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centotre-e-tre n.12: il serraglio di San Pietroburgo

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica

Nella puntata precedente di Centotre-e-tre ci siamo dedicati a un personaggio che la musica l’ha solo sfiorata per caso, e difatti la canzone allegata non era la sua, ma di Renato Rascel. Adesso si pone un problema, perché se parlo di Rascel dovrei postare un’altra sua canzone, e la regola numero uno di centotre-e-tre è che non si postano due canzoni dello stesso artista salvo quando me ne frego di seguire le regole. Poi a me di raccontarvi di Rascel frega pochetto, quindi direi che andiamo avanti come se.

La canzone che ho messo l’altra volta, Romantica, mi permette un aggancio interessante: presentata al festival di Sanremo nel 1960, venne accusata di plagio da parte di Nicola Festa, un compositore che ritrovò nella linea melodica del brano una sua opera rimasta inedita, “Angiulella”. Non so chi sia questo Nicola Festa, il nome lo associo a quel genio di Nikola Tesla e immagino un laboratorio pieno di torrette che sparano elettricità, un mucchio di spartiti sul pavimento, un pianoforte ricostruito con pezzi di esperimenti falliti, che non lo sa nessuno ma sarà il primo sintetizzatore della storia, che Tesla è stato un precursore anche lì, e lui in mezzo a tutto quel caos con una penna in mano che scrive delle note, le prova alla tastiera, si gratta il cespuglio di capelli ed esclama Grande Giove!

Pazienza, lasciamo stare il maestro Festa, che non ricomparirà più nella nostra storia, anche perché dopo cinque anni di processi il tribunale assegnò la vittoria a Rascel, che aveva scomodato come perito di parte il personaggio di cui vado a parlare oggi, Igor Stravinskij.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo le composizioni per orchestra furono caratterizzate da un larghissimo utilizzo di strumenti, più ce ne mettevi più avevi successo. In una sua opera, Gustav Mahler impiegò trentadue violini, venticinque flauti e ottantasette fagotti, e la sera della prima metà di essi dovettero andarsene perché non stavano sul palco, da cui deriva la frase “fare fagotto”.

Wes Anderson non si è inventato niente

Stravinskij seguì e ampliò questa tradizione, e per i suoi primi balletti si servì di un numero ancora più vasto di strumentisti, fino a comporre quella che ancora oggi viene considerata la partitura per la più grande orchestra del mondo, la sinistra Numero 47.
Per poterla suonare secondo la volontà dell’autore occorrerebbero novantadue contrabbassi, centotrentacinque clarinetti, solo tre fagotti perché da quella volta là di Mahler il loro numero venne drasticamente ridimensionato, settantun tromboni, sessanta trombe, quindici persone colpite da trombosi, la fanfara dei bersaglieri di Bergamo, seicentododici violini, quattrocentosette viole, centosessanta violoncelli, Viola Valentino o perlomeno una sua parente prossima, millequattrocentotredici contrabbassi (“E voglio vedere se così si sentono, porcoggiuda!”, pare avesse commentato l’autore), e un numero impressionante di percussioni fra cui comparivano suonatori di cucchiai, di bocche, di panze, di scatole di minerva, di bidoni del rudo, schiaffeggiatori di chiappe, schioccatori di dita, battitori di piedi, di piste e di palle da baseball, picchiatori mafiosi, pugili suonati, alzatori di cinque e cacciatori di zanzare. E poi l’organista cieco con la sua scimmia ammaestrata, una mamma col bambino che non si vuole addormentare, una ragazza innamorata sotto la doccia e due muratori sulle impalcature. E Jimi Hendrix.

Chiaro che nessuno riuscì mai a suonarla, una volta si provò a mettere insieme Jimi Hendrix e Viola Valentino, ma lui non riusciva a trovare gli accordi di Comprami, lei non ne voleva sapere di cantare Hey Joe, finì in vacca dopo due ore con ampia diffusione di sfanculi e porchidei.

Dopo quest’esperienza paradossale Stravinskij cambiò atteggiamento e iniziò a comporre musica per orchestre più ridotte, e scoprì il balletto.

Fu la sua grande passione, scrivere per il balletto. Ci perdeva mesi, si chiudeva in camera indossando il suo tutù preferito e componeva motivi e ostinati, variazioni e pastiches, pali e frasche, gaspari e zuzzurri, poi usciva e collezionava successi di pubblico e critica.

Pulcinella, La Carriera Di Un Libertino, La Sagra Della Primavera furono successi senza precedenti e la sua fama si estese in tutta l’Europa. Si assisteva alla nascita di una stella, ma tutto cambiò da un giorno all’altro quando, uscendo per una paseggiata, il compositore decise di andare a farsi un giro sulla Prospettiva Nevskij, dove incontrò l’uomo destinato a cambiare per sempre il suo destino: Franco Battiato.

È lo stesso musicista siciliano a raccontare l’episodio nel suo libro “Ermeneutica e altre parole difficili”:

Mi trovavo a San Pietroburgo da un paio di giorni, in vacanza col mio amico Manlio Sgalambro, e quella mattina passeggiavo per la Prospettiva Nevskij, di ritorno da una ricca colazione presso il Caffè Letterario. Avevo intenzione di visitare la biblioteca nazionale, contiene una meravigliosa copia del Beda Peterburgiensis che anelavo di ammirare, e poi non mi andava di tornare subito in albergo, tanto Sgalambro avrebbe dormito fino a mezzogiorno come minimo. La sera prima avevamo fatto tardi in un palazzo di meretricio che conosceva lui, un posto da bifolchi, niente a che vedere con le sale sofisticate dove l’alta società sovietica è usa pucciare il biscotto, ma a Manlio piace mescolarsi con la realtà di strada, il puzzo di piedi e cipolle, è attratto dal tanfo della vita. Chiaro che poi se ti pigli le malattie non puoi certo lamentarti, e io quel giorno temevo di avere contratto un morbo, perché sentivo un forte pizzicore al cavallo delle brache, ed ero proprio lì che me le strizzavo e sistemavo quando per caso incontrai Igor Stravinskij.

Ci conoscevamo, naturalmente, fra menti eccelse non è raro l’incrocio di destini, e ci fermammo al crocicchio per scambiarci convenevoli. Io gli raccontai della mia serata e del timore di avere un’infiammazione ai genitali, e lui mi redarguì per le mie abitudini così materiali.

Bada Franco”, mi disse, “Tu devi emanciparti dall’incubo delle passioni, che i sentimenti popolari nascono da meccaniche divine, ma portano alla dannazione! Fai come l’eremita e rinuncia a te!”

Ci salutammo e riprendemmo la via, ma quell’incontro restò nella memoria di entrambi, ed entrambi ne traemmo ispirazione: io tornai in albergo e scrissi una delle mie canzoni più fortunate, lui di lì a poco compose L’Uccello Di Fuoco.

separati alla nascita

separati alla nascita

Purtroppo per Stravinskij non fu solo la sua opera più importante l’eredità di quell’incontro. Irretito dalla mente contorta di Battiato abbandonò la composizione classica per buttarsi nella musica dodecafonica. Conobbe Anton Webern, l’allievo di Schoenberg, inventore della dodecafonia, e scrisse delle robe incasinatissime ispirate ora a Dylan Thomas ora al profeta Geremia. Il pubblico lo abbandonò, la sua ultima opera, il Monumentum pro Gesualdo di Venosa ad CD Annum, venne presentato alla Fenice di Venezia nel 1960, e a vederlo c’erano solo lui, Battiato e Philippe Daverio. Tutti gli altri erano partiti per l’Inghilterra , dove erano arrivati i Beatles.

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centotre-e-tre n.8 E voi state ancora a Sanremo

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana

Cari viaggiatori delle musichine, ve la siete fatta passare la ciucca di Sanremo? Lo sapete che sono stato costretto a togliere dalla bacheca di facebook qualcosa come quaranta persone, che non ne potevo veramente più di informazioni in tempo reale sulle vicissitudini del festival, mannaggia a loro? A me non piace il festival, non ho neanche la televisione, l’ho regalata per non sapere niente del festival, non accendo neanche la radio in quei giorni, ma se devo anche chiudere il computer diventa difficilissimo!

Poi lo so che gli estimatori salteranno su a dire ma no, guarda che queste ultime edizioni non sono becere come quelle che ricordi tu, ci sono i cantanti bravi, gli ospitoni, e giù a fare nomi ed esempi, e io a scrollare la testa e dire ragazzi, davvero, non è il caso, e loro niente, che la canzonemononòta, e Gazzè, e quell’altra bravissima, e poi c’è sempre quello che giustifica il suo interesse dicendo che va bene, il festival fa cagare, ma nella categoria merda sul marciapiede è il prodotto migliore che ci sia e quindi va visto.

Sarà, io le merde sul marciapiede cerco di evitarle, per esempio domenica ho incontrato un gruppetto di casapau che volantinava e ho attraversato la strada, perciò chiudiamo lì la parentesi nazionalpopolare e torniamo alla rubrica di musica radical-chic che vi piace tanto da restare ad aspettare per settimane sperando che tornasse, pur sapendo che avrebbe tardato un po’.

Grazie, vi sono riconoscente per la pazienza dimostrata, anche se adesso che vi ho rivelato che non state più sulla mia bacheca di feisbuc magari fate gli offesi e mi snobbate.

Dove eravamo rimasti? L’ultima volta che ho scritto era dicembre, avevamo appena lasciato il Messico illegalmente insieme a El Chapo Guzman e avevamo raggiunto la Colombia sul pulmino dei Tucanes De Tijuana, annusando una strana polverina bianca che ci hanno giurato essere bicarbonato.

Gli effetti bizzarri del bicarbonato centroamericano (che poi la Colombia sarà centro o sud? Vabbè, cosa sto a cercare, tanto qualcuno che me lo dice lo trovo sicuro)

Scesi dal pullman ci siamo sentiti stranamente leggeri, che il bicarbonato di quei posti ti picchia in testa che è una meraviglia, e ci siamo infilati in una bettola di Bogotà, dove il gruppo che ci ha accompagnato doveva tenere un concerto.

La testa ci gira, forse è l’altitudine, forse qualche virus, pigliamo un’altra nasata di bicarbonato, che magari ci schiarisce le idee, ma le cose peggiorano ancora, e ci schiantiamo a un tavolino, dove ordiniamo una bibita.

Nel frattempo il gruppo attacca a suonare uno dei suoi pezzi forti, El Cholo, e dal tavolo accanto si alza uno con una camicia veramente orrenda, e grida una frase in spagnolo che non capite, perché quando c’era da iscriversi a un corso di lingua avete scelto il portoghese perché faceva più fico e poi fra un’insegnante di venticinque anni brasiliana col culo scolpito e una di cinquantacinque manchega coi baffi come Dalì non avete avuto dubbi.

Per fortuna che la voce narrante non ha problemi di traduzione e può venirvi incontro: il tizio con la camicia orrenda ha detto che “l’unico Cholo è El Cholo Valderrama!”.

Adesso vi spiego di chi si tratta.

Uno dei generi tradizionali di questa parte di mondo è il joropo, una specie di valzer suonato con strumenti a corda e, tuttalpiù maracas. Ochei, aspettate a cambiare pagina, vi giuro che è divertente! Pensate che in Colombia si tiene anche un festival, il Torneo Internacional del Joropo, che non potrà essere più brutto di Sanremo, via! Quantomeno sono sicuro che Mengoni non ci si è mai esibito.

Insomma, il leader indiscusso di questo genere si chiama Orlando “Cholo” Valderrama, ed è a lui che si riferisce il nostro amico al bar. È il suo cantante preferito, e una volta in un ristorante gli ha autografato il chicharron.

Senza la divisa di Bartolini ho stentato a riconoscerlo.

Nel 2008 il nostro Cholo si è pure portato a casa il prestigioso Grammy Latino, che è come quello più famoso, solo che i cantanti indossano la toga e il voto viene espresso mostrando il pollice in su o in giù. Chi vince è portato in corteo su una biga e lo sconfitto viene divorato dai leoni al Colosseo.

Tra i più famosi artisti premiati ricordiamo Christina Aguilera, Ricky Martin e la nostra Laura Pausini, premiata solo perché quell’anno erano finiti i leoni.

Faccio notare che spesso ci riferiamo al Centro e Sud America come a paesi sottosviluppati, ma intanto a casa loro Fabio Fazio in televisione non ce lo fanno andare.

E basta, che devo ancora scrivere la roba

Dai, la settimana prossima vi parlo di una vincitrice del Grammy Latino che non è Laura Pausini.

Per ora ascoltatevi un pezzo del Cholo, che non è quello che avevo scelto, perché su youtube non c’è, e neanche so dirvi se sia bello, che mentre scrivo sto ascoltando della musica vera, mica sta merda, figurati, appena partito il video si sente un muggito, ti pare che vado avanti? Sappiatemi dire se merita, ci vediamo la settimana prossima.


Festival di Sanremo

Io che domani comincia il festival di Sanremo l’ho scoperto stasera. Dal mio limbo senza televisione non sono tanto preparato su quel che succede sui vari palinsesti, e ultimamente ho anche smesso di leggere i giornali. Ho una specie di piano: sono convinto che lo strato di realtà che ci circonda sia molto sottile, e che spingendo con sufficiente insistenza si può riuscire a strapparlo e a passare di là. Cosa ci sia di là non lo so, ma credo che si stia meglio, così mi sto impegnando per staccare ogni legame con questo piano dell’esistenza e vedere se mi riesce il trucchetto. Anche fare le lavatrici è un legame con la realtà, perciò ho smesso.

Con queste premesse non dovrei neanche cagarmelo il festival, ma è una di quelle cose che mi riportano all’infanzia, e il mio istruttore di irrealtà dice che devo assecondare i ricordi, aiutano a sganciarsi. Un professore di irrealtà è quella figura che ti insegna a strappare lo strato di realtà e passare nel mondo al di là; il mio è Gonzo del Muppet Show, se volete saperlo.

Quand’ero bambino ricordo che a scuola le mie compagne di classe guardavano tutte il festival di Sanremo, e la mattina cinguettavano emozionate con i professori commentando l’esibizione di questo e quell’altro. Mi ricordo che la Lucia si era innamorata di Luis Miguel e per una settimana non aveva parlato d’altro.

Io ci avevo provato a guardarlo il festival, mia mamma lo seguiva abitualmente, mi sedevo lì e lo guardavo, ma di solito mi sbriciolavo le balle al secondo minuto della prima canzone e tornavo in camera mia a giocare coi soldatini, perdendomi anche la comicità irresistibile del corvo Rockfeller.

Questa idiosincrasia nei confronti del festival non mi è mai passata, e se qualche volta sono riuscito ad assistere a qualche pezzo di serata è sempre stato in maniera incidentale. Ricordo una sera, era la finale e si aspettava il verdetto, e io stavo sul soppalco del Quaalude a bere una piñacolada con alcuni amici. Sullo schermo alle spalle del palchetto un Pippo Baudo gigante scherzava con la valletta in attesa dell’agognato responso, ma non si sentiva cosa le stesse dicendo di così arguto, i Clash sparati dalle casse a un volume da denuncia coprivano qualunque cosa. Capimmo chi aveva vinto quando salì sul palco a ringraziare, in lacrime. Non ricordo chi fosse, ma sono abbastanza sicuro che era una donna e che piangeva.

Forse ho assistito ad altre edizioni del festival, forse sono uscito con ragazze che adoravano Sanremo e non mettevano il naso fuori casa durante tutte le ventisette serate, obbligandomi ad andare a casa loro e subire il supplizio in silenzio, sperando di trascorrere il dopofestival nella clandestinità delle loro lenzuola, ma ho rimosso qualunque ricordo, anche quelli piacevoli, forse non ce n’erano.

Mi ricordo di un Beppe Grillo che insultava un giornalista che aveva intervistato un bambino che era stato sequestrato dai rapitori, e mi ricordo che poi in televisione non c’era più andato, e neanche il bambino, ma il giornalista si, e può darsi anche i rapitori, la televisione lasciava molto a desiderare già allora.

Comunque niente, volevo dire che anche quest’anno come i precedenti mi terrò a buona distanza da quella fetta di realtà fatta di rime baciate in quattro quarti, cercando magari di limitare l’accesso alla rete, che su questi eventi mondani ci batte più della televisione. Se non doveste vedermi più vuol dire che ho finalmente trovato quel che stavo cercando. Voi provateci lo stesso a passare da casa, può darsi che il mio corpo sia rimasto su questo piano dell’esistenza, Gonzo non è molto chiaro a questo proposito, e in quel caso potrei aver bisogno che qualcuno mi pulisca la bavetta dall’angolo della bocca.