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una buona scusa

Che poi hanno ragione quelli che dicono che una ferita al braccio provocata da un banale incidente di lavoro non ha il minimo appeal. Quando racconterò come ho fatto a procurarmi quella vistosa cicatrice dovrò essere in grado di fornire una spiegazione più interessante, o il mio interlocutore si annoierà e andrà a parlare con qualcun altro. Certe volte saper mantenere l’attenzione su di sé è fondamentale, riesco a immaginare diversi scenari plausibili in cui tutto il mio futuro potrebbe dipendere da come saprò motivare un taglio all’avambraccio.

  1. Sono a una fiera di fumetti e sono seduto a un tavolo dell’area giochi insieme a un gruppo di fanatici di fantascienza, ci stiamo sfidando a un qualche gioco complicato e sto perdendo. Non ci sarebbe niente di drammatico, senonché per rendere la sfida più interessante ho scommesso una cifra che neanche possiedo, e i miei avversari sono il cacciatore di taglie Boba Fett, il signore dei Sith Darth Vader e un paio di Borg. Decido di giocarmi il jolly, e mi tiro su le maniche. La mostruosa cicatrice fa la sua comparsa, e i malvagi alieni seduti intorno a me la osservano esterrefatti:

    “E come te la sei procurata quella?”, mi chiede Boba Fett.
    “Ah, niente”, minimizzo, “E’ uno scomparto in cui conservo gli attrezzi del mestiere”.
    “Sei forse un cyborg?”, fa lui.
    “Modello T-010, uno dei più antiquati, ma ancora in gamba”, gli rispondo battendomi il petto. I quattro sono affascinati, Darth Vader respira affannosamente attraverso il casco, poi mi chiede se anche io posso viaggiare nel tempo.
    “Si, mi basta spostare le lancette dell’orologio, vedi?” Tiro fuori una cipolla legata alla catenella e sposto le lancette di qualche minuto. “Che ora fai tu?”, gli chiedo.
    “Le quattro e venticinque”
    “Per me invece sono le quattro e ventidue, in questo momento mi trovo in un tempo diverso dal tuo, e posso modificare il corso degli eventi a mio piacimento. Per esempio adesso metto giù questa carta invece di quest’altra che avevo già buttato, e con questa mossa fantascientifica vinco la partita”.
    “Ehi guardate!”, esclamano i Borg in coro, “Le carte ora sono diverse! Può veramente cambiare il corso degli eventi!”
    I miei compagni di tavolo sono rapiti dalle infinite possibilità del mio potere. “Quanto puoi spostarti nel tempo?”, mi chiedono.
    “Purtroppo solo di cinque minuti, sennò perdo il treno”
    “Ti sposti in treno?”, mi chiede Boba Fett.
    “E certo! Tutti i Terminator si spostano coi mezzi, ne hai mai visto uno volante?”, lo rimbrotta Darth Vader, poi si rivolge a me e mi chiede se sono nel loro tempo per uccidere Sarah Connor.
    “Non ho con me armi letali, te l’ho detto che sono un modello antiquato.”
    “E allora nell’astuccio sottopelle cosa ci tieni?”, mi fa Boba Fett, che fra tutti è il meno convinto.
    “Pennarelli. Dato che non posso sparare a Sarah Connor mi limito a vituperarla, scrivo il suo numero di telefono nei cessi, la chiamo vecchia bagascia, cose del genere.”
    “Oooh!”, dicono tutti, e con la vittoria in tasca mi alzo dal tavolo accennando vago alla mia missione, e mi congedo.

  2. Sono sull’autobus e vorrei sedermi, ma tutti i posti sono occupati da studenti di ritorno da scuola e casalinghe e badanti e pensionati e teppe. Il viaggio è lungo, che devo arrivare tipo a Pontedecimo per prendere la corriera e svalicare i Giovi, e sono salito a Messina e c’è sciopero dei treni e l’unico mezzo a disposizione è quello, ed è già da Salerno che sono in piedi e ho pure le scarpe nuove che mi fanno un po’ male.
    Mi avvicino a una signora sui sessanta, che sta leggendo una rivista di gossip. È molto preoccupata dal fatto che il vincitore del grandefratello rischi di rompere con la sua fidanzata gelosa di averlo visto inchiappettarsi tutti i coinquilini compresa quella che sembra uno scaldabagno in diretta nazionale, ma la cosa che l’ha fatta più incazzare è che alla fine di ogni rapporto si chiudeva in bagno e piangeva invocando il nome di lei davanti alle telecamere e maledicendo la sorte maligna che lo induceva in tentazione. Adesso pare che lui sia seriamente pentito dei suoi gesti e che le abbia chiesto di sposarlo, e la signora sui sessanta sembra disposta a credergli, ma la fidanzata pluricornuta è in odore di rottura, complice forse uno che fa il buttafuori alla discoteca dei vip, e che le avrebbe promesso un futuro da velina.
    Per quanto mi riguarda l’unico interesse che provo verso queste riviste è rivolto ai suoi lettori, talmente intorpiditi da quelle cazzate da potersi bere qualunque storia, per cui mi piazzo proprio davanti alla signora sui sessanta e mi appendo al corrimano in modo da piazzarle la cicatrice a pochi centimetri dall’occhio. Aspetto che mi noti, quindi tiro fuori il telefono e fingo una conversazione:

    “Pronto. Si, sono sull’autobus. No, non me l’ha venduta, no. Non so, dice che non ne sono degno. ..E adesso.. e adesso ci vado lo stesso anche senza spada, cosa vuoi che faccia?”

    La vedo che ha smesso di leggere la sua rivista, si è fermata su un articolo pieno di foto, e a meno che non sia stata ipnotizzata da Emanuele Filiberto nel suo primo piano più ebete direi che mi sta ascoltando.

    “Lo so che è pericoloso, ma non posso permettere a una banda di mafiosi giapponesi di prendere il controllo del quartiere, perciò sfiderò un’altra volta il loro capo, e speriamo che questa volta vada meglio. Certo, con la spada di Hattori Hanzo sarei stato un po’ più sicuro, quelle che vendono nei vicoli le fanno a Taiwan e se picchi un po’ più forte ti resta il manico in mano, ma cosa vuoi farci, lui le vende solo a quelli degni, dice.. Eh, ha detto che non ero abbastanza puro di cuore.. No, l’American Express non ce l’ho, sennò sarei stato degno anch’io, no? Eh no, il bancomat delle poste non va bene, non glielo legge il pos.. Come dici? Ma no, che pistole! Sono giapponesi, usano solo le spade.. Mamma, quello è un film! E poi John Woo è cinese, non giapponese!”

    La signora sui sessanta chiude la rivista e mi osserva. Ormai ce l’ho in pugno.

    “Ma poi non è mica detto che vada a finire come l’altra volta. Si, vabbè, mi ha tagliato un braccio, ma è solo una ferita superficiale, dai. Si, mi è guarito bene, in quel convento shaolin usano delle erbe.. non lo so, non credo che le vendano in erboristeria, so che andavano a prenderle sui monti, stavano via tre giorni e a volte qualcuno non tornava neanche.. non lo so, li sentivo parlare di crepacci, di lupi.. si si, guarita benissimo! Beh un po’ di segno è rimasto, si.. eh, cos’ho fatto.. mi sono allenato! Ma sai, le solite cose, tae kwon do, kung fu, giuggizzu.. e la spada, certo. Il maestro Pai Mei, si.. Sai quello che stava davanti ai carabinieri? Che suo figlio aveva la tabaccheria? Lui. Si, adesso ha aperto un convento shaolin nel nord della Cina, fa corsi di arti marziali, spada, pilates.. è ben organizzata, fanno anche i massaggi.. Quando arrivo ti do il numero. Hanno anche il sito.. Eh, non lo so, ci vorranno altre due tre ore. Arriverò giusto in tempo per la sfida, si.. Eh, in effetti un po’ stanco lo sono.. Ma no, te l’ho detto, non si può rinviare e non posso mandare nessun altro, ne va della sicurezza dei nostri bambini, come crescerebbero in un quartiere dominato dalla mafia giapponese? Come potrebbero ricevere un’educazione corretta se il loro maestro è un maledetto yakuza che si presenta in classe col mitra e la schiena tatuata? Come raggiungeranno l’altalena se i giardinetti sono occupati da teppisti che si affrontano tutto il giorno a darsi catenate dalle motociclette? No, mamma, se nessuno ha il coraggio di farlo lo farò io, affronterò il loro capo e lo batterò, o ne pagheremo tutti le conseguenze, anche se sono stanco e non mi reggo in piedi e sono tre giorni che non dormo e anche prima fra i duri allenamenti al tempio e la ciucca che ci siamo presi per festeggiare che me ne andavo non è che ci si rilassasse tanto..”
    “Giovanotto, senta..”, mi dice la signora sui sessanta alzandosi, ha gli occhi gonfi di lacrime, “Io tanto devo scendere fra qualche fermata..”

  3. Ho terminato da poco il mio romanzo, ma la casa editrice che me lo doveva pubblicare è stata chiusa, pare che il direttore sia stato beccato alla frontiera pakistana con un carico di piante di oppio, e che la scusa usata coi militari, “Nel mio paese li usiamo per abbellire le chiese ai matrimoni”, non abbia avuto successo. Nel tentativo di trovare un nuovo editore faccio un colloquio alle Edizioni Paoline. Sono in una stanza con un prete e una suora, che mi osservano severi.
    “Signor Renzi”, mi dice lui, “Il suo romanzo è pieno di parolacce, non mi sembra un linguaggio consono ai nostri lettori”.
    “Padre, mi creda, il mio cuore è colmo di fervore cristiano, non potrei mai scrivere cose che offendano il nostro Creatore!”
    “Nostro?”, mi bacchetta la suora, “Il Creatore è di tutti, non solo nostro!”
    “Intendevo nostro degli esseri umani suoi figli devoti!”, balbetto. Non mi sento affatto a mio agio, l’ultima volta che mi sono trovato a cospetto di un prete è stato al battesimo di mio nipote, ero il padrino e dovevo recitargli il padrenostro, ma siccome lo ignoravo gli sussurravo all’orecchio l’inno del Genoa.
    “E anche la storia, non rispecchia in alcun modo i valori cristiani che vorremmo inculcare ai giovani”.
    “Cosa vorreste fare ai giovani?”, domando confuso.
    “I valori”, mi ripete, “Non sono quelli che la Chiesa cerca di trasmettere. Sarò franco, signor Renzi, io davvero non capisco perché si è rivolto a noi per pubblicare la sua opera.”
    Mi tiro su le maniche e mostro al reverendo la profonda cicatrice che attraversa il mio avambraccio destro.
    “Per questa, Padre”
    Mi guardano tutti e due con gli occhi sbarrati. “Eh, quanti peli!”, mugugna la suora.
    “Avete mai letto il Codice Da Vinci?”
    “Noo!”, inorridiscono i due. La suora si fa anche il segno della croce.
    “Neanch’io. Anzi, mi fa schifo. Ma mi fa così schifo che un giorno sono andato a cercare Dan Brown per farglielo ingoiare, e lui sapete cosa mi ha fatto?”
    “Cosa?”, mi chiede il prete, ma si vede che la notizia non lo ha smosso granché. Inutile raccontargli che mi ha ferito lui.
    “Mi ha denunciato, ed è per questo che ho bisogno di pubblicare il mio libro, per pagarmi gli avvocati!”
    “Si, ma ancora non capisco perché dovremmo pubblicarlo noi!”
    “Per questo!”, gli ripeto, mostrandogli ancora il mio braccio ricucito.
    “Ma perché non si depila?”, mi chiede la suora.
    “Vi ricordate il 31 maggio 1981, in Piazza San Pietro? Alì Agca spara a Giovanni Paolo 2 con la giustificazione che i sequel non sono mai all’altezza degli originali, poi scappa, ma va a sbattere contro un frate, perde la pistola e viene catturato. Ebbene, quel frate ero io!”
    “Ma non è vero! Era un altro! Lei avrà avuto si e no dieci anni, come faceva ad essere un frate?”
    “Ehm.. Ero.. ero un altro frate! Uno che stava dietro! Ero il figlio!”
    “Il figlio di un frate??”, esclama la suora.
    “Di un fratello! Di un fratello del frate! E stavo lì a guardare, quando ad un certo punto alla pistola di Alì Agca parte un colpo che mi colpisce il braccio, guardi, ho ancora la cicatrice!”
    “Insomma basta! Se ne vada!”, mi dice il prete scattando in piedi.
    “E porti via tutti i peli!”, incalza la suora.
    “E se vi dico che un mio amico è diventato prete?”
    “Fuori!!”
    “Poi ha cambiato sesso e si è fatto anche suora!”
    “Fuooriiii!!!”


Quest’ultimo aneddoto dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che avere sempre pronta una buona storia da raccontare è importante, ma certe volte è meglio portarsi dietro anche un paio di bambini.


una buona scusa

Che poi hanno ragione quelli che dicono che una ferita al braccio provocata da un banale incidente di lavoro non ha il minimo appeal. Quando racconterò come ho fatto a procurarmi quella vistosa cicatrice dovrò essere in grado di fornire una spiegazione più interessante, o il mio interlocutore si annoierà e andrà a parlare con qualcun altro. Certe volte saper mantenere l’attenzione su di sé è fondamentale, riesco a immaginare diversi scenari plausibili in cui tutto il mio futuro potrebbe dipendere da come saprò motivare un taglio all’avambraccio.

  1. Sono a una fiera di fumetti e sono seduto a un tavolo dell’area giochi insieme a un gruppo di fanatici di fantascienza, ci stiamo sfidando a un qualche gioco complicato e sto perdendo. Non ci sarebbe niente di drammatico, senonché per rendere la sfida più interessante ho scommesso una cifra che neanche possiedo, e i miei avversari sono il cacciatore di taglie Boba Fett, il signore dei Sith Darth Vader e un paio di Borg. Decido di giocarmi il jolly, e mi tiro su le maniche. La mostruosa cicatrice fa la sua comparsa, e i malvagi alieni seduti intorno a me la osservano esterrefatti:

    “E come te la sei procurata quella?”, mi chiede Boba Fett.
    “Ah, niente”, minimizzo, “E’ uno scomparto in cui conservo gli attrezzi del mestiere”.
    “Sei forse un cyborg?”, fa lui.
    “Modello T-010, uno dei più antiquati, ma ancora in gamba”, gli rispondo battendomi il petto. I quattro sono affascinati, Darth Vader respira affannosamente attraverso il casco, poi mi chiede se anche io posso viaggiare nel tempo.
    “Si, mi basta spostare le lancette dell’orologio, vedi?” Tiro fuori una cipolla legata alla catenella e sposto le lancette di qualche minuto. “Che ora fai tu?”, gli chiedo.
    “Le quattro e venticinque”
    “Per me invece sono le quattro e ventidue, in questo momento mi trovo in un tempo diverso dal tuo, e posso modificare il corso degli eventi a mio piacimento. Per esempio adesso metto giù questa carta invece di quest’altra che avevo già buttato, e con questa mossa fantascientifica vinco la partita”.
    “Ehi guardate!”, esclamano i Borg in coro, “Le carte ora sono diverse! Può veramente cambiare il corso degli eventi!”
    I miei compagni di tavolo sono rapiti dalle infinite possibilità del mio potere. “Quanto puoi spostarti nel tempo?”, mi chiedono.
    “Purtroppo solo di cinque minuti, sennò perdo il treno”
    “Ti sposti in treno?”, mi chiede Boba Fett.
    “E certo! Tutti i Terminator si spostano coi mezzi, ne hai mai visto uno volante?”, lo rimbrotta Darth Vader, poi si rivolge a me e mi chiede se sono nel loro tempo per uccidere Sarah Connor.
    “Non ho con me armi letali, te l’ho detto che sono un modello antiquato.”
    “E allora nell’astuccio sottopelle cosa ci tieni?”, mi fa Boba Fett, che fra tutti è il meno convinto.
    “Pennarelli. Dato che non posso sparare a Sarah Connor mi limito a vituperarla, scrivo il suo numero di telefono nei cessi, la chiamo vecchia bagascia, cose del genere.”
    “Oooh!”, dicono tutti, e con la vittoria in tasca mi alzo dal tavolo accennando vago alla mia missione, e mi congedo.

  2. Sono sull’autobus e vorrei sedermi, ma tutti i posti sono occupati da studenti di ritorno da scuola e casalinghe e badanti e pensionati e teppe. Il viaggio è lungo, che devo arrivare tipo a Pontedecimo per prendere la corriera e svalicare i Giovi, e sono salito a Messina e c’è sciopero dei treni e l’unico mezzo a disposizione è quello, ed è già da Salerno che sono in piedi e ho pure le scarpe nuove che mi fanno un po’ male.
    Mi avvicino a una signora sui sessanta, che sta leggendo una rivista di gossip. È molto preoccupata dal fatto che il vincitore del grandefratello rischi di rompere con la sua fidanzata gelosa di averlo visto inchiappettarsi tutti i coinquilini compresa quella che sembra uno scaldabagno in diretta nazionale, ma la cosa che l’ha fatta più incazzare è che alla fine di ogni rapporto si chiudeva in bagno e piangeva invocando il nome di lei davanti alle telecamere e maledicendo la sorte maligna che lo induceva in tentazione. Adesso pare che lui sia seriamente pentito dei suoi gesti e che le abbia chiesto di sposarlo, e la signora sui sessanta sembra disposta a credergli, ma la fidanzata pluricornuta è in odore di rottura, complice forse uno che fa il buttafuori alla discoteca dei vip, e che le avrebbe promesso un futuro da velina.
    Per quanto mi riguarda l’unico interesse che provo verso queste riviste è rivolto ai suoi lettori, talmente intorpiditi da quelle cazzate da potersi bere qualunque storia, per cui mi piazzo proprio davanti alla signora sui sessanta e mi appendo al corrimano in modo da piazzarle la cicatrice a pochi centimetri dall’occhio. Aspetto che mi noti, quindi tiro fuori il telefono e fingo una conversazione:

    “Pronto. Si, sono sull’autobus. No, non me l’ha venduta, no. Non so, dice che non ne sono degno. ..E adesso.. e adesso ci vado lo stesso anche senza spada, cosa vuoi che faccia?”

    La vedo che ha smesso di leggere la sua rivista, si è fermata su un articolo pieno di foto, e a meno che non sia stata ipnotizzata da Emanuele Filiberto nel suo primo piano più ebete direi che mi sta ascoltando.

    “Lo so che è pericoloso, ma non posso permettere a una banda di mafiosi giapponesi di prendere il controllo del quartiere, perciò sfiderò un’altra volta il loro capo, e speriamo che questa volta vada meglio. Certo, con la spada di Hattori Hanzo sarei stato un po’ più sicuro, quelle che vendono nei vicoli le fanno a Taiwan e se picchi un po’ più forte ti resta il manico in mano, ma cosa vuoi farci, lui le vende solo a quelli degni, dice.. Eh, ha detto che non ero abbastanza puro di cuore.. No, l’American Express non ce l’ho, sennò sarei stato degno anch’io, no? Eh no, il bancomat delle poste non va bene, non glielo legge il pos.. Come dici? Ma no, che pistole! Sono giapponesi, usano solo le spade.. Mamma, quello è un film! E poi John Woo è cinese, non giapponese!”

    La signora sui sessanta chiude la rivista e mi osserva. Ormai ce l’ho in pugno.

    “Ma poi non è mica detto che vada a finire come l’altra volta. Si, vabbè, mi ha tagliato un braccio, ma è solo una ferita superficiale, dai. Si, mi è guarito bene, in quel convento shaolin usano delle erbe.. non lo so, non credo che le vendano in erboristeria, so che andavano a prenderle sui monti, stavano via tre giorni e a volte qualcuno non tornava neanche.. non lo so, li sentivo parlare di crepacci, di lupi.. si si, guarita benissimo! Beh un po’ di segno è rimasto, si.. eh, cos’ho fatto.. mi sono allenato! Ma sai, le solite cose, tae kwon do, kung fu, giuggizzu.. e la spada, certo. Il maestro Pai Mei, si.. Sai quello che stava davanti ai carabinieri? Che suo figlio aveva la tabaccheria? Lui. Si, adesso ha aperto un convento shaolin nel nord della Cina, fa corsi di arti marziali, spada, pilates.. è ben organizzata, fanno anche i massaggi.. Quando arrivo ti do il numero. Hanno anche il sito.. Eh, non lo so, ci vorranno altre due tre ore. Arriverò giusto in tempo per la sfida, si.. Eh, in effetti un po’ stanco lo sono.. Ma no, te l’ho detto, non si può rinviare e non posso mandare nessun altro, ne va della sicurezza dei nostri bambini, come crescerebbero in un quartiere dominato dalla mafia giapponese? Come potrebbero ricevere un’educazione corretta se il loro maestro è un maledetto yakuza che si presenta in classe col mitra e la schiena tatuata? Come raggiungeranno l’altalena se i giardinetti sono occupati da teppisti che si affrontano tutto il giorno a darsi catenate dalle motociclette? No, mamma, se nessuno ha il coraggio di farlo lo farò io, affronterò il loro capo e lo batterò, o ne pagheremo tutti le conseguenze, anche se sono stanco e non mi reggo in piedi e sono tre giorni che non dormo e anche prima fra i duri allenamenti al tempio e la ciucca che ci siamo presi per festeggiare che me ne andavo non è che ci si rilassasse tanto..”
    “Giovanotto, senta..”, mi dice la signora sui sessanta alzandosi, ha gli occhi gonfi di lacrime, “Io tanto devo scendere fra qualche fermata..”

  3. Ho terminato da poco il mio romanzo, ma la casa editrice che me lo doveva pubblicare è stata chiusa, pare che il direttore sia stato beccato alla frontiera pakistana con un carico di piante di oppio, e che la scusa usata coi militari, “Nel mio paese li usiamo per abbellire le chiese ai matrimoni”, non abbia avuto successo. Nel tentativo di trovare un nuovo editore faccio un colloquio alle Edizioni Paoline. Sono in una stanza con un prete e una suora, che mi osservano severi.
    “Signor Renzi”, mi dice lui, “Il suo romanzo è pieno di parolacce, non mi sembra un linguaggio consono ai nostri lettori”.
    “Padre, mi creda, il mio cuore è colmo di fervore cristiano, non potrei mai scrivere cose che offendano il nostro Creatore!”
    “Nostro?”, mi bacchetta la suora, “Il Creatore è di tutti, non solo nostro!”
    “Intendevo nostro degli esseri umani suoi figli devoti!”, balbetto. Non mi sento affatto a mio agio, l’ultima volta che mi sono trovato a cospetto di un prete è stato al battesimo di mio nipote, ero il padrino e dovevo recitargli il padrenostro, ma siccome lo ignoravo gli sussurravo all’orecchio l’inno del Genoa.
    “E anche la storia, non rispecchia in alcun modo i valori cristiani che vorremmo inculcare ai giovani”.
    “Cosa vorreste fare ai giovani?”, domando confuso.
    “I valori”, mi ripete, “Non sono quelli che la Chiesa cerca di trasmettere. Sarò franco, signor Renzi, io davvero non capisco perché si è rivolto a noi per pubblicare la sua opera.”
    Mi tiro su le maniche e mostro al reverendo la profonda cicatrice che attraversa il mio avambraccio destro.
    “Per questa, Padre”
    Mi guardano tutti e due con gli occhi sbarrati. “Eh, quanti peli!”, mugugna la suora.
    “Avete mai letto il Codice Da Vinci?”
    “Noo!”, inorridiscono i due. La suora si fa anche il segno della croce.
    “Neanch’io. Anzi, mi fa schifo. Ma mi fa così schifo che un giorno sono andato a cercare Dan Brown per farglielo ingoiare, e lui sapete cosa mi ha fatto?”
    “Cosa?”, mi chiede il prete, ma si vede che la notizia non lo ha smosso granché. Inutile raccontargli che mi ha ferito lui.
    “Mi ha denunciato, ed è per questo che ho bisogno di pubblicare il mio libro, per pagarmi gli avvocati!”
    “Si, ma ancora non capisco perché dovremmo pubblicarlo noi!”
    “Per questo!”, gli ripeto, mostrandogli ancora il mio braccio ricucito.
    “Ma perché non si depila?”, mi chiede la suora.
    “Vi ricordate il 31 maggio 1981, in Piazza San Pietro? Alì Agca spara a Giovanni Paolo 2 con la giustificazione che i sequel non sono mai all’altezza degli originali, poi scappa, ma va a sbattere contro un frate, perde la pistola e viene catturato. Ebbene, quel frate ero io!”
    “Ma non è vero! Era un altro! Lei avrà avuto si e no dieci anni, come faceva ad essere un frate?”
    “Ehm.. Ero.. ero un altro frate! Uno che stava dietro! Ero il figlio!”
    “Il figlio di un frate??”, esclama la suora.
    “Di un fratello! Di un fratello del frate! E stavo lì a guardare, quando ad un certo punto alla pistola di Alì Agca parte un colpo che mi colpisce il braccio, guardi, ho ancora la cicatrice!”
    “Insomma basta! Se ne vada!”, mi dice il prete scattando in piedi.
    “E porti via tutti i peli!”, incalza la suora.
    “E se vi dico che un mio amico è diventato prete?”
    “Fuori!!”
    “Poi ha cambiato sesso e si è fatto anche suora!”
    “Fuooriiii!!!”

Quest’ultimo aneddoto dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che avere sempre pronta una buona storia da raccontare è importante, ma certe volte è meglio portarsi dietro anche un paio di bambini.


Spassky intervista Darth Vader

Qualche giorno fa sono stato invitato a una convention di fantascienza per ritirare il prestigioso Roddenderry d’Oro, riservato ai migliori racconti ispirati alla serie Star Trek. In finale sono arrivati il mio vecchio racconto Skaz Trek e il pacchetto sull’immigrazione di Maroni, che proponeva di teletrasportare tutti i clandestini a casa loro; ho vinto io con la motivazione che l’umorismo era voluto.

Dopo la premiazione mi sono fatto un giro, non ero mai stato a una convention di fantascienza, c’erano tizi vestiti da ET, da Alien, da Battlestar Galactica, c’erano riproduzioni di astronavi, proiezioni di famosi film, c’erano ragazze belle intelligenti spiritose e che te la danno come niente, e c’era, seduto a un tavolino a sorseggiare una bibita, Darth Vader.

Mi sono avvicinato, gli ho chiesto se era veramente lui, e per dimostrarmi di non essere una comparsa ha fatto una lettera c con pollice e indice, li ha mossi a simulare una chela, e dietro il banco il barista ha cominciato a soffocare, ed è stramazzato fra i bicchieri.

Cazzo! Era proprio Darth Vader quello vero! Mi sono subito seduto e gli ho fatto un’intervista al volo.
Non ho ordinato da bere, perché ci sarebbe stato troppo da aspettare.

Signor Vader, la prima domanda che vorrei farle è: com’è possibile che da giovane fosse un bel ragazzo attraente e da vecchio una specie di lumacone pieno di rughe e col doppio mento? Quell’armatura che indossa continuamente dovrebbe essere talmente pesante da garantirle un allenamento quotidiano pari a quello di un culturista!
No! Non si ricorda il finale del Ritorno Dello Jedi? Quando compare il mio fantasma è sempre giovane e aitante come alla fine dell’Episodio 3, quello che non mi ricordo come si chiama!

Non cerchi di fregarmi, lei si riferisce all’edizione rifatta, io parlo dell’originale dell’83!
Dannazione! Maledette vecchie leve! Perché non siete morti tutti insieme a Kurt Cobain? Non fate che saltar fuori alle convention e nei forum con queste cazzo di domande imbarazzanti, perché C1P8 è stato chiamato col suo vero nome solo nella nuova trilogia, come faceva il droide dorato a essere statto costruito da me su Tatooine se all’inizio dell’episodio IV non riconosce il posto, perché Lucas non è stato assassinato dopo l’uscita della Minaccia Fantasma! E non vi basta scassare le balle a noi, cercate di corrompere anche le nuove generazioni, tirate fuori vecchie edizioni in videocassetta che smentiscono la verità così come noi la divulghiamo, ci gettate discredito.. Dovrebbero infilzarvi tutti con una spada laser, altroché!

A proposito di spade laser, com’è che nei primi tre episodi c’è un massiccio uso di quelle fighissime a due lame e poi di colpo nessuno se le caga più?
Si è scoperto che provenivano tutte da una partita di spade laser taroccate fatte in Cina, hanno dato un mucchio di problemi, ti si spegnevano di colpo durante un duello, e certe volte ti facevano anche saltare il contatore in casa. Qualcuno dice che a un Cavaliere Jedi è esplosa in mano.

E le astronavi modernissime? Perché poi siete passati a quei catorci con gli scudi ai lati?
Perché con la nascita dell’Impero sono state promulgate delle leggi durissime sulla sicurezza spaziale, e i modelli fuoriserie come quelli cui si riferisce sono stati tassati come modelli di lusso, poco sicuri e quindi soggetti a controlli severi; piano piano la gente se n’è liberata ed è tornata ai vecchi modelli: consumano un po’ di più, ma almeno la polizia ti lascia vivere.

Lei è conosciuto come Lord Darth Vader. A cosa si riferisce la definizione di Lord? Possiede delle terre?
Si, l’Imperatore mi ha lasciato dei terreni, un bell’appezzamento dalle parti di Preputsia. Li governo, me lo lasci dire, col pugno di ferro.

Non ne dubito. E’ sposato?
No, dopo che la regina Amidala mi ha lasciato ho preferito restare solo, non è facile coniugare il lavoro di tiranno spaziale con una felice vita matrimoniale; non sai mai a che ora tornerai a casa, sei spesso in trasferta dall’altra parte dell’universo, e poi anche con le amiche..

Le sue?
Ma no, quelle di mia moglie! Cosa vuole, quando mi capita di strangolare un ufficiale non posso mica stare a guardare se è sposato a un’amica di mia moglie, io quando strozzo strozzo! Poi torno a casa e quella mi pianta certe scenate.. E anche al supermercato la gente la guarda, la indica, si dà di gomito; è imbarazzante.

Però il prestigio non la ripagava? Voglio dire, essere la signora Vader, sempre presente ai ricevimenti di corte, e il lusso..
Si, certo, quando le ho comprato la Morte Nera nuova le luccicavano gli occhi, ma appena l’ha presa per farci un giro me l’ha riportata tutta rigata, ha detto che è impossibile da posteggiare, non ci è voluta più salire. E alla lunga anche i ricevimenti.. sa, l’imperatore non è proprio una sagoma.. quando l’hai visto sparare i raggi dalle mani due tre volte non ha più molto da dire.

Mi tolga una curiosità, è da quando ho visto l’Episodio I che voglio chiederglielo: com’è a letto Natalie Portman?
Una francese, ha presente? Tutta uiuiuì cicicì, ma alla fine l’iniziativa non la prende mai. Io non è che tutte le sere potevo inventarmi qualcosa, il lavoro di signore dei Sith è stressante, certe volte mi sarebbe piaciuto stare sotto e lasciare a lei tutta la faccenda, ma non era proprio il tipo. Mi creda, appaga di più un wookie.

E’ stato a letto con un wookie?
Ero a uno di quei meeting di lavoro, sa, sulle nuove strategie di schiavitù, e con dei colleghi siamo andati a mangiare al ristorante; c’era un vinello di Marrazz 4 che andava giù che sembrava acqua minerale. Alla fine eravamo tutti storti, quando mi sono buttato a letto ci ho trovato questa coperta pelosa e me la sono avvolta addosso, solo che non era una coperta, avevo sbagliato stanza.

Adesso come trascorre le sue serate da single?
Il lavoro non mi concede molto spazio, e quando torno a casa, prima che abbia finito di lucidarmi l’armatura, cambiare i filtri alla maschera e stirare il mantello è già ora di coricarmi. Al massimo guardo un po’ di televisione.

Il suo programma preferito?
La De Filippi. Quando parla mi ricorda Boba Fett. E poi è sposata a Jabba The Hutt, e quei piccoli Javas che si agitano in studio.. tutta la sua trasmissione mi riporta indietro di trent’anni, che nostalgia!

L’ultima domanda e poi la lascio in pace. Ma perché Lucas non è stato assassinato dopo l’uscita della Minaccia Fantasma?
Perché gira con le guardie del corpo quel figlio di puttana! Dopo che ha avuto il coraggio di creare Jar Jar Binks c’era un codazzo di vecchi fans che lo aspettava fuori casa con le spranghe. Certi giorni si mettevano in coda per picchiarlo a turno, e la fila arrivava in fondo alla strada!


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cappe rosse


la vendetta dei sith

Questa la dedico alla bella serata di venerdì, a memoria dei posteri, anche se la canzone in sottofondo mi spingerebbe a percorrere ben altri sentieri..

La Vendetta Dei Sith

Il messaggio sul telefono mi sciorina il programma della serata, con un’enfasi che non riesco a condividere: dopo la delusione del primo episodio e il distacco verso il secondo, mi preparo a questo Episodio Tre con la stessa emozione con cui vado a tagliarmi i capelli.
Per La Minaccia Fantasma non è stato così, ricordo come alzavo la testa al capoccione lucido di Darth Vader che sovrastava l’insegna dell’Odeon di Leicester Square, e mi ripetevo “ancora una settimana, dai!”. Poi la sala piena, il ciccione fumettaro dei Simpson seduto accanto che sputazzava popcorn e rideva come un matto, gli sbadigli delle mie aspettative davanti all’odioso cocker spaziale tirato su a corsi di lingue De Agostini dalle pagine mischiate.
Un susseguirsi di pugnalate al mito mi avevano preparato a quest’ultimo episodio, mi sono presentato al bar della stazione con le tasche piene di “I have a bad feeling about this”, ma speravo che ci fosse un limite alle vaccate.
Sia chiaro, è solo un film, non puoi pretendere che ti cambi la vita, ma io Quel Guerre Stellari Là l’ho visto a Natale al cinema di Novi Ligure, in una sala che ora neanche esiste più, e dopo ventotto anni me lo ricordo come se fosse successo un paio d’ore fa. Sono pochi i film che mi si sono annidati in testa con la stessa pertinacia, questo ha pilotato la mia infanzia ed è stato la causa di tutto quello che sono ora. Perché fatico a innamorarmi di una ragazza, se non per la paura inconscia che questa in un futuro non troppo lontano si riveli come mia sorella? Perché ancora oggi ho un rapporto travagliato con mio padre, diffido delle persone che ansimano, tento di spostare gli oggetti con la forza del pensiero, non sopporto proprio questi Jawas, creature disgustose?
Per non parlare del mio primo rapporto sessuale, quando ho sfoderato la spada laser esclamando “Che la Forza sia con me!”.
Insomma, sono uno di quelli che si offendono quando gli si tocca il mito, e venerdì, quando si sono riaccese le luci, ero incazzato, mugugnavo per conto mio in attesa che qualcuno mi desse l’opportunità di sfogarmi.

– Beh, nonostante qualche ingenuità, credo che sia il migliore dei tre – azzarda un amico, che mi fa capire che a casa sua si guarda troppa televisione.
E mi salta il tappo.
– Io credo che sia la porcata più grossa che ho visto in tutta la mia vita – esagero, ma ho bisogno di picchiare forte. E forse non ho neanche esagerato troppo, se uno sconosciuto davanti a me, con lo stesso livore dipinto in volto, alza la mano e replica “mi associo”.
Da dove cominciare a demolire? Dal montaggio con la motosega o dai dialoghi imbarazzanti?

Partiamo da quello che mi è piaciuto, che si fa presto. Ho visto una continuità di stile che mi ha sorpreso, dopo le linee esageratamente futuristiche dell’Episodio I c’è un percorso logico che arriva a fondersi coi mezzi scassati della trilogia classica, le navicelle contengono le linee dei mezzi che seguiranno, è un bel colpo d’occhio.
Ho trovato una regia attenta nelle sequenze di battaglia, come già nell’episodio precedente, ma non ce l’ho l’occhio per questi aspetti tecnici, può essere che mi sbaglio e che Lucas diriga i film come Pezzali scrive le canzoni.

Poi gli aspetti negativi, il montaggio che passa da un duello a un dialogo seguendo la prassi del “tagliamolo sul più bello così prolunghiamo la suspance”, senza rendersi conto che non basta un bisturi per fare un chirurgo, e da due che si menano di colpo ti trovi in un salotto anni 70 però spaziale a guardare gli unici ologrammi seduti della storia del cinema di fantascienza.
E questo sarebbe il meno, Lucas l’ha sempre detto di non essere capace a gestirsi più trame, infatti l’Impero Colpisce Ancora e Il Ritorno Dello Jedi portano la firma di un altro regista.
Ma i dialoghi! La recitazione! Io volevo vedere il terzo episodio di una saga che conta appassionati in tutto il mondo, non Star Wars For Dummies, qui ogni situazione veniva anticipata di un quarto d’ora, sottolineata e ripetuta affinché tutti i lobotomizzati in sala potessero avere ben chiaro in testa chi fosse il cattivo, chi il buono, chi il personaggio bisognoso di uno psicanalista. Perché con tutti gli autori in gamba che ci sono a Hollywood Lucas ha dovuto far scrivere il film allo sceneggiatore dei Teletubbies?
Se l’avesse fatto recitare a dei fustini di detersivo, poi, avrebbe ottenuto maggiore espressività, ochei il belloccio col nome difficile che interpreta Anakin, lui si sa che l’hanno preso solo per l’aspetto, è l’Alan Ford del film, passiamoci sopra, ma Ewan Mc Gregor mi pareva che sapesse recitare, Samuel Jackson son sicuro di averlo visto interpretare un personaggio qualche volta, perfino Natalie Portman ha avuto i suoi novanta minuti di credibilità, perché se li metti davanti a uno schermo blu assumono tutti l’espressione drammatica di Paperoga?

“Devo darti una notizia bellissima”, dice il peperone che un tempo è stato Natalie Portman, “sono incinta”. Il cespo di lattuga che le sta di fronte scuote leggermente le foglie, manifestando il proprio tormento, poi fissa il vuoto, o forse ha solo dimenticato la battuta e cerca il gobbo, chissà.

Poi? Pesco a caso, ce ne sarebbe da riempire più di un post, c’è un droide con la tosse (come se la curerà, con una latta di olio per auto?) che sfodera quattro spade laser. Nel primo episodio Darth Maul ne aveva una doppia, se tanto mi dà tanto arriveremo a un ipotetico Episodio IX dove il nipote di Luke Skywalker combatterà il famigerato Polipo Spaziale Dei Sith e le sue ventiquattro lame di energia; c’è la trasformazione del cancelliere Palpatine in Malvagio Culo Rugoso, per poi tornare a essere, nella trilogia classica, un vecchio con gli occhi rossi e la voce da tabagista; c’è la tanto attesa spiegazione sul perché D3-BO, il droide dorato, non ricordi di essere mai stato su Tatooine (Episodio IV) benché sia stato costruito proprio lì all’inizio dell’Episodio I: “Generale Antilles, le affido questi due droidi, faccia cancellare la memoria del droide protocollare”. Punto.

Grazie George Lucas, a scrivere una storia così ero capace anch’io.