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tirato per i piedi

Ero lì che aspettavo che mi venisse sonno sufficiente da convincermi a staccarmi dal monitor, o sufficiente noia, o mal di testa, nausea o tutte quelle cose che di solito ottengo dopo una lunga permanenza al pici, quando mi imbatto in una cosa scritta dal sempre bravo Scrotodifango , riguardante le categorie in cui possono essere inseriti praticamente tutti i post di tutti i blog di tutti gli universi compreso quello popolato solo da creature fatte di vapore che si struggono perché la loro incorporeità non permette loro di infilarsi le dita nel naso.
In pratica cosa dice il nostro amico Mudcrotch? Che quando uno scrive su un blog finisce sempre per rientrare in una categoria, e ne analizza alcune. Certo, non può infilarcele tutte, che ce ne sono tante che uno per leggerle dovrebbe stare sveglio cinque notti e guidare cinque giorni.. no, guidare cinque notti e dormire cinque giorni.. neanche.. vabbè, tanto la capirei solo io..

Per esempio ha lasciato fuori la categoria Letteraanonimadellopsicopatico, pubblicata solitamente sul blog del tizio che scrive, sotto pseudonimo, di essere perdutamente e dolorosamente innamorato di una che non se lo caga tanto e per compensare lo piglia troppo per il culo, finchè lui si scazza e decide di andare a casa di lei e farla a pezzi con una motosega, e di spedire le sue orecchie a uno dei suoi amichetti, magari quello che fa il figo e se la tira da artista un po’ romantico un po’ puttaniere.

(Anche questa la capisco solo io, ma stavolta non la troverete su google come avete fatto prima)

Il tizio in questione è solito postare le sue confessioni sul blog anonimo di cui sopra, a uso e consumo del commissario, che farà intervenire la polizia postale e la scientifica per riuscire a beccarlo, ma lui è un furbo che sa quel che fa, e ci sta anche prendendo gusto, così ci riprova e stavolta sbudella la sua amichetta delle medie, una che gli aveva preferito il bambino con gli occhi verdi che gioca da dio a pallone e si chiama Sansone di cognome, e di nuovo sfida le autorità e lo racconta in tutta la sua efferatezza.

Ecco, quella categoria di post lì il mio amico Crutchcrutch non ce l’ha messa, ma ce ne ha messe tante altre, e la cosa tremenda è che io mi riconosco praticamente in tutte! Quella in cui caccio su un video senza commento perché non so cosa scrivere e lasciare il mio blog abbandonato un mese e mezzo fa sciatto; quella dove mi metto a raccontare di quella volta in quarta elementare in cui mi ero innamorato di una mia compagna di classe di nome Chiara, e ne ero rimasto rapito fino in prima media, quando conobbi Francesca, che mi piaceva molto di più, ma che ahimè andava dietro a uno che si chiamava Sansone; per non parlare di quella categoria in cui racconto che ho visto un film, letto un libro, giocato a un giochino, comprato una motosega! Doncrutch parla proprio di me!

E allora mi viene voglia di mettermi lì e non andare neanche a dormire, anche se è già tardi, e mettere su una musichina tranquilla, tipo gli Eels, che fanno ggiovane senza sembrare quattro coglioni con una base e la vocina caldaeromanticamaanchegrintosadafigochelasalunga che fa impazzire le pulzelle e che personalmente ammazzerei anche se sono consapevole che tale comportamento antisociale nei confronti della musica da tinèiger mi classifica come uno di quegli adulti invidiosi che i ragazzini incontrano per strada e salutano dicendo buongiorno invece che ciao.
E mettermi a scrivere pigiando leggero sui tasti per non svegliare Marzia, che sennò viene giù e mi picchia con le ciabatte.
E andare a capo.
Continuamente.
Perché quello che vorrei fare.
E’ un post.
Diverso.
Che comprenda tutti i generi sopraelencati, in modo da non poter essere catalogato, etichettato, classificato, infilato, schiacciato, costretto, soffocato, ammazzato in nessuna delle voci di cui scrive Mudcruk.

Solo che non ne ho voglia.

E allora scrivo ancora un po’, giusto perché ho già detto di non avere sonno, ed è solo l’unaedieci, e Jack è già uscito a fare i suoi porci comodi, e aspetta alle mie spalle che mi alzi per andare a dormire nella sua cuccia su in camera.
Che poi, aspetta.
Più che altro se la dorme qui invece che su.
E russa pure.
E pure forte.
Tipo che non riesco a sentire la musica, che me la copre, e allora alzo, ma allora è lui che non si sente più russare, e allora russa più forte, e io alzo ancora, e lui pure, e alla fine si alza pure Marzia, e ci ciabatta tutti e due, ma a me più forte, che sono più grosso e le ciabattate leggere non le sento neanche.
Lo dice lei che non le sento neanche, l’ultima volta mi ha lasciato un livido sul collo che al lavoro mi prendono per il culo ancora adesso, dicono che mi faccio fare i succhiotti dalle idrovore.

Che ci ho anche provato a nascondergliele, le ciabatte. Gliele ho sotterrate in giardino e le ho sostituite con un paio di morbide, calde pantofole in feltro, poi mi sono messo al computer e ho pestato come un matto, TAKATAKATAKATAKATAKATA.
La prima pantofolata mi ha fatto il solletico.
La seconda mi ha steso che stavo ancora ridendo. Quella stronza ci ha infilato dentro un portacenere.

Che poi cosa ce ne facciamo di un portacenere, che non fuma nessuno. Anche El Bastardo ha smesso, da quando ci siamo fatti recapitare la posta su una casella postale riusciamo ad intercettargli le scatole di sigari che gli spediscono i suoi ammiratori sudamericani, e l’aria è tornata respirabile.

Che poi non è vero che è tornata respirabile, che El Bastardo, per rappresaglia, si nutre da un mese di pasta coi ceci, e tira delle bombe talmente spesse che ci inciampi dentro.
Capirai, col freddo che fa non possiamo neanche aprire le finestre..

Che poi non è neanche necessario aprirle, che con gli spifferi che ci sono è come abitare in giardino, e questo mi fa venire in mente una partita a Sims 2, dove avevo creato una famiglia che viveva in giardino, coi mobili sparsi per il prato e il nonno che passava tutta la notte a suonare il pianoforte.
E andava anche bene, solo che nessuno dei membri della famiglia andava mai in bagno, se la tenevano fino a non poterne più, e la mollavano dove capitava.

Un po’ come faccio io quando Marzia non c’è, ma almeno io ho la scusa che da bambino ho subìto un trauma..

..Potrei andare avanti tutta la notte..


è arrivata..

via balbi

rio corto

ponte

..e non a tutti piace.

el bastardo si lamenta


and the winner is..

Cosa c’è di più bello, la domenica mattina, che dormire fino alle dieci? Mentre nella via piano piano la gente comincia a uscire, si incontra e si racconta, tu sei raggomitolato al caldo, sprofondato nel cuscino, e quel chiacchiericcio distante ti solletica le orecchie, rendendoti l’ozio ancora più piacevole.
Anche a me piacerebbe passare una domenica così, ma mi è impossibile. Appena riprendo coscienza, che siano le due o le undici, sono costretto ad alzarmi dal mio naso, che cambiando il ritmo del respiro si riempie di liquidi che premono verso l’uscita, e restare orizzontale mi diventa impossibile.
Per non privare del piacere della domenica anche chi mi dorme accanto sono obbligato ad alzarmi.
Stamattina per esempio erano le sei e mezza. E cosa fai a quell’ora? One Eyed Jack ha un’ottima idea, a suo dire, e me la spiega scodinzolando davanti alla porta. Vabbè, ma è sempre la stessa idea che ti viene ogni mattina appena mi alzo!
Però non mi dispiace uscire a fare due passi, finché la via è deserta. Il vialetto sotto la ferrovia ha assunto i colori dell’autunno, e a quest’ora, immerso nella nebbiolina che sale dal torrente, sembra di camminare in una fotografia.
Anche El Bastardo partecipa alla gita, ce lo vediamo arrivare fra le gambe come una palla pelosa e quasi sobbalziamo; sono sicuro che l’ha fatto apposta, lui adora queste entrate ad effetto. Con un balzo va a sistemarsi su un paletto appoggiato alla ringhiera, e comincia a farsi le unghie, soddisfatto.
Una volta rientrati a casa e consumata una piccola colazione l’orologio rivela che sono appena le sette e un quarto. Fino alle undici non ho nessun impegno, che faccio?
Per esempio potrei raccontarvi..

di quella volta che ho vinto il Nobel per la Letteratura

1.
La sera del 13 aprile 2006, sulla strada che da Dresden porta al piccolo paese di Flugendorf, l’auto del professore di lettere antiche Hans Delbruck uscì di strada, forse a causa di una distrazione del conducente, e andò a schiantarsi contro un pulmino Volkswagen parcheggiato in una piazzola.
I due giovani a bordo del mezzo, una coppia di studenti, ne ricavarono ferite lievi, più che altro un grosso spavento e la delusione di un amplesso interrotto proprio sul più bello.
Molto peggio andò al professor Delbruck, che morì sul colpo.
La stampa non diede alcun peso all’accaduto, giusto un trafiletto sul quotidiano locale, ma in un ufficio di Stoccolma il telefono della signorina Ulla Lagerlöf diventò incandescente: la sua principale, Selma Engdahl, segretaria permanente dell’Accademia Svedese, era infuriata, e quando ciò accadeva Ulla era la prima persona a farne le spese.
“Il professor Delbruck faceva parte della giuria che deve assegnare il Nobel per la letteratura! Come facciamo adesso?”
Ulla ascoltava in silenzio, non si azzardava a interrompere la sua principale quando era di quell’umore, sapeva benissimo che avrebbe scatenato la sua ira incontrollata. Ne aveva già fatto le spese una volta, e da allora non si era mai più permessa di aprire bocca, neanche quando sembrava che la domanda prevedesse una risposta da parte sua, come ora. Non c’era mai una risposta, la signorina Selma Engdahl era convinta che nessuno meglio di lei sapesse come far funzionare quell’ufficio, e i suoi subordinati erano solo strumenti, alla stregua di macchine da scrivere, buoni esclusivamente per alleggerirle il lavoro. Si è mai vista una macchina da scrivere che risponde alle tue domande? Che si rende utile? Che pensa? Ulla era pagata per lavorare, non per pensare, e anche se questa continua vessazione la umiliava peggio che se fosse stata picchiata, accettava in silenzio, pensando che prima o poi avrebbe trovato la forza di andarsene di lì. Oppure sarebbe impazzita.
“E adesso sono solo tre i giurati ancora disponibili!”
Per forza, pensò Ulla, se componi una giuria di soli ultraottantenni non ti devi stupire se nell’arco di qualche mese dieci su quattordici ci lasciano le piume. La sua opinione era che la signora Engdahl non avesse la minima idea di come funzionava l’organizzazione del Premio Nobel. Suo padre si, era stato un ottimo datore di lavoro, arguto, intelligente, aperto ai consigli, ma da quando era morto, lasciando tutto nelle mani della sua figlia più grande, la situazione era precipitata. Questa cretina che aveva accumulato tutta la propria esperienza lavorativa dietro la cassa di un supermercato non aveva la minima idea di come si gestisse un evento di quella portata.
“Dobbiamo reagire!”
Ulla avrebbe reagito volentieri, se lo sognava la notte di reagire, sfondare a calci la porta dell’ufficio della sua principale, ribaltare la scrivania davanti ai suoi occhi spalancati e piantarle un tagliacarte nella gola, ma non prima di averle rivelato cosa pensava di lei, del nomignolo che le aveva coniato durante quegli anni, e che sussurrava ogni volta che riappendeva il telefono: Scorreggia di Renna.
“C’era quel sito che ci fa da sponsor, quello di appassionati di letteratura, prendi dei nominativi da lì, quest’anno nominiamo una giuria popolare!”
“Quanti ne devo prendere?”, chiese timidamente Ulla.
Scorreggia di Renna non aspettava altro per potersi sfogare.
“Macheccazzo ne devo sapere? Sono una segretaria io? Eh? Razza di deficiente! Prendi quelli che servono e lasciami in pace, che ho cose importanti da fare, io! Sono la responsabile del Premio Nobel, io!”.
Non c’era una vera ragione per cui Ulla decise di averne abbastanza, non dipese dal tono, o dalle parole che le vennero riversate addosso. Erano lo stesso tono e le stesse parole che si era sentita ripetere per dieci anni, solo che fino a cinque minuti prima era stata capace di sopportarle, ora improvvisamente non ci riusciva più.
La reazione più comune sarebbe stata quella di andarsene, mollare il lavoro e non tornare neanche a prendersi lo stipendio, ma Ulla voleva terminare quell’ultima incombenza, era una donna disciplinata, e proprio non ci riusciva a piantare un lavoro a metà. Restò seduta ancora un po’ a pensare, poi scrisse un paio di lettere, che avrebbe spedito una volta uscita da quella porta per l’ultima volta:
una era la convocazione a partecipare a una giuria popolare, l’altra la sua lettera di dimissioni.

2.
“Guarda un po’, ti è arrivata una lettera dalla Svezia”, mi disse Marzia un sabato mattina.
“Sarà una pubblicità dell’Ikea”, risposi, continuando a trafficare sulla tastiera del pici.
“Sulla busta c’è scritto Svenska Akademien, mi sa di no. Dev’essere pubblicità di qualcos’altro”.
La lettera all’interno diceva più o meno che ero stato scelto per far parte di una giuria popolare che avrebbe dovuto assegnare nientemeno che il Premio Nobel per la Letteratura.
“E lo mandano proprio a te?”, mi chiese Marzia sbalordita. “Cosa ne sai tu di come si assegna un nobel?”
“Credo sia perché mi sono iscritto a quel sito di letteratura, è uno sponsor della cerimonia.”
“Quello che pubblica le sceneggiature dei suoi iscritti?”
“Tales From The Script, si, ma le mie non le hanno mai pubblicate, quegli stronzi!”
“Grazie, gli hai mandato le Nuove Avventure di Godzilla, ci voleva un bel coraggio!”
“E perché? Erano storie di un personaggio leggendario ambientate in una realtà più attuale!”
“Dì piuttosto che erano espedienti per far morire tutte quelle persone che ti stanno sulle balle! Come si chiamava la prima avventura? Godzilla Sull’Isola Dei Famosi?”
“No, quella era la seconda. La prima si chiamava Godzilla Contro I Pokemon”
“Hai dato addosso a chiunque, i cabarettisti che non fanno ridere, i pubblicitari che inventano spot cretini, i sampdoriani..”
“Erano storie che rispecchiavano i malesseri comuni dell’uomo moderno! Andavano lette in una chiave più critica! Soppesate!”
“Ma come fai a soppesare Godzilla Contro Il Partito Democratico! È ridicolo! Voglio proprio vederti a giudicare delle opere serie.”
“E cosa ci vuole? Basta votare come ha fatto quello prima di me, la frase da tenere a mente è ‘Io la penso uguale a lui!’”
Marzia mi vide sobbalzare:
“Che succede? Ci chiedono dei soldi?”
“Ci invitano a Stoccolma! Viaggio e soggiorno gratis per una settimana!”
Stavo parlando da solo, Marzia era già di sopra a fare le valigie.

3.

La signora Selma Engdahl non parlava una parola di italiano, palazzo accademiama tutto il suo imbarazzo mi venne trasmesso dall’interprete, che cercava di spiegarmi che c’era stato uno spiacevole disguido, una cosa mai accaduta prima di allora, e che erano tutti terribilmente mortificati.
“Che succede? Ci chiedono dei soldi?”, mi domanda Marzia da dietro. Ultimamente abbiamo avuto delle spese, e siamo diventati molto sensibili sulle questioni di denaro.
“No, dicono che c’è stato un casino, la loro segretaria ha combinato qualcosa, e insomma che io sono l’unico giurato”.
“Tu? E adesso? Come fai a giudicare obiettivamente dei libri che non hai neanche letto?”
“E’ quello che mi hanno chiesto anche loro, si sono raccomandati caldamente di essere onesto e obiettivo, di ricordarmi che sono responsabile dell’assegnazione del premio più importante del mondo, di valutare con attenzione tenendo sempre bene in mente che l’opinione pubblica di tutto il pianeta mi sta osservando, che da me dipende il destino di autori vessati dal proprio governo, le idee delle generazioni future, la linea commerciale di migliaia di case editrici, la scaletta di milioni di trasmissioni televisive..”
“Insomma, ti ha detto di non fare cazzate.”
“Non preoccuparti, ho già una mezza idea”

4.
Quando mia mamma accese la televisione e vide la mia faccia sullo schermo ebbe un mezzo accidente, poi si rese conto che quello non era un servizio di cronaca nera, ma di cultura, e allora si riprese, ma solo finché la conduttrice non lesse la notizia, a quel punto svenne.
Al mio rientro in Italia erano tutti ad aspettarmi all’aeroporto, amici, parenti e giornalisti, tutti a tempestarmi di domande, come mi sento, cosa farò ora, a chi dedico il premio, se mi sembra etico assegnare un premio così importante a sé stessi.
A quest’ultima domanda mi arrestai e tornai indietro fino a raggiungere il giornalista. Era un inviato del Tg4.

“Tu non ti devi permettere”, gli gridai contro puntandogli addosso il dito, “Perché io sono una persona per bene, e tu sei solo un coglione!”
“Non hai capito la domanda”, fece lui tranquillo, “Ti ho chiesto se ti sembra etico assegnare a sé stessi un premio così importante”
“Ah, scusa, avevo capito Viva Vittorio Mangano.. Ecco, il fatto che la giuria fosse composta esclusivamente da me.. posso immaginare che abbia scatenato delle polemiche.. e ci mancherebbe.. anch’io al vostro posto avrei pensato male.. ma voglio rassicurarvi, il premio al mio libro Acapistrani è stato assegnato in piena obiettività, senza pensare minimamente ai vantaggi che mi avrebbe portato”
io, emma e il nobelIl giornalista parve rassicurato, e mi lasciò andare.
Davanti alla porta di casa stava il mio editore, indossava un mantello di ermellino e una corona tempestata di rubini. Lo scettro l’aveva lasciato sul cocchio, posteggiato lì accanto.
L’aveva presa bene..
“Ti ho preparato una serie di serate nei salotti migliori, e anche una collana editoriale dal titolo ‘Scelti dal nobel’, e ti sto facendo costruire un ufficio in un’ala del castello dove trasferirò la casa editrice, ci ho messo anche l’idromassaggio..”
In casa trovai un paio di centraliniste a rispondere al telefono, mi mostrarono la lista delle chiamate ricevute fino ad allora, era lunga tre quaderni. Sfogliandola trovai nomi illustri, Dario Fo e Harold Pinter volevano complimentarsi, Saramago mi dava del pagliaccio. Poi c’erano i luminari italiani, Bevilacqua stava raccogliendo firme per farmi ritirare il premio ed espellermi dal Paese, Maggiani, Ferrero e la Maraini mi denunciavano per danni all’immagine della letteratura italiana che essi rappresentavano. Moccia mi chiedeva una copia autografata del mio libro, Pontiggia si era suicidato e mi chiamava per dirmelo.
Nei giorni seguenti il mio libro balzò ai primi posti delle classifiche, come previsto, io partecipai a ogni genere di trasmissione culturale, compreso Portaaporta, Marzia venne invitata in quelle più mondane, nelle vesti di Compagna del Nobel. Dopo le prime intemperanze nei confronti di multinazionali illegali, governi bastardi e sfruttatori, e presidenti di lega mafiosi, cominciò a venire invitata in quanto Compagna e basta, e ben presto si ritagliò un suo spazio in un ambito più politico, cominciò a raccogliere sostenitori e si buttò in politica con lo slogan “Salviamo gli italiani da sé stessi”.
La popolarità toccò anche Morelia Toñita De La Selva De Lacandona, che si affrettò a dare alle stampe il libro-scandalo “El Bastardo, la mia vita accanto a un despota”, al quale fece immediato seguito il diario verità dell’accusato “Il croccantino logora chi non ce l’ha”, quindi entrambi si rivolsero a Fabrizio Corona per essere presi sotto contratto.

L’unico che non cercò di approfittare della situazione fu One Eyed Jack, che se ne stava tranquillo nella sua brandina a dormire.

5.
Ma si sa, la notorietà di un Premio Nobel dura poco, non può competere con i pesi massimi che arrivano dalla televisione. Appena si concluse l’ennesima edizione del Grande Fratello i miei spazi sui media subirono un calo vertiginoso, l’inizio del campionato di calcio mi diede il colpo di grazia. Tentai di riciclarmi come opinionista in una trasmissione sportiva, ma venne fuori che non parteggiavo per una squadra da alta classifica, e mi sostituirono con la mascotte del Milan, un pupazzone a forma di diavoletto che raccontava barzellette spinte e faceva le corna alla telecamera.

Ai miei compagni non andò meglio, Marzia non superò lo sbarramento per presentarsi alle politiche, e già in seno al suo partito stavano nascendo movimenti scissionisti, ebbe il buonsenso di farsi da parte prima che la situazione precipitasse e qualcuno invitasse Mastella a entrare nello schieramento; El Bastardo e Morelia Toñita scoprirono che il cerone che ti spalmano per apparire in televisione impiastrava loro il muso, rendendoli dei mascheroni bruttissimi, e questo non li aiutava a diventare più simpatici, tanto che non li presero nemmeno a Zelig.

Fu a quel punto che scoprimmo che One Eyed Jack aveva firmato un contratto miliardario con la Luxottica per farle da testimonial. Mentre noi ci sbattevamo per ottenere il successo lui lo aveva aspettato in panciolle, e adesso ci guardava attraverso il suo monocolo da sole firmato Ferrè.

Ci lasciò una mattina, saltando sulla sua Harley e sparendo insieme a una levriera, verso una nuova vita.


ci salverà Veltroni?

L’altra sera il Subcomandante è arrivata a casa e si è precipitata davanti al pici a trafficare. Si trattava dell’ennesimo proclama, così ho sbirciato da dietro la sua spalla.
Stavolta ce l’aveva coi produttori del videogioco Prince Of Persia. Essendo la Persia l’antico Iran, gli invasori che devi eliminare sono per forza iracheni. Il fatto di averli resi così sanguinari e difficili da uccidere non può che essere un messaggio propagandistico a favore della campagna militare americana in quel paese: del tipo “vedete che gli iracheni sono bastardi? Bisogna ucciderli tutti!”.

Mi sa che in quelle saponette nuove che sta usando ci sono delle sostanze che picchiano in testa, ho provato a spiegarle che la Ubisoft, casa di produzione del gioco, non è americana, ma francese, ma secondo lei ciò avvalora maggiormente la sua teoria, è in atto un piano di destabilizzazione oscuro e tentacolare, che si estende in ogni parte del mondo.

Alla fine del proclama vedo che firma E.C.R.N, e le faccio notare l’errore ortografico.

“No, è giusto, Ejercito Cadigattista di Revoluciòn Nacionàl!”
“Guarda che è Liberaciòn Nacionàl”, insisto.
“Ma a me piace di più Revoluciòn.”
“La revoluciòn è finalizzata alla liberaciòn!”, le faccio.
“La liberaciòn comincia con una revoluciòn!”, obietta.
“C’è un tempo per combattere e uno per ragionare!”
“Siete solo dei parolai!”
“La sinistra radicale deve adeguarsi alla linea politica della coalizione!”

Insomma che siamo a un passo dalla crisi politica. Per evitare una scissione decidiamo di metterla ai voti, chi otterrà la maggioranza deciderà il nome del movimento.
Un’ora più tardi la casa è tappezzata di manifesti.

ecln vota  ecrn vota copia

La sede dell’Ejercito Cadigattista di Qualcosasarà Nacionàl è abitata da cinque elementi: El Bastardo vota subito come lo consiglia il proprio ruolo di fedele luogotentente, mentre Jack viene convinto ad appoggiare la mia causa sotto la minaccia di non portarlo più a passeggio. A questo punto l’ago della bilancia diventano gli indecisi, composti esclusivamente da Morelia Toñita De La Selva De Lacandona.

Il Subcomandante Marzia la rimpinza di croccantini, io le faccio leccare i coperchi dei barattoli di yogurt, ma nessuno sembra avere la meglio sull’altro. L’unica a godere dello scontro è la stessa Morelia, che in un paio di giorni ha già messo su una pancia tonda come una cornamusa.

cameraNel frattempo in casa non si riesce più a vivere, ci sono manifesti anche in bagno, e ogni volta che apri un cassetto saltano fuori volantini elettorali.

Io e il Subcomandante non ci parliamo più, comunichiamo solo attraverso la lavagna, lo facciamo il meno possibile e solo per necessità di sopravvivenza, ma anche così non riusciamo a non litigare:

“Compra l’olio che è finito”
“L’avevo comprato IERI, l’hai usato tutto per fare le PATATINE FRITTE?”
“No, semmai sei TU che ti ci sei condito L’INSALATA!”
“Le patatine fritte sono da FESTA DELL’UNITA’!”
“L’insalata è SCIAPA come le vostre PROMESSE rinsecchite!”
“Voltagabbana!”
“Parolaio!”

salottoE tutto questo casino non sembra essere destinato a risolversi finché quella bagascia di Morelia Toñita non prenderà una decisione. Ieri sera è venuta a dormire con me sul divano (e si perché di dormire insieme al Subcomandante non se ne parla), ma stamattina a colazione era lì che faceva le fusa al nemico. sospetto fortemente che faccia il doppio gioco per interessi personali.
Di questo passo non si sa dove andremo a finire,
siamo al punto che sia io che il Subcomandante abbiamo pensato di accogliere in casa un altro animale per accaparrarci la maggioranza. Lei ha progettato di accogliere un altro gatto, dove sa di avere un vantaggio, io sto cercando di convincere Ugo e Gina a venire a vivere in casa con noi.

ugogina

Ugo

Gina


coming soon

direttivo eclnDoveva essere un giorno di festa per El Bastardo e la sua compagnaMorelia Toñita De La Selva De Lacandona. Una gita al prato dietro la sede dell’Ejercito Cadigattista di Liberaciòn Nacionàl era quel che ci voleva per rilassarsi un po’, dopo tanti giorni di barricate.
Loro due soli, un ambiente sereno, bucolico, chissà che la bella Morelia non decidesse di concesersi finalmente e si lasciasse portare dietro qualche fratta..

 

 

 

 

 


Ma il pericolo era dietro l’angolo, sotto le spoglie del terribile Gattogrì, capo delle squadracce reazionarie al soldo del regime.
Per difendere la bella Morelia Toñita El Bastardo non esitò ad affrontare quella belva sanguinaria, un tempo suo carissimo amico, prima che la revoluciòn li portasse sui fronti opposti della barricata.
Morelia Toñita, dal canto suo, non vedeva l’ora di svicolare, a casa qualcuno aveva riempito la ciotola di croccantini, e se si sbrigava poteva mangiare i suoi e quelli del compagno.

 

 

 

 

 

El Bastardo affrontò Gattogrì in uno scontro all’ultimo sangue, ma ebbe la peggio. Venne lasciato in mezzo al campo come morto, in una pozza di sangue, con le mosche che gli giravano intorno e gli avvoltoi che planavano in cielo pronti a ghermirne i poveri resti, su cui già aleggiava l’odore acre della putrefazione.

 

 

 

 

Ma non era morto, la puzza era quella che aveva sempre avuto. Venne soccorso dal Subcomandante Marzia e medicato, quando la sua vita era appesa a un filo sottile come quello che si usa per attaccare i bottoni e che te li lascia sempre un po’ ciondoloni, che lo sai che appena ti pieghi li perderai di nuovo, e ci stai attento a chiuderli, ma tanto è inutile.

 

 

 

 

 

 

El Bastardo trascorse un lungo periodo di degenza sulla sedia della cucina, allietato dalla compagnia di Morelia Toñita, che con la pancia piena era più disposta a sopportarne la puzza, e nel suo cuore covava desideri di vendetta. El Bastardo, non Morelia Toñita, lei nel cuore covava solo il desiderio di mangiare ancora, mangiare sempre, mangiare mangiare mangiare mangiare..

 

 

 

 

 

 

La ECLN Peliculas presenta una storia di unghiate e di pelo, di vendetta e di croccantini..

La storia di un guerriero che torna dalla tomba per vendicarsi di colui che gli ha portato via quanto aveva di più caro.

Il 28 gennaio 2007 El Bastardo ucciderà Gattogrì.

kill gattogri

aggiornamento di uno stato qualunque

Oh bentornato! Ehilà, che piacere rivederti! Finalmente! Oh ma dove cazzo eri finito?
Che uno per tornare bisogna che se ne sia prima andato, e ciò non è sempre vero, a meno che non si consideri anche l’andar via di testa, che allora belin che viaggi ci si è fatti. Anche se a dire il vero qualche andarvìa ce lo si è fatto anche qui, in questa parentesi di nonscrivoniente nonchiamonessuno, che è vero poteva ricordare i bei (?) vecchi tempi quando ci si chiudeva talmente a fondo in sè stessi da portarsi anche da mangiare perché laggiù in fondo c’era da fare parecchie scale a piedi e con la spesa avanti e indietro sai che braccia che ti vengono.
E invece no, non si trattava dei bei (?) vecchi tempi, stavolta non ci sono musi da bracco ad accompagnarci per la strada, sguardi fissi al pavimento, pensieri che si accavallano in testa così veloci da risultare incomprensibili anche a noi stessi, bestemmie digrignate sottovoce, che in quei bei tempi lì ce n’è una fioritura che manco all’euroflora. No, stavolta ci si dimentica di scrivere telefonare farsivedere allimiteunmessaggiomanonèdetto a causa dei bei tempi quelli senza punto interrogativo fra parentesi, che ci fanno scordare che esiste un mondo al di fuori di noi esattamente come quelli belliproprioperuncazzo, ma con la differenza che stavolta lo sguardo spazia ovunque, e il muso se proprio dev’essere da bracco almeno ha una palla in bocca e scodinzola felice.
Palla nel senso di giocattolo, non di testicolo, che sennò la felicità del bracco andrebbe di passo col dolore di un mammifero di sesso maschile non meglio specificato.
E si perché in questi giorni di vuoivederechecihannoilpicirotto forsesonostatisequestrati è successo quanto segue:

  1. Siamo stati in turnè a Parma, presso la Biblioteca Clandestina Errabonda tirata su da quel vecchio volpone dell’Alessandrocinelli, dove la parte meno produttiva dell’Ejercito Cadigattista di Liberaciòn Nacionàl ha presentato un paio di quadri letto un paio di racconti strappato un paio di applausi vuotato un paio di bottiglie. Bello, lo rifarei tutti i giorni, approfitto della parentesi per ringraziare chi mi ci ha voluto e spero di ricambiare al più presto l’ospitalità in quello che presenterei come punto 2.
  2. Abbiamo quasi terminato i lavori alle Cappe Rosse, anche se dovrei dire che il Subcomandante Marzia ha quasi terminato, visto che io, in qualità di parte meno produttiva dell’Ejercito Cadigattista di Liberaciòn Nacionàl, mi sono limitato a brevi quanto inefficaci comparsate. Chiedo le attenuanti signor giudice, quella grossa cagna per cui lavoro non mi permette di usufruire delle ferie arretrate per contribuire in manodopera a ciò che si appresta a diventare la mia occupazione principale, se non in tempo almeno in ambizioni. Anche in questo caso vorrei aprire una parentesi per ricordare ad amici, nemici e visitatori occasionali che, che senza una tessera ARCI non possiamo farvi entrare, e che siete nemici le consumazioni si pagano.
  3. El Bastardo e Morelia Toñita De La Selva De Lacandona, la sua nuova subalterna, hanno mangiato una scatoletta al tonno e salmone e hanno scagazzato per tutto il sottoscala, costringendoci a un lavoro ignobile di pulizia, col risultato che alla fine tutta la cucina puzzava di merda tonno salmone e candeggina. La prossima volta che si azzardano a fare una cosa del genere li sotterro in giardino.
  4. Ci siamo ricordati di quanto sia bello restare abbracciati sul divano a guardare la prima stupidaggine che passa in televisione, senza neanche guardarla davvero, giusto per il piacere che dà spegnerla e ascoltarsi respirare. Sono innamorato di questa ragazza, e alla fine i punti uno due e tre non sono altro che macchie di colore in un quadro, e non è certo stando col naso appiccicato alla tela che riuscirai a decifrarne il disegno. Oltretutto se il colore è ancora fresco ti macchierai tutta la faccia..

è la Liguria una terra leggiadra, il sasso ardente, l’argilla pulita, e dei sentieri ripidi dove sbuffi come una locomotiva

Grande trasferta dell’E.C.L.N. quest’oggi, un’escursione premio alle Cinque Terre come ricompensa per non avere spaccato più niente negli ultimi tre giorni. El Bastardo era fra i premiati, ma è rimasto a casa a sorvegliare i suoi croccantini, perché dice che poi arriva quel randagio di merda e glieli frega. Poi si sa che i gatti e l’acqua non vanno granché d’accordo, e da quelle parti acqua ce n’è ben ben.

Restiamo io e il Subcomandante, a scarpinare per i sentieri da Riomaggiore a Vernazza. L’idea era di concludere a Monterosso, ma una spiaggia a metà itinerario ci ha obbligati a fare delle scelte: fare un bel bagno e rilassarsi un paio d’ore o arrampicarsi su per una scalinata da capre in mezzo alle rocce col sole a picco? Si conclude a Vernazza, punto.

Il primo tratto è semplice, sembra la passeggiata di Nervi più stretta e traboccante di tedeschi, da Manarola a Corniglia si va via bene, anche se la scalinata finale rompe un po’ le balle, l’ultimo pezzo è più insidioso, ma ce la puoi fare benissimo. A meno che non lo affronti da Vernazza in scarpette ballerine e borsetta, come ha fatto una squilibrata che abbiamo incrociato insieme al marito.

A Vernazza delle turiste d’alto bordo, o così tentavano di vendersi, interrogavano una vecchietta su quanto l’impatto dei turisti abbia cambiato le abitudini locali. Questa poveretta se ne stava su una panchina a godersi il fresco, cercando di non farsi travolgere dalla fiumana romanomilanese che le scorrazzava davanti. Mi piace pensare che il suo primo impulso sia stato di rispondere:
“M’ei ruttu u belin tutti quanti, nu possu ciù anà a cattà che me tucca fà n’ùa de cùa perché ghe sei vuiatri, nu possu ciù tegnì u barcùn avertu perché chì sutta fèi in casin du sacramentu, se vegnu zù duì menùti me vegnì a rumpì a mussa cun e vostre belinate, e a vostra amiga chi a me s’è assettà in sciu’u baccu, e se a ne se leva d’in ti pè ghe gìu na mascà che a cacciu pè tèra!”
Ha risposto educatamente, si è fatta restituire il bastone e se n’è andata. In compenso la risposta in dialetto l’abbiamo intonata noi, seduti sulla panchina a fianco, ma le turiste curiose non hanno capito.