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Di tutti i preti che potevo avere per vicini non poteva capitarmi Don Bairo?

Quaranta minuti di campane. Una profusione di note così prepotente da farmi rimpiangere le corse in moto in autostrada in piena notte. Le ha suonate tutte, da Quant’è Bella Maria Vergine a Iddio Perdona Chi Lecca La Mona a Forza Madonna Segna Per Noi, poi ha ripetuto Quant’è Bella Maria Vergine perché il pubblico batteva forte le mani e non si poteva deludere.
Capisco che di questi tempi precari l’Assunzione di Maria sia un evento da celebrare in pompa magna, ma quaranta minuti sono francamente troppi. Anzi, più di quaranta, che dopo una breve pausa per raffreddare la ghisa incandescente ha ricominciato con una proposta di classici, remixati per l’occasione da Fra’ Getta.
Forse sbaglio a lamentarmi, a Pechino festeggiano questa data sparando colpi di cannone, in fondo mi è andata bene, ma in realtà no, che un’ora di cannoneggiamenti sbriciolerebbe qualunque timpano, sono sicuro che dopo cinque minuti smettono.

Però mi domando perché dobbiamo celebrare una tizia che è salita in cielo come hanno fatto dopo di lei decine di anonimi astronauti, e non ci ricordiamo per esempio del 15 agosto 1867, giorno in cui vennero soppressi gli enti ecclesiastici e messi in liquidazione tutti i loro beni, o che cinque anni fa oggi i Queen hanno promesso che torneranno a incidere, e scusate se la prendo come una minaccia.

Va anche detto che la chiesa, perché è di lei che parliamo, anche perché il parroco di Ronco somiglia più a Andy Warhol che a Freddie Mercury, ha sempre avuto la tendenza a spalmare le proprie feste religiose su antiche celebrazioni pagane, un po’ come fa il cuculo,  ed è stata una mossa che deve averli agevolati parecchio rispetto ad altre istituzioni: uno è abituato a stare a casa dal lavoro di gladiatore tutti i ferragosti perché ci sono le ferie in onore dell’imperatore e ad un certo punto ti arrivano i cristiani e cambiano tutta la baracca, e il povero gladiatore immagina già di dover passare il quindici nell’arena a massacrare gente e si mette a smadonnare subito per portarsi avanti, e invece il parroco va a trovarlo a casa e gli dice che ferragosto continuerà a essere festivo perché hanno assunto la vergine, e lui non capisce bene e chiede l’indirizzo del casino, che quello che frequenta di solito le vergini non le tiene, e il parroco scuote la testa e gli mette in mano un calendario con tutte le festività della nuova religione e dietro il modulo per devolvere l’otto per mille.

E’ così che ci hanno fregati, gente! Bisogna svegliarsi! D’ora in avanti è necessario riprendere a celebrare le feste nella loro accezione originaria, così glielo facciamo vedere chi comanda a questi parassiti vestiti di nero.
Il natale non esiste più, d’ora in avanti si festeggia la nascita di Horus e si addobba una piramide in salotto; la pasqua cade a ridosso dell’equinozio di primavera, perciò possiamo tranquillamente adottare una delle varie celebrazioni di Wicca e andare in giro tutti nudi a fare orge sui prati fumando spinelloni. Last but not least il due febbraio andiamo in culo anche alla candelora ricordando il ben più interessante Giorno Della Marmotta, che esce dall’albero per cercare la propria ombra.

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di marinai e balene e sirene (con buona pace dei profeti)

Il nuovo disco di Vinicio Capossela si chiama Marinai, Profeti e Balene, un omaggio alla letteratura di mare, da Omero a Melville, ma c’è anche Celine, che è come incontrare Gargamella in pizzeria, e non è un caso che il tour prenda il via da Genova: il cantautore ha sempre dichiarato il proprio amore verso la città e il teatro Carlo Felice sembra fatto apposta per celebrare la navigazione d’altri tempi, col pubblico seduto sul ponte di una caravella, i suoni che rimbombano dal palco come dentro un secchio, il mal di mare che ti viene se pensi a quanto cazzo hai pagato il biglietto.

Anche il palco è allestito sullo stesso tema, i musicisti sono vestiti da marinai, c’è una prua sul palco (proprio davanti al mio posto, cristodio), il pennone dell’albero maestro fa da sfondo e le ossa della balena si aprono e si chiudono sulla testa di quello strano equipaggio. Il capitano della nave ha il tricorno in testa, è seduto al pianoforte illuminato da una candela, e appena si apre il sipario attacca con le canzoni dell’ultimo disco.

Ecco, Marinai Profeti E Balene non è immediato come Ovunque Proteggi, forse non ne possiede neanche la freschezza, ma non è neanche tetro come Da Solo, e dopo i primi due tre ascolti cominci a sospettare di essere davanti a un prodotto migliore, pieno di riferimenti letterari senza risultare pesante, stratificato come la millefoglie di cipolla, e quando arrivi a sentir suonare le conchiglie, le catene, una sega e il carillon più complicato del mondo il sospetto si tramuta in certezza, quello in copertina col cappello da Napoleone è un genio.

Ma dicevo del concerto, che scorre via come una fregata fra leviatani e sirene. Tutta la prima parte è occupata dalle canzoni nuove, d’altronde è un album doppio, e dai vecchi cappelli di Capossela, cui si aggiunge il tricorno che indossa nelle foto promozionali. Parla col pubblico senza esagerare, presenta il susafonista di altezza variabile, dice due parole sulle canzoni, ma è quasi esclusivamente musica, tanto che quando escono i coristi si limitano a muovere la bocca senza proferire alcun suono, lasciandoci tutti un po’ scossi. Scopriremo poi che c’era un problema fonico.

Solo alla fine della parte “concept” il cantante introduce il gruppo, e scopriamo che dietro le casse che abbiamo di fronte, dietro la prua della barca da cui ogni tanto va a cantare Capossela, ci sono altri due membri dell’orchestra, di cui uno con dei capelli pazzeschi, bianchi e riccioli e sparati in ciuffi che sfidano la gravità.

Comincia la seconda parte, quella dedicata ai “relitti che porta la risacca”. Una versione rallentata di Che Coss’è L’Amor, la sorpresa di Morna, che io e il Subcomandante ci guardiamo a bocca spalancata e poi lei muore di gioia, poi qualche altro pezzo nuovo, poi tutti in piedi per L’Uomo Vivo e Il Ballo Di San Vito, poi Camminante, che non sto neanche a riguardare il Subcom, la raggiungo all’altro mondo con un sorrisone in faccia. Chiude con Le Sirene, che più lo ascolto più credo che sia una perla.

Oggi tutte le mie certezze sulla musica stanno barcollando, non sono più sicuro neanche di chi sia il mio cantante preferito, ho solo voglia di sedermi da qualche parte e mettere su il mio ultimo acquisto. E non ho ancora visto l’altra cosa che mi sono comprato, il dvd del tour precedente, che ho già collocato fra i tre più bei concerti cui abbia mai assistito. Vi saprò dire..


schegge

Di nuovo. Mi siedo per raccontare di cose che sanno di gioia, e qualcuno mi scombina i piani.
Che poi siamo tanto abituati a considerare la guerra un evento codificato da regole, dichiarazioni, movimenti chiari, da non renderci conto che coi tempi cambiano anche le abitudini belliche, e alla fine la guerra non si fa più col metodo tradizionale dei due eserciti che si fronteggiano. Quello che manca però è il piatto. Una volta c’erano in ballo territori da occupare o da liberare, interessi evidenti, qui ci sono esplosioni in mezzo alle persone col solo scopo di generare paura, che alimenta sé stessa e nient’altro.
Probabilmente una persona più attenta mi mostrerebbe le conseguenze economiche di un clima di terrore, e saprebbe indicarmene i beneficiari, io posso giusto stare a guardare con l’espressione ottusa di chi vede il mondo cambiargli intorno e non sa perché.

E allora fanculo, io lo racconto lo stesso il mio ritaglio di gioia, è l’unica difesa che ho.

Allora, giovedì notte, quando sono tornato a casa, ero felice. Intanto perché ero tornato sano e salvo, e con Sara alla guida non è una cosa così scontata, guida la macchina come sugli autoscontri, e in autostrada sono cose che disturbano un po’.
Poi ero felice perché avevo appena assistito a un gran bel concerto, tanto più bello perché inaspettato. L’ultima volta che ho visto un concerto degli U2 mi sono rotto le balle e li ho mandati a cagare loro e i loro atteggiamenti da rockstar esagerate.
Quello di giovedì è stato un concerto caldo, tutto giocato sulle corde dell’emozione, e lo so benissimo che l’unica differenza erano gli otto anni di distanza dal precedente, allora me n’ero scoppiati tre in fila, l’ultimo mi aveva proprio annoiato. Lo so ma non mi frega, questo concerto è stato straordinario, le pose da rockstar dei miei coglioni non mi hanno disturbato per niente, il palco era enorme, sul prato si stava larghi, le orecchie non mi fischiavano, e anche se le canzoni dell’ultimo disco non mi dicono molto, quando sono rientrati sulle note di Zoo Station ho fatto un salto all’indietro di quattordici anni, mi sono rivisto sui gradini del Forum di Assago al mio primo concerto, pelle d’oca. E poi avere Edge a un paio di metri è comunque un’emozione.


U2

– Quantoo? Ma tu sei fuori! – mi dirà Pino quando leggerà il pablog e scoprirà che ho comprato il biglietto per il concerto di domani sera degli U2. Avrà ragione, 63 euri è più del doppio di quanto avevo pagato nel ’97 per vederli a Reggio Emilia, e sono ancora uno dei fortunati che lo paga senza i sovraccarichi dei bagarini. Non è il biglietto più caro che ho comprato, comunque, per Fossati ho fatto di peggio.
– Che cosa dovevo fare? – gli risponderò. Mi hanno offerto il biglietto e non potevo mica dire di no, tanto più che da quando l’ho rifiutato mesi fa mi si è arrampicato un gibbone su per la schiena, e adesso ce l’ho sulla spalla che mi canta insistentemente Bullet The Blue Sky.

Questo mese ho speso più per i concerti che per la benzina, mi sembra di essere tornato alle superiori, quando mi facevo centinaia di chilometri per andare a vedere un gruppo nell’unica data italiana, dormivo sui treni, mangiavo panini sotto la pioggia seduto davanti ai cancelli, mi vendevo un rene per procacciarmi i soldi della maglietta rigorosamente ufficiale.

Poi il tempo passa, non hai più voglia di ammazzarti per un gruppo che neanche ti piace più tanto, non compri più cidi perché costano, vai a vedere solo concerti vicini e selezionati, la maglietta non la prendi o al limite ti fai bastare quella da dieci euri del napoletano ciccione, pensi che sei diventato grande, che stai attento alle spese, come un bravo ragazzo responsabile che ha dei progetti di adulto, e ti convinci che i concerti più belli sono nei teatri.

– Ho un biglietto in più per gli U2 a Milano, partiamo presto, ci sediamo davanti ai cancelli e ci picchiamo per accaparrarci le prime file. Vieni?
– Certo!

In culo ai progetti, per diventare grande c’è tutto il tempo.


this corner of the Earth is like me in many ways

Dopo una settimana di scazzi soffusi, allegrie soffocate, rotturedipalle ben delineate, eccoci arrivati al momento della risalita, quando metti il sigillo sulla porta e ti lasci alle spalle qualche giorno di tempo instabile che sembra che ci sia un bel sole da andare al mare e invece sta per piovere.
A tirare su il termometro umorale è, come sempre, una bella serata musicale.

L’appuntamento è alle seiequaranta per un aperitivo in Piazza Rossetti, arrivo miracolosamente in orario e ancor più miracolosamente trovo posteggio immediatamente in un posto paraculo senza dischi orari zetaesseelle carrozzelle stampelle malattieveneree caricoscarico, uno di quei posteggi di cui si vocifera l’esistenza ma nessuno ha mai visto.

La figlia del Subcomandante Marcos e la sua amica sono già pronte, appena arriviamo ci subissano di richieste, abbiamo fame, vogliamo lasciare la borsa in macchina, non abbiamo trovato nessuno che ci tocchi le tette, quelle robe lì che ripetono sempre le ragazze noiose.
Troviamo un tavolino al bar all’angolo, quello con la contraerea fuori a forma di ragazza con lo spazzolone per tener lontani i piccioni. Il mio amico alcolizzato ordina il solito cuba, a scuola quando hanno spiegato “ordinare da bere” era distratto e ha imparato solo quello, e io che faccio, lo lascio bere da solo? Non sia mai, così ne ordino uno anch’io, mentre il Primo Ministro Del Chapas va di mojito e la sua amica che vuol mostrarsi virtuosa prende un crodino. Si vede che non si è depilata e vuole entrare meglio nella parte del gorilla della pubblicità.
Cinque minuti più tardi la Rivoluzionaria è già storta come la ringhiera di casa sua, e offende la cameriera che non ci ha portato ancora niente da mangiare. Davanti a lei ci sono otto piattini vuoti, si è sparata tre porzioni di pasta, nove pizzette e un quantitativo imprecisato di frittata, ma è convinta che sia stato io. Per punirmi di non averle lasciato neanche le olive, che peraltro non c’erano, mi versa addosso il bicchiere. Non mi macchio i pantaloncini solo perché la sua ingordigia le ha fatto bere tutto quel che c’era dentro compresa l’acquetta del ghiaccio, però è seccante lo stesso.

Dopo l’aperitivo le due donne organizzano la solita spedizione di gruppo al bagno, perché non si ricordano più dove l’hanno messa e sperano che almeno una salti fuori. Ci si saluta e si va al concerto.
I bagarini comprano biglietti a uno, poi si girano e li vendono allo stesso prezzo a un altro, secondo una strategia commerciale che mi sfugge. Noi i biglietti li ritiriamo allo sportello mostrando un foglio stampato male, la foto di mia zia e l’abbonamento del Genoa.
Le magliette non sono neanche brutte, peccato che su tutte ci sia stampato quel buffo omino con le corna, chissà chi è.

Dentro si ballucchia aspettando l’ora, si saluta il nostro amico Amanda che è stato al laiveit a Londra e non l’ha visto nessuno, si deride l’omino al banco delle magliette ufficiali che si belle, ma 30 euri per una maglietta non te li do neanche se me la fai autografare da tutto il gruppo compreso il produttore e il tecnico delle luci. La felpa invece costa 90 euri, però ci giura che quando è sporca si infila in lavatrice da sola e non si restringe neanche troppo.

Poi si spengono le luci, sale il gruppo e attacca a suonare, sale Geichei e si avvicina al microfono e parte la voce prima che lui apra la bocca, e io e Hardla ci guardiamo inorriditi.
Poi ci convinciamo che non è in playback, SICURAMENTE ha delle basi con la sua voce per aiutarsi nei cori, non è assolutamente possibile che abbiamo pagato diciassette euri a testa per un concerto cantato per finta, e siamo stati anche fortunati perché quelli che hanno pagato intero hanno speso il doppio.
Ci convinciamo tanto che alla seconda canzone siamo già lì che ce la balliamo come dei forsennati, e arrivati all’ultimo pezzo non abbiamo più voce, piedi, polpacci, brutti pensieri, umidità in corpo e dubbi di ogni sorta.
La chiusura con Deeper Underground è una figata.

E domani a Rapallo si vanno a vedere i Subsonica.