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la sconfitta del Pablog

E’ inutile, ormai devo ammetterlo anche con me stesso, e non solo coi giornalisti che affollano il mio vialetto: il Pablog non ha più senso di esistere, tanto vale chiuderlo.

Perché il blog è un mezzo di comunicazione ormai superato, ci sono i tumblr, c’è feisbucc, c’è twitter, strumenti con cui puoi dire quel che ti pare in una riga, senza doverti sbattere a comporre frasi, mettere la punteggiatura, addirittura andare a capo!

E poi non c’è questo cazzo di impaginatore automatico di splinder che ti fa saltare una riga ogni volta che schiacci invio, poi no, poi si di nuovo, in base a come si svegliano la mattina i gestori del sito.

E basta, via, non c’è più speranza per i blog, oramai viviamo in un mondo frenetico in cui nessuno ha più voglia di andare a capo, si usano le k al posto delle ch, per essere amico di qualcuno ti basta sapere cosa sta facendo in quel momento in tre parole, e dei blog non frega più niente a nessuno.
E’ naturale che anche il Pablog subisca la crisi in corso, e accetti il suo declino come un inevitabile segno dei tempi.

Peccato, perché mi sarebbe piaciuto continuare a scrivere le mie cazzate e magari diventare uno scrittore famoso, magari essere interpellato un giorno sul treno da una fanciulla fascinosa che passa, mi vede, si ferma e mi fa:

– Ma tu sei Alessandro Baricco!
– Veramente no – faccio io, un po’ scazzato. Che non mi va di spacciarmi per un altro e rifulgere dell’altrui gloria. E poi proprio Baricco, dai, con tutti gli scrittori simpatici che ci sono!

Solo che lei insiste – Ma si che sei Baricco! Hai i riccioli! – come se gli scrittori si dividessero in due categorie, quelli pelati e Alessandro Baricco. In un mondo così gli scrittori dai capelli a caschetto non sarebbero considerati tali, e ci sarebbero frotte di malintenzionati parrucchieri appostati davanti a casa di Federico Moccia, armati di pettine e phon.

– E stai anche scrivendo su un quadernino!

Non mi va di spiegarle che sto andando allo stadio, e sul quadernino appunto magari la probabile formazione, o faccio il sudoku, e lei si siede. E cosa può fare un povero scrittore sconosciuto seduto su un treno con una bella ragazza che non chiede altro che di conoscerlo e poi magari giacere con lui, anche se probabilmente non lì, che i sedili sono tutti sporchi e chissà che malattie si possono prendere due che ci giacessero insieme sopra?

– Vabbè dai, sono Alessandro Baricco.
– Lo sapevo! – esulta lei, battendo le mani tutta eccitata – Vai a Genova per lavoro?

Evidentemente una sciarpa rossoblù, un berretto con un grosso grifone sopra e un maglione con scritto a caratteri cubitali Gradinata Nord non le fanno venire in mente altro che uno che sta andando a lavorare. Non sarebbe neanche sbagliato, se fosse la società calcistica a pagare me e non il contrario.

– Più o meno. Sai, vado a girare un po’, in cerca di ispirazione.. Qua e là..
– Per il tuo nuovo romanzo! Di cosa parla? E’ ambientato a Genova? Quando esce? Che personaggi assurdi ci sono? Un conte che ha perduto la memoria delle scarpe? Una donna incinta di un quadro? Un bambino che gioca col suo babau? E come si intitola? E sarà più fantastico di Oceanomare? Più sognante di Seta? Più arrabbiato di Castelli Di Rabbia? Più noioso di City?

Si, ma io mi aspettavo una bella ragazza compiacente e più che altro silenziosa, che si limitasse ai fondamentali: “Sei Alessandro Baricco! Scopami!”, non uno spruzzatore fonetico! Per farla smettere di parlare dovrei spararle, e ho soltanto una penna. Forse potrei piantargliela in un occhio..

E’ un fiume ininterrotto di sillabe quello che mi sta riversando addosso, cerco di infilare un piede, piano piano, per passare di là, ma la corrente è impetuosa e finirebbe per trascinarmi via.

– Il.. il titolo.. il..

Niente da fare, non si ferma mai, e dove vai a Genova, e conosci qualcuno, e io ho lavorato in una libreria, e hai mai letto questo, e hai mai visto quest’altro, e checcazzo! Le mollo un calcione su uno stinco, e prima che possa riprendere attacco a parlare io.

– Il titolo non ce l’ho ancora, di solito lo decido alla fine. E anche la trama, per adesso è più che altro un’idea. Per questo sto andando a Genova, per..
– Assorbire l’atmosfera! E’ così! E poi la trasformerai, la plasmerai in quel modo così unico che hai tu di raccontare le cose, fatto di sensazioni così solide da poterle toccare, e quei personaggi così incredibili, che non li troveresti mai in nessun altro libro, perché solo nei tuoi trovano una loro ragione di essere, con quelle atmosfere rarefatte che solo tu sai descrivere così bene, con quei colori tenui come un quadro ad acquerello..

Ma chi ho incontrato, una bella ragazza incredibilmente logorroica o la versione letteraria della Cancellieri? Riattacca a parlare e ancora una volta quello che dall’esterno potrebbe sembrare una conversazione amichevole si trasforma in un monologo ossessivo. Sta cominciando a rompermi il cazzo questa qui, bella o no, preferivo come stavo prima, con la sola compagnia del mio quaderno con l’elastico e la penna che scrive male.

– La conosci bene Genova?
– Si, certo – rispondo meccanicamente, prima ancora di rendermi conto che ha smesso di parlare.
– E perché la conosci bene, se sei di Torino? Ci hai abitato?
– Ci ho abitato? Ah si, certo, ci ho abitato. Da studente, sai..
– Ah, e dove abitavi?

Non è che voglia proprio inventarmi una balla gigantesca; certo, la propensione innata a raccontare fesserie mi spinge sempre a portare ogni dialogo sulla supercazzola, ma stavolta ci sono trascinato di peso. Un disegno sempre più preciso si delinea in me, per ogni parola che aggiungo. Non devo fare altro che raccogliere i pezzi che la mia mente mi offre, e legarli insieme.

– Stavo con una persona che abitava alla Foce.
– Ah si? – fa lei – Con una persona?
– Si, è stato il mio amore più grande, sai, una di quelle passioni travolgenti che ti avvolgono come una slavina su una pista da sci, e ti fanno sentire freddo, bagnato e senz’aria, ma che sono così belle che non puoi farne a meno.

Mi guarda con la bocca spalancata, già partita per vivere il nuovo romanzo di Baricco confezionato solo per lei. A quanto pare le storie d’amore tormentate esercitano sempre una forte attrazione sulle menti deboli. Come un novello Obi Wan Kenobi piloto i suoi pensieri verso una direzione che io ho stabilito..

– Sai, era una persona veramente speciale, così piena di passione, di stimoli, forse è a lei che devo il mio mestiere di scrittore. Forse ho cominciato a riportare i miei pensieri perché ne producevo così tanti da non riuscire più a contenerli.
– E come si chiamava questa persona? – mi chiede con voce sognante.
– Luigi.

Il ritorno alla realtà è così violento che le fa sbattere la schiena contro il sedile. Mi guarda come se l’avessi schiaffeggiata, il suo scrittore preferito, colui che cucina i cuori delle donne nella fricassea dell’amore ha avuto un’esperienza omosessuale!
Continuo a parlare, bene attento a non cambiare tono di voce, cerco di trasmetterle quella carica di sentimento che anela di ricevere, e pian piano la vedo che si lascia andare, si abbandona ancora una volta alla fantasia.

– La cosa incredibile era che la differenza di età fra di noi sembrava sparire. Era così intelligente, e dolce, e premuroso, e aveva delle mani talmente leggere, mioddìo..

La ragazza torna a dondolarsi nel cuore del racconto, una fantastica storia d’amore più forte di ogni pregiudizio; si abbandona un’altra volta, socchiude gli occhi, e capisco che è arrivato il momento della spallata finale:

– Non avrei mai creduto che un ragazzino di dodici anni possedesse tanto amore. Credo che la mia passione per i minorenni sia nata allora.

Si alza di scatto, prende la borsa e la giacca e fa – Devo scendere alla prossima, arrivederla! – e io posso tornare a scrivere le mie cazzate in santa pace.

In fondo mi spiacerebbe non diventare uno scrittore famoso, quasi quasi il blog lo tengo aperto ancora un po’.


fate tre passi indietro (con tanti auguri)…

Le buone intenzioni con cui si lastricano strade erano già sul camion insieme alle transenne e al cartelloimprevisti lavorincorso, mi sono messo alla guida e sono partito, ben deciso a rinnovare tutto, buttare il vecchio blog pieno di cose scritte un tanto al chilo, e sostituirlo con uno nuovo, in cui ogni post fosse frutto di un lavoro pianificato con cura.
Si, con cura io, che se non fosse perché ho freddo ai piedi mi dimenticherei anche di uscire con le scarpe indosso. Inutile aggiungere che le mie buone intenzioni sono durate un paio di settimane, durante le quali il mio blog giaceva dimenticato come i fratelli karamazov sul comodino.

Se non scrivo a braccio non scrivo proprio, ormai dovrei averlo imparato, è da quel giorno in cui mi sono messo a tirar giù una storia che non fosse per un tema in classe che ho imparato che la brutta copia io non lo so mica a cosa mi serve, che alla fine è identica alla bella e in più mi rompo le balle a dover copiare, che io quando scrivo una cosa e so già come va a finire mi stuufo ma mi stuufo tanto che di solito pianto lì.

E allora inutile continuare con queste pretese di diligenza, sono negligente, disordinato e con una scarsa attitudine all’igiene, e questo è il mio blog, e mi somiglia tutto.


il giorno in cui Spassky si mangiò una merda

Quei maledetti dei miei amici, uno non è padrone di dire una cosa, così, tanto per fare il pazzesco, che loro subito a segnarselo, e a sbattertelo in faccia alla prima occasione.
In quella particolare situazione mi ci ero infilato per la ragione più stupida, il solito sovraccarico ormonale che a noi uomini fa dire cose stupide, convinti di apparire fichi. Una donna non lo farebbe mai, risponderebbe in modo garbato e poi sfogherebbe le proprie frustrazioni andando a comprare delle scarpe.
Era stata una di loro la causa di tutto, una donna. Mi aveva lasciato un commento sul blog chiedendomi di andare a votare un gioco demente su un sito altrettanto ignorante, una specie di Grande Fratello della rete. Questo mi aveva toccato ancor più nel profondo, il Grande Fratello stava al mio elevato intelletto come gli aforismi dei cioccolatini stavano al Dolce Stil Novo. La prosopopea era solo uno dei miei difetti, e neanche il più evidente, ma da quando avevo rinunciato ad avere rapporti nessuno faceva caso alle modeste dimensioni del mio pisello, così la fama che mi accompagnava era solo quella di un gran presuntuoso.
Fu così che non potei proprio ignorare un messaggio del genere, una donna sconosciuta veniva sul mio blog a chiedermi di partecipare a un gioco ignobile e degradante, non seppi trattenermi e le risposi come ho già accennato, con una stupidaggine esagerata e volutamente volgare, da “vero uomo”.
Naturalmente la donna in questione non lo lesse mai, era capitata sul mio blog per puro caso, spargendo qua e là i suoi inviti, goffa ed erratica come un folgoratore, mai più vi sarebbe tornata.
Ma tornarono i miei amici, anzi, quei bastardi dei miei amici, che lessero il mio commento, e subito attaccarono la solfa: “scommetto che non ce l’hai il coraggio”, “sei un quaquaraquà”, “ormai l’hai detto e devi farlo”, e via di seguito.
Non so se l’ho detto, ma nella lista dei miei difetti, oltre alla supponenza e al pisello piccolo, occupa un posto d’onore anche la permalosità. Esiste la parola permalosità? Non credo, ma sono certo che chiarisca bene il concetto, sono permaloso come una scimmia con la cravatta, mi offendo per un nonnulla. E comunque me ne frega un cazzo se non esiste, va bene?
Si, sono permaloso, ne hanno fatto le spese in tanti, persone che hanno commesso il solo errore di parlare senza riflettere, gli amici investiti da una grandinata di brutte parole (permaloso, supponente, microdotato e tendente al turpiloquio), ex fidanzate e fidanzate in corso, per questo immediatamente trasformatesi in ex.
E ti pare che gli amici si lasciano sfuggire un’occasione simile per farmela pagare con gli interessi? Eccoli là, a provocarmi nell’unico modo capace di funzionare, provocandomi.
Me lo sono ripetuto centinaia di volte, sono un cretino, sono un cretino, sono un cretino, e quando mi hanno fatto sedere di fronte a quel piatto me lo sono ripetuto ad alta voce, SONO UN CRETINO, SONO UN CRETINO, SONO UN CRETINO!
Nel piatto c’era una grossa merda arrotolata, come quelle dei cartoni animati di Arale, solo che questa non sorrideva. Non so se fosse di cane, temevo di scoprire che l’aveva appena scodellata Alberto. Lui sarebbe capacissimo di farlo, me lo immaginavo in bagno, a raccogliere il suo prodotto in un sacchetto di plastica, e ridere come un bimbo. Cercai di pensare ad altro, l’idea di mangiare una parte di Alberto mi faceva ancora più schifo che pensare che quella parte gli era uscita dal culo. Mi concentrai sulla merda di cane, pensai al cibo per cani, all’osso per cani, ai biscottini Ciappi. Ecco, i biscottini Ciappi, nel loro sacchetto giallo e rosso, quelli non mi disgustavano troppo. Pensai che forse mangiare qualcosa derivato dai biscottini Ciappi sarebbe stato più semplice.
Gli amici erano tutti intorno a me, ridevano come dei pazzi. Andrea mi porse forchetta e coltello, Alberto il tovagliolo. E una mentina. “Per dopo”, aggiunse.
Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi, avevo gli occhi serrati, con una mano mi tappavo il naso, con l’altra affondavo la forchetta in quella sostanza maleodorante. Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi, la forchetta trovò una leggera resistenza sull’esterno, quindi scivolò fino in fondo. Anche a occhi chiusi potevo immaginare la merda dividersi senza sbriciolare, sprigionare quel caratteristico odore di.. beh, di merda.
Biscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappibiscottiniciappi!
Una lacrima mi scivolò lungo la guancia, soffocai un gemito, non volevo dare soddisfazione ai miei spettatori. Aprii la bocca e mangiai.
Non mi permisi di sentire alcun sapore, buttai giù il boccone intero, tanto non era da masticare. Deglutii tre quattro volte per togliermi ogni residuo dalla bocca, sperai di non sentire alcun sapore.
Se qualcuno volesse chiedermi di cosa sa la merda, ecco, non me lo chieda. Perché quel giorno tutte le mie speranze di cavarmela a buon mercato furono travolte dal sapore peggiore che abbia mai sentito in tutta la vita. Non è come sentire l’odore di merda, no, niente affatto! E’ cento, mille volte peggio, è la cosa più disgustosa che si possa immaginare, roba che a confronto il caffè autoscaldante è una delizia per gourmet.
Naturalmente vomitai, e continuai a vomitare per tutto il giorno e la sera. E nei giorni seguenti, ogni volta che ripensavo a quel che avevo fatto, per settimane.
L’unica soddisfazione me la diedero gli amici. Fino all’ultimo non avevano creduto che l’avrei fatto, quando misi la forchetta in bocca restarono talmente scioccati che ancora oggi, mi dicono, si svegliano in piena notte madidi di sudore, urlando. Andrea non ha più una vita sociale, per dormire deve ubriacarsi fino a svenire. Alberto una vita sociale non ce l’aveva neanche prima, ma ora è stato abbandonato dalla fidanzata, e anche i genitori hanno perso fiducia in lui.
Ci godo, così imparano, e se sperano che li perdoni si sbagliano, me l’hanno fatta troppo grossa. Piuttosto mi mangio una merda.