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dopo la svolta

– Allora, hai fatto il tuo dovere domenica?

– Certo, per chi mi hai preso?

– Beh, sai, c’è una tale aria di dimissioni in giro che credevo che anche tu..

– Non se ne parla neanche, ognuno deve fare il suo, anche se i giochi ormai sono fatti. Bisogna esserci, e crederci fino in fondo.

– La tua fidanzata è venuta?

– No, lei non ne vuole più sapere, dice che è un ambiente marcio, è rimasta delusa dagli ultimi scandali.

– Eh si, la capisco. Però hai detto bene tu, anche se i giochi sono fatti bisogna esserci. Che poi non sono mica convinto che sia già tutto fatto, ci comportiamo come se una volta in Europa non si potesse più rischiare di essere cacciati fuori.

– E’ proprio quello che dico io! L’Europa te la devi guadagnare, e se non mantieni il passo con gli altri è un attimo finire fuori.

– Vero. E di questi stranieri cosa mi dici?

– Che ce ne sono tanti, e secondo me era meglio quando in Italia giocavano solo gli Italiani.

– Già. Beh devo andare, mi ha fatto piacere scoprire che segui la politica con questo interesse, ce ne fossero di più come te le cose andrebbero meglio!

– Politica? Ma non stavamo parlando della partita?

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alè la lista!

Che non scrivo mai, e rompere il silenzio con una lista è una delle cose più belle che possono capitarmi in una giornata.

Le cinque cose più belle che mi possono capitare in una giornata sono:

  1. Trovare 50 euro per terra;
  2. Trombare;
  3. Battere l’Inter;
  4. Leggere Ratman;
  5. Rompere il silenzio del blog con una lista.

Detto questo, non ho potuto scrivere subito il post che avevo in mente dopo aver letto il blog della mia fidanzata perché, come anticipato sui suoi nuovissimi troppo fighi che non mi dirà mai come ha fatto commenti popapp che a dire la verità non so se vorrei avere i commenti popapp, che mi rompe le palle dover leggere a partire dal fondo, che non sono nè arabo nè giapponese..

Le cinque nazionalità che non sono sono:

  1. arabo;
  2. giapponese;
  3. turco;
  4. venusiano;
  5. svizzero.

..avevo da terminare alcune faccende importantissime.

Le cinque faccende importantissime che dovevo terminare sono:

  1. Battere l’Atalanta alla playstation, ma questo non significa che quando ho scritto battere l’Inter intendessi in maniera virtuale, io l’Inter voglio fargli il culone davvero, a Marassi e poi anche a Inter. Le cinque squadre che voglio fargli il culone davvero sono: 1bis. la Iuve; 2bis. La Talanta; 3bis. il Mila; 4bis. i Ciclisti; 5bis. l’Afiorentina;
  2. Guardare la pagina sportiva dove mi fanno vedere di nuovo che figura di merda abbiamo fatto sull’ennesimo calcio piazzato porcatroia;
  3. Cagare, dopo aver rivisto la figura di cui sopra;
  4. Vedere la figura ancora peggiore che hanno fatto quelli della Ciclistica Sampierdarenese e tornare a cagare, ma col sorriso;
  5. Ricordarmi che mi sono scordato di fare ARTErnativa, ma oramai la faccio dopo che ho finito questo post, sennò questo post non lo finisco più.

Ecco, dicevo che il post che avevo in mente non è che ce l’avessi proprio in mente, mi è venuto in mente quando ho letto sul blog di quell’altra là che il Guardian ha stilato l’ennesima lista, dedicata agli album da ascoltare assolutamente prima di morire, e mi è tornato in mente che questa notizia l’avevo letta anch’io, e già allora mi era venuta voglia di tirare giù la mia lista. Quale occasione migliore di questa, per buttare giù non cinque, perché cinque sono pochi, e pazienza se Nick Hornby fa tutte le liste di cinque nel libro che metterei assolutamente fra i miei cinque libri indispensabili..<

I cinque libri indispensabili sono:

  1. Alta Fedeltà di Nick Hornby;
  2. Il Pendolo Di Foucault di Umberto Eco;
  3. Il Bar Sotto Il Mare di Stefano Benni;
  4. Bassotuba Non C’è di Paolo Nori;
  5. Acapistrani di Pablo Renzi.

..ma una serie di titoli di album che consiglio vivamente, limitandomi a fatica a uno per artista, e scusandomi prima di tutto con me stesso se, alla fine di questa lunghissima e tediosissima e assolutamente priva di un ordine che non sia quello dettato dalla mia memoria, avrò lasciato fuori qualche capolavoro.

Vado di lista:

E comincio secco con Tom Waits, per cui non finirò mai di ringraziare il mio mentore, Seaweeds. Non è semplice sceglierne uno, soprattutto quando fra tutti quelli che apprezzo ne ho giusto due che reputo assoluti. Diciamo che scelgo Bone Machine, perché sono particolarmente affezionato a I Don’t Wanna Grow Up, nonostante The Black Rider contenga una delle nenie che mi canticchio più volentieri per la strada.

E già che tiro in ballo gli amici che mi hanno introdotto alla musica, non posso dimenticare il mio fratellino più brutto, che vive lontano e ascolta un sacco di porcherie, ma una volta mi ha fatto una cassetta dei Queen, dove da un lato c’era A Night At The Opera, e dall’altro quello meno bello dei due, News Of The World.

Ochei, mi ha suggerito anche un altro album indispensabile, Post di Bjork, ma se ne dico due che mi ha fatto scoprire lui poi devo metterne due per tutti, ed è vero che il blogger dalla faccia tonda mi ha tormentato per anni coi Beatles, ma c’è voluta la mia fidanzata perché eleggessi Abbey Road una delle pietre miliari della mia crescita musicale.

E’ che non basta tirare giù una lista di nomi, che la bellezza di una canzone è spesso legata alla situazione di cui quelle note sono colonna sonora, e limitare il ricordo al semplice titolo è come scrivere la recensione di un ristorante parlando solo dell’arredamento. Per questo non riesco a suggerire Grace di Jeff Buckley senza accennare al piccolo albergo di Atene in cui lo ascoltai la prima volta, o Us di Peter Gabriel, che scoprivo a pezzetti ogni domenica sera, durante la trasmissione radiofonica che conducevo a Ronco con un paio di amici, l’anno prima del servizio militare, l’ultimo prima di cambiare abitudini e compagnia, e neanche per l’ultima volta.

A quella fase della mia vita sono legati tanti dischi che mi sono tenuto vicino fino a oggi, trasformandomi per gradi nel solito “anziano” limitato, che non apprezza la musica contemporanea e resta fedele ai suoi gusti di trent’ani prima, come i nostri genitori, e i loro prima di loro. The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd di cui ho distrutto la cassetta, rendendo il suono finale ancora più psichedelico di quando l’ho comprata, Aguaplano di Paolo Conte, con cui facevo avanti e indietro sul treno per la scuola, Canzoni D’Amore di De Gregori, Achtung Baby il primo album degli U2 che ho aspettato fuori dal negozio, di cui ho seguito la genesi, lo sviluppo attraverso i singoli, fino all’esplosione di godimento del concerto a Milano. Mai altro concerto mi ha appassionato così tanto, anche se poi ne ho visti di migliori.

Andiamo avanti, che ci sono delle belle cose che meritano di essere riportate.
Per un certo periodo di tempo ho lavorato a Londra, dove mi sono portato poche cose mirate:
Dal Vivo, il doppio album live di Ivano Fossati, Creuza De Mà, l’album in genovese di Fabrizio De Andrè, qualcos’altro che non ricordo, ma soprattutto l’indirizzo di un negozio che ha decuplicato il numero di cidi nella valigia del ritorno: Reckless Records.
Ci ho comprato dei veri gioielli, I Do Not Want What I Haven’t Got di Sinead O’Connor, The London Years dei Rolling Stones, Are You Experienced? di Jimi Hendrix, Ladies & Gentlemen di George Michael.
Devo andare avanti? Sono già oltre il livello di tolleranza del lettore medio, molto oltre quello del Subcomandante che da dietro le spalle sbircia la mia scrittura, però ce ne sarebbero talmente tanti..
Mia mamma un natale molto triste mi regalò MTV Unplugged dei Nirvana, io stesso un giorno molto felice trovai su una bancarella Eat The Phikis di Elio E Le Storie Tese, e poi c’è Wish, il mio album preferito dei Cure, e porcamerda per colpa del mio impegno di inizio post devo lasciar fuori Disintegration, un altro concerto acustico, l’Acoustic Session di Fish, o L’Era Del Cinghiale Bianco di Battiato.
L’ultimo che mi sento di inserire fra gli indispensabili è il più recente, anche per questioni anagrafiche, Ovunque Proteggi, di Vinicio Capossela.
E basta dai, che sennò diventa davvero infinito.


senza capo nè coda

Queste righe avrei potuto scriverle tranquillamente stamattina alle quattro, visto che quel maledetto scavabuche sporcabraghe quadrupede tourettico con cui ho la (s)fortuna di convivere, vedendomi in salotto, ha pensato che fosse già ora di pranzo, o di uscire, o entrambe. Non gli è neanche passato per il piccolo cervello che si ritrova, che quando una persona è sdraiata al buio sul divano, sotto una coperta, e non si muove, probabilmente ha solo deciso di dormire lì e non nel suo letto, ma sta certamente dormendo, e non ne ha neanche per le balle di alzarsi per giocare con un cane di origini incerte come lui.
Le scrivo ora perché alla fine ho preso la salomonica decisione di lasciare il cane a guardia del salotto buio e sono andato a finire di dormire nel mio letto, ochei che scrivere sul blog è divertente, ma alle quattro di mattina c’è altro da fare, soprattutto se di lì a poco ti alzerai per andare a lavorare.

E poi stamattina alle quattro non so se avrei potuto scrivere di questa cosa che mi è capitata, perché me ne sono accorto ora. Mi ha scritto un tizio, col quale ho avuto un breve scambio di commenti su nube e sul suo blog, di natura squisitamente derbystica.
Mentre Bjork fa il suo sporco lavoro di batteria elettronica dentro le casse, io apro la finestra di splinder e trovo un messaggio privato. “Ohibò!”, faccio subito, e vado a vedere chi è il mittente. Sarà l’amica di Matteo che mi ringrazia per il libro? O l’amica dell’amica, visto che alla fine il libro non era per lei ma per un’altra? O l’amica che mi dice che l’amica? Vabbè, no, così la smetto. Era questo ragazzo, tifoso di una squadra ligure che non è il Genoa, sebbene giochi nello stesso campo. Ne ho anche sentito parlare della sua squadra, ma ho sempre creduto che si trattasse di un’associazione sportiva non agonistica.
Mi scrive in privato quasi per scusarsi del tono aggressivo usato in un suo commento, specificando che non ha niente di personale contro di me, e ci mancherebbe, mi viene da dire, manco mi conosci.. ma certi accostamenti fra sostantivi puzzolenti e la sua squadra gli hanno fatto salire lo stesso sostantivo al cervello, e non ci ha più visto.

Scrivo qui perché ci ho anche provato a rispondergli che non c’è nessun problema, che figurati se mi offendo per un commento, e soprattutto per un commento di natura calcistica, e soprattutto se alla base del commento c’è la rivalità storica fra la squadra di Genova e quell’altra che credevo fosse dilettantesca, e sennò non mi spiego quei colori sgargianti alla paliodisiena.
Gli ho scritto una bella letterina, breve, che non è il caso di dilungarsi, ironizzando sul difensore che ci hanno fregato e che si spaccherà secco prima che se lo possano godere, e ne ho approfittato per seppellire l’ascia prima ancora che venga estratta, invitandolo alle Cappe a bersi una birra.

Gliel’ho scritto, ma quando ho cliccato “invia” mi è comparso un messaggio che diceva che non ci sono cazzi, a quell’utente lì i messaggi privati non glieli posso mandare. Con le balle che mi giravano per aver buttato via dieci minuti a scrivere qualcosa andato irrimediabilmente perso, sono andato sul suo blog per lasciargli almeno un sunto della mia lettera nei commenti.
Niente, ha bloccato sia i commenti pubblici che quelli privati, privandomi del piacere della replica.

Pazienza, nel frattempo Bjork ha finito di strillare, il Subcomandante è rientrato dalla missione in Bolivia, o dove è andata stavolta non so, quella lì è sempre in giro.  Stavolta ha riportato doni di popoli lontani, un tappeto, delle tende, un colapasta, delle forbici, qualcosa mi dice che il Paese lontano era la Svezia, quartiere di Campi.

Mi accoglie con un sorrisone, meno male, temevo che mi facesse una testa così perché stanotte ho dormito sul divano e non ho rimesso a posto nè la coperta nè il cuscino. Si vede che ai punti lavare bene la bistecchiera vale più che tenere in ordine un divano.
Alla fine è come negli scacchi, un alfiere e un cavallo si equivalgono, ma per una torre si possono anche perdere. Negato al nobile gioco, credo che convenga imparare, chissà che non mi risparmi qualche cicchetto.

Ma torniamo a questo racconto senza capo nè coda, che avviene mentre lo scrivo, neanche fossi il Vecchio della Montagna Vagante. Il Subcomandante Marzia mi presenta un elenco spaventoso di lavori da fare in casa, traslochi, riparazioni, roba che si fa prima a buttare giù tutto e rifare. Lo credo che sorrideva quando sono arrivato, mi stava indorando la pillola.”Non c’è problema”, le rispondo, se non so giocare a scacchi sono bravo a bluffare a poker,  “Appena abbiamo un giorno libero da spese, inviti a pranzo cene matrimoni battesimi funerali divorzi, ci mettiamo lì e facciamo tutto, tanto cosa vuoi che ci voglia, un pomeriggio!”.
Marzia mi abbraccia, contenta che l’uomo di casa si dimostri così solerte nelle fatiche.
L’uomo di casa non lo so, io sto solo prendendo tempo, e mentre scrivo approfitto della sua assenza nella stanza per buttare un occhio alle offerte di appartamenti sfitti: tempo una settimana e i lavori durissimi da fare qui saranno solo un tenue ricordo.


anonima tifosi part 1

Ero malato, e non potevo andare avanti così, la maledetta serata di Piacenza me l’aveva fatto capire fin troppo chiaramente. Il calcio è una bella cosa, ma essere tifosi deve rappresentare un divertimento, non una raffinata forma di tortura. Non puoi passare un intero anno a distruggerti il fegato ogni settimana perché undici individui che neanche conosci, cui non hai mai rivolto la parola in vita tua, si fanno prendere per il naso da altrettanti loro simili. Un anno, si, perché quando non si gioca per la classifica ci sono le amichevoli, ci sono le voci di mercato, quello che arriva che dovrebbe essere un campione ma ha già trentasette anni e un piede di plastica, quello che ha segnato ottanta gol, l’uomo di punta della squadra, che pare sarà venduto alla Real Pizzighettone Football Club, i debiti societari, il rischio di non essere ammessi al campionato successivo..
C’è sempre un’ottima ragione per soffrire come bestie, e non mi ha mica pagato nessuno, no? Anzi, di solito sono stato io a sborsare un mucchio di quattrini per seguire la squadra in trasferta, aggiudicarmi un biglietto per la gradinata, comprare magliette, preparare bandiere, striscioni di sei metri per due, vettovagliamenti e mezzi di trasporto. E quante volte ero tornato a casa felice? Troppo poche.

Qualunque squadra di calcio ha i suoi alti e bassi, certo, ma il Genoa ha sempre fatto conoscere ai propri tifosi una forma più raffinata di sofferenza, al punto che per non impazzire avevano dovuto sfoggiarla come una medaglia. La chiamavano “appartenenza”, usavano parole come “fede”, “amore”, se ne vantavano; dicevano che tifosi come loro, che possono piangere per quei colori e continuare a seguirli, non ce n’erano da nessuna parte.

Poveri coglioni.. e io ero uno di loro, mi veniva la pelle d’oca a riempirmi la bocca dei cori allo stadio, quando cantavo “Forza Vecchio Grifone” mi si inumidivano gli occhi. Poi, finita la partita, magari piangevo davvero, ma di rabbia.

Quell’anno la squadra si era addirittura superata nel manifestare il proprio sadismo: ci aveva illusi per tutto il girone di andata, la squadra dalla media migliore d’Europa, cinque gol a partita, la testa della classifica con otto punti di distacco dalle altre. Dopo dieci anni di serie B, a lottare per non retrocedere ancora, come facevamo noi poveri ingenui tifosi a non sperare che fosse la volta buona? Timidamente, sottovoce, qualcuno era arrivato a gennaio mormorando “taci che forse stavolta..”. non lo avevano lasciato finire, una foresta di corna si era levata al cielo, altrettante mani erano piombate a stringere sacchettini.
Troppo tardi. La squadra aveva subito un lento ma costante calo di rendimento, e si era arrivati alla penultima giornata di campionato, a Piacenza, a giocarci quel poco di sanità mentale che ancora conservavamo. Se vinceva quella partita la A era garantita, sennò si rischiavano i play off, e tutti sapevamo che i play off quella squadra non li avrebbe passati mai, neanche se gli avversari fossero scesi in campo sulla sedia a rotelle. Avevamo una possibilità sola, ed eravamo calati su Piacenza in quindicimila, ben decisi a non farcela sfuggire.

In realtà l’ultima di campionato era in casa, con l’ultima in classifica già retrocessa, anche meglio di giocare contro avversari in sedia a rotelle, ma credo che qualunque lettore a questo punto si sia fatto un’idea di quale connotazione avesse la nostra malattia. Ci rendeva facili alle iperbole, per mezzo campionato sognavamo lo scudetto, per l’altra metà eravamo terrorizzati dalla retrocessione, ma anche già avvezzi alle assurdità del Genoa Cricket & Football Club, perciò pronti ad aspettarci qualunque scoglio su cui sfasciare la nostra bella barchetta.

I biglietti si erano dissolti come le promesse alla ragazzina con le belle tette dopo che finalmente te l’ha data, un corteo di fortunati possessori dell’agognato tagliando sarebbero partiti nel pomeriggio in una chiassosa carovana. Altri duecento coraggiosi li avevano preceduti alla spicciolata, sperando di poter trovare qualche bagarino economico, un buco nella recinzione dello stadio, un miracolo, qualcosa..
Indovinate io di quale gruppo facevo parte.

Alle sei e mezza, grazie alla mia pazienza, a qualche soffiata dei soliti informati, e a un grosso colpo di culo che mi aveva fatto trovare davanti alla biglietteria al momento della vendita dei tagliandi rimasti, varcavo finalmente i cancelli del Garilli, una piccionaia in cemento e tubi innocenti che farebbe rabbrividire qualunque architetto. Le maglie rosse e blu coprivano la quasi totalità dei posti a sedere, l’unico settore rimasto libero era, paradossalmente, quello dei padroni di casa. Il colpo d’occhio leniva della fatica del viaggio, la speranza di poter celebrare il ritorno in serie A faceva il resto. Attesi l’inizio dell’incontro insieme agli altri quindicimila poveretti, facinorosi tatuati ovunque tranne sotto le unghie, che erano nere ugualmente per la scarsa igiene, famiglie in gita coi bambini e i panini nello zainetto, orgogliosi settantenni tenuti su solo dalla caparbietà di un sogno, che aspettavano solo di vedere il Genoa tornare in massima serie per sedersi lì e andarsene serenamente all’altro mondo.

Ora immaginate quindicimila persone allo stadio, un’infinità di altre incollate ai televisori al bar, in casa, o per le strade con la radiolina all’orecchio, tutti insieme, tutti vicini, pronti a liberare quella bestia con cui convivono da dieci maledetti interminabili anni. Immaginate quel senso di appartenenza di cui parlavo prima, un collante che tiene insieme le persone per i cuori come figli della stessa madre. Immaginate una squadra che si sta giocando la partita della vita e una che non riesce neanche più a racimolare spettatori da riempire una curva. Insomma, immaginate tutti gli ingredienti possibili per dare a questa favola il giusto lieto fine.
Adesso ricordatevi che stiamo parlando del Genoa.

L’illusione della promozione durò cinque minuti, il tempo necessario alla squadra avversaria per riportarsi in pari con una cannonata da quaranta metri, uno di quei tiri irripetibili che finiscono nei film commemorativi della squadra. Era il secondo gol, il primo gliel’aveva regalato un nostro difensore scivolando su una buccia di banana davanti alla propria porta. Poi erano arrivate due perle dei nostri, il sogno era diventato palpabile.
Sono sicuro che il giorno in cui morirò ci sarà un contabile ad aspettarmi di là, un signore anonimo in giacca grigia e occhialini tondi, avrà un registro aperto davanti e mi elencherà tutti i giorni che mi sono stati rubati da episodi del genere, grosse delusioni o spaventi. Mi elencherà quelli sottratti dalla mia squadra del cuore, e scoprirò con rammarico che se non fossi stato un tifoso genoano avrei vissuto una decina di anni in più.

Alla fine dell’incontro dovetti anche assistere all’increscioso episodio di un giocatore genoano che, stanco di farsi prendere a manate in faccia, atterrava l’avversario con un destro al volto, guadagnandosi una giornata di squalifica.
L’aspetto increscioso sta nel fatto che quella cartella avrebbe dovuto mollarla a Stellini, per colpa del quale mi aspettava un’altra settimana di calvario.

(continua?)


di quando è già martedì

È già martedì? Sorbole come passa il tempo quando ci si diverte! E io questi giorni me la sono proprio spassata, altroché! Feste sulla spiaggia, rassegne d’arte contemporanea, cinemi e orgasmi collettivi, non mi sono fatto mancare niente. Lo dice il vecchio Mario Tirsotto, “vivi come se ogni giorno fosse l’ultimo”, ma nessuno lo capisce, dopo la quarta birra biascica che sembra lappone, se anche dicesse “me li presti venti euro?” non se ne accorgerebbe nessuno.
E venerdì sera il buon Mario era al meglio di sé, ciondolava per la spiaggia di Cala Delle Cappe col suo animaletto domestico appollaiato alla spalla, e per ognuno aveva una parola buona, un consiglio, un rutto in faccia.
Anche Isa, la cameriera esotica, è rimasta affascinata da quel lupo di mare, gli ha donato uno dei suoi bellissimi ritratti, “appenditelo in camera e pensa a me”, gli ha detto. Lui l’ha guardata, ha bofonchiato qualcosa che poteva somigliare a un grazie, ed è caduto faccia in avanti sulla sabbia, sfondando la tela che teneva in mano. Lo hanno portato via in tre, mentre PG il filosofo, steso sulla sdraio, osservava la scena col distacco che solo una profonda saggezza può donare.

O un mononeurone, sostiene il mio amico Pino, presente alla scena con un negroni in mano. Che venerdì sera si festeggiava la fine dei lavori all’appartamento nuovo, la conquistata indipendenza, se arriva anche un pici nuovo torna a scrivere sul suo blog, giura, ma non ci crede nessuno.
Cambiamo abilmente discorso e torniamo a commentare il film di giovedì, bello, bellissimo, perofiniscemale, noègiustocosì, amenommepiaciuto. L’unico che poteva parlare in quanto esperto di neorealismo italiano, commediola francese, espressionismo tedesco e cazzate internazionali, ha provato a esprimere un giudizio attendibile, ma l’ho bloccato e distratto chidendogli a che ora la partita domani.
È stato il caos, la passione sportiva si è riaccesa al tavolo, forzavecchiocuorerossoblù e via di cori, tanto che si pensava avrebbero cacciato anche noi dalla spiaggia. Allora ci vediamo alle sei e partiamo, prendiamo posto, sventoliamo il bandierone, chi porta lo striscione, io vado nella nord con mio cugino, sei il solito rottonelculo, che ore sono, ci scappa una brioscia alla panetteria di Corso Europa, si ma facciamo un salto in edicola che devo comprare il dvd di Fight Club, bello l’hai mai visto? Si, l’ultima volta all’ostello di Londra, quella prima al bordello dietro il mercato del pesce. Io l’ho visto sei volte, io dodici, io ho letto il libro, io sono il cugino di Eddie Norton.

E sabato la partita del cuore del fiato e del coraggio, l’ansia di novanta minuti in svantaggio, la sfiga solita ci vorrebbe un esorcista ce ne vorrebbe treoquattro, duecento tiri in porta pali traverse fuorigioco fuorigioco un cazzo arbitro di merda, il sinistro di Stellone al novantatreesimo, orgasmo collettivo, boato rilevato dai sismografi di La Paz, c’è un sismografo a La Paz? Si, se n’è comprato uno mio cugino che vive lì, ma tuo cugino non è Eddie Norton? Quell’altro. Quello che andate insieme nella nord? Quell’altro.
Una festa per la strada neanche avessimo vinto il campionato, dove andiamo, andiamo al solito posto che ho fame, dai, due panini due birre, via a casa gonfio come un’anatra che domenica si va a Torino a vedere Guttuso. Guttuso il calciatore? No, il pittore, l’altro non si chiama Guttuso, si chiama Vieri. No, intendo l’altro. Perché, Vieri non è un calciatore? È stato anche con una velina, è un calciatore per forza. No, io intendevo, vabbè è lo stesso.

E la mostra di Guttuso, l’altro che si chiama Lauretta, Lauretti, uno che fa iperrealismi grossi così, con la gente che in testa ha pure il berrettino griffato, le negre colorate sulla spiaggia che ti sembra di entrare nel quadro, le ragazze in processione illuminate dai lumini che è di un suggestivo, guarda, che io a momenti ci resto secco, e si vabbè, ma Guttuso?eh Guttuso c’era il funerale di Togliatti, pieno di bandiere rosse, Lenin che sbuca dappertutto come il tizio delle Cappe col berrettino, poi c’era la crocifissione che la Chiesa l’aveva anche proibito ma lui se n’è sbattuto le balle che tanto era tutta pubblicità, e poi si, ce n’era anche degli altri, e anche belli, ma a me Guttuso piace poco.
E a Torino c’era un caldo che si stava troppo bene in maglietta, peccato che la gyroseria sotto la Mole era chiusa, che un piattino come quello dell’altra volta me lo sarei mangiato volentieri.
Domenica prossima se riesco vado a Bergamo a vedere Renoir, così finalmente la vedo sta casso di città, che son tre anni che ho scoperto dov’è e non ci son mai stato. Chi viene?