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centotre-e-tre n.4

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp 

Eravamo rimasti a Tony Bennett, che fra una canzone pizzamandolino e l’altra trova il tempo per dipingere ed esporre i propri quadri allo Smithsonian di Washington D.C., ma non quello per comprarsi un paio di occhiali con una montatura di questo secolo, ma quelli sono affari suoi.

Il connubio fra pittura e musica è molto antico, si dice che già i nostri antenati delle caverne amassero intonare dei motivetti orecchiabili mentre lasciavano manate sulle pareti di roccia (anche se esistono altre correnti di pensiero riguardo la nascita stessa della musica), e da allora siamo stati testimoni di innumerevoli casi di musicisti/pittori, o viceversa.

Tutti sappiamo che Leonardo Da Vinci era uno straordinario pittore e anche un ottimo suonatore di lira, e l’amicizia che legava Vasilij Kandinskij ad Arnold Schönberg ci spiega un sacco di cose sul connubio fra queste due forme artistiche, ma per esempio pochi sanno che anche in tempi più remoti era usanza comune per un pittore intraprendere ad un certo punto della propria vita la carriera musicale: verso la fine del XIII secolo il pittore Cimabue, messo ormai all’angolo dal suo allievo Giotto, decise di appendere la tavolozza al chiodo e girare l’Italia cantando stornelli; duecento anni più tardi il Sassetta terminò alla svelta un’Adorazione dei Magi per poter partire in tournèe col suo gruppo hard rock, dove suonava la batteria.

Il Sassetta dietro la batteria del suo gruppo Spingarde’n’Roses

In tempi più recenti i musicisti che si fanno apprezzare anche come pittori sono un esercito: Franco Battiato, Ron Wood, Bob Dylan, il già citato Tony Bennett e la cantante di cui parlerò oggi, Joni Mitchell.

Canadese, un carattere difficile fin da bambina, quando litiga con la maestra di pianoforte perché di suonare i classici non gliene frega niente, lei ha imparato Nella Vecchia Fattoria e vuole fare solo quella. Comincia a dipingere, e dopo il liceo si iscrive a una scuola d’arte, ma anche lì non funziona, le danno da studiare dei quadri che non ritiene adeguati alla propria formazione, e molla tutto.

Nella seconda metà degli anni sessanta è a Toronto che cerca di sfondare come musicista, e incontra, fra gli altri, Leonard Cohen. Non faccio la prossima puntata su di lui perché il suo più fedele seguace, Hardla, non me l’ha ancora chiesto, e quindi vi racconto ancora qualcosa sulla sua biografia, che comincia a farsi interessante quando Joni si trasferisce a New York e comincia a suonare per davvero, e nel 1969 si fidanza con David Crosby, che aveva mollato i Byrds un paio d’anni prima. Altri due anni e la troviamo insieme all’amico e collega di Crosby, Graham Nash.

Questa dev’essere la foto che uno ritrova anni dopo dentro un vecchio libro e mormora fra i denti parolacce irripetibili.

Ho provato a cercare aneddoti su questa storia, ma non ne ho trovato nessuno, immagino sia stato un passaggio abbastanza indolore, visto che poi la collaborazione artistica è proseguita con entrambi, ma è più divertente immaginare che ci sia stata una sera in cui lui è tornato a casa e l’ha trovata seduta a tavola, e quando s’è tolto la giacca lei si sia alzata, l’abbia raggiunto nell’ingresso e gli abbia detto “David, dobbiamo parlare”.

Non credo ci sia bisogno di scendere nel dettaglio, ogni discorso è diverso, ma tutti si reggono sulle stesse fondamenta; di sicuro ad un certo punto c’è stato qualcuno che ha detto “non sei tu, sono io”, e siccome una Joni Mitchell l’abbiamo incontrata tutti nella vita sono sicuro che lei deve avergli fatto un discorso del tipo “siamo troppo diversi, tu sei un pesce e io uno stambecco”, e a nulla sarà valso a quel punto ricordarle che tecnicamente l’animale con le corna era lui, alla fine della conversazione David avrà osservato sgomento la schiena della sua a quel punto ex fidanzata scomparire dietro la porta della camera da letto e si sarà posto la domanda che tutti si sono posti arrivati a quel punto della discussione: “ma se ti chiudi in camera da letto io dove cazzo dormo?”.

Nonostante tutta la caparbietà che ha contraddistinto la sua carriera artistica, o forse proprio per quello, che la caparbietà è solo una delle caratteristiche che le contraddistinguono, io credo che Joni Mitchell appartenga alla categoria di Quelle Che Si Cercano. È una specie molto vasta di donne che comprende le tizie coi problemi mentali e quelle che all’apparenza sono normali, ma che poi si iscrivono ai corsi di buddismo tantrico e massaggio tibetano e quando le rivedi dopo dieci anni ti raccontano che la loro vita è cambiata e pace e amicizia ed è meglio che a quel punto corri via veloce, che se commetti l’errore di invitarle a cena ti accorgi che sono esattamente le stesse stronze di dieci anni fa, solo che ora portano i sandali. Non hanno una casa, non hanno un lavoro, si circondano di amici misteriosi che le ospitano in giro per il mondo e le coprono di regali, e si rapportano a voi nello stesso modo in cui voi vi rapportate al vostro medico: vi considerano indispensabile, ma cercano di frequentarvi il meno possibile. Cercare di tirar fuori qualcosa di costruttivo dalle Tizie Che Si Cercano è inutile e alla lunga dannoso, un po’ come mettersi con una persona tossicodipendente convinti di poterla aiutare. Le Tizie Che Si Cercano non sono dei teneri orsetti pacioccosi a rischio estinzione, sono degli squali perennemente in cerca di preda, sempre in movimento coi loro occhietti inespressivi e i denti affilati, quando se ne avvista una è meglio correre a chiamare il bagnino e far mangiare lui.

L’ho già scritto che Joni Mitchell è anche un’ottima pittrice?

Mi sarebbe tanto piaciuto proseguire la mia catena musicale con Graham Nash, visto che anni dopo ha suonato con David Gilmour nel suo meraviglioso tour acustico, ma abbiamo detto che dev’essere un viaggio di scoperta, no? Joni Mitchell la scopro oggi, e devo continuare in questa direzione; i Pink Floyd che scoperta sono, che li ascoltavo in terza media?

Del gruppo, all’epoca del tumultuoso ingresso di Joni Mitchell, ha fatto parte anche Stephen Stills, che immagino nella scomoda veste dell’amico confidente che poi alla fine non scopa mai, svergliato nel cuore della notte da David che non sa dove andare a dormire, da Joni che vorrebbe un consiglio disinteressato e infine da Graham, divorato dai sensi di colpa. Non parlerò neanche di lui nella prossima puntata, ma del quarto elemento, arrivato dopo e scampato al tumultuoso giro di telefonate notturne.

Per il momento ascoltatevi uno dei successi di Joni Mitchell, tenendo presente che prima o poi la figlia di Bill Clinton deciderà di buttarsi in politica, e se un giorno il primo presidente donna degli Stati Uniti si chiamerà come una squadra di calcio londinese sarà tutta colpa di questa canzone.


coccodrillo

Rick Wright, tastierista dei Pink Floyd, era solito rimproverare i suoi figli, quando tornava a casa e li trovava con un ago nel braccio: “Se continui a drogarti così finirai come Syd Barrett!”, e loro gli rispondevano “Che palle papà, non esiste Syd Barrett, è una leggenda che avete inventato voi quando eravate ragazzi!”.
E invece il vecchio Syd esisteva davvero, almeno fino a un paio di giorni fa, e non si curava di essere preso come cattivo esempio dai suoi vecchi compagni d’avventura. Neanche quando gli telefonava David Gilmour, e gli raccontava che la moglie tornava dal supermercato con la Ferrari ridotta a un canestro, e lui la rimbrottava dicendole che guidava come Syd Barrett. O come quando arrivava Roger Waters nella sua casetta di Cambridge, e gli raccontava bestemmiando che Gilmour gli aveva chiesto di rimettersi a suonare insieme, e lui gli aveva risposto di andare a fare in Syd Barrett. Il vecchio Syd non si crucciava neanche un po’, stava lì a guardarli, sempre sorridente, gonfio come un’anguria.

Sandman

Aveva la testa piena di semini neri Syd Barrett, già nei primi anni ’60, quando convinse Wright, Mason e Waters a fondare i Pink Floyd e a suonare al Marquèe e all’UFO. E ce l’aveva ancora piena qualche anno più tardi, quando dopo due album tornò a proporre loro di fondare “un grandioso gruppo psichedelico destinato a diventare leggenda: i Pink Floyd!”
I compagni erano abituati alle sue stranezze, e si limitarono a ricordargli che l’aveva già fondati una volta, e di prendere le pastiglie di fosforo che gli aveva prescritto il medico, ma il vecchio Syd non si perse d’animo, e tornò alla carica la settimana seguente, proponendo loro di fondare le Spice Girls. Lui avrebbe fatto Geri, Waters poteva fare Victoria, per gli altri ci si sarebbe messi d’accordo.
Waters, tifoso dell’Arsenal, non sopportò l’idea di dovere un giorno sposare un giocatore del Manchester United, e lo mandò a fare in Syd Barrett.

Quel che successe dopo non è chiaro, nei Pink Floyd sopraggiunse David Gilmour e la strada del gruppo prese altre vie, il vecchio Syd si ritirò a vita privata, nauseato dallo star system che non gli permetteva di fondare un grandioso gruppo psichedelico destinato a diventare leggenda ogni settimana, nè di diventare Ginger Spice.

Syd Barrett se n’è andato serenamente due giorni fa, ma era tanto bollito che si è premurato di mostrare i classici segni del decesso solo oggi.
Ma a noi piace ricordarlo ancora dietro al motore, mentre fa correre via la macchina a vapore, e non pelato e imbolsito per le strade di Cambridge, mentre cerca di convincere il giornalaio che i Pink Floyd senza di lui non sono nessuno, nonostante il loro singolo Spice Up Your Life sia uno dei più venduti della storia.


seduto sulla poltrona del dentista vedo la mia vita scorrermi davanti agli occhi

Seduto sulla poltrona del dentista vedo la mia vita scorrermi davanti agli occhi, e mi rendo conto che è di un noioso..

L’unica cosa che mi ha dato un po’ di emozioni è stato quest’ultimo fine settimana, la voce insostituibile di Waters che affianca Gilmour sul finale di Wish You Were Here, e ancora dopo, in quel capolavoro che è Comfortably Numb. Non credevo che mi sarebbe stato concesso di provare ancora qualcosa di simile grazie alla televisione.
Tuttavia non mi riesce di cancellare quell’amarezza nel riconoscere che poteva essere meglio, si, potevo essere là sotto, sul prato di Hyde Park, nella cerchia dei sommi paraculati, a farmi scatarrare in faccia da due mostri sacri della musica.
Me l’aveva proposto Christos, il gangster greco con cui andavo a fumare durante il mio soggiorno in terra d’Albione. Immanicato com’è a ogni livello dell’amministrazione cittadina, non avrebbe avuto alcun problema a procurarmi un pass.
Ma cosa mi avrebbe chiesto in cambio? L’ultima volta che mi aveva offerto una birra ero stato costretto a portare in Italia un sacchetto di polvere bianca nascosto in un maglione, per un suo misterioso amico milanese che era venuto a reclamarlo direttamente all’aeroporto.
Per assistere al Live8 avrei dovuto ammazzare qualcuno, come minimo.

Seguii l’evento in tivù, come tutti mi lamentai del pessimo servizio offerto dalla Rai, e l’indomani mi sentii insoddisfatto, benché avessi assistito a qualcosa di storico, al pari della caduta del muro di Berlino o della perdita della mia verginità. In realtà a quella non ero presente, mi ero addormentato sul più bello, ma me l’ero fatta raccontare nei minimi particolari da una ragazza che si trovava lì.

Fu per quest’incompletezza che accettai l’invito alla festa di Davide, al Rombos.
Il Rombos è un ristorante esclusivo fin dalla sua collocazione: per raggiungerlo occorre affrontare più deviazioni in mezzo alla campagna che zanzare in una cittadina del Monferrato. È più imboscato dell’Area 51, l’invito ti viene recapitato stampato dietro un navigatore satellitare.
Non contavo di avere problemi a raggiungerlo, la mia ragazza cenava spesso lì con suo marito, mi ci avrebbe portato lei.
La chiamai per organizzare la cosa, ma la trovai indisposta. Era a letto per una fastidiosa infiammazione alla prostata.

“Nommollonommolloenommollo”, aveva dichiarato il Presidente nel suo discorso alla Nazione Rossoblu, e doveva essere per me lezione di vita e virtù, avrei trovato il luogo da solo, grazie a qualche telefonata ad hoc.

Non trovai neanche hoc, mi toccò arrangiarmi, che tradotto in numeri significa centocinquanta euri di ricarica al cellulare, un pieno e mezzo di benzina, svariate precipitazioni celesti, che è quando tiri giù le madonne, interrogatori a tappeto a tutti gli abitanti del Basso Piemonte, ics dipinte sui muri per ricordare dove ero già passato, tredici pagine di appunti, una bussola, una guida tibetana aromatizzata alla capra, un sestante, un astrolabio, un manuale delle giovani marmotte, tre scout dai piedi sudati e venticinque minuti di ritardo all’appuntamento, per ottenere i quali fui costretto a partire nove ore prima.

La sala centrale del Rombos brulicava di celebrità, oltre al festeggiato già chino sul tavolo con una cannuccia nel naso potevo riconoscere le sorelle Radiomarelle, due soubrettes sopravvalutate scoperte dal direttore di un tg. Sapevo, grazie al mio abbonamento a Cronaca Vera, che la più giovane delle due aveva appena prenotato le vacanze alla clinica Betty Ford, e l’altra si tirava delle storie col cantante di un complesso musicale che piace a noi giovani. Lui era seduto lì accanto, provava le pose per i fotografi e ogni tanto schioccava le dita al cameriere.

Non fu una serata indimenticabile, non c’era neanche il dj set col gruppo finnico, ma quella sera non avevo bisogno di altro. La cucina poi era ottima, feci onore alla tavola, al rutto libero pensò la giovane Radiosbarella, già piena come il tacchino di Natale. Sua sorella era scomparsa da qualche parte col cantante, immaginavo fuori dal locale, visti i lampi dei flash alle finestre.
Avrei preferito che fossero il presagio di un bel temporale estivo, che lavasse via la polvere dalla mia auto e dai miei pensieri, avevo qualcosa nella testa che non mi permetteva di amalgamarmi agli amici, una specie di filtro fra me e il mondo che mi rendeva insofferente a ogni cosa, ai ruttinfaccia della giovane Radiofrittella, ai gamberoni spiaccicati sul pavimento, al cagnolino che mi pisciava sui sandali, alla musica technoliscio che arrivava dal giubbòss. Non sapevo trovare una spiegazione a quella strana disaffezione al mondo, e meno riuscivo a capire e più bevevo, e più bevevo e più la sensazione di straniamento aumentava.
Mi sentivo l’occhio bovino, non riuscivo a tenerlo dritto, mi scivolava continuamente nella scollatura della Radiomarella.
Sentii forte il bisogno di aggrapparmi a qualcosa, le tette della mia vicina di tavolo non mi sembravano garantire sufficiente presa, mi agganciai al telefono e provai a chiamare la mia ragazza, pensavo che la sua voce stridula mi avrebbe riportato alla realtà. Non rispondeva, doveva essere stesa sul pavimento di casa sua, strafatta di crack, come tutte le domeniche sera.

Completamente offuscato dall’alcool barcollavo per il ristorante, privo di meta e di coscienza. Non so come mi ritrovai in cucina, dove il cuoco stava preparando il piatto segreto, la cui ricetta era custodita più gelosamente del numero di cellulare di Margherita: il rombo crudo.
Tutta la circospezione perse significato nel momento in cui caracollai sul tavolo borbottando “a me il rombo crudo mi fa cagare”.
Solo tre persone al mondo erano a conoscenza della ricetta per cucinare il rombo crudo, il cuoco del Rombos, George Dabliu Bush e il Dalai Lama. Ora eravamo in quattro.

Non che mi facesse piacere scoprire i segreti delle persone, ogni volta che mi capitava ci rimettevo in salute, un paio d’anni prima in Francia i miei compagni di vacanza erano stati sterminati per colpa del segreto del Manovròn e io ne ero uscito per un pelo sbucciandomi un ginocchio, e non parliamo di quando scoprii che la mia ragazza aspettava un figlio, mi venne un’ulcera coi fiocchi. Per fortuna si scoprì che era stata violentata dal padre, e che il bambino era suo, e io non ebbi altri fastidi.

Ovviamente questa volta non mi aspettavo di uscire con noncuranza dalla cucina e tornare al mio tavolo e dimenticare tutta la faccenda, il cuoco voleva la mia pelle. La sua guardia del corpo balcanica mi acchiappò e legò al tavolo.

– Mò che hai scoperto o segreto do rombo crudo devi da morì!
– Bel segreto di merda, lo scongeli e lo servi crudo, son capace anch’io!
– Quando ho fretta nun lo scongelo neanche, ci poso sopra un limone intero e via. Ma nun lo racconterai a nessuno, ti cucineremo come contorno spacciandoti per coniglio! Buahahahaha!

Per mia fortuna neanche il contorno del rombo crudo viene cucinato, altrimenti il cliente capisce l’inghippo e non torna più, mi misero in una pirofila e mi versarono addosso dei pezzetti di pesce non squamato.
Così addobbato mi ritrovai nel piatto della Radiomarella, pronto alla forchettata letale. La giovane alcolista mi squadrò un momento, quindi si voltò di lato e vomitò l’aperitivo a base di sciroppo di amarena e tritolo e biscotti plasmon.

Il bagno era occupato, tornai a casa ancora sporco di pesce. Stamattina, oltre ai gatti appesi ai finestrini, trovai i corpi senza vita dell’altra sorella Radiomarella e del suo amante cantante: per trovare un po’ di intimità si erano rifugiati sotto la mia auto, ma erano rimasti impigliati alla marmitta e me li ero trascinati per chilometri. Ora la mia macchina puzzava da morire di pesce e carne cotta.

Il dentista ha finito l’operazione, mi sciacquo la bocca e mi rimiro nello specchio. Il diamante incastonato nel dente fa un po’ pacchiano, ma con le lenti a contatto argentate starà da dio. Venerdì sera avrò qualcosa da raccontare agli amici, tanto per cambiare.