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Diario portoghese 7 – Gialloporto

Riassunto delle puntate precedenti:
A parte che se volete sapere cos’è successo ve lo leggete, che basta scorrere col mouse verso il basso, non è difficile neanche per dei ritardati come voi, ma ho deciso di mettere un riassunto perché avevo lasciato la storia a metà di un punto in cui era facile perdersi per chiunque, figurarsi per dei decerebrati come i miei lettori. Non vi ci abituate, la prossima volta invece del riassunto capace che ci metto un quiz a domanda multipla, giusto per vedere se siete stati attenti. Siete delle bestie.Dicevo il riassunto: Preso il porto di Porto andiamo in stazione a vedere due orari, che c’è da partire, e già che ci siamo cerchiamo una bottiglia di roba bevibile, che quella che abbiamo nel sacchetto è una sbobbazza da turisti.L’imponente edificio si trova dietro Praça da Libertade, in una zona bombardata dalla crisi e da quella misteriosa voglia di scappare che ha contagiato la città: tutti i negozi chiusi, tutti i palazzi vuoti. Di fronte all’ingresso un leone di pietra sbadiglia di noia a dover sorvegliare una facciata piena di finestre sfondate. Un po’ più in là un palazzo suggerisce di recarsi da lui per comprare bene e a poco prezzo, ma sbirciando le vetrine al pianterreno ti accorgi che dentro non c’è nient’altro che polvere e ragnatele.Il piazzale della stazione è delimitato da un corrimano in pietra, su cui un distinto signore si appoggia per osservare il viavai dei tram. Ha lo sguardo severo, forse giudica frettoloso quest’abbandono del quartiere, ogni tanto si infila in bocca uno spicchio d’arancia per meglio sopportare la solitudine.
Quando gli passo vicino rigurgita una pallina di bolo arancione giù dal muretto e si mette a sputazzare semi e sugo con un rumore liquido. Entro velocemente in stazione.L’atrio è sontuoso, tutto ricoperto di azulejos, decorazioni liberty, un bell’orologio in ferro battuto, i barboni se lo devono proprio godere un posto così.
Troviamo l’ufficio informazioni e ne chiediamo alcune per il nostro viaggio dell’indomani a Viana Do Castelo, dove si tiene una delle feste più importanti del Paese.
L’impiegato deve aver passato la giornata ripetendo sempre quello, perché appena gli siamo davanti ci mette in mano un foglio con tutti gli orari utili e inutili, prima ancora che apriamo bocca.
Bene! Lodi sperticate all’efficienza portoghese, che non paga sugli autobus ma ci fa prendere il treno! Andiamo a cercare una bottiglieria!

Dalla stazione giriamo di là, poi andiamo in su verso una strada che non conoscevamo, poi di nuovo in là, e di colpo ci troviamo in un viale pedonale pieno di gente, baretti, negozi di marca, ristoranti, cinema.. La via dello struscio! Ecco perché Porto è sempre deserta, vengono tutti qui!

Ormai è ora di chiusura e metà dei negozi hanno le serrande abbassate, ma c’è ancora molto viavai, la strada è lunghissima, ci vuole un po’ perché si svuoti. Maledizione, abbiamo scoperto l’isola del tesoro a libro ormai concluso, questa volta Jim Hawkins dovrà tornare a mani vuote dalla sua povera mamma. Domani andremo via senza aver fatto neanche un giro in questa parte di città così spendereccia. La lista delle cose da fare nella prossima visita in Portogallo si sta allungando.

Prendiamo una via laterale e arriviamo di fronte al Mercado do Bolhão, e proprio lì accanto notiamo una vetrina piena di leccornie, formaggi di capra, prosciutti affumicati e bottiglie di porto.
Il gestore è un signore molto disponibile che ci fa assaggiare un mucchio di roba mentre la commessa impacchetta la bottiglia di Ramos Pinto che cercavamo. Ecco un altro negozio da tornare a visitare in futuro.

Si è fatta l’ora di cena, contattiamo i nostri amici per darci appuntamento in piazza e andiamo prepararci.
Poco dopo siamo di fronte al McDonalds Imperial di Porto a guardare Alessandro con facce interrogative.

“Come sarebbe che sta male? Cosa le è successo?”
“Abbiamo passato la giornata a visitare cantine, ci saremo scolati tre bottiglie di porto in due. La poverina non regge l’alcool.”
“Ha vomitato?”
“Tantissimo. E faceva dei versi orrendi tipo BUAARGH! SBLEEEEUGH!”
“Ma che schifo!”
“E questo è niente! Quando ha cercato di tenere la bocca chiusa per limitare il rumore sono venuti fuori dei sibili gorgoglianti che mi hanno fatto temere di essermi fidanzato con una creatura inventata da Lovecraft, roba tipo HSSGLGLGLSSSRRRGHSSSGLGLRGH! Senza contare che per la pressione ha spruzzato tutto attraverso i denti, imbrattando le pareti del bagno in un modo che solo a pensarci mi viene voglia di andare a dormire da un’altra parte! Persino il barbone che dorme con noi si è lamentato, ed è uno abituato a vivere duramente.”
“Ma se sapeva di non reggere l’alcool perché ha bevuto così tanto?”
“Ma ha bevuto pochissimo, giusto mezzo bicchiere, il resto me lo sono calato io. Eppure è bastato quello per farla uscire di testa, prima si è messa a ridere e a cantare stornelli in romanesco in mezzo alla cantina, non vi dico la figura, poi ha insultato il cameriere perché insieme al vino ci voleva anche i popcorn. Figuratevi questo, nella cantina più esclusiva della città una romana ubriaca gli chiede i popcorn, come pensate che possa aver reagito?”
“Le ha ricordato chi è il suo presidente del consiglio, suppongo.”
“No, ha fatto finta di non vederla. Si è messo a fissare un punto del locale e ci ha ignorati per il resto della degustazione.”
“Tipico dei camerieri portoghesi. E poi?”
“E poi basta, quando sono riuscito a schiodarla da lì l’ho trascinata fuori.”
“Ha dato ancora in ecandescenze?”
“No, poi le è venuta la ciucca triste e si è messa a piangere, ha detto che nessuno la capisce, che non ha più l’età per fare la scema, che vuole adottare un gattino e Lazio merda.”
“Scusa ancora una cosa, Alessandro..”
“Dimmi pure”
“Perché sei tutto sporco di sangue?”

Dopo un paio di giri a vuoto optiamo per un ristorante dietro la piazza, un posto mediocre che sta accanto a uno superlussuoso e a una bettola ignobile. Il cameriere è fin troppo gentile, quasi servile nei suoi modi, probabilmente ci odia, anche perché Alessandro gli sta gocciolando sangue sul pavimento da quando siamo entrati.

20/8

Dacci oggi la nostra agonia quotidiana

È il giorno della gita fuori porta, appuntamento in stazione per andare a Viana Do Castelo, dove si tiene la festa annuale di Nossa Senhora De Agonia. Si tratta di una processione, un pellegrinaggio o romaria, come lo chiamano qui. Ci sono donne col foulard in testa e la vetrina dell’orefice appesa al collo, ci sono dei tizi mascherati da giganti, ci sono le bancarelle che vendono prosciutto affumicato, ma soprattutto ci sono i tamburi. A decine, a centinaia, i tamburi sono ovunque, e li senti da lontano col loro incalzare minaccioso, come un battaglione di Uruk-Hai.

La nostra mattina invece comincia col suono più amichevole della macchinetta del caffè del bar in faccia alla stazione. È buono il caffè in Portogallo, non so se l’ho già detto. Il mio preferito è il Delta. Il barista è organizzatissimo, ha coperto il banco di tazzine, ognuna col suo cucchiaino e la sua bustina di zucchero, solo che Marzia vuole due bustine, e ne prende una da un piattino vuoto. A quel punto il barista, che nota l’incongruenza nel programma, si gratta la testa perplesso, quindi sposta una bustina da un altro piatto, ma non risolve il problema. Ne prende una da un terzo piattino e la pone al posto di quella che ha tolto, ma ancora non va. Non si capacita di come possano esserci tanti piattini, tante tazzine, tanti cucchiaini e una bustina di zucchero in meno. Alla fine decide di tirar via tutto dal banco e ricominciare da capo, ma a quel punto noi siamo già andati via.

Arriva della musica dalla stazione, e che sarà? È anche venerdì mattina, non il momento migliore per mettersi ad ascoltare la radio a quel volume che distorce tutto.
Avvicinandoci realizziamo che non viene dalla stazione, ma da un pulmino parcheggiato davanti pieno di bandiere rosse al vento: sono i comunisti portoghesi che distribuiscono volantini. Nella mia vita ho già avuto a che fare coi socialisti di Velletri, ora mi mancano solo i democristiani del Punjab.

Alessandro e Lucilla ci aspettano davanti alla biglietteria, anche loro col volantino rosso in mano. Non c’è niente da fare, per un italiano incontrare un comunista è come trovarsi di fronte un panda nano, lo tratta con ogni riguardo per paura che gli si estingua davanti.

C’è ancora un po’ di tempo prima del treno, giusto quello che occorre per una bella colazione a base di.. “quel tortino lì che mi sembra tanto gustoso”.
Gustoso lo è, niente da dire, ma la carne tritata alle sette e mezza è un ostacolo un po’ difficile da superare.

Il treno portoghese è diverso da quelli italiani, intanto per cominciare funziona, tutto, non una carrozza si e due no, e poi ha le porte che si aprono, i sedili interi, e nonostante questi bonus riesce anche a rispettare gli orari.

Durante il viaggio, che dura un’ora e mezza, si riempie all’inverosimile, tanto che ad un certo punto il controllore deve aprire uno spazio extra in testa al convoglio, dove di solito si tengono le merci ingombranti, tipo le biciclette, o le bare, nel caso di funerale in treno locale, che ultimamente va un casino, ne hanno parlato anche su una di quelle riviste di trend, che è il termine con cui si definisce una moda legata alle ferrovie, trend.

Fra i vari personaggi che vanno alla romaria di Viana notiamo una signora col testone vestita da materasso e la ragazza di Pippo, che è una che conosco io che sta con uno del mio paese, perciò la cosa andrebbe classificata come gossip locale, ma trovandoci su un treno che fa tutte le fermate ci sta.

“Senti un po’..”, mi dice Marzia ad un certo punto, distogliendomi dall’osservazione dei passeggeri,
“Non ti sembra che Lucilla abbia qualcosa di strano?”

La guardo perplesso, poi guardo Lucilla, che è seduta un po’ più in là e dorme col cappuccio della felpa tirato su, poi riguardo Marzia.

“Si, ora che me lo fai notare quel cappuccio la fa sembrare uno degli avvoltoi di guardia al castello del Principe Giovanni, nel Robin Hood della Disney.”
“Ma no, guarda meglio!”

Riguardo meglio, ma continuo a non vedere niente di strano.

“Ha il push-up?”, azzardo.
“Secondo me non è lei.”
“Come non è lei? E chi dovrebbe essere?”
“Ieri sera Alessandro è venuto al ristorante da solo, dicendo che lei stava male, ed era tutto sporco di sangue.”
“Si, ha detto che si è ferito radendosi.”
“Ma non si era fatto la barba! Non ti sembra una cosa strana?”
“No, anch’io di solito mi ferisco radendomi e poi non mi faccio la barba, perdo tanto tempo a ricucirmi le ferite che non me ne resta più per fare altro.”
“Io credo invece che l’abbia uccisa e poi sostituita con un sosia!”
“Quando torniamo a casa ti tolgo la televisione, vedi troppo Chilavisto!”

Al momento di scendere passiamo per il compartimento extra di cui sopra, che alla fine del viaggio ospitava fra le settanta e le ottocentoventi persone, ha raggiunto una temperatura e un tasso di umidità che neanche in India e quando si aprono le porte ed entra l’aria più fredda dell’esterno comincia a piovere.


felicità raggiunta, si cammina per te su fil di lana

Stasera sono particolarmente felice, e non è perché la mia fidanzata si è levata dalle balle andando su a vedere chilavisto, nè perché non mi ha mozzato le mani quando ha scoperto che avevo passato il pomeriggio a preparare una cena miserrima dove non ci mangiava neanche lei che mangia come un fringuello morto.

No, stasera sono particolarmente soddisfatto perché una sera di qualche tempo fa, ravattando nel pici, avevo trovato una vecchia cartella documenti risalente a qualche antica ripartizione, e mi ero deciso a fare un po’ di pulizia e l’avevo eliminata senza neanche farla passare dal cestino; il problema si era posto mentre la cartella, che era di notevoli dimensioni, si disfaceva sotto i miei occhi, mostrando una barretta azzurra in crescita e una serie di nomi sopra che mi dicevano ciaociao: parecchi di quei nomi erano uguali precisi ai miei racconti terminati, incompleti o solo abbozzati. Insomma, in poche parole mi ero accorto troppo tardi di avere buttato via il lavoro (via, lavoro..) di una vita.
La mia prima reazione è stata "ops", seguita immediatamente dopo da un bizzarro ripasso dei miei studi di catechismo, in cui ogni nome proprio che riuscivo a ricordare veniva associato alla parola maiale.
Dopo avere aggiornato l’elenco telefonico del paradiso facendo finire ogni inquilino alla lettera p ho cercato di convincermi che in fondo si trattava solo di dati inutili, che tanto i racconti più belli li avevo già pubblicati, che da qualche parte avevo ancora un cidi dove conservavo i più vecchi, che sarebbe stata una bella occasione per rinnovare il mio stile, magari smettendo di scrivere una volta per tutte, non come ora che mi racconto di fare chissà che e invece alla fine non concludo una cippa. Ho fatto spallucce, mi sono voltato di là, ma era solo per non far vedere che stavo piangendo.
Perché io a quei racconti incompleti ci tenevo, cacchio! Era il mio periodo felice e spensierato in cui mangiavo bile a colazione e mi restava l’alito cattivo per il resto della giornata, in cui mi distruggevo di seghe (anche) mentali e scrivere rappresentava l’unico momento in cui riuscivo a far tacere il rumore che avevo nella testa, o perlomeno gli facevo dire quello che volevo io e non quello che piaceva a lui.
Mica come adesso che quando cerco di buttare giù due parole devo starci a pensare, a rileggere, e correggo, limo, riscrivo e alla fine mi scogliono e butto via tutto. Non mi sento spontaneo, probabilmente perché la spontaneità non è più necessaria, e tutto quello che scrivo mi sembra somigliare a un trattato: parole difficili, lunghe, periodi complessi, frasi corte, perfino un uso frequente del puntoevirgola, io che la punteggiatura l’ho sempre considerata un condimento da usare con parsimonia. E poi non so come sia, ma tutto quello che scrivo mi viene fuori allitterato! "Considerata un condimento", "risalente a ripartizione", sembra che lo faccia apposta, e la cosa che mi fa incazzare è che se lo faccio apposta non ci riesco, decido di scrivere allitterato e mi fermo alla terza parola e pianto lì.

Ma non è che volessi mettermi qui a raccontare del perché non so raccontare, tanto ho perso l’uso delle metafore, risulterei noioso, puntoevirgola! Quello che volevo dire stasera è che ho aperto un’altra cartella posteggiata lì senza arte nè parte e ci ho trovato dentro tutto il mio archivio intatto e aggiornato, compreso il vecchio blog che avevo cancellato, cioè questo che (non) state leggendo. Sono di un contento che potrei mettermi a cantare a.. Ecco, un’altra cosa che non mi riesce più di fare è usare i soliti luoghi comuni, mi pesa, mi schifa anche un po’. A squarciagola è un modo di dire che non voglio più usare, piuttosto dico che mi metterei a cantare a un volume che potrebbe risultare sconveniente a quest’ora, ma così si perde il ritmo e la freschezza del racconto, e senza ritmo non c’è più niente, infatti quando la fiat l’ha ritirata dalla produzione ha cominciato a fare la duna, che è una macchina che va bene giusto per i rapimenti.

Mi metterei, dicevo, a cantare come un castrato, elevando il mio tono a frequenze sopportabili solo da un sordo con la testa infilata in un secchio di sabbia..

..a proposito di sabbia, oggi ho visto Tropic Thunder, e una delle battute migliori è di Tom Cruise che al telefono coi terroristi grida "Ti inculo con la sabbia!"..

..chiuso dentro una cassaforte sepolta nella stiva di una nave affondata in mezzo all’oceano, ma il Subcomandante mi griderebbe di smetterla che non riesce a sentire la Sciarelli che intervista la mamma di Denise per sapere cosa ne pensa della scomparsa di Emanuela Orlandi rapita dalla banda della Magliana secondo la ricostruzione di Gianloreto Carbone. Li so tutti!

Perciò taccio e mi rileggo un vecchio pezzo di quando sapevo ancora scrivere come si deve.
Che poi lo so che fra un paio d’anni riaprirò questa pagina e mi divertirò a leggerla e penserò che oggi sapevo ancora scrivere, mentre nel futuro che sarà il mio presente avrò perso ogni velleità artistica e passerò le mie giornate al bar a bere la ceres con quell’ubriacone di Hardla, che da quando si sarà sposato avrà perso ogni voglia di vivere e anche di tornare a casa perché quella strega di sua moglie lo maltratterà costringendolo ad andare all’ikea a vedere se sono arrivate le tende nuove che quelle della camera da letto la faranno sentire costipata nell’animo o qualche altra definizione assurda che saprà inventare lapperlà, e Hardla mi racconterà che si era innamorato di lei proprio per quel suo modo sofisticato di parlare, e che ora (ora di fra due anni, naturalmente) la ammazzerebberà (futuro condizionale continuato) ogni volta che apre bocca, quindi ordinerebbe un’altra camomilla al mirtillo e prugna, perché dal matrimonio sarebbe diventato astemio (parrà che la moglie lo avrà minacciato di scegliere fra astemio e astinente, e lui non vorrà rinunciare a quell’ultimo raro piacere, visto che neanche più allo stadio lo lascerà andare, la vipera), e io per consolarlo gli rivelerò che ho sentito Secchin, e che lui fa una vita ancora peggiore, che a confronto le nostre mogli/conviventi sono Madre Teresa Di Calcutta, e Hardla girerà il coltello nella piaga dicendomi "Beh, la tua ci somiglia un casino a Madre Teresa, è invecchiata veramente malissimo!", e allora sarò io a ordinare un’altra ceres, che a me la ceres mi fa pure cagare oggi come fra due anni, ma a quel bar lì dove ci vedremo io e Hardla non serviranno altro che ceres e camomilla al mirtillo e prugna, infatti saremo gli unici due clienti, tanto che il gestore sarà costretto a chiudere dopo poco e ad ammettere di avere sperperato tutti i miliardi accumulati in una vita di lavoro prestigioso, ma d’altronde si era capito che non ci sapeva fare con gli affari quando aveva comprato cinquemila sottobicchieri dipinti a mano da Picasso e si era fatto ricavare il cesso del locale da uno scarto di lavorazione di Michelangelo. Povero Panchin, si divertiva di più quando stava dalla parte giusta del banco.


le tribolazioni di un Villavecchiese a Cadigatti

Sono le dieci e venti, il salotto è caldo e accogliente grazie all’aria tiepida che emana dalla stufa a pellet. I gatti sono tutti stravaccati in fila sul tappeto, a godersi il clima affatto invernale, il cane sta poco più in là, steso su un cuscino accanto al caminetto. Dorme, o forse finge. Probabilmente finge, che ogni volta che mi alzo dalla sedia spalanca gli occhi e drizza le orecchie, sperando di vedermi indossare la giacca e portarlo un po’ a spasso.
Tutto ciò di cui ho bisogno è a portata di mano, i fumetti, la musica, i videogiochi, tutto all’interno di quella scatola collegata alla tastiera su cui scrivo. Se ho fame la cioccolata è appena più in là del mio braccio, se ho sete non ho che da alzarmi e servirmi uno dei diversi alcolici a disposizione.
Ho lo stomaco pieno, il frigo è pieno di leccornie, e ho la fortuna di vivere con un’ottima cuoca.

Ma allora perché sono infelice?

Bisognerebbe che la telecamera che inquadra la mia vita indietreggiasse di un paio di metri, allargando il campo visivo oltre le mie spalle. Lo spettatore noterebbe allora un televisore acceso, appena dietro la mia sedia, e sul divano al lato opposto una ragazza coi capelli color arancia però marrone.
Lasciate perdere la ragazza, si irrita quando viene guardata, e quando si irrita le si forma del gas nella pancia e dopo un po’ bisogna aprire le finestre; concentratevi invece sul televisore:
se ci fosse anche l’audio, nel film della mia vita, e non vedo perché non dovrebbe esserci, che non è mica la vita di Buster Keaton, si sentirebbe una voce lagnosa, che parla con un forte accento del centroitalia, e canna ogni doppia.
Questa voce racconterebbe della scomparsa di una poveraccia che viveva per strada e mangiava quel che trovava nei cassonetti, e tutti i vicini la schifavano e la mandavano via a calci, ma quand’è sparita e sono arrivati i giornalisti a preparare il servizio si sono schierati tutti in strada a dire che poveretta era tanto brava e ci manca tanto e speriamo di trovarla, poi si parla di un’altra, che forse l’hanno ammazzata, trent’anni fa, e intervistano uno che dice che forse si, l’ha vista infilarsi in un portone, e la polizia è entrata nello stesso portone trent’anni dopo per vedere se trovava delle tracce, poi è uscita scuotendo la testa, e si è visto che trent’anni dopo quel portone è l’ingresso della Upim, e la conduttrice in studio chiede agli spettatori se qualcuno per caso ha visto qualcosa di utile per le indagini, per esempio un maglioncino a righe che era in saldo giovedì e sabato quando c’è andata lei era già finito, però magari ne è rimasto uno infilato fra le pashmina.
Ora la telecamera torna a inquadrare me e la mia faccia triste, e anche lo spettatore più ingenuo a questo punto capirà che il mio stato d’animo e la trasmissione televisiva sono strettamente collegati.

Ebbene si, sono infelice nonostante gli agi che mi circondano, perché la mia fidanzata mi impone di vedere Chilavisto.
Per carità, una trasmissione ben fatta quanto vuoi, utilissima e ci mancherebbe, e meno male che c’è, che tante persone sono state ritrovate grazie a questi giornalisti volenterosi, anche quello che ce l’aveva messa tutta per sparire perché doveva dei soldi a una nota famiglia mafiosa, finché centinaia di persone hanno telefonato in redazione per segnalare di averlo visto in sudamerica, in un night, insieme a quattro puttanoni, che lasciava mance pazzesche al cameriere, e a quel punto è sparito davvero, e dove sarà andato, e alla fine lo trovano, in un fosso di una qualche città sudamericana, con un buco in faccia dove di solito uno ha la fronte.

Ora, io non ho assolutamente niente contro questa trasmissione, solo vorrei che non la facessero di lunedì, che alla stessa ora su telecittà c’è Gradinata Nord, ma non è neanche quello, che tanto poi di vedere Gradinata Nord non me ne frega granché. Quello che vorrei è che la trasmettessero da un’altra parte, in un’altra casa, dentro un’altra televisione, perché al di là dell’utilità (indiscutibile, che scherziamo?) del servizio che offre, c’è tutto un bagaglio di sofferenza regalata come i punti della benzina che proprio non mi va giù.

Non lo so, forse se la notizia venisse data in un tono più essenziale e distaccato non avrebbe la stessa utilità, forse è proprio l’impatto emotivo col dolore di una scomparsa quello che ti spinge a ricordare dove hai già visto quella faccia, e a telefonare; forse sono io che sono prevenuto, però la maggior parte delle volte mi sembra che si indugi troppo sul pianto della madre, sui dettagli macabri del ritrovamento del cadavere, sugli approfondimenti inutili riguardanti casi ormai risolti da tempo, giusto per farci sapere che un paio di giorni prima che sparissero, i bambini avevano litigato col papà e avevano preso un sacco di botte.

E così, tutti i lunedì, puntuale come la pubblicità del’antidiarroico all’ora di cena, devo lasciare il comodo divano e la facciona rilassante di Giovanni Porcella per tuffarmi in un bicchiere colmo di ansia limpida e gelida.
Come si sfugge da una trappola così diabolica?

Voi non lo so, io ho deciso di ubriacarmi.