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centotre-e-tre n.6 – Pico de gallo

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer

La settimana scorsa eravamo in Canada, più o meno: stavamo a casa di Neil Young che vive negli Stati Uniti, ma è nato a Toronto, e attraverso la sua Cortez The Killer siamo arrivati in Messico.

La mia conoscenza di questo paese si articola in tre fasi temporali:

1 – La fase adolescenziale:
il Messico è un paese lontano dove vive un topo velocissimo che ripete in continuazione Arriba Arriba, ci sono i fagioli salterini, ma sono come le scimmie di mare, non ne ho mai visto uno, e il resto dei messicani è composto da tizi con la faccia tonda e i baffetti che passano la giornata dormendo contro i muri;

una roba così, tipo.

una roba così, tipo.

2 – La fase giovanile:
il Messico è un paese che si trova al di là dell’Oceano Atlantico, popolato da loschi individui che hanno ammazzato Davy Crockett e sono stati ridicolizzati da Zorro. Una volta ci abitavano altri popoli che si chiamavano olmechi che hanno costruito le piramidi, ma invece che farle lisce ci hanno fatto i gradoni, e poi hanno costruito delle grosse teste di pietra che sembrano quelle degli astronauti;

Ha la barba spaziata!

Ha la barba spaziata!

3 – La fase adulta:
intanto Zorro era californiano e combatteva contro gli spagnoli, e poi il Messico è quel paese che confina con gli Stati Uniti, dove si celebra il Dia de los Muertos, che è una festa allegrissima dove si va a mangiare nei cimiteri e si appendono dappertutto scheletri decorati. Poi in Messico c’è nata Frida Kahlo, e soprattutto si mangia della roba troppobbuona che quando vado da Mamacita’s me ne faccio delle carrettate.

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Ingredienti per ottenere un Pablo felice.

Questa settimana vado alla scoperta di un aspetto ancora inesplorato: la musica.
Che cosa si ascolta in Messico? Il mio primo contatto con un gruppo di quelle parti risale al 1993, in quel periodo che ha avuto un’importanza cruciale nella mia formazione musicale (sono più o meno gli stessi anni di Radio Studio 93, di cui parlavo la settimana scorsa): una sera un amico mi mostra la copertina di un cidi dei Brujeria dove si vede una mano che tiene per i capelli una testa decapitata. Ho dedotto che il genere non faceva per me e ho cominciato ad ascoltare Roberto Vecchioni, tenendomi alla larga dalla musica messicana per i successivi dieci anni.

Sono il film su Frida Kahlo e la sua colonna sonora che mi riavvicinano a quel mondo, ma non sono ancora convinto: l’impressione è che buona parte della produzione locale somigli tantissimo alla roba che qui ci propinano alla “Sagra del dolce casalingo e della trippa cucinati nella stessa pentola per fare prima”.

Ci vogliono questa rubrica, e soprattutto le influenze della mia fidanzata innamorata del centroamerica, per farmi decidere che qualcuno che valga la pena ascoltare c’è. Eccome se c’è, ma di Lei parlerò un’altra volta, tanto col Messico non me la sbrigo in una puntata e ciao.

Flashback.
Nel 1998 studiavo sax tenore presso il Circolo Musicale Risorgimento di Genova Sampierdarena, e mi pagavo le lezioni partecipando ai servizi in cui la banda era richiesta. Alla fine il sax non ho mica imparato a suonarlo, che la musica richiede una dedizione che io proprio no, però mi sono fatto una cultura sul funzionamento delle processioni religiose e dei loro riti interni, che sono una roba oscura, comprensibile solo dagli adepti, un po’ come le primarie del PD, ma con molto più Tabacci.

Quando ci suonavo io tutte queste donne non c'erano.

Quando ci suonavo io tutte queste donne non c’erano.

La musica richiesta durante una funzione di quel genere dev’essere lenta, per accompagnare il passo sofferente delle vecchiette e dei portatori di cristi, e poi dev’essere tristissima, che il biscione di gente non è mica preceduto da Nostro Signore Sui Pattini A Rotelle E Il Walkman, si sta seguendo uno inchiodato a una croce, vorrai adeguarti?

E poi dev’essere suonata malissimo.
No, quella credo fosse una prerogativa della nostra banda.

Poi c’è il prete, che è quasi sempre un signore bassetto, anziano e pelato con un forte accento meridionale, che scandisce le preghiere che tutti conosciamo con un tono interrogativo, che ti fa vacillare le tue certezze nella divinità.

Perché come puoi restare saldo sulle tue convinzioni quando è lo stesso ministro di Dio a chiedersi “Sia santificato il tuo nome?”, “Sia fatta la tua volontà?”?
Saranno domande trabocchetto, pensi. Che si sa, in processione si infilano degli elementi sediziosi il cui scopo è trasformare una manifestazione pacifica in un’occasione di scontro, e con questi interrogativi li trascini allo scoperto.

Non c’è niente di più pericoloso di una processione che finisce in merda per colpa di questi istigatori, che quando passano davanti alle sedi del PCI si mettono a scomunicare a destra e a sinistra (ovviamente più a sinistra che a destra) e a tirare santini. Poi c’è sempre quello che li giustifica, dicendo che non è vero, erano marxisti-leninisti infiltrati, che lui era in corteo insieme ai focolarini e hanno tutti rispettato la regola del “non accettare provocazioni, porgi l’altra guancia”, anche se si vedeva che morivano dalla voglia di menare le mani, che agnello si, ma pecora col cazzo.

Insomma, i parroci li adottano questi stratagemmi per vedere se in processione ci sono dei pocofedeli, e funziona, devo dire che è fin troppo efficace.

Io per esempio su “Rimetti a noi i nostri debiti?” mi sono sconvolto, ho mollato il Circolo Risorgimento e mi sono buttato sulla politica, che almeno ti fanno le pippe solo da vivo.

L’affetto verso le bande, però, non si è affievolito, ed è per questo che ho rimandato il pezzo sulla mia cantante messicana preferita a un altro momento, e ho preferito farvi ascoltare la Banda El Recodo.

La settimana prossima stiamo ancora in Messico, che questo discorso delle bande mi porta a raccontare di un particolare genere musicale messicano che mi permetterà di proseguire la catena.

A mercoledì!


centotre-e-tre n.5

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning

Eccoci pronti a una nuova tappa del viaggio con la radio in valigia. L’avete lette quelle due righe che ho scritto qualche giorno fa dove dicevo che insomma sarebbe meglio che le leggeste perché non ho nessuna intenzione di riassumerle? Fatemi sapere cosa ne pensate, che c’è molta carne al fuoco, come dicono gli allevatori guardando la stalla distrutta da un incendio.

Questa settimana restiamo in Canada, e restiamo nell’ambito Musicisti che fanno anche altre cose, perché non si può non parlare del re dei tuttofare, lo scienziato pazzo della musica canadese, Neil Young, detto anche “One of you fuckin’ guys comes near me and I’m gonna fuckin’ hit you with my guitar”.

Lui e Joni Mitchell sono legati, oltre che da un’antica amicizia e dall’essersi detti delle cose attraverso le canzoni, anche dall’aver contratto lo stesso ceppo di poliomielite nel 1951. e come facevo a non collegarli?

Joni Mitchell insieme al papà de La Casa Nella Prateria.

Io Neil Young lo conoscevo pochissimo fino a qualche anno fa. Ai tempi gloriosi delle radio libere (siigh!), quando con un gruppo di disperati tenevamo in vita Radio Studio 93, mi era capitato fra le mani l’allora nuovo Harvest Moon, di cui conoscevo il singolo per averlo visto sull’altra grande novità di quei tempi: Mtv.

Non so se fra voi lettori ci sono anche dei ventenni, ma nel caso credo di dover spiegare di che si tratta. Vent’anni fa in Italia alcune reti private iniziarono a trasmettere il segnale della giovane Mtv Europe per alcune ore ogni giorno, permettendo a noi pischelli che abitavamo in posti dove non si prendeva Videomusic di godere finalmente della visione dei videoclips dei nostri gruppi preferiti.

Fu una rivoluzione, e lo fu anche per quelli che se la tiravano da Io guardo videomusic tutti i giorni, perché Mtv era davvero qualcosa di nuovo. Innanzitutto trasmetteva da Londra, quindi i conduttori parlavano solo inglese, e in quegli anni era l’unico assaggio concreto di Unione Europea che potevamo permetterci senza fare l’interrail; e poi l’impatto visivo era straordinariamente diverso da quanto visto fino ad allora, ti catturava con la sua energia, vinceva a mani basse su qualunque produzione locale. Poi vabbè, c’era la musica. Lo so che a questo punto i miei lettori più giovani mi prenderanno per cretino, ma dovete credermi, una volta Mtv trasmetteva solamente musica: videoclip, documentari, telegiornali riguardanti la musica, trasmissioni dedicate ai vari generi, quella ficata incredibile che era Mtv Unplugged, e Beavis & Butthead, che era un cartone animato, ma comunque parlava di due ragazzetti impallati con l’heavy metal.

Steve Blame, Ray Cokes, Rebecca De Ruvo erano gli animatori dei pomeriggi doposcuola (actually, Ray Cokes andava in onda la sera, ma il concetto è quello), e il fatto che capissi una parola su cinque me li rendeva più simpatici dei loro omologhi attuali, anche se magari dicevano delle castronerie inimmaginabili.

Presentatori impresentabili

Neil Young cominciai ad ascoltarlo allora, quando dopo l’ultimo video degli Edelweiss si ritornava ad atmosfere più morbide, e un uomo che spazzava il porticato sotto la luna dava il tempo al singolo più recente dell’artista canadese.

Della sua produzione artistica non racconto niente, è sconfinata e se non vi interessa il genere diventa anche noiosa, e poi se volevo scrivere una roba uguale a wikipedia mettevo al posto del titolo un banner con Jimmy Wales che vi domanda dei soldi.

Quello che interessa a me è l’altro Neil Young, quello che non suona.

Ce ne sono diversi Neil Young che non suonano, uno è un attivista politico, uno accudisce il figlio, ma il migliore di tutti resta il Neil Young inventore.

Credo di non essere l’unico che da piccolo si metteva più comodo in poltrona quando, sfogliando l’ultimo Topolino, vedeva Paperino prendere la strada verso il laboratorio di Archimede Pitagorico.

“Ora ne vedremo delle belle”, pensavamo, mentre ci tornavano in mente i fantastici frutti dell’ingegno del nostro scienziato preferito: il paracadute ascensionale, le car-can, il lapis bicolore che da una parte taglia i metalli e dall’altra li salda.

Insomma, le invenzioni in casa mia erano di casa, anche se poi non riuscivo mai a rimontarla, quella sveglia, e ci toccava comprarne una nuova; capirete che non potevo non appassionarmi al vecchio canadese (quello senza gli artigli), che spende un pacco di soldi per convertire in auto ibrida (elettrica/biodiesel) la sua vecchia Lincoln e la battezza Lincvolt, si lancia in una campagna a favore del bio-carburante e si fa tutta una tournèe alimentando i suoi camion con l’olio vegetale.

Poi vabbè, ad un certo punto la Lincvolt è andata a fuoco e gli ha bruciato un magazzino pieno di roba costosa, ma pare che non fosse dovuto a errori di fabbricazione.

Una macchina che va a Neil Young? Corro subito a comprarla!

L’ultimo progetto dell’Emmett Brown di Toronto si chiama Pono, uscirà l’anno prossimo e dovrebbe rivoluzionare il mercato della musica digitale.

Da quanto ho capito si tratta di un nuovo formato audio che garantirebbe una qualità che a confronto l’mp3 è uno di quei peti silenziosi, ma letali, tanto che le principali case discografiche si sono dette disponibili a riconvertire il proprio intero catalogo. Staremo a vedere, a me Neil Young piace un casino, ma se mi brucia la casa mentre ascolto l’ultimo disco di Capossela vado a cercarlo col badile.

La canzone che andiamo ad ascoltare si chiama Cortez The Killer, e ci racconta del massacro degli aztechi da parte dei soldati spagnoli, anche se girano parecchie interpretazioni più personali, e lo stesso Young, intervistato a riguardo, ha dichiarato “Ma non mi rompete il cazzo stronzi”, o qualcosa del genere.

Prima di chiudere credo di dovervi spiegare la frase in inglese all’inizio del post:
risale al festival di Woodstock, nel 1969, quando Young si esibì insieme a Crosby, Stills & Nash; ai cameramen che cercavano di filmarlo durante l’esibizione si rivolse col tono affettuoso che da sempre lo ha contraddistinto, minacciandoli di picchiarli con la chitarra.

Neil Young e Grumpy Cat sono parenti? Noi di Voyager crediamo di si.

Il mio eroe.