Archivi tag: fantasmi

il buco

Mi considero una persona abbastanza equilibrata. Ho i miei punti di forza e le mie debolezze, come tutti. Diciamo che sono nella media, che non vuol dire niente, è dove sta chiunque tranne Pietro Pacciani e il Dalai Lama.

Però ho un buco. Mi manca un pezzo. Non è una debolezza, qualcosa che si può rinforzare, è proprio che non c’è. Se un medico potesse guardarmi con una macchina che legge lo spettro psicologico, emotivo, il software toh, vedrebbe in un punto non meglio determinato, un punto che chiameremo comodamente “laggiù”, una grossa macchia nera. Se fosse una tac ci sarebbe da cagarsi addosso, ma per fortuna non è una presenza aliena, è piuttosto un’assenza. È un buco. Ci guarderebbe attraverso e vedrebbe il suo assistente di laboratorio fare lo stesso dall’altra parte.

In quella casella vuota ci dovrebbe stare la sicurezza di sé. Dico ci dovrebbe, perché in realtà nel mio caso non ci ho mai messo niente. Più o meno. Da ragazzino mi è venuto il dubbio che tenersi un buco laggiù non fosse una cosa sana, così ci ho lasciato nidificare una colonia di topi. Però squittivano, non mi lasciavano dormire, e dopo un po’ l’ho liberato di nuovo. Credevo che con la maturità sarebbe arrivata anche la sicurezza. Un po’ come i peli, no? Non è successo. Però ho ricevuto doppia razione di peli, e forse avrei dovuto reclamare allora, ma non sapevo a chi rivolgermi, e poi quando sei in piena pubertà hai un sacco di altre cose da scoprire, mi sono distratto, ho lasciato perdere. Ho sperato che non succedesse niente a tenermi il buco.

Devo dire che sono stato un po’ in ansia, certe notti mi svegliavo e mi chiedevo se mi stavo ammalando, mi toccavo la fronte, mi ascoltavo il cuore, muovevo le dita dei piedi. Mi sembrava tutto in ordine, trovavo solo qualche pelo nuovo.
Passa un anno, ne passano venti, e sono sempre vivo. Nessuna malattia psicosomatica, nessun organo marcito. Vabbè, tranne il fegato, ma quello dice il dottore che basterebbe uscire meno il sabato sera.
Mi sono rilassato, ho pensato che un buco laggiù non è una cosa così grave, e dopo un po’ ho anche smesso di pensarci.

Quando si sono manifestati i primi effetti non li ho collegati al buco, a tutti capita di non avere il coraggio di buttarsi da uno scoglio, e non provarci con una che ti piace è un po’ la stessa cosa: è vero che nessuno sbatte sugli scogli, ma se ogni tanto qualcuno muore vuol dire che è solo una questione di probabilità.
Poi è stato il momento di continuare gli studi, e mi sa che non me la sento. Io mica ne ho voglia, magari mi trovo un lavoro, che è più facile. Poi il lavoro che avevo trovato mi sembrava troppo complicato per me, e ne ho cercato uno più alla mia portata, solo che neanche quello mi andava bene, e scendi che ti riscendi sono finito a farne uno dove ci lavorava anche il mio compagno di scuola ritardato. Va detto che lui lo fa meglio di me, comunque.

La mia vita sentimentale non è andata meglio, per evitare di sbattere sugli scogli mi sono sempre accontentato di stare fermo in spiaggia ad aspettare che qualche ragazza meno sveglia delle altre mi inciampasse addosso. Non che mi lamenti, eh? Ho avuto una sfilza di fidanzate straordinarie dalle quali ho imparato un sacco di cose utili. Per esempio so cucinare il gallo pinto, che sarebbe un piatto a base di fagioli neri e riso, e adoro Calvin & Hobbes. Però, ecco. Per esempio quella di terza A che mi piaceva tantissimo non sono mai riuscito a parlarle, neanche quando ho scoperto che mi stava dietro. Bloccato, proprio. E allora ho capito che quel buco lì non ci doveva stare, che la sicurezza di sé è importante per spronarti a cercare il meglio per te stesso e non accontentarti di quel che arriva, perché se ti accontenti di quel che arriva non otterrai mai niente di buono. E mi sono detto che avrei cambiato le cose e sarei diventato finalmente padrone della mia vita!

È stato allora che ho scoperto il demone della procrastinazione. Perché io la volevo cambiare la mia vita, cazzo! Solo che prima dovevo scrivere delle cose, perché nel frattempo avevo scoperto di essere bravo a scrivere, o perlomeno che senza alcuno sforzo potevo tirare fuori delle cose decenti. Se ci fosse stato da sforzarmi non l’avrei mai fatto, perché tutti gli sforzi che faccio per portare a termine qualcosa finiscono rigorosamente nel buco, e pianto lì.

Sono arrivato a tre anni fa che mi era rimasto ancora qualcosa da scrivere, ma avevo quasi finito eh, poi mi sarei dedicato a cambiare la mia vita, e la mia fidanzata ha deciso che la vita me la cambiava lei, e mi ha spedito di casa. L’ho presa malissimo, ho fatto scenate, rotto le balle a tutti i miei amici e ai suoi, l’ho insultata, le ho detto che non la volevo vedere mai più, ma la verità è che avevo solo paura del mio buco. Cosa potevo fare se non sapevo fare niente? Chi lo avrebbe voluto uno con un buco laggiù? No, stavolta avrei fatto qualcosa di buono. E qualcosa di buono l’ho fatto, mi sono scelto un passatempo, e piano piano il buco è sembrato rimpicciolire, e col passatempo ho trovato anche una ragazza che il mio buco non l’aveva notato, oppure sì ma non sembrava dargli importanza, perché ne aveva uno grosso anche lei.

Fico! Magari riusciamo a riempirceli insieme! Poi mi sono reso conto che la frase si prestava a un casino di malintesi e sono arrossito. Lei ha riso e io mi sono innamorato del suo sorriso, perché era il sorriso più bello del mondo. Siamo stati innamorati come due adolescenti per esattamente 54 giorni, 17 ore, 51 minuti e 10 secondi, e sono stati il periodo più felice della mia vita, perché per una volta non ero stato fermo a farmi scegliere come nell’ora di ginnastica quando il prof decideva due capisquadra e loro chiamavano a turno quelli bravi, poi quelli decenti, poi gli stazzi, poi quelli che proprio non si potevano guardare, poi la bidella, poi il quadro svedese, e poi finalmente io. No, finalmente avevo voluto una cosa e mi ero sbattuto per ottenerla! Poi vabbè, sbattuto, le avevo detto che mi piaceva e lei aveva risposto anche tu, capirai, è stato più che altro culo, ma non toglie che sia stato un periodo in cui vedevo la mia vita a una svolta e mi sentivo pronto a raddrizzare ogni cosa, avrei cambiato lavoro, avrei cambiato città, animale domestico, marca di automobili, titolo di film, sarebbe stato fighissimo!!
Lei si è limitata a cambiare fidanzato. Ma neanche, si è ripresa quello che aveva prima.

È stato il momento in cui il mio buco che si era ridotto fino a sparire è diventato così grosso che ci sono caduto dentro, e per tirarmene fuori ho dovuto buttare via tutto quello che avevo nelle tasche, e poi tutto quello che avevo nella pancia, e poi tutto quello che avevo in testa, ed era veramente tantissimo. Ci ho buttato cose di me che neanche pensavo di avere, ci ho buttato altre persone, ci ho buttato mio padre, ci ho buttato famiglie di rospi e la colonia di topi che credevo se ne fosse andata e invece era ancora acquattata dietro la bile, ci ho buttato anche la bile, e il fegato, che tanto era da cambiare. C’è voluto un sacco di tempo, ogni volta che mi sembrava di riuscire a tirar fuori la testa scivolavo di nuovo e dovevo ricominciare, ma alla fine mi sono liberato, e mi sono sentito più forte di prima. Sarà che il buco era talmente pieno di roba che ci avevo buttato dentro che credevo si sarebbe limitato a sparire.

Mi sono messo a fare altre cose da capo, pensando che se era servito la prima volta sarebbe servito di nuovo, e infatti ho trovato altri stimoli, conosciuto altre persone, e quando è stato il momento di rimettermi in gioco ho sentito muovere delle cose laggiù, e ci ho trovato il mio amico buco. Si era mangiato tutto quello che ci avevo buttato dentro, e mi sorrideva. “Che c’è per cena?”, chiedeva.

“Eh, ci sarebbe questa ragazza..”
“Un’altra? Devo ricordarti com’è finita l’ultima volta?”
“Ma questa è diversa, dai. Mi sta dando prove certe che.. insomma.. sembra che ci tenga davvero”
“Certo, come quell’altra. Te lo sei fatto lasciare un curriculum?”
“Bah, non mi sembrava il caso..”
“Bravo scemo! E il libretto sanitario? E la fedina penale? E le referenze dei fidanzati precedenti? Che ne sappiamo che non è una scammurriata che scappa col malloppo appena ti giri?”
“Per quel che c’è da rubare, oramai. Ti sei mangiato tutto tu.”
“Metti che è una ladra di buchi!”
“Mi pare che ne abbia uno bello grande anche lei, se devo dirti.”
“Ah! Pure! E allora lo fai apposta! Hai visto cosa succede con quelle lì! Perché non te ne trovi una diversa, per cambiare?”
“Eh, non tutte le ragazze escono col buco.”

A dire il vero non lo sapevo se qualche ragazza si sarebbe detta disposta a uscire con un portatore non troppo sano di buco, mi ero di nuovo messo lì da una parte ad aspettare di vederne inciampare qualcuna, avevo notato questa e mentre ero lì che decidevo se ero pronto a buttarmi mi era crollata addosso, decretando così l’inizio della nostra relazione e anche un’ottima ragione per terminarla.
E sì perché la sicurezza di sé è una roba che quando costruiscono le persone non ce n’è mica abbastanza per tutti. Sarà che qualcuno fa il giro due volte e se la frega, ma secondo me il conto non torna comunque, perché quelli che non ce l’hanno sono troppi, e sembra che li incontro tutti io. Nella gara delle insicurezze certe volte arrivo secondo, ma non vinco un cazzo ugualmente.

C’è questo buco, laggiù, che si mangia qualunque cosa. Si mangia i tentativi che fai di vivere una vita normale, di avere una relazione stabile, un lavoro appagante. Si mangia la dignità di dire basta quando ti rubano dalle tasche, quando ti trattano come un cretino, quando ti usano. Si mangia il futuro perché non ti permette di immaginarne uno, si mangia il passato e te ne lascia una copia falsificata male, dove tutto era migliore di ciò che hai, anche quello che volevi buttare via.
L’unica cosa che non si mangia sono i topi, quelli non se ne vanno mai, e squittiscono e ti mordono le dita, e di notte non ti lasciano dormire più.


ho visto famiglie distrutte da Gustavo Lima

“Vorresti trascorrere un fine settimana in un antico borgo medievale, assistere a un suggestivo spettacolo teatrale, gustare le prelibatezze della cucina ligure e finire la giornata su una meravigliosa spiaggia? Con Izzy Travel puoi! Con soli otto euro potrai aggiudicarti il nostro fantastico pacchetto Ceccere Cecce e trascorrere un weekend indimenticabile!”

È così che immaginavo di ricevere l’invito, in una busta rossa col mio nome scritto in caratteri dorati pieni di ghirigori, recata da un messo in calzamaglia bicolore con un buffo cappello, che scende da un cocchio trainato da quattro cavalli, due bianchi e due neri, e si fa accompagnare da un paggio col tamburo che sottolinea ogni puntoacapo con un rullo, tipo annunciaziò annunciaziò. In realtà il messaggio è più sul genere “Domani vieni ad Apricale con me, Matteo e Roberto. Non rompere il cazzo e fatti lo zaino, ci vediamo alle quattro e mezza davanti al Saturn”, perché con Giulia le cose sono sempre piuttosto dirette. Potrei rifiutare, ma non ho niente di meglio in programma, poche cose sono migliori di un fine settimana in un antico borgo medievale eccetera eccetera, e poi mi fa piacere conoscere persone nuove. Matteo e Roberto li ho visti recitare in una webserie insieme alla mia amica, ma non ci conosciamo peddavvero, quindi è come se.

Ad andare in giro con degli attori non ti annoi mai

L’indomani sono puntuale davanti al Saturn, ma lei no, così entro e scopro che il tablet Nexus 7 di cui i miei amici hanno tessuto lodi te lo tirano dietro per tutto agosto grazie a una clamorosa offerta e a un raid notturno in un magazzino dalle parti di Alessandria. Sono lì che penso che in fondo posso vivere ancora un po’ senza libreria e materasso, e anche il bollo della macchina ma chi lo paga, dai, se vado avanti a crackers per tutto agosto e settembre rientro nelle spese in un attimo, e ho sentito dire che con un solo rene si vive benissimo, ma in quel momento mi arriva un messaggio della donna di pietra: “sono fuori, sbrigati”. Il mio conto corrente è salvo per un pelo.

È lì con le sue borse come se dovessimo partire per l’Alaska, indossa un paio di stivali borchiati e un vestito leggero senza maniche. Sembra un incrocio fra una commedia italiana estiva degli anni ’70 e un video dei Metallica. Sta benissimo, ma è lei a fare la differenza, potrebbe indossare scorpioni e non perderebbe un colpo.

Dopo poco arriva Matteo, che conosco anche per averlo visto recitare in uno spettacolo orrendo, e lui conosce me, ma non si spiega la ragione, e io mica posso dirgli che il suo spettacolo era orrendo, così traccheggio.

“Com’è che ti conosco, io?”
“Perché quando provavi per lo spettacolo dello Strehler de noatri io ero allo stage di improvvisazione cantata e ci incontravamo fuori.”
“No, non mi ricorderei di te così bene.”
“Boh, tu mi ricordi uno che però non posso dirti di più perché c’è un fascicolo secretato fino al 2047.”
“Eh?”
“Il tuo spettacolo era orrendo.”

Potremmo approfondire la questione, ma non sappiamo dove andare a sbattere, e Giulia non riesce ad aiutarci, perlopiù confonde le cose: “No, loro provavano la domenica, tu il martedì, impossibile che vi siate visti!” oppure “Avete entrambi dei sosia che si sono conosciuti in un’altra vita sotto ipnosi”, che è una scusa fighissima e la prendiamo tutti per buona.

Roberto, che dovrebbe essere il terzo, e che conosco anche per averlo incontrato poco tempo prima alla Fiera del Cappello Buffo non c’è, è stato quello che ha lanciato l’idea della trasferta e poi si è tirato misteriosamente indietro e nessuno sa la ragione, si nega al telefono, se gli suoni il campanello non risponde, se lo incontri per strada si butta per terra e fa il morto. Essendo un noto beccione tutti sospettano una qualche avventura a sfondo sessuale, ma Giulia suggerisce che possa essere stato catturato da un branco di pinguini e costretto a nutrirsi di torte a base di pesce. ancora una volta la spiegazione più assurda è la migliore, e ce ne stiamo.
In realtà deve avere letto il bollettino del traffico e si è tirato indietro per non dover subire la coda più lunga dall’invenzione della macchina, ma lo capiamo soltanto all’ingresso in autostrada..

Il viaggio è interminabile, stiamo imbottigliati da Voltri a Bordighera, poi dal casello di Bordighera alla provinciale per Apricale ci mettiamo tanto quanto arrivare a Barcellona in bici. Il tempo scorre impietoso come addosso a quelle che con me non ci sono volute stare,  c’è il rischio di perdere lo spettacolo, che non puoi entrare in ritardo, non si fa, e ad Apricale c’è questa tradizione di gettare i ritardatari giù dalla rupe nel torrente Merdanzo, che veramente, come fai a chiamare così un corso d’acqua, e poi magari ti aspetti che la gente ci faccia il bagno dentro, “andiamo a tuffarci nel Merdanzo!”, ma seriamente, dai.. Per recuperare il tempo perduto sperimentiamo varie tecniche, dal leggere Proust al costruire una macchina del tempo dentro una DeLorean, ma alla fine il metodo migliore risulta essere quello di Matteo, che si arrampica su per la montagna con uno sprint da rallista. All’arrivo il parabrezza non ha le mosche spiaccicate, ha i daini.

Però lo spettacolo lo vediamo tutto, e ne vale la pena: è un itinerario nel centro storico del borgo, a farsi raccontare storie dai pezzi di una scacchiera, che detta così fa ridere la minchia, ma vi giuro che è bello: c’è il re costretto a sposare una donna che non ama, l’alfiere maneggione, la torre insicura e il pedone dietro lo specchio. C’è la Morte e l’Autore, e soprattutto c’è il chiosco dei panini col salame che mi salva da un destino orribile, perché quando è stata l’ora di fermarsi all’autogrill qualcuno ha suggerito di non comprare da mangiare, che avremmo avuto tutto il tempo per farci l’aperitivo in piazza, e io ho nello stomaco solo un’insalata.

 

Sad king is the best king

Sad king is the best king

Si, ma dove avete dormito? Che Apricale ha degli alberghi, ma costano come l’Angst di Bordighera, dove per passarci la notte devi chiamarti Ghella e avere uno specchio in camera.
Avremmo dormito a casa di Alessandro, che recitava nello spettacolo ed è una persona squisita, se avessimo dormito, ma prima si è tirato tardissimo a fare discorsi di Cartesio e calciatori fuoriclasse e musica dodecafonica (giuro) e castelli austriaci e nessuno che divagasse su quale sia il miglior cortometraggio di Tex Avery, tutti dritti sui propri binari, anche un altro Roberto che ho conosciuto lì e viene aggregato al gruppo per sostituire quello tiraculi, che se non ti chiami Roberto non puoi dormire in casa, si vede che c’è una prenotazione e il nostro ospite è molto fiscale, che ne so. Poi molto fiscale non mi sembra, nella serie di cui sopra indossa buffi occhiali e circuisce uno che gli ha portato la pizza, ha più l’aria del cazzarone.

Verso le tre andiamo a dormire, ma c’è una tele che trasmette solo finali di film, e ci facciamo irretire dal fascino del fuori orario. Alle cinque siamo ancora tutti svegli che improvvisiamo doppiaggi su vecchie pellicole in bianco e nero: Bande à Part diventa la storia di un pistolero francese che spara a uno zombi in una stranissima pellicola con una coppia che corre avanti e indietro e una tizia che viene chiusa in un armadio e poi non si sa più come riaccenderla; Mastroianni balla ceccere cecce e poi litiga al bar con un amico innamorato di Milly D’Abbraccio; una tizia si spoglia, si fa cospargere di budino e invita tutti i presenti a pasteggiare su di lei, poi ci ripensa ed esce dalla finestra su una moto, ridendo come una cretina. Quest’ultimo era già assurdo così, l’abbiamo lasciato intatto.

….

Della parte in cui ci si sveglia e si torna presentabili al mondo preferisco non parlare, cinque persone adulte che passano la notte nella stessa stanza proiettano un’immagine dagli effetti devastanti in soggetti sensibili: perdita della fiducia nella vita, abbandono dei progetti, inappetenza, atarassia, desiderio di accoppiarsi coi leghisti. Non voglio essere responsabile se una donna porterà in grembo il figlio di Borghezio, lasciamo perdere.
Diciamo che siamo usciti di casa e scesi in piazza a fare colazione in mezzo ai tedeschi che si scofanavano torte salate e pastasciutte.

“Guarda che mangiano veramente male i nordici eh? Pastasciutta per colazione, ma come si fa!”
“No, siamo noi in ritardo, è l’una e un quarto.”
“Ah.. Comunque il tuo spettacolo era orrendo.”

Ho visto cose otto quegli ombrelloni che voi umani non potreste immaginare, tedeschi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni del Merdanzo..

È un’atmosfera eccitante quella che si respira nella piazza di Apricale, e non solo per gli sguardi appiccicosi che Roberto indirizza al tavolo delle ragazze scosciate, lì accanto. Sono in sei, un dannato hipster con la barba lunga, che adesso va di moda la barba da naufrago, e cinque ragazze che coprono tutta la scala estetica da Apparizione Mistica ad Arbanella di Sottaceti. E poi ci sono gli artisti della compagnia, quello che è sceso in pigiama, quello che indossa tre paia di occhiali alla volta, quello che somiglia a Walter White. Non è più una piazza di paese, è un crogiuolo di lingue e idee, senti versioni alternative di un monologo e un’idea innovativa di abbigliamento, che però così innovativa non è, sono sessant’anni che i tedeschi indossano i calzini sotto i sandali, smettila. C’è l’attrice che gioca a carte col suonatore di tromba, la cameriera che somiglia a Moana Pozzi porta un bicchiere di bianco gelato, lo vedi da lontano il bicchiere appannato, e la lingua ti schiocca in gola, e ti chiedi se sia presto passare dal cappuccino alla pizza solo per poterti gustare un calice di poesia, ma non è il caso, un alcolizzato a weekend è una regola alla quale non si deve mai trasgredire, e questo fine settimana ne hai già incontrato uno sulla via, stava all’autogrill e biascicava qualcosa sul bufalino senza mozzarella, è un po’ come la statistica che dice che non ci potrà mai essere più di un dinamitardo per aeroplano, perciò se giri con una bomba in valigia puoi stare tranquillo, vatti a pigliare un estatè.

Salta fuori un mazzo di carte, è il momento della cirulla. Io non ci so giocare a carte, ho una specie di rifiuto genetico, non lo so, vado alle fiere nerz e imparo a giocare agli scacchi quantici, che sono una roba che se non ci hai mai giocato non puoi capire, i pedoni che se li osservi spariscono, l’alfiere di Schrödinger, il re che è contemporaneamente regina e cavallo (ma questo essere donna ed equino ha precedenti illustri anche fuori dalle fiere, basti pensare a Sarah Jessica Parker), poi mi metti in mano un mazzo di carte classiche e mi spieghi le regole della briscola e la testa mi parte per destinazione ignota. Mi succede coi giochi di carte, coi discorsi di mio cugino e col mio capo che mi spiega cosa devo fare oggi, per il resto sono sempre piuttosto presente.

Lascio i miei amici alla loro partita, che si preannuncia lunghissima, e vado a fare due passi. Apricale è una casbah di pietra a vista, scalette che si incrociano come in un quadro di Escher, vicoli e tetti e angoli ovunque. Mi stupisce che nessuno ci abbia mai ambientato un episodio di Assassin’s Creed, si vede che la Regione Toscana pagava meglio, oppure era poco credibile un Enzo Auditore che piglia il cavallo e scende a Ospedaletti e si spiaggia fino alle sei, poi mojito al bar con gli amici, un’orata alla ligure per cena, discoteca in Costa Azzurra e ti saluto templari. Io ci avrei giocato a un gioco così? Non lo so, la discoteca me lo mena, e anche il livello del mare, non so se l’avrei finito. Però con le orate vado forte.

Ritorno a partita finita.

“Che si fa? Andiamo a pranzo?”
“Si, ma a casa, che il ristorante non apprezza quelli che si presentano a tavola alle tre e mezza, li buttano giù dalla rupe.”
“Anche loro? E come si distinguono quelli che arrivano tardi agli spettacoli da quelli che vogliono pranzare a cucina chiusa?”
“Dalla rupe. Apricale ne ha molte, grazie alla sua disposizione geografica può giustiziare un sacco di categorie senza fare confusione.  Per esempio qui dietro cacciano giù quelli che barano a carte”, dice Alessandro, gettando un’occhiataccia a Matteo. Lui si infila una mano in tasca e fischietta un tormentone estivo che somiglia molto a quello che ballava Mastroianni la sera precedente.

A casa ci facciamo una pastasciutta e due bottiglie di ottimo bianco, e come succede sempre quando si contano i morti sul tavolo la conversazione prende pieghe più interessanti, tipo chi va con chi, chi è stato con chi, chi si vuol fare chi, e poi c’è Roberto che ci racconta un episodio talmente orribile che corriamo tutti fuori a vomitare, ma sono cose che uniscono gli uomini in un’amicizia virile, e Giulia non fa eccezione, che su queste cose è più uoma di tutti quanti, e se la ride soddisfatta e anche un po’ misogina.

Bene, è ora di ripartire, la strada è sgombra, la testa pure. Ci lasciamo con la promessa di rivederci in città, ma sappiamo già che certe promesse sono fatte per essere disilluse, i nostri destini ci portano su strade diverse, Alessandro deve partire per una tournèe col Circo di Brema dove interpreta la donna barbuta, Matteo ha da soddisfare tutte le donne d’Italia suddivise per regione, e la settimana prossima comincia col Veneto, Roberto vuole farsi una tedesca prima della fine delle ferie, anche a costo di fidanzarsi con una schuko, e Giulia sta per partire per la Scozia, da dove tornerà sposata con un cornamusiere con la stessa barba da hipster che hanno i ragazzini da queste parti, ma anche con un kilt che la giustifichi.

Io, di mio, ho un piano molto preciso per scalpellarmi il cuore, e intendo portarlo a termine prima possibile, che questa vita serena sicura e inappagante mi ha già rotto le palle, sono nato per soffrire. Ha ragione Bacca:

“Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.”