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and through foggy London town the sun was shining everywhere (4)

Baker Street
Al 221B c’è il museo di Sherlock Holmes, una volgare trappola per turisti piena di non voglio neanche sapere che cosa sul tema “brillanti investigatori con la pipa”, perciò va da sé che il telefilm con Martin Freeman è girato in un altro posto che non è il 221B e non è neanche Baker Street.

Io ci capito giusto perché al numero accanto hanno aperto il Beatles Store e la mia fidanzata DEVE andarci, e quando dico DEVE interpretatelo come uno di quei dogmi su cui si basa l’universo, tipo “l’uomo DEVE respirare per vivere” o “Pablo non DEVE lavare i piatti sennò li rompe”.

Il Beatles Store è completamente diverso dal museo di Sherlock Holmes, questo infatti è una volgare trappola per turisti piena di cose che ho visto con i miei occhi sul tema Beatles: ci sono le tazze, le magliette, le mutande, i magneti da frigo, i portachiavi, le cravatte, gli orologi, le cartoline.. Avete presente quei negozi di cianfrusaglie per turisti dove vostra madre compra i regali per vostra zia? Ecco, sostituite lo Union Jack con la copertina di Yellow Submarine e vi sarete fatti un’idea parecchio precisa di cosa vendono lì dentro.

Di fronte al Beatles Store, incoraggiati dal teorema di Barnum e dallo share di trasmissioni come Il Grande Fratello, gli stessi proprietari del Beatles Store hanno aperto un negozio dedicato ai miti del rock’n’roll. Inutile che vi dica cosa contiene, sono sicuro che lo immaginate benissimo da soli.

Abbey Road
E dopo il Beatles Store ti pare che ci facciamo mancare la visita alle strisce pedonali più famose del pianeta?

A Abbey Road si trovano gli Abbey Road Studios, dove i Beatles incisero quasi tutti i loro dischi; di fronte agli studi di registrazione c’è l’attraversamento pedonale che fa da copertina a Abbey Road, quello dove ci sono loro quattro che attraversano e Paul McCartney è scalzo. Tutti i giorni da allora milioni di persone calpestano quelle strisce avanti e indietro, si fermano in mezzo e si fanno la foto (generalmente scalzi perché fa più Beatles), alimentando l’odio profondo degli automobilisti che sono costretti a passare di lì. Immaginate di dover passare in macchina davanti a una scuola per andare a lavorare, e tutte le mattine prima delle otto si formi una coda a causa degli studenti che arrivano dal marciapiede di fronte. È un bel fastidio, ma di breve durata, no? Ora immaginate che la scuola sia aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, e che invece di un migliaio di studenti ne contenga sessanta milioni, e che in qualunque momento della giornata voi passiate di lì ce ne siano una decina in mezzo alla strada che vi obbligano a fermarvi, ma che quando siete fermi non attraversino, stiano lì a pensarci su, facciano due passi e poi tornino indietro, o si arrestino a metà.

L’attraversamento di Abbey Road mi ha fatto ricredere sulla proverbiale pazienza degli inglesi.

Hampstead
Da Abbey Road avremmo dovuto tornare indietro per arrivare a Highgate in metropolitana, ma essendo più o meno alla stessa altezza dal centro decidiamo di prendere un autobus e proseguire nella stessa direzione. Finiamo così a Hampstead, un paese che con Londra ha pochissimo in comune, pur essendo così vicino da avere una sua fermata della metropolitana.

Tutti gli edifici sono costruiti in mattoni rossi, c’è pochissimo traffico, una sensazione di quiete che se ad un certo punto incontrassi Biff Tannen e la sua banda di scagnozzi non ci troveresti niente di strano, salvo che loro stavano in America, ma cosa ne sai che ad un certo punto non siano andati a farsi le ferie nel vecchio continente, in fondo Ritorno Al Futuro ti mostra solo un periodo molto breve della storia di Hill Valley, magari a telecamere spente il bullo della scuola ha preso e se n’è venuto in Europa ed è stato anche in Italia, e si è fatto fotografare di sera a Venezia mentre piscia su una gondola. Comunque Hampstead sembra avere degli affitti piuttosto cari, ho fatto una ricerca, e peccato perché gironzolando per le stradine silenziose abbiamo anche trovato una casetta col giardino scammurriato che avrebbe fatto proprio al caso nostro. E pazienza, vorrà dire che quando sarò in pensione me ne andrò a svernare in Portogallo.

The Horseshoe
28, Heath Street
All’ora di pranzo cerchiamo un locale nei paraggi e ci infiliamo in questo ristorante arioso, che si vanta di cucinare la carne migliore di quella regione che non mi ricordo quale sia, ma che pare faccia della carne buonissima, tipo che non ne hai mai mangiata di più buona. Io nel dubbio prendo un’insalata. Marzia invece si fida e al primo morso la vedo che comincia a mugolare in un modo che in tanti anni di vita insieme non l’ho mai vista, e infatti ci resto anche un po’ male, poi mi fa assaggiare un pezzetto di hamburger e cacchio, è veramente buonissimo. Vabbè, la prossima volta che vengo a Londra devo tornare in questo posto e ordinare una bistecca. Cominciano ad essere tante le cose da fare la prossima volta che vengo a Londra, mi sa che dovrò venire una volta apposta solo per farle tutte.

 

Hampstead Heath / Parliament Hill
Secondo la Santa Lonely Planet questo parco gigantesco è un ritrovo per coppie omosessuali. Lo diceva anche di una zona di Central Park. Lo dice di tutti i parchi cittadini dall’aspetto più selvatico, si vede che la vegetazione incolta libera dalle inibizioni, oppure gli autori delle guide sono dei frustrati visionari, vai a sapere.

Che siate in cerca di emozioni o no questo parco merita una visita, anche perché da qualche parte lì in mezzo dev’esserci la grossa villa in cui è stato girata una scena di Notting Hill, e potrete togliervi lo sfizio di gironzolare in crinolina e ombrellino parasole, sentendovi come in un libro di Henry James. Se non trovate la villa non fa niente, potete sempre ripiegare sulla visibilissima Parliament Hill, che è una specie di sfondo del desktop di Windows senza le icone ma con un paio di panchine. Dalla vetta la vista della città è notevole, ma tira un vento che se aprite la giacca a mò di vela potete tornare in centro senza prendere la metro. Mary Poppins faceva così, poi le è stata affibbiata la nomea di strega e sono nate un sacco di leggende terribili sul suo conto, tipo che dava i bambini in pasto allo spazzacamino mannaro, ma all’inizio era solo un’incauta signora di Hampstead che ha aperto l’ombrello nel posto sbagliato.

Highgate
Il cimitero di Highgate è una delle cose più fighe che si possano vedere in fatto di cimiteri. L’idea che hai appena attraversato il cancello è di trovarti in mezzo alla foresta amazzonica e di avere scoperto i resti di un’antica città. È il giardino inglese, bellezza: prendi un terreno incolto, togli le spine, mettici delle panchine, dimenticatene per dieci anni.

Dentro il cimitero di Highgate si possono incontrare celebrità che non ci crederesti, come Douglas Adams, l’autore della Guida Galattica Per Autostoppisti, o Alexander Litvinenko, l’agente segreto russo al centro dell’intrigo internazionale che tenne banco nel nostro Paese qualche anno fa.

(Piccola divagazione: perché le spie hanno sempre nomi evocativi come James Bond e Tara Chace, e a noi tocca invece Mario Scaramella?)

La nostra visita al cimitero non riguarda nessuna di queste celebrità, noi vogliamo andare a commemorare Karl Marx. Perché, a dire il vero, non lo so, io l’unico Marx che conosco ha i baffi e fa l’assistente di Dylan Dog, ma la mia fidanzata ci tiene e non mi costa niente farla contenta.

Il cimitero però non collabora, e dopo una lunga scarpinata attraverso Parliament Hill e il parco di Hampstead si fa trovare chiuso. Ma tipo sprangato. Che non c’è neanche un morto, neanche quelli da poco, al posto del cimitero ci hanno tirato su un condominio bruttissimo che quando ci passi vicino emette il tipico verso del drogato da giardinetti. Si vede che non è orario di apertura, stiamo un po’ a ciondolare intorno al cancello del cimitero per vedere se si apre e poi ce ne andiamo tristi come due che ci hanno lasciato dentro un parente giusto ieri.

Magari poi a provare dall’entrata superiore si trovava anche aperto, ma la gita nel parco comincia a farsi sentire, e la differenza fra noi e quelli che stanno dentro è ancora troppa per azzerarla con altri inutili sforzi. Pigliamo un autobus e andiamo a Camden Town.

Camden Town
Come ho già scritto riguardo a Portobello Road, anche Camden Town è un bel cesso di posto, pieno di negozi che ti vendono sempre lo stesso ciarpame e di italiani dall’accento fastidioso che strepitano davanti alle vetrine, però rispetto al suo predecessore è parecchio colorato, molto più esteso e offre una discreta selezione di cibi esotici. Però resta una merda. E anche i cibi esotici, dai, roba da festa dell’unità, ma con in più le cuoche cinesi che ti allungano pezzi di involtino primavera strillandoti dietro che devi assaggiare assaggiare tutto buono prova prova, che dopo la quarta vorresti infilarle la testa nella friggitrice.

Una volta mi divertivo ad andare da Cyberdog, che è un negozio di abbigliamento per discotecari in acido, ma in dodici anni da che l’ho scoperto non ha mai cambiato una vetrina. Si è spostato in un negozio più grande, ma la roba che vende è sempre la stessa di quando ci sono entrato la prima volta, che due palle.


e al dio degli inglesi non credere mai..

Leaving home ain’t easy
Se fosse stato per me prenotavo l’albergo la sera prima e mi facevo la borsa la mattina, ma ho una fidanzata che non si fida della mia memoria, e non vuole rischiare di perdere questa ghiotta occasione di tenermi fuori dai piedi per due giorni di fila, perciò mi trovo la mattina di sabato 8 settembre 2007 a non avere niente da fare, solo aspettare l’ora di uscire di casa per recarmi a Londra, Inghilterra, ad assistere al concerto dei Police, proprio quei Police là, quelli di Donstensoclostumì, e Solonli, e Messegginebàttol.

Mi sembra che trenta canzoni siano poche per un viaggio così importante, e decido di buttarne nel tuttofonino altrettante.

Alla fine devo correre come un disperato per arrivare ad Arquata in tempo per il treno, ma ce la faccio, e alle dieciemmezza, Beatles nelle orecchie, scendo le scale di Milano Centrale, diretto con piglio deciso alla Borsa Del Fumetto, dove intendo trascorrere un’oretta buona a scroccare fumetti.

È più forte di me, se so che c’è una fumetteria nei paraggi ci devo entrare, anche per non comprare niente, non so, forse sono attratto dall’odore della carta.

Quando esco l’ora è passata in fretta, ma non mi sono limitato a scroccare, la borsa si è appesantita parecchio, e ora ho un sacco di cose da leggere in volo. Posso partire davvero.

Prima però il pranzo, si è fatta l’ora, e non intendo restare a stomaco vuoto fino all’arrivo oltremanica. Trovo un kebabbaro indiano pizzaiolo a tempo perso che per una cifra ragionevole mi prepara un kebab fra i più buoni che mi siano capitati. Lo prendo in piatto, così posso starmene seduto fra gli aromi speziati che impregnano le pareti a leggermi l’ultimo Ratman, e poi via, bus navetta per Linate.


Fly me to the Moon
L’ultima volta che ho preso un aereo mi sono trovato a passare ore e ore di noia nella sala d’attesa pubblica di un aeroporto, solo per scoprire, una volta varcato il cancello dell’imbarco, che al di là esiste un’immensa zona franca piena di prodotti detassati che aspettano solo che tu ci metta le mani.

Stavolta non intendo ripetere l’errore, e appena posso mi infilo nella zona franca.

Non c’è un cazzo! Solo file di poltroncine e negozi di profumi, neanche l’ombra di un negozio di elettronica, videogiochi, tuttalpiù sesso mercenario. E io ci devo passare altre due ore! Come farò?

Finisco di leggermi Martha Washington Salva Il Mondo e faccio un giro.

Quello laggiù in fondo che si staglia nella solitudine di una sala d’attesa come un monolite nero fra le rocce cos’è? Ma è una postazione internet! Posso scrivere due cazzate sul mio blog per ingannare l’attesa!

Schiaccio due bottoni e una voce femmiline difficilmente italiana mi chiede di pagare e proseguire. Infilo fiducioso un euro, e non succede niente, solo la stessa voce di prima mi ripete di pagare e proseguire. Smanaccio un po’, cerco di aprire il cassettino delle monete, prendo e riaggancio la cornetta, schiaccio esasperatamente il tasto eject, ma la voce sempre uguale della signorina di prima mi chiede di pagare e proseguire. Pagare ho pagato, e mi hai inculato, brutta bagascia! Allora proseguo, maledicendo le macchinette degli aeroporti e chi ce le ha messe.

Ci chiamano all’aereo, arriva il camioncino che ci farà percorrere venti metri fino alla pista, ma della signorina che dovrebbe aprirci le porte nessuna traccia. Alla fine arriva anche lei, trafelata, e si incazza con una collega che le ha chiesto dove fosse finita. Saliamo sul salsiccione alato, e sono dal finestrino come avevo chiesto, ma sopra l’ala, puttanazza eva!

Meno male che ho mangiato prima di partire, perché il tramezzino stitico che mi offre Alitalia basta appena a grattarmi lo stomaco.


London Calling

Che bello arrivare a Londra, immergersi in quella cultura così diversa dalla nostra, stupirsi come ogni volta di tutta la gente in fila indiana, di quante razze
convivano serenamente ignorandosi, di quanto cazzo costa il biglietto della Tube! 4 paunz! Neanche mi portassero in centro in braccio!

Meglio 4 paunz di tuba che 16 di Heathrow-Express-fiftìn-minuz-tu-de-senter-ov-de-siti!

E poi io scendo a Paddington, non ci metterò mica un’ora.

Ci metto quaranta minuti, e quando esco alla luce del sole,high street kensington o di quel surrogato di astro che cerca di illuminare quella fetta di mondo, riconosco il quartiere in cui abitavo, ed è un’emozione. Ancora più grande la provo ad aprire la porta del piccolo b&b dove lavoravo/abitavo, e appena annuso l’odore di moquette, tappezzeria e legno così familiare mi riaffiorano di colpo tutti i ricordi, e mi chiedo “Ma che cazzo ci sono venuto a fare in questa topaia?”.

Vabbè, oramai è tardi per recriminare, sono dentro. Alla reception mi accoglie Maria, la proprietaria, una signora coreana molto socievole, che mi fa un sacco di feste (per quante feste possa fare una coreana naturalizzata inglese, più o meno quante ne farebbe un gatto siamese incrociato con una faina) e mi chiede come me la passo.

In cinque minuti, terminate le cortesie di rito, svesto i panni dell’ex dipendente per indossare quelli del cliente, e mi liquida. Meglio.

Il mio compagno di viaggio, Israillo, è già arrivato da Gerusalemme, è stravolto, e mi viene incontro in strada, in una perfetta citazione dell’Alba Dei Morti Viventi.

Vabbè, ma non c’è tempo per svenire, Londra ci aspetta!


Saturday Night’s Alright For Fighting
Abbiamo appuntamento con Matteo e Katia a Piccadilly. Sono con degli amici che hanno proposto di andare a vedere la partita Italia-Francia in un pub. Sepoffà, e poi nei pub si mangia anche, mi immagino seduto a un tavolo con una birra e un piatto di quelle porcherie strafritte a cantare poopoppoppoppoppoopooo insieme a connazionali ubriachi.

Guido il mio amico Inglesillo attraverso le linee della Tuba con una sicurezza che non ci si aspetterebbe dopo tanti anni che non frequento più questa città, ma cosa vuoi farci, certe cose ti entrano nel sangue, non te le scordi più, e in men che non si dica ci troviamo sotto uno svincolo a Edgware Road, a trecento metri da dove eravamo partiti, in mezzo alla miglior teppaglia che la città sappia generare. Semplice distrazione, dico, e riprendiamo la strada giusta, arrivando con solo un quarto d’ora di ritardo sotto la statua dell’Eros.

Gli altri ovviamente sono già lì, Katia si è mimetizzata da inglese e col cappottino sembra uscita da un film dei Beatles; Matteo ha scelto anche lui di ispirarsi a una pellicola britannica, ma ha cannato completamente e ricorda Austin Powers.

Il locale lo conoscono gli amici locali, ma quando ci arriviamo scopro di conoscerlo anch’io, quando stavo a Londra era quello che evitavo come la peste, lo Sports Cafè.

È come un pub, ma pieno di schermi sintonizzati sui maggiori avvenimenti sportivi della giornata. In giro per i due piani puoi trovare delle McLaren che allora stavano in vetrina, ma quella sera è impossibile vederle, il pub è stracolmo di italiani, e ovviamente di francesi. Il volume è altissimo, al piano di sopra prendiamo una birrona ciascuno e assistiamo all’inizio della partita.

L’Italia gioca male, la Francia forse peggio, l’incontro è di una noia mortale, l’unica nota interessante è la rivalità fra tifoserie, che si combatte a cori “Allez la France” e “Fratelli D’Italia Poopoppoppoppoppoopooo”. Magari non finisce neanche a coltellate, d’altronde è solo un’amichevole. Io comunque ci metto il mio impegno a rompere le palle al gruppo in mezzo al quale mi trovo, ma evidentemente nessuno capisce una parola di quel che dico, o sono troppo superiori per ribattere.

La fame ha il sopravvento, andiamo a mangiare all’Aberdeen Angus Steakhouse, dove prendo un’enorme T-Bone Bistecc, che di veramente enorme ha il prezzo, ma vaffanculo, una volta tanto me la godo. E poi la bisteccona non è male, sono le patatine fritte che hanno visto tempi migliori.

Dopo la cena il gruppo si ricompatta e andiamo in una vineria. Anche qui mi rendo conto di come i prezzi in città siano del tutto fuori scala rispetto alle altre capitali europee.

Poi Narcolessillo non mi ce la fa più, e anch’io sono piuttosto provato, e ci congediamo. L’indomani ci aspetta una giornatona intensa.


Market Square Hero
La maledetta T-Bone del ristorante mi galoppa nello stomaco tutta la notte, riempiendomi i sogni di bisonti imbizzarriti, tanto che alle otto e mezza, pur avendo dormito poco e camminato tanto, sono già sveglio. Il mio collega Influenzillo sta peggio di me, per una rinite che lo affligge da quando cercò di attraversare a nuoto lo Stretto di Bering per sfuggire a un matrimonio con una kamchatkese, e dopo dieci minuti siamo già alla caffetteria dell’hotel per un’abbondante colazione a base di niente col pane. Da quando sono andato via io le colazioni le prepara il signor Chris, un greco simpaticissimo che appena mi vede mi parla del “Signor Prodi”. Quando lavoravo lì mi chiedeva del “Signor Papa”, come se fossimo stati parenti. Ah, le risate che mi facevo con Chris quando lavoravo in quell’albergo!

Per evitare di ridere troppo salutiamo alla svelta e decidiamo di fare colazione altrove, ma Matteo fa sentire il suo richiamo, e ci ricorda che in tarda mattinata andranno a visitare la Tate Gallery.

D’altra parte Scialacquillo mi aveva proposto di passare la domenica pre-concerto a Camden, per comprare qualche cazzata da portare a casa.

La scelta è fra una giornata spesa ad ammirare capolavori e una in un merdoso pulciaio colorato a scansare orde di punkabbestia. Qualche anno fa avremmo avuto dei dubbi, ma crescendo impari a scegliere con saggezza, e non ti fai più guidare dall’istinto.

Allora, a Camden mi sono comprato un cappellino in sostituzione di quello vecchio che ho perso chissà dove, un cartello da appendere alle nuove Cappe e un vecchio lp per il Subcomandante, ho pranzato in un pub sulla strada principale evitando le offerte dei vari cinesi da bancarella, non mi sono comprato nessuna delle magliette da alien(at)o in vendita da Cyberdog, né quelle fluorescenti, né (ahimè) quelle col led lampeggiante e le scritte appiccicati davanti.

Non solo, sono riuscito a infilarmi in una fumetteria aperta e a non comprarmi niente, ho evitato al mio amico Disgustillo di comprarsi dei sottobicchieri in resina veramente atroci, ho resistito di fronte alla maglietta della squadra di football del West Ham, e di fronte a quella fighissima dell’omino seduto sul cesso con le cuffiette nelle orecchie e la scritta I Pooed.

C’è però mancato poco che mi comprassi la t-shirt “Nobody knows I’m a lesbian”.


Sound Of Silence
Verso le due il mio amico Ansietillo comincia a sentirsi il macaco da concerto arrampicarglisi addosso, e preme perché si torni indietro. Molliamo lì tutte le belle cose che c’eravamo ripromessi di prendere al secondo giro e torniamo in albergo a posare la paccottiglia/prendere i biglietti.

Un Tubista (cioè colui che lavora nella Tube) ci consiglia di andare a prendere il treno per Twickenham alla stazione di Waterloo, e così facciamo. Non sono mai stato su un treno inglese, l’unica cosa che ricordo di essi è che tendevano a schiantarsi prima della stazione di Paddington, causando un fracco di morti, minimizzati poi dalla stampa e dal governo.

Partiamo puntuali, ma come aspettarsi qualcosa di diverso da un treno inglese? battersea power stationQuando transitiamo dietro il London Eye, che vediamo sbucare dai tetti laggiù in fondo, faccio un rapido calcolo e mi metto a esclamare “Battersea! Battersea!”. Il mio amico Sorpresillo non capisce di che parlo, ma appena riconosce le quattro ciminiere dell’enorme struttura industriale adagiata sulla riva del Tamigi comincia a gridare anche lui “Enimols! Enimols!”. Eh già, è l’edificio che compare nella copertina di Animals, Pink Floyd. Un ottimo aperitivo prima del concerto di un altro gruppone storico.

La via più breve fra due punti, si sa, è una linea retta, tranne sulla linea ferroviaria che unisce Londra a Twickenham, dove per arrivare a destinazione facciamo un largo giro e finiamo per prenderla da dietro. Si vede che il macchinista non aveva avvisato il capostazione del suo arrivo, e vuole fargli una sorpresa. Nel frattempo dal finestrino passano scorci di cultura british, casette basse, campi da rugby, partite di cricket. Non vediamo nessun bidè, anche questo tipico di chi arriva in Inghilterra.

Dalla stazione al concerto viviamo sulla nostra pelle l’organizzazione rigorosa di questo straordinario popolo di beoni: ci saranno duemila persone che procedono ordinate sul marciapiede verso lo stadio, e all’arrivo neanche una transenna, solo tre individui tre che a gesti invitano a disporsi sulla sinistra, cosa che tutti fanno senza fiatare. In un attimo siamo dentro, nessun controllo, neanche una piccola perquisizione. Le norme antiterrorismo vigono solo per chi arriva all’aeroporto, una volta in territorio britannico sei libero di fare un po’ il cazzo che vuoi.

Fanclebbillo si butta secco sul banchetto del merchandise, e prima che io possa dire Taumatawhakatangihangakoauauotamateapokaiwhenuakitanatahu si è già comprato la maglietta, il cappellino, il body per la bimba, la canottiera per la moglie, le pantofole di lana per la nonna, il catetere per il nonno, il guinzaglio estensibile per il cane, la ruota per il criceto, il magnete per il frigo, lo spinterogeno per la macchina, l’allungapene a manovella per un non meglio identificato “collega”, ma dagli sguardi imbarazzati qualche dubbio mi e venuto.

Io mi limito alla maglietta, che da sola costa quanto ho pagato il biglietto per Capossela l’anno scorso, ma tanto Capossela chissà quando ci torna a Genova..

dentroMatteo e Katia ci raggiungono davanti allo stand degli hotdog chilometrici. Me ne compro uno, sa di castagne, ma sempre meglio di quelli che vendono all’Ikea, che hanno il sapore di cera e per infilarli nel panino ce li devi avvitare.

Sotto le gradinate c’è tanto spazio come in un posteggio, centinaia di donne in fila indiana ne coprono del tutto la superficie, facendo un trenino lunghissimo che non serve a ballare la samba, ma a fare la coda per andare in bagno. Ringrazio ancora una volta di non essere nato donna, e mi servo dei cessi per uomini, dove la coda non esiste.

Ancora una volta la disciplina inglese mi lascia senza parole. I bagni sono puliti, i rotoli di carta per asciugarsi le mani sono pieni e al loro posto, e sui lavandini ci sono addirittura le saponette!!


The Greatest Band You’ve Never Heard Of
Il concerto comincia alle 20.15, come da programma, e tutti assistono seduti come se fosse un’opera lirica. Gli unici in piedi sono quelli che alla seconda canzone sciamano per andare a prendersi una birra, e gli irriducibili che si alzano stando al proprio posto. Anche sul prato hanno disposto delle sedie, e neanche su tutta la superficie, ci sono ampi spazi vuoti ai lati, non so se per ragioni di sicurezza o perché coi prezzi così alti non contavano di riempire lo stadio. Quelli che ci sono sono tutti comunque pieni, e se provi a cambiare posto scoppia la rivoluzione. Durante una canzone io e il mio amico Ballerillo andiamo verso il palco saltellando, e veniamo respinti con decisione da un anziano guardiano.

Non dura tanto, nonostante eseguano una ventina di canzoni, sarà che tranne Roxanne che la tirano all’esasperazione le altre sono tutte molto brevi. Sono bravissimi, sono maturati parecchio e si sente. Andy Summers da solo suona per tutti gli altri due.

I momenti topici sono stati quando Copeland ha fatto il pazzesco in Can’t Stand Losing You, quando hanno fatto Hole In My Life e Voices Inside My Head, che sono due pezzi che adoro.live

Invisible Sun molto asciutta con l’assolo di chitarra riverberata in mezzo rende parecchio, Walking In Your Footsteps non me l’aspettavo, ma potevo tranquillamente continuare ad aspettare, tanto che durante il pezzo andiamo a prenderci la birra.

Truth Hits Everybody e Next To You sono due splendide occasioni mancate, le interpretano più lente, e senza quel ritmo punk dell’originale non valgono granché.

All’inizio dei bis un mucchio di gente se ne va. Ma come? Hai aspettato venticinque anni per vederli dal vivo e adesso non aspetti neanche la fine del concerto?

Alle undici il concerto è finito, ce ne veniamo via intruppati lungo un viale fino ai pullman navetta, che sono gratuiti e ci portano alla metro, che è gratuita anche lei e ci porta all’hotel, dove ci aspettano addirittura quattro ore di sonno prima della partenza verso casa.


Back In USSR
Dormire quattro ore dopo un concerto e una giornata a camminare mi fa un effettaccio, al risveglio mi sento come Lazzaro un minuto prima di essere resuscitato.

Il mio amico Ansiolillo è in paranoia per il terrore di non riuscire a fare il check in in tempo, siccome la metro è chiusa optiamo per il treno. Vado a fare il biglietto alla macchinetta, e perdo subito 10 paunz. Vabbè che non me ne volevo riportare a casa, ma buttarli così mi fa proprio incazzare. Vado all’ufficio reclami aperto tutta la notte e reclamo. La signora dietro il vetro mi fa lasciare l’indirizzo di casa, ma non è che 10 sterle nella cassetta della posta fra una settimana o un mese mi faranno sentire più ricco. Se mi arrivano con tante scuse le appendo alle Cappe, se mi arriva un biglietto omaggio di pari valore per le ferrovie britanniche telefono al ministro dei trasporti e sto al telefono l’equivalente di 10 paunz a insultargli la mamma.

Arriviamo in tempo, ci salutiamo di fronte al suo imbarco e me ne vado in zona franca, sperando di trovarci qualcosa di più che a Linate.

In effetti c’è ogni ben di dio, ignoro il negozio di whisky perché non ho voglia di portarmene una bottiglia in treno fino a casa, ma ci vuole tutta. In compenso al negozio di elettronica trovo una panasonic lumix zoom 10x a un trecento euri, che mi sembra sia parecchio meno del prezzo italiano. Per conferma mi attacco a una postazione internient dove infilo un paund senza che nulla avvenga.

È giusto, un ciclo che si chiude, moneta mangiata di qua, moneta mangiata di là, tutto il mondo è paese, tutte le postazioni internet degli aeroporti fregano i soldi.

Alla fine decido di non comprarmi la macchina fotografica, che ora come ora non me la posso permettere, e giungo a un compromesso acquistando una memory stick più capiente di quella che possedevo.

All’imbarco con me entra un tizio con segretaria che mi ricorda troppo un politico italiano per non provare un moto di repulsione. Cioè, il mio amico Incontrillo all’aeroporto si imbatte in Ivano Fossati e io devo accontentarmi di un maledetto politico? Mai, che ne so, un nobel per la pace..

Cambio subito pensiero, non è bello desiderare di incontrare Gandhi appena prima di imbarcarsi su un aeroplano!

Durante il volo mi offrono lo snack. Data l’esperienza nefasta del tramezzino dell’andata, scelgo la fetta di torta della nonna. Mi va male anche stavolta, non dovrebbero permettere a una vecchietta con l’alzheimer di mettersi a cucinare!

A Linate ho un’altra prova della differenza di cultura fra i due popoli di questo racconto. Per salire sulla navetta che va in stazione bisogna fare a gomitate. Se non sei capace non sali.

Non ho l’indole del lottatore, e dopo che resto giù anche dalla seconda mi arrendo e vado a prendermi un autobus.

Essendo diretto a Genova e l’unico presente oltre al controllore che parla inglese, devo spiegare a due ragazzi estoni come raggiungere la meta del mio viaggio. Li scorto fino in stazione e alla biglietteria, spiego loro quale treno prendere, dove scendere, e me ne vado a mangiare dallo stesso kebabbaro del viaggio di andata.

Una volta a casa tutto è più facile, aspetto il ritorno del Subcomandante e mi addormento, tanto che quando arriva e non trova niente di pronto per cena mi cazzia pesantemente. Però si vede che le sono mancato, infatti mi ricazzia per un’altra cosa che non ricordo, poi ancora perché non ho portato fuori il cane, ma poi mi dà anche una carezzina leggera leggera e se ne va a dormire.

Come sono fortunato ad avere una ragazza così affettuosa, sono proprio contento di non essere scomparso nella metropolitana londinese ed essermi rifatto un’esistenza in un piccolo villaggio del Sussex insieme a una venditrice di cheddar.

Magari la prossima volta..