allegri come se niente fosse successo, e sfornano tre reperti: Shake Dog Shake, Bananafishbones e The Top, che il cantante introduce dicendo che è solo la seconda volta che la fa dal vivo; in realtà è la quarantunesima, ma si vede che le altre 39 volte l’ha fatta in playback.

Stavolta la canta davvero, e benissimo pure, e quando grida “Please come back” alla fine si allontana dal microfono e la voce arriva flebile e pensi che questa qui è proprio una stronza ad averlo lasciato da solo laggiù in fondo e fai come ti dice, non lo senti che ti chiede di tornare? Tutta intera, specifica, che a pezzi con ‘sto caldo vai subito a male.

Escono di nuovo, neanche il tempo di dire fuorif che sono di nuovo lì, allegri come se il concerto stesse per finire, e ti sparano l’ultima raffica di pezzoni per chiudere in allegria, tutti amici, ciao è stato bello, ci rivediamo presto: Dressing Up, The Lovecats, The Caterpillar, Close to Me, Just One Kiss, Let’s Go to Bed, Why Can’t I Be You? e Boys Don’t Cry.

Abbandoniamo il terreno lasciandoci alle spalle una distesa di bicchieri di plastica e cartacce e due tizie mezze nude che ballano ormai sfinite, sbattendo i loro corpi imbottiti di acido contro i passanti che sfollano. Ieri sera suonavano i Prodigy, secondo me sono lì da allora.

Quando è partita The Lovecats abbiamo ballato un casino. Cioè, un casino di più del casino di prima.

Stamattina ho visto un’intervista dove Robert Smith dice che si è divertito tantissimo, è stato uno dei concerti più belli che ha fatto in Italia, ma col cazzo che ci torna, e se Katia non è venuta a vederlo peggio per lei, la prossima volta al matrimonio si dà malata.


e al dio degli inglesi non credere mai..

Leaving home ain’t easy
Se fosse stato per me prenotavo l’albergo la sera prima e mi facevo la borsa la mattina, ma ho una fidanzata che non si fida della mia memoria, e non vuole rischiare di perdere questa ghiotta occasione di tenermi fuori dai piedi per due giorni di fila, perciò mi trovo la mattina di sabato 8 settembre 2007 a non avere niente da fare, solo aspettare l’ora di uscire di casa per recarmi a Londra, Inghilterra, ad assistere al concerto dei Police, proprio quei Police là, quelli di Donstensoclostumì, e Solonli, e Messegginebàttol.

Mi sembra che trenta canzoni siano poche per un viaggio così importante, e decido di buttarne nel tuttofonino altrettante.

Alla fine devo correre come un disperato per arrivare ad Arquata in tempo per il treno, ma ce la faccio, e alle dieciemmezza, Beatles nelle orecchie, scendo le scale di Milano Centrale, diretto con piglio deciso alla Borsa Del Fumetto, dove intendo trascorrere un’oretta buona a scroccare fumetti.

È più forte di me, se so che c’è una fumetteria nei paraggi ci devo entrare, anche per non comprare niente, non so, forse sono attratto dall’odore della carta.

Quando esco l’ora è passata in fretta, ma non mi sono limitato a scroccare, la borsa si è appesantita parecchio, e ora ho un sacco di cose da leggere in volo. Posso partire davvero.

Prima però il pranzo, si è fatta l’ora, e non intendo restare a stomaco vuoto fino all’arrivo oltremanica. Trovo un kebabbaro indiano pizzaiolo a tempo perso che per una cifra ragionevole mi prepara un kebab fra i più buoni che mi siano capitati. Lo prendo in piatto, così posso starmene seduto fra gli aromi speziati che impregnano le pareti a leggermi l’ultimo Ratman, e poi via, bus navetta per Linate.


Fly me to the Moon
L’ultima volta che ho preso un aereo mi sono trovato a passare ore e ore di noia nella sala d’attesa pubblica di un aeroporto, solo per scoprire, una volta varcato il cancello dell’imbarco, che al di là esiste un’immensa zona franca piena di prodotti detassati che aspettano solo che tu ci metta le mani.

Stavolta non intendo ripetere l’errore, e appena posso mi infilo nella zona franca.

Non c’è un cazzo! Solo file di poltroncine e negozi di profumi, neanche l’ombra di un negozio di elettronica, videogiochi, tuttalpiù sesso mercenario. E io ci devo passare altre due ore! Come farò?

Finisco di leggermi Martha Washington Salva Il Mondo e faccio un giro.

Quello laggiù in fondo che si staglia nella solitudine di una sala d’attesa come un monolite nero fra le rocce cos’è? Ma è una postazione internet! Posso scrivere due cazzate sul mio blog per ingannare l’attesa!

Schiaccio due bottoni e una voce femmiline difficilmente italiana mi chiede di pagare e proseguire. Infilo fiducioso un euro, e non succede niente, solo la stessa voce di prima mi ripete di pagare e proseguire. Smanaccio un po’, cerco di aprire il cassettino delle monete, prendo e riaggancio la cornetta, schiaccio esasperatamente il tasto eject, ma la voce sempre uguale della signorina di prima mi chiede di pagare e proseguire. Pagare ho pagato, e mi hai inculato, brutta bagascia! Allora proseguo, maledicendo le macchinette degli aeroporti e chi ce le ha messe.

Ci chiamano all’aereo, arriva il camioncino che ci farà percorrere venti metri fino alla pista, ma della signorina che dovrebbe aprirci le porte nessuna traccia. Alla fine arriva anche lei, trafelata, e si incazza con una collega che le ha chiesto dove fosse finita. Saliamo sul salsiccione alato, e sono dal finestrino come avevo chiesto, ma sopra l’ala, puttanazza eva!

Meno male che ho mangiato prima di partire, perché il tramezzino stitico che mi offre Alitalia basta appena a grattarmi lo stomaco.


London Calling

Che bello arrivare a Londra, immergersi in quella cultura così diversa dalla nostra, stupirsi come ogni volta di tutta la gente in fila indiana, di quante razze
convivano serenamente ignorandosi, di quanto cazzo costa il biglietto della Tube! 4 paunz! Neanche mi portassero in centro in braccio!

Meglio 4 paunz di tuba che 16 di Heathrow-Express-fiftìn-minuz-tu-de-senter-ov-de-siti!

E poi io scendo a Paddington, non ci metterò mica un’ora.

Ci metto quaranta minuti, e quando esco alla luce del sole,high street kensington o di quel surrogato di astro che cerca di illuminare quella fetta di mondo, riconosco il quartiere in cui abitavo, ed è un’emozione. Ancora più grande la provo ad aprire la porta del piccolo b&b dove lavoravo/abitavo, e appena annuso l’odore di moquette, tappezzeria e legno così familiare mi riaffiorano di colpo tutti i ricordi, e mi chiedo “Ma che cazzo ci sono venuto a fare in questa topaia?”.

Vabbè, oramai è tardi per recriminare, sono dentro. Alla reception mi accoglie Maria, la proprietaria, una signora coreana molto socievole, che mi fa un sacco di feste (per quante feste possa fare una coreana naturalizzata inglese, più o meno quante ne farebbe un gatto siamese incrociato con una faina) e mi chiede come me la passo.

In cinque minuti, terminate le cortesie di rito, svesto i panni dell’ex dipendente per indossare quelli del cliente, e mi liquida. Meglio.

Il mio compagno di viaggio, Israillo, è già arrivato da Gerusalemme, è stravolto, e mi viene incontro in strada, in una perfetta citazione dell’Alba Dei Morti Viventi.

Vabbè, ma non c’è tempo per svenire, Londra ci aspetta!


Saturday Night’s Alright For Fighting
Abbiamo appuntamento con Matteo e Katia a Piccadilly. Sono con degli amici che hanno proposto di andare a vedere la partita Italia-Francia in un pub. Sepoffà, e poi nei pub si mangia anche, mi immagino seduto a un tavolo con una birra e un piatto di quelle porcherie strafritte a cantare poopoppoppoppoppoopooo insieme a connazionali ubriachi.

Guido il mio amico Inglesillo attraverso le linee della Tuba con una sicurezza che non ci si aspetterebbe dopo tanti anni che non frequento più questa città, ma cosa vuoi farci, certe cose ti entrano nel sangue, non te le scordi più, e in men che non si dica ci troviamo sotto uno svincolo a Edgware Road, a trecento metri da dove eravamo partiti, in mezzo alla miglior teppaglia che la città sappia generare. Semplice distrazione, dico, e riprendiamo la strada giusta, arrivando con solo un quarto d’ora di ritardo sotto la statua dell’Eros.

Gli altri ovviamente sono già lì, Katia si è mimetizzata da inglese e col cappottino sembra uscita da un film dei Beatles; Matteo ha scelto anche lui di ispirarsi a una pellicola britannica, ma ha cannato completamente e ricorda Austin Powers.

Il locale lo conoscono gli amici locali, ma quando ci arriviamo scopro di conoscerlo anch’io, quando stavo a Londra era quello che evitavo come la peste, lo Sports Cafè.

È come un pub, ma pieno di schermi sintonizzati sui maggiori avvenimenti sportivi della giornata. In giro per i due piani puoi trovare delle McLaren che allora stavano in vetrina, ma quella sera è impossibile vederle, il pub è stracolmo di italiani, e ovviamente di francesi. Il volume è altissimo, al piano di sopra prendiamo una birrona ciascuno e assistiamo all’inizio della partita.

L’Italia gioca male, la Francia forse peggio, l’incontro è di una noia mortale, l’unica nota interessante è la rivalità fra tifoserie, che si combatte a cori “Allez la France” e “Fratelli D’Italia Poopoppoppoppoppoopooo”. Magari non finisce neanche a coltellate, d’altronde è solo un’amichevole. Io comunque ci metto il mio impegno a rompere le palle al gruppo in mezzo al quale mi trovo, ma evidentemente nessuno capisce una parola di quel che dico, o sono troppo superiori per ribattere.

La fame ha il sopravvento, andiamo a mangiare all’Aberdeen Angus Steakhouse, dove prendo un’enorme T-Bone Bistecc, che di veramente enorme ha il prezzo, ma vaffanculo, una volta tanto me la godo. E poi la bisteccona non è male, sono le patatine fritte che hanno visto tempi migliori.

Dopo la cena il gruppo si ricompatta e andiamo in una vineria. Anche qui mi rendo conto di come i prezzi in città siano del tutto fuori scala rispetto alle altre capitali europee.

Poi Narcolessillo non mi ce la fa più, e anch’io sono piuttosto provato, e ci congediamo. L’indomani ci aspetta una giornatona intensa.


Market Square Hero
La maledetta T-Bone del ristorante mi galoppa nello stomaco tutta la notte, riempiendomi i sogni di bisonti imbizzarriti, tanto che alle otto e mezza, pur avendo dormito poco e camminato tanto, sono già sveglio. Il mio collega Influenzillo sta peggio di me, per una rinite che lo affligge da quando cercò di attraversare a nuoto lo Stretto di Bering per sfuggire a un matrimonio con una kamchatkese, e dopo dieci minuti siamo già alla caffetteria dell’hotel per un’abbondante colazione a base di niente col pane. Da quando sono andato via io le colazioni le prepara il signor Chris, un greco simpaticissimo che appena mi vede mi parla del “Signor Prodi”. Quando lavoravo lì mi chiedeva del “Signor Papa”, come se fossimo stati parenti. Ah, le risate che mi facevo con Chris quando lavoravo in quell’albergo!

Per evitare di ridere troppo salutiamo alla svelta e decidiamo di fare colazione altrove, ma Matteo fa sentire il suo richiamo, e ci ricorda che in tarda mattinata andranno a visitare la Tate Gallery.

D’altra parte Scialacquillo mi aveva proposto di passare la domenica pre-concerto a Camden, per comprare qualche cazzata da portare a casa.

La scelta è fra una giornata spesa ad ammirare capolavori e una in un merdoso pulciaio colorato a scansare orde di punkabbestia. Qualche anno fa avremmo avuto dei dubbi, ma crescendo impari a scegliere con saggezza, e non ti fai più guidare dall’istinto.

Allora, a Camden mi sono comprato un cappellino in sostituzione di quello vecchio che ho perso chissà dove, un cartello da appendere alle nuove Cappe e un vecchio lp per il Subcomandante, ho pranzato in un pub sulla strada principale evitando le offerte dei vari cinesi da bancarella, non mi sono comprato nessuna delle magliette da alien(at)o in vendita da Cyberdog, né quelle fluorescenti, né (ahimè) quelle col led lampeggiante e le scritte appiccicati davanti.

Non solo, sono riuscito a infilarmi in una fumetteria aperta e a non comprarmi niente, ho evitato al mio amico Disgustillo di comprarsi dei sottobicchieri in resina veramente atroci, ho resistito di fronte alla maglietta della squadra di football del West Ham, e di fronte a quella fighissima dell’omino seduto sul cesso con le cuffiette nelle orecchie e la scritta I Pooed.

C’è però mancato poco che mi comprassi la t-shirt “Nobody knows I’m a lesbian”.


Sound Of Silence
Verso le due il mio amico Ansietillo comincia a sentirsi il macaco da concerto arrampicarglisi addosso, e preme perché si torni indietro. Molliamo lì tutte le belle cose che c’eravamo ripromessi di prendere al secondo giro e torniamo in albergo a posare la paccottiglia/prendere i biglietti.

Un Tubista (cioè colui che lavora nella Tube) ci consiglia di andare a prendere il treno per Twickenham alla stazione di Waterloo, e così facciamo. Non sono mai stato su un treno inglese, l’unica cosa che ricordo di essi è che tendevano a schiantarsi prima della stazione di Paddington, causando un fracco di morti, minimizzati poi dalla stampa e dal governo.

Partiamo puntuali, ma come aspettarsi qualcosa di diverso da un treno inglese? battersea power stationQuando transitiamo dietro il London Eye, che vediamo sbucare dai tetti laggiù in fondo, faccio un rapido calcolo e mi metto a esclamare “Battersea! Battersea!”. Il mio amico Sorpresillo non capisce di che parlo, ma appena riconosce le quattro ciminiere dell’enorme struttura industriale adagiata sulla riva del Tamigi comincia a gridare anche lui “Enimols! Enimols!”. Eh già, è l’edificio che compare nella copertina di Animals, Pink Floyd. Un ottimo aperitivo prima del concerto di un altro gruppone storico.

La via più breve fra due punti, si sa, è una linea retta, tranne sulla linea ferroviaria che unisce Londra a Twickenham, dove per arrivare a destinazione facciamo un largo giro e finiamo per prenderla da dietro. Si vede che il macchinista non aveva avvisato il capostazione del suo arrivo, e vuole fargli una sorpresa. Nel frattempo dal finestrino passano scorci di cultura british, casette basse, campi da rugby, partite di cricket. Non vediamo nessun bidè, anche questo tipico di chi arriva in Inghilterra.

Dalla stazione al concerto viviamo sulla nostra pelle l’organizzazione rigorosa di questo straordinario popolo di beoni: ci saranno duemila persone che procedono ordinate sul marciapiede verso lo stadio, e all’arrivo neanche una transenna, solo tre individui tre che a gesti invitano a disporsi sulla sinistra, cosa che tutti fanno senza fiatare. In un attimo siamo dentro, nessun controllo, neanche una piccola perquisizione. Le norme antiterrorismo vigono solo per chi arriva all’aeroporto, una volta in territorio britannico sei libero di fare un po’ il cazzo che vuoi.

Fanclebbillo si butta secco sul banchetto del merchandise, e prima che io possa dire Taumatawhakatangihangakoauauotamateapokaiwhenuakitanatahu si è già comprato la maglietta, il cappellino, il body per la bimba, la canottiera per la moglie, le pantofole di lana per la nonna, il catetere per il nonno, il guinzaglio estensibile per il cane, la ruota per il criceto, il magnete per il frigo, lo spinterogeno per la macchina, l’allungapene a manovella per un non meglio identificato “collega”, ma dagli sguardi imbarazzati qualche dubbio mi e venuto.

Io mi limito alla maglietta, che da sola costa quanto ho pagato il biglietto per Capossela l’anno scorso, ma tanto Capossela chissà quando ci torna a Genova..

dentroMatteo e Katia ci raggiungono davanti allo stand degli hotdog chilometrici. Me ne compro uno, sa di castagne, ma sempre meglio di quelli che vendono all’Ikea, che hanno il sapore di cera e per infilarli nel panino ce li devi avvitare.

Sotto le gradinate c’è tanto spazio come in un posteggio, centinaia di donne in fila indiana ne coprono del tutto la superficie, facendo un trenino lunghissimo che non serve a ballare la samba, ma a fare la coda per andare in bagno. Ringrazio ancora una volta di non essere nato donna, e mi servo dei cessi per uomini, dove la coda non esiste.

Ancora una volta la disciplina inglese mi lascia senza parole. I bagni sono puliti, i rotoli di carta per asciugarsi le mani sono pieni e al loro posto, e sui lavandini ci sono addirittura le saponette!!


The Greatest Band You’ve Never Heard Of
Il concerto comincia alle 20.15, come da programma, e tutti assistono seduti come se fosse un’opera lirica. Gli unici in piedi sono quelli che alla seconda canzone sciamano per andare a prendersi una birra, e gli irriducibili che si alzano stando al proprio posto. Anche sul prato hanno disposto delle sedie, e neanche su tutta la superficie, ci sono ampi spazi vuoti ai lati, non so se per ragioni di sicurezza o perché coi prezzi così alti non contavano di riempire lo stadio. Quelli che ci sono sono tutti comunque pieni, e se provi a cambiare posto scoppia la rivoluzione. Durante una canzone io e il mio amico Ballerillo andiamo verso il palco saltellando, e veniamo respinti con decisione da un anziano guardiano.

Non dura tanto, nonostante eseguano una ventina di canzoni, sarà che tranne Roxanne che la tirano all’esasperazione le altre sono tutte molto brevi. Sono bravissimi, sono maturati parecchio e si sente. Andy Summers da solo suona per tutti gli altri due.

I momenti topici sono stati quando Copeland ha fatto il pazzesco in Can’t Stand Losing You, quando hanno fatto Hole In My Life e Voices Inside My Head, che sono due pezzi che adoro.live

Invisible Sun molto asciutta con l’assolo di chitarra riverberata in mezzo rende parecchio, Walking In Your Footsteps non me l’aspettavo, ma potevo tranquillamente continuare ad aspettare, tanto che durante il pezzo andiamo a prenderci la birra.

Truth Hits Everybody e Next To You sono due splendide occasioni mancate, le interpretano più lente, e senza quel ritmo punk dell’originale non valgono granché.

All’inizio dei bis un mucchio di gente se ne va. Ma come? Hai aspettato venticinque anni per vederli dal vivo e adesso non aspetti neanche la fine del concerto?

Alle undici il concerto è finito, ce ne veniamo via intruppati lungo un viale fino ai pullman navetta, che sono gratuiti e ci portano alla metro, che è gratuita anche lei e ci porta all’hotel, dove ci aspettano addirittura quattro ore di sonno prima della partenza verso casa.


Back In USSR
Dormire quattro ore dopo un concerto e una giornata a camminare mi fa un effettaccio, al risveglio mi sento come Lazzaro un minuto prima di essere resuscitato.

Il mio amico Ansiolillo è in paranoia per il terrore di non riuscire a fare il check in in tempo, siccome la metro è chiusa optiamo per il treno. Vado a fare il biglietto alla macchinetta, e perdo subito 10 paunz. Vabbè che non me ne volevo riportare a casa, ma buttarli così mi fa proprio incazzare. Vado all’ufficio reclami aperto tutta la notte e reclamo. La signora dietro il vetro mi fa lasciare l’indirizzo di casa, ma non è che 10 sterle nella cassetta della posta fra una settimana o un mese mi faranno sentire più ricco. Se mi arrivano con tante scuse le appendo alle Cappe, se mi arriva un biglietto omaggio di pari valore per le ferrovie britanniche telefono al ministro dei trasporti e sto al telefono l’equivalente di 10 paunz a insultargli la mamma.

Arriviamo in tempo, ci salutiamo di fronte al suo imbarco e me ne vado in zona franca, sperando di trovarci qualcosa di più che a Linate.

In effetti c’è ogni ben di dio, ignoro il negozio di whisky perché non ho voglia di portarmene una bottiglia in treno fino a casa, ma ci vuole tutta. In compenso al negozio di elettronica trovo una panasonic lumix zoom 10x a un trecento euri, che mi sembra sia parecchio meno del prezzo italiano. Per conferma mi attacco a una postazione internient dove infilo un paund senza che nulla avvenga.

È giusto, un ciclo che si chiude, moneta mangiata di qua, moneta mangiata di là, tutto il mondo è paese, tutte le postazioni internet degli aeroporti fregano i soldi.

Alla fine decido di non comprarmi la macchina fotografica, che ora come ora non me la posso permettere, e giungo a un compromesso acquistando una memory stick più capiente di quella che possedevo.

All’imbarco con me entra un tizio con segretaria che mi ricorda troppo un politico italiano per non provare un moto di repulsione. Cioè, il mio amico Incontrillo all’aeroporto si imbatte in Ivano Fossati e io devo accontentarmi di un maledetto politico? Mai, che ne so, un nobel per la pace..

Cambio subito pensiero, non è bello desiderare di incontrare Gandhi appena prima di imbarcarsi su un aeroplano!

Durante il volo mi offrono lo snack. Data l’esperienza nefasta del tramezzino dell’andata, scelgo la fetta di torta della nonna. Mi va male anche stavolta, non dovrebbero permettere a una vecchietta con l’alzheimer di mettersi a cucinare!

A Linate ho un’altra prova della differenza di cultura fra i due popoli di questo racconto. Per salire sulla navetta che va in stazione bisogna fare a gomitate. Se non sei capace non sali.

Non ho l’indole del lottatore, e dopo che resto giù anche dalla seconda mi arrendo e vado a prendermi un autobus.

Essendo diretto a Genova e l’unico presente oltre al controllore che parla inglese, devo spiegare a due ragazzi estoni come raggiungere la meta del mio viaggio. Li scorto fino in stazione e alla biglietteria, spiego loro quale treno prendere, dove scendere, e me ne vado a mangiare dallo stesso kebabbaro del viaggio di andata.

Una volta a casa tutto è più facile, aspetto il ritorno del Subcomandante e mi addormento, tanto che quando arriva e non trova niente di pronto per cena mi cazzia pesantemente. Però si vede che le sono mancato, infatti mi ricazzia per un’altra cosa che non ricordo, poi ancora perché non ho portato fuori il cane, ma poi mi dà anche una carezzina leggera leggera e se ne va a dormire.

Come sono fortunato ad avere una ragazza così affettuosa, sono proprio contento di non essere scomparso nella metropolitana londinese ed essermi rifatto un’esistenza in un piccolo villaggio del Sussex insieme a una venditrice di cheddar.

Magari la prossima volta..