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tredueuno

Insomma che niente, vado a dormire, mi sveglio oggi ma più tardi e scopro che dopodomani prendo la macchina il treno l’aereo la metro l’ascensore e non dormo più per quindici giorni, che nella città che non dorme mai anche schiacciare una pisa in un angolino, così di nascosto, mentre son tutti girati, fa brutto, e se c’è una cosa che in quel posto lì non va mai fatto è far brutto, che in quel posto lì son tutti tirati e fighi anche quando non fanno niente di speciale, che a te sembra che non facciano niente di speciale, ma in realtà loro stanno facendo qualcosa che altrove non si potrebbe mai: stanno facendo niente di speciale in un modo figo, e provaci un po’ a Ronco se ci riesci, che già andare in stazione coi capelli arancioni ti rende argomento di conversazione per una settimana e ancora dopo due c’è gente che ti saluta guardandoti sopra la fronte, si vede che la Pietrina non gli basta a questo paese di tricoconservatori.

La prima cosa che devo fare una volta di là è alzarmi a un’ora decente e incontrare i miei cognati mia cognata e il cognato della mia fidanzata tutta la cognateria sotto l’arco dove Harry capisce che non può vivere senza Sally che poi torna indietro di corsa e si fa tipo due tre boroughs che è una cosa che da noi fa strillare la milza solo a pensarci, come se io andassi a lavorare correndo, ma te l’immagini, un’infortunio sul lavoro al giorno sempre che riesca a raggiungere il cancello della ditta. Comunque ci si dovrebbe vedere là, e spero che tardino un po’, così vado a farmi subito la foto davanti a casa di Martin Mystère e poi me ne faccio anche una nella via di Bob Dylan abbracciato alla fidanzata che però sarà difficile che sia disponibile dato che è morta, vorrà dire che mi porterò la mia da casa, vedi che a viaggiare con del bagaglio extra alla fine torna utile.

Sto scrivendo in modalità fullscreen, che è una cosa che sembra di scrivere su un foglio, è anche bello da vedere, senza margini e colori di sfondo, tutto bianco, come battere a macchina una nuvola, chissà quando piove le macchie d’inchiostro che lascia sulle lenzuola stese.


campionato del mondo di referrers: i finalisti di marzo

Le novità di marzo vedono un preoccupante aumento delle persone depresse a scapito dei pornofili, sempre di più arrivano da me cercando “tristezza“. Sarà il periodo preelettorale, chissà.

Per l’angolo del trash segnalo quello che ha cercato “Antonio Palmieri e incredibile voglia di vivere“. Si tratta, per chi non lo sapesse, di quel politico che mi aveva iscritto alla sua newsletter e che ho dovuto offendere affinché mi cancellasse. Non so se fuori della sua professione abbia per hobby quello di motivare le persone, ma l’ho trovato un curioso contrasto con la voce di cui sopra. E comunque il suo nome e l’incredibile voglia di vivere non li metterei mai nella stessa frase.

Un altro che mi ha dato grosse soddisfazioni è quello che ha cercato “Dylan innamorato Keith Richards“, dandomi ragione, la storia che ho raccontato è vera, brutti miscredenti che non siete altro!

Ma torniamo alla classifica. Mi sono preso qualche giorno per pensarci, più per pigrizia che per reale necessità, visto che in cuor mio avevo già deciso da parecchio chi avrebbe meritato la palma della ricerca più stupida.

Come sempre partiamo dal basso, per creare un po’ di sàspenz.

Al quarto posto un problema che ha radici antiche, e ha tolto il sonno a migliaia di giovani amanti della musica dal vivo. Fino a un po’ di tempo fa, prima dell’avvento dei telefoni cellulari con fotocamera, che di fatto hanno reso inutili i controlli ai cancelli, era tassativamente vietato introdurre all’interno delle strutture in cui si teneva un concerto qualunque tipo di apparecchiatura fotografica, o video, o anche semplici registratori audio. Appena varcato il cancello eri perquisito dal carabiniere di turno, e se volevi portarti a casa un ricordo di quell’evento per te importantissimo, dovevi ingegnarti.

Quanti di noi hanno una macchina fotografica ancora unta per averla mascherata da panino alla mortadella al concerto dei Pink Floyd a Modena? O hanno dovuto simulare un incidente di moto e camminare zoppicando fino all’interno del palasport, prima di poter estrarre il registratore dalla scarpa? O si sono travestiti da mucca per introdurre una cinepresa con tanto di carrello su binari e gru?

Ora che tutti abbiamo un telefono cellulare con noi, che può scattare foto, girare video, registrare audio, spedire e ricevere in tempo reale, la Siae si è arresa, e i controlli all’entrata non li fanno più. Anche se entri con una macchina fotografica che sembra un cannone non ti dicono niente, tuttalpiù ti ricordano che è pericoloso scagliarla addosso ai musicisti. E dov’è finito il senso del proibito, l’inventarsi trucchi per eludere la sorveglianza, la soddisfazione quando riesci a passare? Ecco che qualche nostalgico si è inventato una maniera per tenere viva questa tensione, continuando a introdurre all’interno dei palasport ogni genere di oggetti, palesi o nascosti, per vedere se i poliziotti glieli contesteranno. Curiosamente questo fenomeno si è manifestato per la prima volta a un concerto dei Red Hot Chili Peppers, e dallora è nata una rete parallela di ricerche su internet di persone che si informano su quali sono stati gli oggetti più bizzarri introdotti a un concerto, sempre dello stesso gruppo peraltro. Ogni giorno qualcuno digita su un motore di ricerca una frase come questa, e qualcun altro ne prende spunto, tentando di superare la prova con qualcosa di più inverosimile.

Quello che segnalo oggi è “Concerto red hot chili peppers col calzino“, ma esistono anche ricerche più ardite, come “Concerto red hot chili peppers con la bicicletta“, “Concerto red hot chili peppers con la moka napoletana“, “Concerto red hot chili peppers col cric del Renault 5” e “Concerto red hot chili peppers con l’intera collezione di dischi dei Van Halen“.

Al terzo posto un pedante, che è venuto a trovarmi solo due volte, ma il cui tono perentorio mi ha già dato sui nervi. La prima ricerca che ha fatto è stata “Voglio sfogliare immagini di molluschi“. E l’ho ignorato, pensando a un errore: uno che cerca foto di ostriche non finisce sul mio blog. Ma il misterioso ricercatore è tornato, con una richiesta più precisa: “Foto di donne nude le voglio vedere senza vestiti“, e di colpo ho capito di quali molluschi parlasse:

molluschi

Al secondo posto “Titoli pazzeschi di film“. Si riferisce ovviamente a quelle pellicole che hanno avuto poco successo e sono state ritirate quasi subito dal mercato a causa del loro titolo assolutamente non commerciale.
Alcuni esempi sono “Socrate sfida i Teletubbies a freccette“, “Vita di Alberto Parodi, elettricista“, “La grande avventura di mia mamma al supermercato il giorno che facevano il tre per due“, “Frangifluttifrasci“, “Raggio per raggio per treequattordici“.

Endeuinnerìs..

Al primo posto, questo mese, lo straordinario chesicommentadasolo “Lettera a mia figlia che mi ha deluso“!

Ebbene si, gente, esiste un sito dove trovare le lettere già compilate che altri hanno scritto a sua figlia, quando l’ha deluso. Chi sia sua figlia nessuno lo sa, come d’altronde nessuno conosce costui o costei che ha effettuato questa ricerca ed è finito sul mio blog, ma ciò non ha impedito di estendere all’infinito mondo della rete quest’ennesimo tema di discussione, e adesso chiunque può dare il proprio contributo, scrivendo la “lettera a sua figlia che l’ha deluso/a” e pubblicandola su quest’indirizzo.

Alla prossima.


Renzport: aneddoti sconosciuti su personaggi ultranoti

renzportEra inevitabile, uno non può leggere a lungo due blog intelligenti come quello di Seaweeds o di Mudcrutch e non restarne influenzato, e difatti anch’io, che sono una scarpa, ho deciso di cimentarmi in un post divulgativo, un tentativo di raccontare qualcosa che non fossero le solite due cazzate su quel che mi hanno combinato i gatti, ma si impegnasse a trattare un argomento poco conosciuto, e far venire voglia a chi mi legge di approfondire per conto proprio. E’ un bel modo per smazzare cultura, senza passare per presuntuoso e annoiare quei pochi che ancora resistono a leggermi.

Ho deciso di occuparmi di un argomento leggero, ma nello stesso tempo ricco di spunti interessanti e poco noti, la musica, e in particolare della produzione di un autore che io stesso conosco poco, obbligandomi a documentarmi e a scoprire inevitabilmente qualche perla di cui ignoravo l’esistenza. Alla fine di questo post, sono certo, avrò qualche canzone in più nella lista delle preferite, e il mio blog sarà stato aggiunto alla medesima lista di qualcun altro.

Ho scelto Bob Dylan. Poeta, musicista impegnato, anima e pilastro della tradizione musicale dylanamericana, uno che quando lo nomini non serve spiegare cos’ha scritto, le sue canzoni le sanno anche i sassi. Uno che non piace a tutti, ma che tutti per forza conoscono.

Quello che magari non tutti sanno è che questa figura chiave nella storia del XX secolo, considerato un’icona del rock impegnato, senza padroni, al di fuori di ogni possibile etichetta, ha avuto dei seri problemi con la censura, e proprio lui, che ha sempre cercato di spiazzare i propri fans saltando da un genere all’altro, ha rischiato una volta di vedere la propria carriera conclusa per un episodio che fece un gran scalpore, e che si riuscì a insabbiare solo mettendo un guinzaglio a questo profeta della libertà.

Era il 1964, alle spalle i successi di The Freeweelin’ e The Times They Are a-Changin’, l’impegno politico, la collaborazione con Joan Baez, un periodo cupo e polemico dal quale sembrava essere uscito cambiato anche nel look: gli abiti sdruciti di un tempo erano stati sostituiti da articoli di boutique londinese, città in cui il Menestrello si faceva vedere sempre più spesso. Intervistato a una radio americana, il cantante si era divertito a dare risposte evasive, che avevano portato i suoi fans a chiedersi dove fosse finito il Dylan che conoscevano.

In maggio di quell’anno, durante un’apparizione allo Show di Johnny Carson, Dylan decise di scoprire le proprie carte, e rivelò al mondo la ragione del suo cambiamento.

Si era innamorato, disse, ma i suoi collaboratori della casa discografica gli impedivano di rendere pubblico il proprio sentimento, per paura della reazione del pubblico.

Il problema era che Bob Dylan si era innamorato, si, ma di un uomo. E non di un uomo qualunque, ma di qualcuno che tutti conoscevano, una celebrità sua pari, un musicista che rappresentava tutto ciò che era all’opposto di Dylan. Se lui era impegnato politicamente quell’altro sembrava infischiarsene di ciò che succedeva al di fuori della sua stanza d’hotel, se Dylan appariva come un bravo ragazzo semplice l’altro incarnava l’essenza stessa del vizio, coi suoi eccessi in fatto di droga e alcool.

la coppiaSi, Bob Dylan si era innamorato di Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones.

Apriti cielo! Gli studi dell’ABC TV furono tempestati di telefonate di spettatori indignati. Ma come! Il paladino dello spirito americano un pederasta? E lo veniva a dire in prima serata? Roba da non credere! Migliaia di fans minacciarono di bruciare i suoi dischi, boicottare le sue esibizioni, la sua carriera sarebbe terminata immediatamente.

I discografici erano disperati, lo implorarono di smentire quella dichiarazione, dire che era sotto l’effetto di stupefacenti, che era stressato per il troppo lavoro, che avevano capito male, ma Bob era irremovibile, voleva che il suo amore per Keith Richards fosse reso pubblico, oltretutto era convinto che nonostante la reazione di quest’ultimo fosse stata prima di sbigottimento e poi di deciso disgusto, sarebbe bastato corteggiarlo un po’ perché anche lui capisse che al cuore non si comanda, e cadesse fra le sue grinfie amorevoli.

Era deciso ad andare fino in fondo, e dichiarò che aveva intenzione di incidere un 45 giri, in cui diceva chiaro, senza tanti giri di parole, che gli piaceva quel musicista, e che senza di lui si sentiva perso.

Si sarebbe intitolato I Like A Rolling Stone, e sarebbe stato esplicito fin dalla copertina, che avrebbe mostrato una foto di Keith Richards.

45 giri“Come ti senti, ti senti per conto tuo, privo di direzioni, ti senti uno sconosciuto, quando ti piace uno dei Rolling Stones”

Era roba troppo forte anche per l’uomo che aveva rappresentato il movimento per i diritti civili americano.

La canzone non ottenne il permesso di pubblicazione, e a Dylan fu imposto di modificarne il testo e il titolo prima di poterla incidere. Lo fece, e gli andò bene, perché ancora oggi Like A Rolling Stone è considerata una delle più belle canzoni mai scritte, ma quella faccenda non gli andò affatto giù. Nessuno poteva permettersi di dire a Bob Dylan cosa fare.

Nel marzo del 1965 fece uscire il suo nuovo album, Bringin It All Back Home, dove abbandonò la chitarra acustica in favore di un suono più arrabbiato, fatto di strumenti elettrici. Nel video di Subterranean Homesick Blues, primo singolo, Dylan rifiuta di suonare e addirittura di muovere la bocca, affidando l’interpretazione del brano a dei cartelli, che lascia cadere al suolo uno dopo l’altro. Anche il testo lascia pochi spazi ai dubbi, “Attento ragazzo, è qualcosa che hai fatto, Dio sa quando, ma lo farai ancora“.

Bob Dylan è incazzato, e non ci sta a farsi imbavagliare.

Si sa com’è il pubblico, te lo devi conquistare, e quando ci sei riuscito gli devi rispetto come a un vecchio padrino. Non puoi permetterti di uscire dai binari che tu stesso hai tracciato, le conseguenze sono terribili.

Il 25 luglio 1965, al Festival di Newport, dopo avere ricevuto una reazione tiepida per le prime canzoni suonate, la band di Dylan intona Like A Rolling Stone. E’ la goccia che fa traboccare il vaso: la folla, sentendosi irrisa da quella canzone divenuta il simbolo di tutti gli errori dell’artista, lo fischia pesantemente, tanto da spingerlo, una volta terminato il brano, ad abbandonare la scena. Vi ritornerà, implorato dagli organizzatori e da altri artisti presenti, per suonare un altro paio di canzoni accompagnato solo dalla propria chitarra, ma il Newport Festival farà a meno della sua presenza per tutte le edizioni a venire, fino al 2002.