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le sirene

Vai a comprare le cipolle e intanto che sei al supermercato a girare per gli scaffali pieni di confezioni colorate e cartellini segnaprezzo che dovrebbero stare in gioielleria e non certo sul banco del macellaio ti viene in mente di comprare anche un po’ di macinato, che magari domani fai le polpette col coriandolo, e questo ti ricorda che sei rimasto senza peperoncino, e da un po’ non ti fai una bella aglio olio torrida, tipo quelle che improvvisavi con gli amici il sabato sera tardi, un po’ alticci dalle serate nei locali, più per fame di spirito che di stomaco. Nello scaffale delle spezie ci sono un sacco di bottiglini dai nomi sconosciuti, sembra il laboratorio dell’alchimista, vorresti comprarli tutti per sentire che sapore hanno, ma farebbero la fine del dragoncello nella credenza, ancora fasciato nel cellophane, non dico la pietra filosofale, ma un pesce magari ce lo potevi anche condire da quando l’hai comprato l’anno scorso. Alla fine esci dal supermercato con una borsa piena di roba, verdure, pane, merendine, cose di cui non avevi veramente bisogno finché non ci sei capitato davanti, ma è solo a casa che realizzerai che alla fine le cipolle non le hai mica comprate.

Dimenticare.

Il cervello è più evoluto di un computer, può fare miliardi di calcoli in un tempo così breve che neanche ci accorgiamo di averli fatti, può collegare il profumo di una donna che ti incrocia nel parcheggio con quello del glicine in fiore sulla strada che percorrevi per andare a scuola in terza elementare, in un paesino di campagna perso centinaia di chilometri di anni fa, ti sveglia in piena notte col ritornello della canzone più stupida e odiosa di quest’estate troppo calda e breve, e poi non ti avvisa che stai uscendo dal negozio senza la cosa che eri partito per comprare. Non ti dice che è il compleanno della tua ragazza fino a cinque minuti dopo l’orario di chiusura dei negozi. Ti confonde il nome della persona che ti ferma per strada con un sorriso da qui a lì e che ti grida “Ma che sorpreeesaaa! Da quanto teeempooo!” con quello di una vecchia conoscente morta sei sette anni prima, e resti lì a chiederti se sia il caso di spararle in testa prima che ti divori, ma no, gli zombi non parlano, soprattutto non così tanto, ma non ci sta mai zitta questa? Forse sarebbe il caso di spararle comunque. È totalmente inaffidabile il cervello, non puoi assegnargli neanche il compito più semplice quando non ha voglia di lavorare, non c’è verso.
E poi una sera sei in giro e ti fermi a guardare un paio di scarpe in una vetrina, un paio di scarpe talmente assurde che è difficile immaginarci i piedi di qualcuno dentro, e ai margini del tuo occhio una figura di donna ti scivola accanto, sbucata all’improvviso dal vicolo, e si allontana, e non devi neanche alzare gli occhi da quelle suole verde acido per sapere chi era, la macchina perfetta che ti si annida fra le orecchie ti ricorda in un attimo il suo nome, i suoi occhi curiosi, e poi la voce incazzata che aveva l’ultima volta che ti ha parlato, saranno otto anni fa, quando ti ha sbattuto il telefono in faccia ed è uscita una volta per tutte dalla tua vita. O così credevi, una volta per tutte è un periodo di tempo troppo breve, a quanto pare. Oppure non era lei, la storia che si era trasferita in America e aveva cambiato sesso e si era candidata coi repubblicani ed era diventata governatore della California poteva anche essere vera, un’occhiata fugace è poco per riconoscere qualcuno, chissà chi hai visto passare, magari era una che le somigliava soltanto. E poi questa portava gli occhiali, lei mica li ha mai messi. Si, è vero che non ci vedeva un cazzo e ne avrebbe avuto bisogno, ma con quella montatura così pesante? Beh che c’è? Sono di moda, fanno hipster. Cos’è che fanno? Hipster. Si, vabbò, e le scarpe di plastica color anniottanta fanno schifo, cosa dobbiamo, accamparci davanti a questa vetrina? Metti che passa qualcuno che ci conosce e pensa che ce le vogliamo comprare.
Metti che qualcuno che conosciamo sia già passato.

Litigare col proprio cervello è una cosa che nessuno dovrebbe mettersi a fare per strada, gesticolare da soli è già bizzarro quando hai un auricolare all’orecchio. E poi non riesci mai ad aver ragione quando litighi col tuo cervello, ce l’ha sempre vinta lui, ma per forza, noi siamo il nostro cervello, tutta questa struttura di ossa e muscoli e occhi e capelli e denti e odori è solo un abito che indossiamo per portarci in giro, perciò alla fine è il cervello che ci dice cosa dobbiamo rispondere alle sue insinuazioni, e così ci frega. Bel bastardo il cervello, ci credo che tanti alla fine scelgono di dar retta al cuore.
Non è che voglio dar loro torto, ma ci sono momenti e momenti, c’è la volta che devi lasciarti andare e agire d’istinto fregandotene di tutto e c’è il caso in cui è meglio riflettere un momento, magari lasciar sbollire la rabbia, ingoiarla se è il caso, perché non è che puoi andare dal tuo capo e sputargli in faccia e dirgli che è un omino e pretendere di non perdere neanche il posto, mentre è consigliabile non stare a ragionarci troppo quando la ragazza che tampini da mesi ti sussurra nell’orecchio di accompagnarla a casa, anche se puzza di alcool da far lacrimare gli occhi.
Una via di mezzo sarebbe l’ideale, ma non sembra essere stata mai presa seriamente in considerazione, sennò lo avresti sentito dire almeno una volta nella vita, segui il polmone, e cos’è, una campagna contro il fumo? Ascolta il tuo rene, e pigliati ‘sto diuretico.

No, dai, veramente, voglio una terza via che metta d’accordo la testa e il cuore, che ragioni il tempo necessario e poi prenda la decisione più istintiva fra quelle che il tecnico del piano superiore ha tenuto dopo il primo setaccio, non importa che sia quella giusta, basta che non mi lasci dopo a rosicchiarmi le dita e sperare che qualcuno inventi la macchina del tempo nei prossimi cinque minuti. Che potrebbero essere anche i prossimi cinquecento anni per quel che me ne frega, montata su una DeLorean o su una vasca da bagno liberty, l’importante è che compaia qui ora e mi permetta di riparare il casino che ho appena combinato. Sarà possibile abbordare una macchina del tempo?
Tipo che compare all’improvviso un cronoturista, magari uno che voleva visitare l’Egitto dei faraoni e ha sbagliato a digitare le coordinate, immagino che sia un casino guidare una macchina del tempo, o magari voleva proprio venire qui, che nel futuro sarò rivalutato dopo la mia morte atroce in un incidente stradale fra un pullman di malati terminali e uno di leghisti, e non voglio sapere su quale dei due mi trovavo, e il cronoturista voleva conoscermi per sapere chi era Pablo Renzi per davvero, che le biografie nel futuro le scriverà tutte Pansa. Cosa faccio, gli mollo una gomitata nei denti, gli frego la cronovespetta e via? Non fa fico da fare a un fan in fieri, meglio considerarlo un turista farai-da-te.
Lo sradico dal sedile, rimetto in moto prima che abbia il tempo di dire macheccacchio e via, indietro il tempo necessario a fare quel che devo fare, la soluzione perfetta che ti viene solo dopo, quando il cervello ha potuto elaborare tutte le soluzioni possibili anche se ormai non c’era più niente da fare, solo per far passare il tempo e tenersi impegnato in azioni diverse dall’implodere, che il cervello o elabora o implode, non ha altre funzioni, se potesse anche giocare a tetris mi vedreste appoggiato a un muro con lo sguardo perso nel vuoto a canticchiare una musichetta di ispirazione sovietica, inerte al mondo, forse è meglio così; poi il cervello ha passato al cuore le strategie più valide, con una nota allegata che diceva “vedi un po’ tu cosa ne pensi, le altre facevano tutte schifo o avevano come conseguenza diversi anni di carcere” e anche lui si è messo lì, ha tirato un sospirone e ha detto vabbè, andiamo avanti, le ha vagliate tutte e ha scelto l’unica possibile, la soluzione che mette d’accordo il cuore e la mente.
Solo con la cronovespa puoi farlo, ti è stata data la possibilità unica di cambiare il corso della tua vita, hai quell’unica finestra temporale per tornare indietro e modificare il passato, rimettere d’accordo il te stesso di ieri con quello di oggi, una cosa che tutti sognano e nessuno sa.

E allora torno indietro a quella sera davanti a quella vetrina, parcheggio sul marciapiede, che voglio vederli i vigili a risalire al proprietario del veicolo, e stavolta entro nel negozio e vado dritto dal commesso e mi ci piazzo davanti e glielo dico cazzo, glielo dico, gli dico ma chi le compra delle scarpe di plastica rosa con la suola verde acido, eh? Le tue scarpe fanno cagarissimo! E poi me ne vado, risalgo sul cronomotorino e torno da dove sono venuto, mi scuso col turista che è ancora lì a massaggiarsi la bocca e gli offro il caffè e l’ammazzamedesimo, e poi riprendo a vivere la mia vita, padrone di un nuovo equilibrio interiore che mi fa vedere le giornate sotto un altro aspetto.
Fine, titoli di coda, si accendono le luci in sala e il pubblico esce sollevando il mento e spingendo le labbra all’infuori, nel gesto internazionale della perplessità. L’avranno anche candidato a Cannes, ma secondo me era meglio se andavamo a vedere l’uomoragno.

E la tizia di prima, mi chiederete? Vedete, il fatto è che il nostro cervello è una macchina straordinaria che può riportare alla luce volti e profumi lontani ere geologiche come se fossero stati lasciati lì un minuto prima, e certe volte quando succede riceviamo delle sberle da farci traballare, ma alla fine lo sa anche lui come funziona il tempo, e si adegua. Gli orologi vanno sempre avanti, e se non lo fanno sono da riparare, e questa che sembra una banalità è invece una regola fondamentale per vivere serenamente. Perché anche noi siamo creature unidirezionali, non possiamo saltare avanti e indietro come ci pare, dobbiamo essere coerenti col nostro destino e lasciare i ricordi ad ammuffire dove meritano, in qualche angolo del cuore, sui vecchi diari, in una foto spiegazzata o per la strada. È anche una forma di rispetto verso la via che abbiamo percorso, che a cambiarla continuamente finisci per non arrivare mai da nessuna parte. Ed è una dimostrazione di maturità, che non ce l’hai più vent’anni, prendi una direzione e che sia quella, cristodiundio. Insomma, va bene sgranare gli occhi e smettere un secondo di respirare, ma a meno che non ti sia venuto un ictus poi devi ricominciare e fare come se, e non è fingere che sia come se, è proprio così, per il discorso di prima, e tutto il resto sai cosa? Meh.

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troppa nouvelle vague fa seccare le piante

Uno zingaro suona una fisarmonica sotto la mia finestra, su di lui il cielo è molto basso, una cornice perfetta per una fotografia in bianco e nero, se le foto potessero contenere suoni, oltre che umori.
Oggi ho avuto abbastanza nouvelle vague, grazie, accendo winamp e coloro la fotografia di tinte acide. Il tavolo è pieno di dischi, ritagli di quadri, copertine di libri, mi tirano fuori da quest’atmosfera autunnale che mi è scesa addosso.

Quando è capitato di avere conosciuto certi personaggi che starebbero bene in un film è meglio evitare certe pellicole, perché lo sai che potresti incontrarceli dentro; un conto è trovare un nonno che si esibisce in un pezzo deliziosamente slapstick, un altro è Jeanne Moreau che ti ricorda che il film non è sempre una fuga dalla realtà, certe volte ci affonda dentro come un pugnale, e la sensazione che ti lascia nel petto è la stessa.

Nutrirò con sale la mia ferita, per non dimenticare quanto la realtà sa essere irreale.

Catherine fa tutte le cose a fondo una per una.
È una forza della natura che si esprime in cataclismi.
Vive tutte le circostanze in mezzo alla sua logica, alla sua armonia,
guidata solo dalla sicurezza della sua innocenza.